Spillover: da produzione a riproduzione

I

“La quarantena fu così efficace, che giunse il giorno in cui lo stato di emergenza venne considerato come cosa naturale, e si organizzò la vita in modo tale che il lavoro riacquistò il suo ritmo e nessuno si preoccupò più dell’inutile abitudine di dormire.”
Gabriel Garcia Marquez


Da quando è esplosa l’epidemia mi sono auto isolato in casa.

Col passare dei giorni, nell’alienante discrepanza temporale tra bolla social italiana e Berlino e forse anche per l’eccessiva virtualizzazione degli scambi, gli amici, gli affetti, i parenti hanno iniziato ad avere contorni più sfumati, meno definiti. Avete presente la fotografia di famiglia in “Ritorno al Futuro”? Con i genitori del protagonista che spariscono a poco a poco? Ecco, proprio così.

Non per noia quindi, ma sospettando non sarà una condizione temporanea, per l’angoscia di perdere e perdermi, ho aumentato la ricerca dell’altro. Il distanziamento sociale mi sembrava l’anticamera dell’isolamento sociale e della solitudine. Ragion per cui nel virtuale tra gruppi solidali, di interesse, di approfondimento mi son messo con amiche e amici a costruire spazi di condivisione e confronto. Allo stesso tempo sento il bisogno di sapere che la persona che cercavo sta bene e come vive una condizione del tutto identica alla mia. Ogni risposta, pur se limitata, e per quanto incorporea, ha trasformato ogni scambio in un momento in cui dare e ricevere attenzioni, supporto, cura. Ma anche un soggettivarsi in un nuovo sistema di relazioni sociali mediata dal virus, la pandemia. Solidarietà, cura e condivisione di una condizione materiale che arrivano in scambi brevi si prova solo nell’ isolamento carcerario, quando aspetti una telefonata, una lettera, qualcosa per lunghi secondi che diventano ore e giorni che diventano anni.

Ma quando sono scattate le rivolte carcerarie, la barbarie sui detenuti non mi ha sorpreso. Ma è così paradossale che in una nazione dove tutti sono reclusi, non nasca complicità intorno a quei momenti. Avrebbe avuto senso, forse, invitare a scrivere, scriversi, condividere poesie o film, libri, pezzi di giornale, racconti o donare qualcosa, una mascherina, un ricordo, un desiderio. Se la borghesia quarantenata, i nostri cari, invece che scaricare le proprie psicosi dai balconi avessero scritto oltre le mura del carcere, con due francobolli nella busta e il nome del mittente per la risposta, ora più che mai le mure del carcere avrebbero tremato. Un’occasione che credo avremo ancora e che non dovremo mancare, perché o le carceri vengono cancellate o non ci sarà mai società nuova basata su solidarietà, compassione e cura.

Ritornando a me, a noi, in questa condizione di isolamento gli scambi, specie se inaspettati, per quanto virtuali, hanno reso persino la domanda, da sempre odiata perché poliziesca,“come stai?”, piacevole, complice. Anzi ormai direi che è il mantra di sottofondo della mia quarantena.

E allora, sorelle e fratelli, ditemi, come state?

I vostri cari e i vostri sogni come stanno?

II

Una sera il re e il suo mago passeggiavano sui bastioni della città, e a un tratto il mago gridò:

-Ecco, ecco l’uomo che ti somiglia più di tutti gli altri!
E così dicendo indicava un mendicante storpio, gobbo, mezzo cieco, sporco e pieno di croste – Ma com’è possibile, – protestò il re, – tra noi due c’è un abisso.
– Un re che deve morire, – insisteva il mago, – somiglia soltanto al più povero, al più disgraziato della città. Presto, cambia i tuoi vestiti con i suoi per un giorno, mettilo sul trono e sarai salvo.
Ma il re non volle assolutamente ammettere di assomigliare al mendicante. Tornò al palazzo tutto imbronciato e quella sera stessa morì, con la corona in testa e lo scettro in pugno”.

(Gianni Rodari – Favole al telefono)

Questa raccolta fu scritta nel 1962, l’Italia stava conoscendo il capitalismo industriale, le migrazioni per lavoro, la distanza dagli affetti, l’operaio massa. Il romanzo ha per protagonista il ragionier Bianchi, di Varese, rappresentante farmaceutico in giro per l’Italia condannato ad un settimanale pendolarismo, interrotto soltanto la domenica. Ogni sera, alle nove in punto, il ragioniere raccontava una favola al telefono alla figlioletta che non riusciva a dormire. Le storie toccarono talmente tanto il cuore, che le centraliniste interrompevano il loro lavoro per ascoltarle rallentando la produzione, l’efficienza dell’economia.

Le sto leggendo in questi giorni a mia figlia prima di dormire. Una racconto in cui ci immedesimiamo ovviamente, condividendo 24 ore su 24 due stanze e cucina con lei, orfana dell’asilo. I racconti dell’epidemia, così diversi dalle Favole al telefono, irrompono in questa nostra minuscola quotidianità dalla TV, dal laptop o dal cellulare, con le voci che arrivano da Bari o i freddi bollettini dei TG. Oppure l’epidemia fa capolino dalle finestre che danno su una Berlino irriconoscibile, sempre più silenziosa e deserta. Abbiamo visto la fine dell’inverno più mite degli ultimi diecimila anni e l’irruzione di una primavera che, ignara di tutto, ha invaso lo spazio lì fuori, per me così desiderato e irraggiungibile. Questa realtà così spaventosa e così nuova, mi ha permesso di pensare e ripensare a come era la nostra vita prima del virus con la corona. E nonostante i miei segnali di cedimento, l’entusiasmo di Irma è stato un vaccino miracoloso contro le nevrosi da animale in gabbia. Era iniziata con me, goffo e compulsivo, che inventavo di tutto per “farle passare il tempo”, e dopo due settimane il rapporto si è invertito. Adesso lei mi insegna il bello di un tempo rallentato, onirico, fatto di tanti frammenti in sequenza, ognuno bastevole a sé. Le sto insegnando a scrivere e a suonare la chitarra. Lei mi insegna a fare gli “slimers” e a parlare con gli oggetti in casa,. I confini tra normale e fantastico sono diventati meno netti. E ovviamente questo piegare il tempo e il reale è un’opportunità data dal mio lavorare in casa, e neanche tanto. Non oso immaginare come avrei vissuto questi momenti se fossi stato, come mio fratello, un medico anestesista. Con Irma abbiamo parlato del virus, nato dalla distruzione di un habitat naturale nella regione delle “4 fornaci” cinesi, che ha viaggiato con le merci e le persone, per poi colpire il punto debole degli ospedali, o gli asili e le scuole, o i malati e gli anziani. Ha travolto la crisi della cura e come in Jenga, così facendo, ha tirato giù tutto. Usando proprio il gioco dai mattoncini di legno e una puntata di Esplorando il Corpo Umano io e Irma abbiamo sviluppato questa immagine. E poi per vendicarsi di chi aveva bruciato la sua foresta in Cina il virus rendeva il cielo pulito e l’aria pulita come non mai ma non faceva più respirare le persone. Un virus punk che boicotta, blocca tutto e ci ha regalato un tempo nuovo dove riscoprire la gratitudine che devo a una bambina. Dove apprezzare il lavoro delle sue maestre, che con dedizione meravigliosa e con l’attenzione ai piccoli dettagli che si deve a un bonsai, hanno reso mia figlia la piccola donna che vedo. Una donna che vive in mondi belli anche qui, tra queste mura che a me sembrano tanto strette; allegra, curiosa, libera. A dire la verità non è stato neanche difficile ricombinare su questo piano la nostra quarantena. E’ bastato in un solo fugace attimo, guardare, con curiosità, rispetto e umiltà la microscopica bellezza dietro lo sguardo di una bambina e seguirla come Alice con il Bianconiglio. Un mondo nuovo. Che salvezza i bambini.

Per questo sento il dolore delle compagne e dei compagni dell’Ex Caserma. La tristezza e il pudico silenzio di chi, proprio in questi giorni terribili, ha perso lo sguardo di Vittorio, bambino 70enne, attore, anima bella, compagno. Spero ricordino nel presente i mondi in cui Vittorio ci portava. Con i versi del suo amato Shakespeare. Per conservare il ricordo e immaginare mondi più giusti, più belli, più divertenti di quello prima dell’epidemia. Perché la distopia è reazionaria e cupa e non deve appartenerci.

Inciso: segnatevi i nomi degli sciacalli che vi attaccano, care sorelle e cari fratelli miei. Avete regalato agli ultimi giorni di vita di Vittorio una goccia di splendore. Elencate su un diario chi sono i necrofili che barattano la dignità e il pudore con i titoli sui propri giornali sconci, segnateveli come Wiesenthal fece con i suoi carnefici, segnatevi i nomi e non pronunciateli più, come il nome della Bestia biblica, ma per non dimenticarli, perché, ne sono sicuro, verrà il loro giorno.

III

La Macchina si Ferma di E. M. Forster descrive la condizione che molti di noi stanno vivendo in questo periodo. Fa impressione l’anno di pubblicazione, il 1909, 111 anni fa. È una storia breve di fantascienza, un po’ come il Frammento sulle Macchine di Karl Marx. In questo racconto l’umanità vive sottoterra a causa di un disastro apocalittico. E ogni individuo vive isolato in una stanza dove i suoi bisogni sono soddisfatti completamente dalla Macchina, una tecnologia che fa arrivare alla stanza tutto quello di cui abbia bisogno: cibo, acqua, informazioni. Vivendo in quasi perenne isolamento fisico, l’umanità passa le proprie giornate tra video chiamate e video conferenze. Il contatto umano non è proibito, ma è considerato sporco, rozzo, materiale, inferiore. La trama va poi a esplorare le disastrose conseguenze di un arresto imprevisto della Macchina. Un virus, questa volta digitale, pone fine all’ordine sociale e relazionale che avevano costruito. E lì mi è venuto in mente un romanzo di Stephen King, uno dei meno famosi e venduti: The Cell. Per non trasmettere l’orrore di quel libro non ve lo racconterò, ma posso assicurarvi, amiche e amici, che in questo tempo così strano dove tutto corre anche se tutti sono immobili, tocca inventarsi qualcosa che viva fuori dalla Macchina, qualcosa da difendere nella vita anche dopo la Peste.

Tutti in questi giorni sono sempre svegli e condividono terabyte di informazioni, riflessioni, meme, commenti, grafici. Io, inspiegabilmente, di solito insonne, dormo, tantissimo e benissimo. I social network, che solitamente uso molto, mi sembrano noiosi, inutili. Non so quale sia la ragione di questa disaffezione, forse i miei esasperati ricettori di dopamina sono andati in overload.

So solo che, una volta scoperto il benessere psicofisico del distacco dalla Macchina, ho iniziato a darmi persino un metodo per tutelare questo piacere. Cose del tipo spegnere tutti i devices due ore prima di andare a letto; oppure lasciare il cellulare lontano (o farlo nascondere a mia figlia) e ascoltare musica, audio libri o la radio. A proposito ho riscoperto la qualità della radio grazie a Radio Onda d’Urto, Radio Onda Rossa, Radio Virus da Milano o ColoRadio da Bari. Non solo mi fa stare bene e tranquillizza sentire le voci delle compagne e dei compagni ma la qualità della programmazione è altissima.

Allontanrmi dalla Macchina mi ha, però, soprattutto ridato indietro il mio tempo. Un travaso di tempo dal digitale all’analogico che, a ben pensarci, mi ha anche liberato dall’ansia che quell’ossessivo “siamo in guerra” produceva. Così, oltre alla cura per me, per Irma e i nostri 56 metri quadri, ho riempito questo inestimabile tempo per fare qualcosa di utile, militante. A Berlino, già da settimane, su Telegram si è attivata dal basso una ragnatela di canali che informano, condividono, supportano e organizzano la solidarietà. Ad oggi ne ho contati un centinaio circa, alcuni con poche decine di persone, altri con oltre quattromila. Ce ne sono alcuni in tedesco, altri in inglese, altri in turco e altri in arabo. Ci sono quelli in cui si offre disponibilità per fare da baby sitter, come anche di prendersi cura degli animali domestici. Quelli in cui si traducono le misure di welfare o si offre supporto legale. Ci sono reti di supporto psicologico, gruppi queers, contro la violenza domestica. Gruppi per organizzare e agire concretamente solidarietà per i migranti, per chi non ha documenti o diritto alla copertura sanitaria assicurativa. O per offrire casa, tetto o cibo per chi non ha casa o cibo. Ci sono i gruppi di supporto per gli anziani, per chi è solo, per fare la spesa collettiva, per offrire supporto medico o per impedire sgomberi e sfratti. Ci sono i canali di informazione del tipo “spread good news” o “gruppi di letture critiche”. E poi per ogni quartiere ci sono gruppi di zona oppure di discussione o di richieste di aiuto. O gruppi di sorveglianza sulla polizia e sui controlli sui mezzi pubblici. La cooperazione territoriale che getta le basi delle future istituzioni basate sul mutualismo, è una realtà che rapidamente, in meno di due settimane, si è concretizzata in Lombardia, a Torino, in Germania, in Francia e soprattutto nella tragedia del contagio statunitense. Sul complesso sistema di relazioni sociali che chiameremo “pandemia”, in uno stato d’eccezione che si farà permanente, la militanza e la vita passeranno da queste strutture spontanee, solidali, amiche, gratuite, partecipatissime.

“Fare” cambia irreversibilmente anche il “pensare”, cioè la ricerca e l’elaborazione delle immagini dell’Infosfera. E nella “società dell’opinione” social, tra le chat, le Skype call, il sexting e i contatti virtuali cui questo tempo ci costringe. E si modifica anche il mio “parlare”, nella forma e nel merito. Una correlazione che ricorda uno dei principi dello Zoroastrismo: “Buoni pensieri, buone parole, buone opere”. La morale che aiuta gli umani a scegliere tra i due Spiriti primordiali, gemelli e indipendenti tra loro: il Bene e il Male, la Verità e la Menzogna, la buona vita e l’esistenza pessima. Ognuna di queste trasformazioni, in un tempo nuovo, piacevole, solidale e caldo anche se nella distanza sociale, finalmente piega a un uso non egoistico, narcisistico e tossico la Macchina.

IV

Protect Me from what I want”

(Placebo)

In un periodo così inedito le nostre sinapsi sono bombardate da una quantità di informazioni che disorienta. Se poi ci si mette il sovraccarico di lavoro produttivo e riproduttivo, e l’essere confinati per settimane in spazi chiusi, la fatica mentale diventa immane. Per rimanere lucido, prima di esprimermi su un episodio o un’opinione altrui, ho deciso di contare fino a dieci e ancorarmi a due ragionamenti. Magari tutelo me e l”altro da vibrazioni negative e stanche.

Innanzitutto mi ancoro al considerare la mia condizione quella di un privilegio. Ciò spesso mi suggerisce un cauto e pudico silenzio E poi dalla prospettiva di un privilegiato ogni richiamo a responsabilità, appartenenze a popoli, eserciti o comunità più o meno immaginate sembra poco più che una puerile forma di megalomania. So che il mio privilegio si regge sulla coercizione al lavoro di qualcun altro, che la mia voglia di movimento è un capriccio finché ci sarà la segregazione dei carcerati, la mia limitazione a viaggiare non sconvolgerebbe le migliaia di migranti imprigionati ancora a Lesbo o nei lager in Libia o che la mia instabilità psichica è uno scherzetto rispetto alla disperazione di chi perde il lavoro. La mia solitudine domestica sarebbe una salvezza per le donne e i bambini rinchiusi con i propri carnefici domestici, o per chi non ha manco una casa dove stare. O che la mia solidarietà militante è un utile hobby rispetto a infermieri e medici che, anche per pochi euro, fanno doppi e tripli turni, per salvare vite. Persino l’apprensione per i cari lontani sarebbero invidiate da chi non ha manco avuto la possibilità di piangere la morte di qualcuno, salutato sull’uscio di una terapia intensiva e sepolto in fretta in una fossa comune statistica.

Prima di lamentarmi quindi, guardare al mio privilegio mi aiuta a non perdermi in comunità terribili escludenti e scioviniste o arruolarmi in presunte guerre in cui ogni critica è diserzione.

Ma mi rendo conto, e qui c’è il secondo principio a cui ancora la mia lucidità residua, che sarei quanto meno naive a esultare per la concessione di fare il giro del palazzo, con i soldati nelle strade e la più seria e prolungata sospensione dello stato di diritto in Italia. Istintivamente, anzi qui a Berlino si è iniziato a farlo, la mia naturale tensione sarebbe quella a sfidare, rompere, provocare il blocco. Ma, inesorabilmente, dopo pochi secondi, questo istinto reattivo mi appare egoista, complice di Bolsonaro, Renzi o Confindustria. Ammetto che per chi è antiautoritario ma crede nella cura e nell’uguaglianza si rischia spesso una tremenda dissonanza cognitiva. Ho così scelto di ridefinire il concetto di “libertà”. Nel tentativo, magari velleitario, di plasmarne una versione pià adatta a questo momento. E con meraviglia mi è venuta in soccorso la filologia germanica. Nell’etimologia della parola “libertà” infatti tra le lingue germaniche e quelle romanze c’è una differenza illuminante. Per noi, eredi linguisticamente e non solo, dall’Impero Romano la parola “libertà” rimanda alla condizione concessa agli ex schiavi dal signore, dal potere. E scavando ancora nell’etimologia di libertas, la radice -lib rimanda al piacere (“libidine” per esempio). Per noi latini quindi la libertà è sempre stata una condizione individuale, in relazione esclusiva, antagonista magari, con il potere; condizione che una volta conquistata permetteva l’accesso alla cittadinanza. Che spalancava le porte al piacere, al consumo, al godimento. Diventati cittadini, liberti, si potevano avere proprietà, persino altri schiavi. In definitiva una libertà egotica che guarda con cattiva coscienza quelli che non era liberi. E in questo un po’ mi ricorda le pulsioni miserabili della borghesia putrescente che ho visto dai balconi fare la spia, chiamare la polizia, invitare al linciaggio. Ma per i barbari, i germanici appunto, per chi viveva al di là dei confini dell’Impero, non era così, assolutamente. In tedesco, infatti, libertà si dice Freiheit, parente dell’inglese Freedom. E la radice alto germanica corrispondente è Frd. La stessa di Freunde cioè “amico” (friend in inglese). Ma, come è possibile? Libertà e amico cosa hanno in comune?

La risposta è proprio nella forma di vita delle tribù germaniche. Per loro, che vivevano nomadi, in una natura ostile, senza istituzioni classiste e dovevano difendersi e sopravvivere al gelo, alle malattie, agli animali delle foreste, si era davvero liberi solo se si avevano amici a guardarti le spalle; solo se qualcuno, un amico, si prendeva cura di te. La libertà per i barbari non era una condizione individuale ma un termine di relazione.

Così, finalmente sfidare il silenzio imposto dal sovrano come i barbari sfidavano i confini dell’Impero, affermando una libertà in relazione all’amico, al caro, al pari ha prodotto nella pratica militante di questi giorni il desiderio desiderare di condividere il mondo in cui sarà sconfitta l’unica vera piaga mortifera, il Capitalismo.

Spero che queste riflessioni, questo diario dalla quarantena, ispiri qualcun altro e spero che anche voi possiate, come i virus, fare spillover passando dal putrescente corpo della produzione alla meraviglia della riproduzione sociale, della cura e della compassione.

Stay strong, Take Care,

in solidarietà

N

Chi sono i veri antisemiti?

Le accuse infamanti di antisemitismo a chi critica Israele, il razzismo della destra, le contraddizioni della sinistra, il Piano Trump per la Palestina. Ce ne parla un dissidente israeliano

Ronnie Barkan è un dissidente israeliano e un attivista della campagna per i diritti del popolo palestinese Bds e dei movimenti contro le politiche di colonialismo, occupazione militare e apartheid del governo israeliano. Attualmente vive a Berlino dove, insieme ad altri due attivisti, sta sostenendo un processo per aver definito pubblicamente le politiche di Israele «crimini contro l’umanità». 

Ronnie, per inquadrare innanzitutto il tuo attivismo, quali sono a grandi linee gli obiettivi politici che ti spingono ad agire in un contesto come quello tedesco in generale e berlinese in particolare?

Credo che il nostro ruolo di attivisti debba essere volto superare le ingiustizie sistemiche e affermare i diritti o i valori per i quali crediamo valga la pena lottare. In secondo luogo, come individuo, sono anche nato in un contesto specifico, in cui i miei diritti e i miei privilegi mi vengono consegnati e garantiti a spese degli «altri». Tutto ciò che riguarda la creazione del progetto sionista in Palestina ruota attorno a questa semplice nozione: i privilegi per un gruppo etnico sono a spese di tutti gli altri, specialmente se gli altri sono gli indigeni di quella terra. Chiunque pensi che lo Stato di Israele sia stato istituito per qualsiasi altro scopo è quantomeno poco informato sulla questione. Esattamente per come qualsiasi persona bianca consapevole dell’apartheid in Sudafrica o durante la schiavitù in Nord America, il mio parlare e agire per l’abolizione del sionismo è qualcosa di naturale, è il risultato diretto e più ovvio dell’essere nato in quel sistema di oppressione. La ragione poi per cui concentro i miei sforzi in lungo e largo qui a Berlino è perché la vedo come l’ultimo bastione permanente del sionismo. Penso che piuttosto che imparare dal suo orribile passato, la Germania in generale, e Berlino in particolare, quasi non vogliano mai guardarsi allo specchio. E per questo sostengono attivamente uno Stato la cui politica ufficiale è quella di praticare crimini contro l’umanità. Poiché larga parte della cosiddetta «sinistra tedesca» è in prima linea nell’assalto ai palestinesi in nome di una presunta protezione dello Stato criminale sionista, per i pochi dissidenti israeliani che sono in giro è ancora più urgente prendere parola proprio su quel terreno in cui l’intero spettro politico tedesco risulta ambiguo.

A questo proposito tu sei tra gli animatori a Berlino della campagna internazionale Bds. E recentemente il Bundestag ha votato una mozione in cui si definiva la campagna Bds antisemita. Una definizione particolarmente odiosa e un’accusa molto grave. Come hai letto, da ebreo, dissidente israeliano e attivista della campagna questo voto? E quali riscontri ha qui in Germania la campagna Bds?

Durante le sessioni dello scorso maggio al Bundestag, c’è stato un voto unanime contro la campagna Bds. Non un singolo parlamentare, nemmeno uno, ha votato contro l’equiparazione tra Bds e antisemitismo. Tre mozioni sono state presentate al parlamento. L’Afd, una coalizione Cdu-Spd-Verdi e la Linke hanno votato ciascuno per la propria mozione ma contro quelle quasi identiche presentate dai gruppi loro concorrenti. Per quanto ne so, nessun parlamentare ha scelto di esprimere una voce dissenziente. La maggior parte delle persone si aspetterebbe che io, in quanto dissidente israeliano, individui come avversari più insidiosi un partito espressamente razzista come Afd o magari il movimento anti-Deutsch che è ultra-sionista e soffre evidentemente di dissonanza cognitiva. Ma, paradossalmente, la minaccia di gran lunga maggiore alla libertà di espressione in Germania viene da una tradizione politica ben diversa; da chi ha creato le condizioni perché si arrivasse ai recenti attacchi contro le voci filo-palestinesi e il movimento Bds. E tra questi attacchi ci sono anche i tentativi di criminalizzare gli attivisti per reati d’opinione difficilmente dimostrabili senza quel genere di voto politico. Tra questi tentativi c’è anche il procedimento penale contro di me e altri compagni per aver stigmatizzato apertamente i crimini israeliani. Amaramente devo ammettere che i principali avversari che abbiamo di fronte fanno parte della sinistra tedesca. È il partito Die Linke e la sua ala di pubbliche relazioni, la Rosa Luxemburg Stiftung che, oltre a svergognare l’eredità della stessa Luxemburg, oggi è il nostro principale antagonista. Hanno alle spalle una storia decennale di falsa equiparazione tra Bds e l’antisemitismo e di isolamento delle voci che chiedono la piena uguaglianza in Israele-Palestina. Proprio come per la cosiddetta «sinistra» israeliana, anche quella tedesca giustifica il suo attacco ai diritti dei palestinesi con una facciata democratica e pseudo-liberale. Diventa fondamentale che gli attivisti, i militanti, gli elettori siano informati in maniera seria e per questo sono preziosi i giornalisti così coraggiosi e rigorosi da confutare discorsi colmi di menzogne. Retoriche che formalmente affermano di voler promuovere pace e giustizia mentre agiscono instancabilmente per proteggere e perpetuare sette decenni di crimini israeliani contro l’umanità. E le mistificazioni e accuse contro il movimento Bds non sono solo odiose per queste ragioni ma anche perché utili a distogliere l’attenzione da casi molto reali di antisemitismo e razzismo nell’estrema destra.

Andando oltre i partiti qual è la sensibilità sulle politiche sioniste nella società tedesca, nei media, nei movimenti sociali, nella sinistra diffusa?

Dal mio soggettivo punto di vista non esiste una sinistra politica tedesca, così come non ce n’è una in Israele e per ragioni molto simili. Ho scelto di stabilirmi qui proprio perché vedo questo contesto come il posto più sionista del mondo. È vero, ovviamente, che qui è necessario lottare non solo contro il sionismo o altre forme di suprematismo. Ma per esempio, la società tedesca incoraggia l’obbedienza e non mette mai in discussione l’autorità; e da questo punto di vista c’è ancora molta strada da fare. Il largo supporto politico, acritico e miope, all’impresa criminale sionista si presenta come una «soluzione semplice» per la società tedesca; un’adesione che libera psicologicamente l’intera società dal riflettere nel profondo sul proprio razzismo strutturale e sulla propria cieca obbedienza all’autorità. A dire il vero, ad alcuni giornalisti di testate importanti è stato necessario fare espressamente divieto dal diritto di critica verso le scelte del governo israeliano, ma su questa questione si va persino oltre. Esemplare a tal proposito è la definizione della Staatsräson tedesca – la ragione di Stato – una definizione suprema al di sopra di qualsiasi legge scritta, compresa la Costituzione, che tutela il singolo essere umano. Nella Staatsräson si sostiene che il compito fondamentale e la ragione reale per l’esistenza della Germania post-nazista è garantire l’esistenza dello Stato sionista, non importa a quale prezzo. Questo supporto fideistico da parte di un’intera società, il sostegno a uno Stato che commette crimini contro l’umanità elevato a ragione di Stato ufficiale è, credo, davvero molto significativo. E spiega efficacemente il motivo per cui ho deciso di stabilirmi qui e quanto importante sia il ruolo politico che i dissidenti israeliani come me possono svolgere in questo contesto.

Nelle recenti elezioni inglesi le accuse di antisemitismo contro Jeremy Corbyn e il Labour Party hanno avuto un peso importante quasi quanto il tema principale, la Brexit. Ora negli Usa sembra si ripeta lo schema contro la campagna di Bernie Sanders. Che idea ti sei fatto su questo imporsi nel dibattito politico di una nuova «emergenza antisemitismo»?

La cosa più urgente da dire è che oggi non esiste alcuna emergenza antisemitismo nella politica inglese. Anzi semplicemente non è mai esistita. E anche se non esisteva nella realtà, era ovunque nei media britannici e globali. Ma per i sionisti probabilmente potrebbe essere emersa una crisi antisionista. Le false accuse di antisemitismo, provenienti da organizzazioni sioniste, non si sono infatti fermate nemmeno dopo le recenti elezioni nel Regno Unito. Mentre parliamo, il Board of Deputies, che è una rabbiosa organizzazione sionista che pretende di rappresentare tutti gli ebrei, sta portando avanti l’assalto agli esponenti del Partito laburista britannico critici nei confronti del sionismo. E lo fanno con una campagna che vuole imporre loro di sottoscrivere un elenco di dieci impegni. Potremmo facilmente smontare i dieci impegni, evidenziando le bugie e la manipolazioni presenti in ognuno.

Sfortunatamente, però, la maggior parte dei media non si farà mai carico di un impegno così gravoso. Questo poiché è comunque più comodo rigurgitare il discorso esistente basato sulle menzogne. Discorso che parte sempre dall’accettazione della strumentale sovrapposizione tra ebraismo e ideologia sionista suprematista, riferendosi allo Stato sionista come «lo Stato ebraico», con il suo intrinseco sistema di apartheid e regime suprematista cui riferirsi come «democrazia israeliana» e così via. Gli stessi attacchi contro Corbyn sono ora rivolti contro Sanders e hanno la stessa validità. Dobbiamo ricordare che Sanders e Corbyn rappresentano una visione che è incompatibile col progetto sionista e per questo non si fermeranno davanti a nulla per toglierlo di mezzo. Basterebbe anche solo un leader di un paese della Nato che metta in discussione la legittimità anche solo di alcuni aspetti del sistema di oppressione sionista, per provocare un potenziale effetto domino. Come nel caso delle calunnie contro Corbyn, ora anche contro Sanders sono i cosiddetti referenti progressisti del «sionismo liberale» a guidare questa implacabile campagna di delegittimazione. E come è stato dimostrato con Corbyn, l’unica risposta efficace a tali tentativi può essere solo con toni non dispiaciuti e senza concedere nulla se non diritti pieni e uguali per tutte e tutti.

Però è innegabile che in diversi contesti, penso all’Italia, ma anche agli Stati uniti come alla Germania c’è effettivamente un aumento significativo di azioni antisemite, no?

Certo, è così. Questo innanzitutto perché c’è un diffuso sentire razzista «anti-qualcosa» e persino un ritorno evidente di forme più o meno esplicite di fascismo. Ed è un sentire in aumento in tutto il mondo. E include ovviamente anche l’antisemitismo. Ma la forma di razzismo di gran lunga più presente ed evidente in Germania è l’islamofobia. Per comprendere le ragioni dell’aumento degli atti di razzismo basterebbe osservare il consenso delle retoriche di odio di leader come Bolsonaro e Trump, Orban e Netanyahu, solo per citarne alcuni. Insieme all’ascesa delle forze fasciste, tuttavia, esiste una concreta possibilità per l’affermarsi di un movimento antirazzista globale, basato sui diritti e quindi universale. Il movimento Bds ne è un brillante esempio, ma per una voce globale deve ancora esserci l’incontro di altri gruppi oppressi ed emarginati come anche di altri indigeni di tutti i continenti. Di recente a Berlino abbiamo organizzato una marcia anticoloniale che ha riunito molti gruppi da tutto il mondo, incluso ovviamente il Bds palestinese. Stiamo davvero osservando la globalizzazione di una lotta antifascista davanti ai nostri occhi e ci sono molte ragioni per essere ottimisti, ma allo stesso tempo realisticamente abbiamo ancora molta strada da fare. Oltre a tutti questi processi, c’è anche uno straordinario aumento di un sentimento antisionista in tutto il mondo. Non è ancora prevalente in Germania, ma nei luoghi in cui la consapevolezza pubblica dei crimini israeliani è maggiore, vi sono crescenti critiche nei confronti del sionismo e delle sue pratiche criminali. Questo cambiamento nell’opinione pubblica è molto preoccupante per le organizzazioni sioniste che a loro volta rilanciano provando a confondere il sionismo con l’ebraismo, imponendo alla sinistra di assumere che essere antisionisti (e quindi antirazzisti) equivale a essere antisemiti. La nostra risposta a ciò dovrebbe semplicemente essere la negazione di ogni e possibile legame tra sionismo ed ebraismo

Tuttavia c’è qualcosa che ancora non mi torna, probabilmente sono legato a schemi superati. Qualche giorno fa, per esempio, avete organizzato come Bds un presidio di fronte al Bundestag. Come prevedibile c’è stata una contro manifestazione, abbastanza piccola a dire il vero. C’è una foto dei contro-manifestanti che mi ha colpito. In primo piano c’è un sionista che sventola una bandiera israeliana, indossa un cappello da baseball con scritto «Make America Great Again». E fin qui visti i rapporti tra Trump e Israele potrebbe non esserci contraddizione. Ma alle sue spalle c’è un militante naziskin con testa rasata, tatuaggi e simboli che si richiamano alla destra neonazista tedesca. Come è possibile? Non c’è una contraddizione nell’alt-right e nei movimenti sovranisti globali che sventolano una bandiera con la stella di David e si richiamano alle forme più classiche di antisemitismo? 


Non esiste contraddizione all’interno dell’alt-right. Essere antisemiti e sionisti è un fenomeno più che naturale. I primi sionisti erano esplicitamente anti ebraici e discutevano degli ebrei religiosi in Europa nei modi antisemiti più razzisti che si possano immaginare. Per questo cercarono di creare un «nuovo ebreo» che non aveva nulla a che fare con la religione ebraica e tutto con una forma moderna di nazionalismo e suprematismo. Il nazionalismo è un elemento estraneo al giudaismo e la falsa nozione di «nazionalismo ebraico» è una delle tante creazioni del sionismo che si allontanano dal giudaismo. Richard Spencer ha ragione al 100% quando si definisce «sionista bianco». A differenza dei cosiddetti sionisti liberali, Spencer in realtà è coerente. Il sionismo è semplicemente una forma di supremazia etnica che vuole parlare a nome di tutti gli ebrei, proprio come il Kkk afferma di parlare a nome dei cristiani o l’Isil a nome dei musulmani. La dissonanza cognitiva non riguarda Spencer ma ogni singolo «sionista liberale» come l’intera redazione del quotidiano Haaretz che gravita intorno a uno specifico ragionamento liberal sionista basato su menzogne. A differenza dei sionisti onesti e non pentiti come Spencer o la destra israeliana, i sionisti liberali devono costantemente mantenere una narrazione falsa per apparire eticamente morali e sionisti allo stesso tempo. Questo per due ragioni. In primo luogo, quel genere di discorso nasce da un bisogno quasi «psicologico» di raccontarsi come il volto umano e eticamente accettabile in una situazione evidentemente disumana. In secondo luogo, è funzionale a convincere l’opinione pubblica mondiale, anche in modo molto efficace, che esista qualcosa di legittimo nel progetto sionista per la Palestina. Così hanno creato con successo un mito: la possibilità che esista uno stato sionista che non sia profondamente contrario ai principi democratici di uguaglianza, multiculturalismo e rispetto dei diritti delle minoranze. Questo è un modo comprovato di disinformazione nello Stato di Israele, in cui non vengono inventati i fatti ma piuttosto si agisce su come raccontarli. Nel discorso pubblico si crea così una sorta di «area intermedia», di compromesso fittizio, in una dialettica avvincente tra due polarità: un suprematismo non apologetico da una parte e le persone che da questo vengono oppresse e sottomesse.

Concludendo spostiamoci proprio in Palestina. Da dissidente israeliano e attivista Bds come giudichi l’attuale situazione israelo-palestinese?

Per valutare la situazione in Palestina, anche nota come Israele, è importante comprendere il modo in cui si è lì imposto il progetto sionista. Questo problema fondamentale non ha mai riguardato la «terra», ma piuttosto quali fossero le persone a cui concedere il diritto di vivere su quella terra. Sono dei «nostri» o dei «loro»? Questo è il cuore della questione e la ragione fondamentale da cui nasce tutto ciò che sappiamo. Lo Stato di Israele è stato costruito letteralmente sulla Palestina e in particolare a spese della sua popolazione indigena. Alcuni furono espulsi sette decenni fa e a loro fu negato, e lo è fino a oggi, il ritorno alla propria terra; altri sono controllati giorno e notte da un esercito che nega i loro diritti più elementari, incluso il diritto alla vita; e un terzo gruppo vive come cittadini o residenti di seconda classe soggiogati, in uno Stato il cui principio fondamentale è negare loro i diritti riservati esclusivamente ai padroni della terra. In totale, quindi, ci sono tre distinti gruppi più o meno delle stesse dimensioni che vengono direttamente interessati da questo sistema di oppressione: parliamo di 20 milioni di persone in tutto. Un primo gruppo composto da chi beneficia di un sistema costruito esclusivamente nel suo interesse; un altro terzo della popolazione soggiogato o sotto una brutale occupazione militare. E l’ultimo terzo completamente assente dal territorio. A questi viene negato il diritto a tornare a casa da settant’anni per una e una sola ragione: «loro» non sono dei «nostri». Direi che tutto sommato poco è cambiato politicamente nel sistema Israele-Palestina. Ciò che sta cambiando, anche molto rapidamente, è però l’intera percezione della situazione. Questo per le forzature della destra israeliana al potere da una parte e per l’allargamento del consenso intorno alla campagna Bds nell’opinione pubblica globale. In altre parole tutto sta diventando più chiaro ed esplicito rispetto al passato. Ora che il discorso strumentale del «sionista liberale» sta finalmente perdendo peso politico, l’opinione pubblica come anche i rappresentanti politici di tutto il mondo si trovano in una condizione in cui sono obbligati a prendere una posizione: con gli oppressori o con gli oppressi? Con l’apartheid o la democrazia? Con i «diritti» da garantire solo a un gruppo esclusivo o a tutte le figlie e tutti i figli di questa terra?

Una novità si è prodotta proprio in questi ultimi giorni: il Piano di Trump. Come si inserisce questa novità nella tua valutazione? E quali sono gli elementi più significativi secondo te del piano presentato dal Presidente degli Usa?

Il Piano Trump contiene in realtà pochissime cose nuove o sorprendenti. Oltre al modo grottesco in cui è stato presentato, ci sono solo due punti realmente degni di nota. In primo luogo, il piano è la conseguenza ovvia e prevedibile della legge sullo «Stato nazionale ebraico», votata nel luglio 2018. In secondo luogo, è interessante prestare attenzione non solo a ciò che è stato detto, ma anche a ciò che è stato deliberatamente omesso. Iniziamo dal primo punto. Al contrario di quanto molti media scrissero rispetto alla legge sullo «Stato nazionale ebraico», nei testi giuridici israeliani poco o niente veniva modificato. Tutto ciò che era specificato nel testo di legge non era una novità, ma, anzi, era lì da sempre. La differenza è che alcune prassi giuridiche venivano solo rese esplicite. In particolare nel quadro giuridico dello Stato sionista, i diritti della razza/gruppo etnico vengono definiti dalla distinzione fondamentale tra diritti «nazionali» e diritti di «cittadinanza». Grazie a questa distinzione è stata possibile l’emersione progressiva di un regime di apartheid. Fondamentalmente si è creato un sistema legale a doppio livello che distingue tra alcune persone che vanno ricercate e richiamate verso lo Stato di Israele e altre persone che vanno espulse in quanto indesiderate. Un sistema che offre i diritti più alti e i privilegi più importanti a un gruppo esclusivo – definito secondo il concetto di «nazionalità»  e contemporaneamente crea una fragile parvenza democratica offrendo a tutti i diritti di «cittadinanza». La legge dello Stato nazionale ebraico è servita solo al governo israeliano di destra per disvelare l’unica sostanziale differenza tra destra e sinistra israeliana. Quella tra forme esplicite e implicite di suprematismo. La legge infatti non cambia nulla rispetto al passato, ma ha valore rispetto a una pianificazione del futuro! Così nell’articolo 1, al comma c) si stabilisce che: «La realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unica prerogativa per il popolo ebraico». Con questa nuova Legge fondamentale approvata, praticamente impossibile da modificare, viene resa di fatto irrilevante l’intera questione della demografia o «la necessità di separarsi» dai palestinesi. E mentre la cosiddetta sinistra israeliana ha un disperato bisogno di creare uno stato palestinese o forzare un’autonomia dai palestinesi al fine di segregarne il maggior numero per mantenere il proprio Stato «razzialmente» puro, l’ala destra, che non si vergogna del proprio suprematismo, ha gioco più facile. Tutto ciò che serve è garantire che loro, e solo loro, resteranno i padroni della terra in futuro, indipendentemente dai futuri assetti demografici: i diritti «nazionali». Questo pone le basi per qualsiasi futura annessione di terra ma senza l’ossessione di porre attenzione al gioco dei numeri. Consentirebbe l’annessione immediata dell’Area C ma persino dell’intera Cisgiordania. Consentirebbe anche, se lo si desiderasse, il ritorno dei 6 milioni di rifugiati palestinesi nella diaspora, perché nei fatti espulsi da qualunque possibilità di esercitare diritti politici o effettivo potere decisionale. Consentirebbe formalmente di dare «piena cittadinanza» alla popolazione annessa assicurandosi che i sionisti rimangano i padroni della terra. E il piano Trump è pionieristico da questo punto di vista perché fa un primo e significativo passo verso una serie di cosiddette annessioni legali e democratiche. E qui passiamo al secondo aspetto rilevante che riguarda il Piano di Trump: le omissioni necessarie verso i sionisti israeliani. YNet, la più grande piattaforma di notizie israeliana, ha scelto di pubblicare il discorso di Trump-Netanyahu ma, attraverso una piccola correzione, ha avuto la premura di censurare una frase di Trump. Sfortunatamente non erano le sue dichiarazioni da macho a Mike Pompeo, ma si trattava piuttosto di questo impegno: «Nessun palestinese o israeliano verrà sradicato da casa sua». Nella psiche collettiva israeliana quella frase è incomprensibile perché totalmente inaccettabile. E quel passaggio era tutto sommato persino un impegno controproducente giacché l’intero obiettivo del Piano è annettere legalmente la terra, cosa che inevitabilmente richiederà lo sradicamento forzato, ancora una volta, dei palestinesi dalle loro case. La novità è che questa volta ciò potrà avvenire sotto l’ombrello legale di un corpus normativo democratico in un cambio di un paradigma ancora al di là dall’essere compreso realmente sia in Israele sia nell’opinione pubblica globale.

*Ronnie Barkan è un attivista ebreo israeliano, co-fondatore dell’associazione Boycott from Within e del gruppo Anarchists against the Wall, tra i principali portavoce del movimento Bds. Per scrivergli o seguirlo su Twitter: @ronnie_barkan. Nicola Carella è ingegnere e attivista. Dal 2012 vive a Berlino occupandosi di welfare, precarietà e cambiamenti macroeconomici.

I derivati finanziari come misura dell’entropia globale tra apocalisse climatica e composizione di classe del lavoro.

Nel marzo del 2015, a Francoforte sul Meno, l’inaugurazione della nuova sede della Banca Centrale Europea fu interrotta per gli scontri nelle strade tra manifestanti e polizia. Tra i fumi della battaglia, all’improvviso, dal tetto del luccicante grattacielo nuovo di zecca, fu calato uno striscione che diceva:

“Wie reagiert die Börse, wenn die Menschen aussterben?”

“Come reagiranno le borse quando l’umanità si estinguerà?”

Con il senno del poi, dopo 4 anni, sappiamo che la risposta più sincera alla domanda avrebbe dovuto essere: “Segneranno un nuovo entusiasta record positivo”.

Le borse e le piazze di scambio sono, infatti, più ricche di 4 anni fa, nonostante la crisi climatica, le guerre, i morti per emigrazione e fame e i numerosi fallimenti economici. Anzi proprio grazie a crisi climatica, guerre, morti per emigrazione e fame e fallimenti economici. Questa non è un’ingenerosa valutazione ideologica e proveremo a dimostrarla nella sua terrificante e scientifica inconfutabilità. Prima di continuare, però, occorre fare qui una premessa metodologica. Come le oltre 300 borse del pianeta sono i punti focali, le tante La Mecca, verso cui guardano ogni giorno migliaia di banchieri, azionisti e imprenditori, così il balletto degli indici e i linguaggi tecnici, apparentemente privi di senso, in realtà sono codici vuoti, lontani e confusi. I media, gli analisti, gli economisti descrivono i mercati come vulcani che eruttano, 24 ore su 24, dati, infrastrutture, linguaggi, relazioni, informazioni, decisioni. Ed effettivamente c’è del vero in questa rappresentazione figurata. Sgombrato quindi il campo dal “rumore bianco” dei tecnicismi, si può procedere con il raccontare l’evoluzione storica dei mercati finanziari, il loro funzionamento interno, per definire alcuni e paradigmatici processi estrattivi sull’umanità e sugli ecosistemi che possano infine spiegare, o relativizzare, la risposta alla provocazione di Francoforte.

La finanza: da forza ordinatrice a fattore di instabilità infinita

Storicamente in Europa la finanza ha una funzione chiaramente definita fin dal XII secolo. Già nel Medioevo le banche rendevano possibili gli scambi commerciali in un mondo che conosceva solo monete locali inconvertibili tra loro. Le relazioni economiche erano all’epoca principalmente scambi commerciali tra repubbliche marinare, comunità piratesche, tribù barbare, imperi decadenti, regni autocratici e monasteri fortificati. E proprio in questi commerci la figura del banchiere era quella universalmente riconosciuta per definire un valore di scambio tra valori monetari e istituzioni politico-economiche molto diverse, quasi inconciliabili. Un ruolo che, con alterne fortune, è rimasto per lo più costante per secoli.

Una prima trasformazione dei finanzieri avvenne agli albori della rivoluzione industriale. Con l’avvento dell’industria moderna, infatti, gli istituti bancari diventarono il più efficace e valido supporto al rinnovato mondo della produzione, giacché fornivano consistenti anticipi di capitale d’impresa. Fu proprio osservando questo passaggio storico che 1Marx notò come, con lo svilupparsi della produzione capitalistica, si sviluppava anche l’autonomizzazione degli elementi della circolazione. La merce ed il denaro, infatti, sempre più evidentemente seguivano cicli indipendenti.

Da lì a poco si passò dalla circolazione monetaria semplice a quella propriamente capitalistica, caratterizzata da nuovi strumenti economici per la raccolta e l’anticipo di capitali per l’industria, il commercio, vale a dire per la produzione e lo scambio. Nel 2“Capitolo sul denaro” dei Gruendrisse, partendo proprio dalle osservazioni sulla circolazione monetaria capitalistica, dopo un’analisi della forma denaro e delle sue successive metamorfosi storiche, viene delineata in modo chiaro l’autonomia del valore economico della finanza capitalistica.

Bisognerà però attendere oltre mezzo secolo dai Gruendrisse, tra le macerie della Prima Guerra Mondiale, per iniziare a notare come dalla reciproca autonomia tra produzione e circolazione, l’industria, per sopravvivere, passò sempre più alle dipendere dal mondo finanziario. In quel periodo si superò la funzione originaria dei mercati finanziari, gli 3Stocks Exchang Markets; queste piazze di contrattazione e scambio erano state fino ad allora i luoghi deputati all’intermediazione tra il capitale monetario e l’industria produttiva. Ma nel secondo decennio del ‘900, sui parquet delle Borse, oltre le usuali azioni sui capitali a rischio d’impresa, si iniziarono a scambiare obbligazioni finanziarie, titoli di debito, buoni di stato, titoli valutari e quote di fondi di investimento. Erano tutti prodotti di credito, partecipazione societaria o copertura del rischio di investimento molto semplici che mantenevano, sebbene in rapporto sempre più sfavorevole all’industria, un legame tra gli istituti finanziari e le imprese produttrici. Grazie a questo moltiplicarsi di strumenti e scambi tra sistema produttivo e sistema bancario però si invertirono definitivamente i rapporti di forza e il crollo della Borsa di Wall Street, del 1929, segnò il punto di non ritorno di questo processo di trasformazione dei rapporti intra capitalistici. Durante il famoso 4“martedì nero”, infatti, i principali market makers di Wall Street, riuniti in una war room affacciata sulla One Chase Mahnattan Plaza, decisero di ritirare improvvisamente dalla circolazione milioni di dollari, cancellando moltissime linee di credito, per poi guardare, dalla sede della Chase National Bank, il capitalismo industriale che affogava nella sua dipendenza dai mercati finanziari. Alla chiusura delle contrattazioni Wall Street aveva perso il 50 % del proprio valore e si contarono almeno 11 suicidi tra gli industriali. Il crack del martedì nero fu seguito dal tonfo definitivo, il giovedì dopo, che dette inizio alla cosiddetta Grande Depressione. Non è scorretto quindi affermare che proprio in quei giorni di fine ottobre 1929 aveva fatto il suo esordio sui mercati un’inedita forma di accumulazione, basata sull’uso di una posizione di forza per scommettere sul fallimento e non sulla crescita. Erano nate la speculazione finanziaria moderna e la vendita allo scoperto. Ma dopo soli 4 anni, nel marzo del 1933, l’indice NYSE registrò una nuova flessione anomala, scatenando il panico tra gli operatori di borsa; durante il prevedibile crollo delle azioni, il banchiere Morgan Stanley tranquillizzò brokers, i dealers e i market makers in fibrillazione, annunciando che avrebbe acquistato tutte le minusvalenze delle azioni in perdita. 5Questo gesto di “responsabilità per salvare i mercati”, oltre ad affermarne l’enorme potere economico, permise al suo istituto di acquisire, in un solo giorno, una posizione dominante sul mercato dei titoli azionari che sarebbe durata per decenni. 6 Ancora oggi Morgan Stanley ha un’agenzia di rating che valuta la solidità e solvibilità delle più importanti società che emettono titoli finanziari, influenzando quasi tutte le oltre 300 piazze di scambio (e 49000 aziende) del pianeta. Dal 1932, tuttavia, il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Roosvelt, che aveva iniziato a puntellare il sistema finanziario con il Reconstruction Finance Corporation Act, promulgò la Legge sulle banche d’emergenza, fermando in modo perentorio le spinte speculative sui mercati. Ma non solo; il Presidente USA nel 1933 infatti firmò il definitivo e famoso Banking Act (detto Glass-Steagal Act); con questa legge si separavano le banche di deposito di capitale da quelle di investimento, esposte alle speculazioni dei mercati. Solo dagli anni ’80 i finanzieri di Wall Street riuscirono a mettere in discussione il Glass Steagal Act. Per farlo utilizzarono tutta la retorica consumista possibile. Come in The Wolf of Wall Street (2013, Scorsese), broker rampanti invitavano gli americani a spostare i propri risparmi dalle banche di deposito ai mercati finanziari, promettendo facili e rapidi profitti. Il Glass-Steagal Act, cosi già fortemente indebolito, fu facilmente infine abrogato da Bill Clinton, con il Gramm Leach Bliley Act. Questa “pietra miliare” della “terza via” in chiave finanziaria non distingueva più tipologie di istituti bancari, spingendo nei fatti verso la formazione proprio degli oligopoli protagonisti della disastrosa crisi dei mutui subprime del 2008.

Riprendendo la linea cronologica e tornando al secondo dopoguerra, la governance statunitense limitò ulteriormente il potere della finanza attraverso un regime monetario di cambi fissi monetari da cui nacquero la Banca Mondiale, il FMI e l’OCSE. In questo periodo storico si consolidò l’egemonia americana dal punto di vista militare, scientifico ed economico in un’economia della ricostruzione basata sulla produzione, la circolazione ed il consumo della merce in cui i mercati avevano un ruolo marginale. Durante il boom post bellico sembravano di nuovo invertiti i rapporti tra capitale finanziario e produzione industriale, a favore di quest’ultima. Ma era solo questione di tempo per avere una nuova inversione dei rapporti di forza e dipendenza. Alla fine di questo ciclo economico, a quasi 30 anni dal black thursday del 1929, infatti, gli ostacoli posti alla finanza furono individuati in alcuni precisi limiti da trascendere. Un strumento per superare i limiti di Bretton Woods nacque nel 1968, vale a dire in un momento di crisi politica e sociale a Washingthon D.C. Si trattava di un nuovo prodotto finanziario, l’ultimo arrivato della famiglia delle opzioni: il famigerato titolo 7derivato. Quando fu concepito, il derivato finanziario era una sorta di assicurazione su uno scambio sottostante di qualunque tipo (underlyng); questo tipo molto elementare di prodotto si chiamava forward derivate. Se uno scambio era previsto avvenisse a un determinato prezzo, veniva emessa un’opzione, per assicurarsi sulle perdite connesse all’errore di previsione (hedging finanziario). Tutto sommato una security abbastanza elementare (una tipologia nota poi come“plan vanilla”), ancora lontano anni luce dai derivati contemporanei, generati da calcoli incomprensibili (detti“esotici”). Ovviamente il contratto del derivato era anomalo rispetto a tutti i contratti previsti dal diritto commerciale. Proprio come una merce, infatti, il derivato, che era al portatore, poteva essere venduto o acquistato su un mercato di scambi ad hoc o persino su due distinti mercati diversi (arbitraggio) o, quasi privatamente, scambiato direttamente tra due traders (over the counter). Lo strumento era quindi capace di adattarsi a tutte le possibilità speculative della finanza. Ma ciò che lasciava perplessi gli addetti ai lavori, l’enorme perplessità che ancora provocava, era che, pur con il supporto di tutte le teorie economiche note e al massimo delle capacità di calcolo dell’epoca, era difficile definire un valore oggettivo, preciso ed esatto per il titolo derivato. Come si poteva stabilire infatti il prezzo della merce-opzione, cioè di un contratto, su uno scambio sottostante? Non si poteva semplicemente fare la derivata prima della funzione domanda/offerta dei prodotti finanziari scambiati giacché il mercato, anzi i mercati, erano irregolari e aleatori, interessati da speculazioni e cartelli oligopolistici; i prodotti scambiati, inoltre erano di tipologie troppo diverse tra loro ormai.

Ma incredibilmente fu proprio la risposta a questo dilemma del valore che rivoluzionò la finanza in modo irreversibile e gettò infine le fondamenta del nuovo ordine economico degli scambi in Borsa nell’era neo liberale. Il pricing non doveva riguardare più il valore di scambio, come nella merci, ma doveva far riferimento, cioè quantificare in capitale la volatilità, l’oscillazione del valore dell’asset o scambio sottostante. Non sfuggano, a questo punto, le implicazioni che questa valorizzazione aveva nell’atteggiamento dei brokers e dei market makers: ciò che originariamente era un’assicurazione su un rischio (hedging finanziario), infatti, diventava una scommessa sull’esito dello scambio (short selling e marginazione). 8 Questo geniale metodo di definizione del valore, un vero e proprio espediente sul prezzo dei derivati, si deve al duo di economisti Fischer Black e Myron Scholes. La loro “formula magica” compì il miracolo che il capitale chiedeva ai titoli derivati: rendere immediatamente possibile slegare il prezzo di un’opzione, dal suo rendimento effettivo. Nasce così, finalmente, la teoria moderna della finanza.

I brokers e gli operatori finanziari, per coprirsi dai rischi degli scambi, iniziarono ad acquistare tanti stocks di azioni quanti derivati vendevano, “replicando” in questo modo virtualmente il proprio portafoglio. In questo modo non aveva alcun importanza se il prezzo dell’azione fosse salito o sceso, dal momento che il guadagno era sul contratto in sé ed era garantito in entrambi i casi. Con queste nuove regole, gli squali delle borse soprattutto non avrebbe mai perso denaro. Logicamente in termini quantitativi il mercato delle opzioni derivate sin da subito, duplicò il valore di tutti i mercati sottostanti. E se non perdere denaro era l’obiettivo minimo, la domanda immediatamente successiva fu: “Come si guadagna?”. Inizialmente bastò aggiungere in modo totalmente arbitrario un punto percentuale al tasso di interesse che copriva dai rischi.

Finalmente, così, in un tripudio di banchieri e operatori di Borsa, nella primavera del 1973, la Commissione USA di Controllo sulla Borsa consentì lo scambio dei primi derivati, al Chicago Board Of Exchange. A maggio dello stesso anno il duo di stregoni Black e Scholes rese pubblica la propria “formula magica” che, un trentennio dopo, valse loro il premio Nobel per l’Economia. 9La teoria finanziaria appena nata era tuttavia in realtà un postulato, un dogma che aveva un obiettivo pratico: motivare la liberazione definitiva del capitale finanziario dalla produzione verso una crescita quasi infinita. Ovviamente però, come tutti i dogmi, mancava di un’analisi controfattuale e, proprio come tutti i più banali giochi di prestigio, si basava su un’illusione ottica. Il paradosso fondamentale alla base dell’intero impianto teorico era, infatti, considerare il mercato “continuo, senza frizioni ed efficiente”, una valutazione totalmente priva di fondamento ed arbitraria giacché, nei secoli, era proprio per risolvere le distorsioni di un mercato discontinuo, disfunzionale e asimmetrico che era nata la finanza. Sotto il profilo matematico, poi, la formula Black-Scholes, non considerando nella sua ideazione l’interdipendenza finanziaria tra le obbligazioni e le nuove opzioni derivate, produsse un’anomalia alla base degli scambi che voleva regolare: a un alto indebitamento corrispondeva un basso rischio e viceversa. 10Ciò premiava inesorabilmente sia la speculazione che l’indebitamento, aumentando a sua volta e moltiplicando proprio discontinuità, disfunzionalità e asimmetria dei mercati.

E ancora, già dalle prime contrattazioni, si intuì che il piccolo punto percentuale di interesse, e la garanzia di non perdere mai, non erano sufficienti per vincere le perplessità e la freddezza dei mercati verso i nuovi prodotti. Serviva aumentare i margini di profitto sugli scambi. Per questo furono riformati i futures; questi prodotti finanziari dagli anni ’70 iniziarono ad avere, come prodotto sottostante, proprio dei derivati, che a loro volta assicuravano diversi scambi. Così si garantirono premi sia che il derivato avesse aumentato valore in un modo che in un altro. Finalmente, agli inizi degli anni ’70 gli avidi stregoni della finanza avevano completato l’arsenale che poteva decuplicare all’infinito le loro rendite sul capitale finanziario senza alcun rischio apparente.

Nonostante la nuova struttura dei mercati, tuttavia, ancora continuava a esistere un fastidioso limite, ereditato dagli anni ’30 e da Roosevelt. Il dollaro statunitense infatti era vincolato alle riserve auree della FED in un regime a cambi fissi e non poteva, quindi, circolare liberamente sui nuovi mercati che avevano costantemente e sempre più bisogno di enorme liquidità per garantire la solvibilità degli scambi. Perché ovviamente non c’era abbastanza valore aureo per coprire contemporaneamente il mercato dei titoli azionari, quello delle obbligazioni, quello dei derivati e dei futures, il credito e l’economia reale senza produrre un gigantesco shock inflazionistico. Bisognava a quel punto prendere una decisione storica, in qualche modo pionieristica e trascendere quest’ultimo limite. Fu così che, nel 1973, il Presidente Nixon con una scelta radicale e storica pose fine all’era di Bretton Woods, slegò il dollaro dall’oro, rese i tassi di cambio flessibili, e dette avvio compiutamente all’era neoliberale per come la conosciamo. 11Si entrava compiutamente in una nuova era, la cui cifra sarebbe stata un sempre rinnovato “disordine globale” un’estrema volatilità. Ma questo caos imprevedibile era auspicio di enorme plusvalenze sui derivati finanziari.

Dopo 800 anni la finanza, da forza stabilizzatrice degli scambi, aveva terminato la propria trasformazione, diventando agente del caos, slegato da produzione e valore monetario. Da quel momento storico in poi, a ogni ostacolo, gli oligopoli finanziari risponderanno trascendendo: si inventeranno nuovi prodotti (gli swap per esempio), si colonizzeranno nuovi mercati, anzi il mercato dei capitali diventerà globale, nuove commodity di materie prime potranno essere scambiate, si codificheranno nuovi contratti e tipologie di servitù, di lavoro, di accordi commerciale, nuove leggi per il credito e la circolazione finanziaria saranno scritte, generalmente ad hoc (pensiamo persino ai più recenti CRD europei).

Questa nuova “età dell’oro” fu sostenuta da un’innovazione tecnologica senza precedenti nella storia umana. 12 E al centro di questo progresso rapidissimo ci fu in particolare lo sviluppo del calcolo computazionale, dell’informatica. In contemporanea all’invenzione dei derivati, più precisamente nel 1965, Gordon Moore, cofondatore di ciò che in seguito sarà l’Intel, pubblicò sulla rivista Electonics una teoria del progresso tecnologico che fu poi assunta a dogma generale e che si fece orizzonte di progresso tecnologico. Moore notò che il numero di componenti per ogni circuito integrato di calcolo raddoppiava di anno in anno. Questa crescita logaritmica si accompagnava all’aumento della potenza di calcolo e alla riduzione dello spazio occupato e del costo di materie prime. La teoria Moore definiva una funzione con grafico a crescita logaritmica, in tutto e per tutto simile (quasi sovrapponibile) a quello che accompagnava in quella fase l’aumento del valore del mercato delle opzioni derivate. 13Solo dopo 40 anni la teoria di Moore sarà smentita scientificamente. Ma nel frattempo, di shock in shock, ostacolo dopo ostacolo, grazie al continuo aumentare della potenza di calcolo delle macchine, misurando la volatilità, il caos degli scambi, i titoli derivati sono arrivati a noi che possono essere considerati, con una similitudine molto efficace, la misura dell’entropia del capitalismo.

Dal punto di vista sociale, tuttavia, i mercati finanziari erano, sorprendentemente, in un rapporto di forza sfavorevole rispetto ai lavoratori, tutelati, almeno fino agli anni’70, alla produzione in regimi contrattuali e strutture socio-economiche ereditate dal New Deal di Keynes. Per questa ragione dopo i limiti del valore, della moneta e della circolazione dei prodotti finanziari, per aumentare la volatilità del sistema, fu necessario trascendere anche i limiti posti dalle rigidità all’interno del ciclo produttivo.

Da una prospettiva storica, se guardiamo indietro agli ultimi 40 anni noteremo la tendenza costante nell’industria ad aumentare gli investimenti e la produttività ma ridurre i posti di lavoro. Per i capitalisti non va impiegato nemmeno un lavoratore in più rispetto a quelli necessari, bisogna rendere i lavoratori più flessibili, in modo da ottenere che le ore di lavoro siano sature al 100% di attività produttiva e, quindi, bisogna assumere di meno, a costi sempre più bassi, con condizioni a termine e flessibili. Questi, in estrema sintesi, sono i dogmi asciutti e arbitrari della cosiddetta 14corporate finance. E queste scelte hanno reso la produzione via via più permeabile al capitale finanziario. Se un’azienda, per esempio, è quotata in borsa dovrà rispondere agli azionisti e ai mercati, per questo al calo dei profitti, per non far perdere valore alle proprie azioni, licenzierà i lavoratori. Ciò ridurrà immediatamente i costi a fronte di un nominale aumento della produttività. La corporate finance ha poi reso il ciclo produttivo più dinamico e flessibile attraverso il frazionamento della catena di produzione, con le delocalizzazioni e la differenziazione del valore di mercato delle aziende. Dismissioni, acquisizioni e fusioni hanno allargato le possibilità di rispondere alle fluttuazioni sempre più frequenti degli indici borsistici. A richiesta dei mercati le imprese hanno dismesso interi rami d’azienda, con relativa forza lavoro. Per farlo sono state attaccate tutte le conquiste sociali ottenute, si è posto l’accento sulla società dei consumi, si è messo a valore il welfare e il patrimonio pubblico con le privatizzazioni e si è aumentato il debito privato.

E questa capacità di intervento muove i suoi primi passi in contemporanea alle altre innovazioni citate. Già dagli anni ’60, infatti, nelle Facoltà di Economia statunitensi e inglesi, si affermò una nuova scienza economica: il management industriale. Se la teoria di Black e Scholes sui mercati finanziari fece esplodere i limiti della rivalutazione finanziaria, il management aziendale disarticolò i legami all’interno della produzione, partendo proprio da quelli tra lavoratori e macchinari. Il management riprendeva i principi del 15Kaizem nipponico (“Politica del continuo miglioramento”). I numerosi interventi sulla stessa catena di montaggio via via si allargarono alle macchine da un lato e alla vita della forza lavoro dall’altro. La nuova scienza esigeva numeri, dati, parametri e il controllo moltiplicò i dispositivi di misurazione sulla forza lavoro. Numeri elaborati in valori astratti e da lì, quindi, in prodotti finanziari quando arrivavano in borsa. Si passò così da una scienza del ciclo produttivo a quella del controllo sui lavoratori. Quanto più gli azionisti pretendevano risultati, tanto più si aumentavano gli indici per misurare la forza lavoro; la fabbrica così uscì dalle sue mura e si allargò all’intera società, si fece sociale evolvendosi nella società del controllo. In qualche modo fu l’estrazione di informazioni estorte alla produzione dai mercati finanziari che mosse la trasformazione. Più aumentava la sorveglianza sui lavoratori più informazioni arrivavano ai mercati, aumentando tuttavia la loro volatilità e quindi il loro stesso valore negli scambi.

I colpi contro la forza lavoro e la frammentazione della produzione hanno costantemente richiesto nuove forme di estrazione di informazione trasformando piano piano i lavoratori in utenti anche grazie ad un’innovazione tecnologica ulteriore: il web. E’ un’ulteriore cambio di fase quello all’economia dell’informazione contemporanea. La produzione di informazioni, parametri, data, metadati per lucrare sulla instabilità del sistema è diventata così globale, quotidiana, individuale, diffusa. E oggi, a furia di non perdere, di raddoppiare portafogli, di raccogliere informazioni e inventarsi nuovi strumenti finanziari da scambiare, il valore dei derivati è incredibilmente arrivato a oltre 50 volte il PIL dell’intero pianeta. Dal punto di vista della forza lavoro, però, l’osceno e insensato valore dei derivati dà la misura della ricchezza espropriata per estrazione da ogni individuo. Per dirla, con David Harvey questo 16“valore è una relazione sociale stabilita tra le attività lavorative di milioni di persone in ogni parte del mondo, una relazione sociale immateriale e invisibile”. Per capire ancora meglio il meccanismo di estrazione del valore dei mercati sarà utile guardarlo dall’interno.

L’assorbimento dell’energia dal lavoro alla macchina.

I “mercati” sembrano essere gli dei dell’Olimpo, lontani, imprevedibili, vendicativi ma comunque capaci di incidere sulle vicende terrene. Ovviamente così non è, anzi; non sono entità astratte né divinità, ma, concretissime realtà, storicamente determinate, che rispondono alle leggi che governano l’economia capitalista. L’economia finanziaria non nasce da oscure forze magiche o da religioni primitive. Anzi. I fondi speculativi, i gruppi che li gestiscono, le società di intermediazione o servizi, sono innanzitutto imprese capitaliste, con i loro mezzi di produzione, investimenti e forza lavoro. Per quanto possa sembrare incredibile, anche nel freddo mondo della statistica finanziaria la produzione di un plusvalore avviene grazie all’esistenza di lavoratori a lavoro su macchine che vengono utilizzate per produrre merci (pacchetti azionari, futures, obbligazioni, derivati) e di un’infrastruttura materiale e immateriale che rende possibile la riproduzione di questo processo. Per capirlo al meglio possibile, sarà necessario provare sbirciare dentro la black box delle piazze di scambio incominciando dalla principale, Wall Street. Se potessimo oggi varcarne l’uscio, probabilmente saremmo colpiti da quanto l’edificio in stile neoclassico sia quasi vuoto e silenzioso; un museo di un’epoca passata o poco più. 17Non vedremmo i brokers che gridano, i banchieri rampanti, i segretari, i telefonisti, gli informatici e i giornalisti che il cinema ha raccontato. Eppure proprio all’NYSE ogni giorno si stabilisce un nuovo record di profitti. Un indice di produttività incredibile con una riduzione della forza lavoro impressionante. Ciò che è accaduto, infatti, tra gli anni ’90 e la crisi del 2008, è stato lo spostamento, anche fisico, dell’attività della principale piazza finanziaria del mondo a qualche miglio dalla Grande Mela, a Mahwah, nel New Jersey. Lì, in un anonimo ed enorme capannone industriale, con pochissimi lavoratori a monitorare decine e decine di migliaia di server, avvengono gli scambi. A New York e in tutte le borse, infatti, l’automazione è stata quasi totale. Così, mentre tutti guardavano ai nuovi robot delle fabbriche del Quandong che avrebbero liberato la classe operaia cinese, in realtà a essere sostituita dalle macchine è stata quella parte di lavoratori del terziario che occupava i piani alti della piramide capitalista. A New York gli operatori di mercato, su cui si reggeva il ritmo degli scambi, furono sostituiti intorno al 2013, nel giro di pochi mesi. Al crescere del volume delle transazioni, persino quella marginale quantità di ricchezza che veniva riconosciuta ai brokers comportava rischi eccessivi. La stragrande maggioranza degli scambi, poi, era stata per oltre un cinquantennio trattata secondo schemi fissi nella routine quotidiana e registrata. Il calcolo computazionale è stato in grado di elaborare tutti gli scambi avvenuti, interpretarli e correlarli. Quando il fattore umano non ha prodotto più rispetto alla capacità computazionale è così bastato cambiare le regole, dare protagonismo all’AI e agli algoritmi finanziari per decuplicare la velocità e la certezza dei profitti. E’ esattamente il processo di autonomizzazione analizzato da 18Marx nel passaggio dalla manifattura alla grande industria: nella fabbrica si sarebbe imposto l’automa generale, il sistema di macchine che inglobava l’operaio complessivo trasformandolo in una appendice del mostro meccanico. Oggi, si è imposto l’automa finanziario che, macroscopicamente, a sua volta ingloba l’industria e la società, trasformandole in sue appendici. In poco meno di 6 anni si è così arrivati, nella finanza statunitense, a far gestire da Intelligenza Artificiale il 35 % dei fondi del mercato azionario, il 60% delle attività di negoziazione e il 60% della gestione delle azioni istituzionali19. E per la prima volta, ad agosto 2019, sui mercati statunitensi il volume degli scambi automatici ha superato quello degli scambi con una qualche componente umana. Inoltre, questo processo di automazione rapidissimo, a cascata, non riguarda solo le borse ma anche i settori bancari, il comparto assicurativo, i circuiti di pagamento al punto che si impongono i piani di fusione dei colossi del credito in Europa, negli USA e nei mercati asiatici. Il 20Fintech (Financial Technology) sta cancellando dal nostro paesaggio urbano le casse di risparmio e i piccoli gruppi bancari, trasferiti su servizi cloud e gestiti da algoritmi; un’ecatombe di posti di lavoro, filiali e sportelli più rapida di quella che ha riguardato le banche con titoli finanziari “tossici”. Questa trasformazione non si limita ai depositi ma va dai circuiti di pagamento agli strumenti di sicurezza dei depositi, a veri e propri Stock’s Exchange virtuali, fino al management aziendale e servizi di marketing 21“Growth Hacking”. Il risparmio gestionale da questa colossale ristrutturazione è stimato nell’ordine del 63% per l’intero comparto. Inoltre secondo l’ultimo rapporto di 22Capgemini, che ha intervistato i 500 CEO delle principali società finanziarie occidentali, il 66% delle loro aziende raggiungerà la piena automazione entro il 2022. Per ironia della sorte, ma non troppo, la presentazione di questo report ha preceduto di pochi giorni quello in cui l’Oxford Economics23 riduceva le proprie previsioni sulla perdita di posti di lavoro nell’industria e nell’agricoltura dovuti all’automazione, smentendo il suo stesso celebre rapporto del 2014.

Financial technology concept.

E’ bene, a questo punto, non limitarci al processo di automazione in sé ma osservare proprio l’automa, il“sistema complesso di macchine”, il “capitale fisso” che riproduce il plusvalore della finanza. Partiamo quindi da un dato: 24a oggi il 70 % circa della speculazione sui derivati usa il “trading finanziario ad alta frequenza” (HFT) un sistema che permette fino a 5000 operazioni al secondo. E se in valore monetario gli utili dei fondi speculativi suonano osceni, è bene sapere che ciò che li produce è proprio l’HFT. In altre parole, gli scambi che decidono della vita e della morte di intere economie, dei mercati immobiliari, delle riforme economiche nazionali, dei piani industriali, del mercato del lavoro vengono oggi previsti, studiati, decisi e agiti da algoritmi. E cos’è in definitiva un algoritmo? Una sequenza di comandi tradotta in un linguaggio comprensibile per un computer. Quelli usati dalla finanza sono i più costosi, segreti ed avanzati tra gli algoritmi esistenti; svolgono calcoli seguendo le regole della fluttuazione quantistica e non della comune aritmetica. Così, mentre la politica si accapiglia sui limitati bilanci nazionali o mentre i governi oscillano su cifre di pochi miliardi, in una frazione di secondo alcuni algoritmi, di proprietà di fondi finanziari, bruciano o creano dal nulla decine e decine di miliardi di dollari, in una lotta che ormai risponde esclusivamente ad una logica propria, imperscrutabile persino ai loro stessi 25programmatori. Anche a loro perché, un po’ come i faraoni che si portavano nell’aldilà chi aveva progettato le piramidi, così l’aristocrazia finanziaria ha espulso dalla programmazione legioni di informatici e ingegneri, appena possibile. E i sistemi di HFT oggi sono in grado di programmarsi, correggersi ed evolversi autonomamente in pochi millesecondi. Nel cervello del capitalismo ci sono algoritmi 26“genetici” (che sviluppano sé stessi seguendo diverse linee evolutive in contemporanea), di 27“autoapprendimento” (che sono in grado di migliorare le proprie performance analizzando grandi quantità di dati alla velocità di nanosecondi) o 28“evolutivi” (che hanno “euristicamente” l’obiettivo di evolvere le possibili soluzioni ai problemi via via loro posti). Così oggi nessun umano può più dire di comprenderne realmente il comportamento. Un caso eclatante di arbitrio macchinico fu il famoso, e ancora oggi inspiegabile, flash crash del 6 maggio 201029, quando, tra le 14:42 e le 15:07, gli indici di tutte le borse di New York persero il 9% del proprio valore. In soli 25 minuti, furono bruciati svariate decine di miliardi di dollari. In quegli istanti concitati gli osservatori furono colti dal panico ma nessuno fece nulla, non sapendo neanche di preciso cosa fare e chi stava facendo cosa. Si moltiplicarono anomalie incredibili come le azioni di Apple che schizzarono da 250 a 100.000 dollari l’una in appena 15 secondi, mentre altri colossi videro i propri titoli diventare carta straccia. Poi, quando già si erano registrati ben due attacchi cardiaci, le macchine, improvvisamente, ricominciarono a funzionare normalmente. Ma l’onda d’urto del flash crash si propagò in pochi minuti a tutti i mercati del mondo che registrarono pesanti perdite. Malgrado questo sia particolarmente significativo non è stato il solo caso, anzi. I 30flash crashes sono diventati sempre più frequenti; semplicemente l’abitudine e le regole, continuamente aggiornate, sul ritiro di titoli per eccesso di rialzo o ribasso, ne hanno ridotto le conseguenze.

Ma l’automazione non ha “solo” aumentato la volatilità sistemica o cancellato migliaia di posti di lavoro; ha soprattutto imposto una diversa temporalità e spazialità all’intera economia. Gli scambi creano infatti valore agendo sempre più velocemente su informazioni che viaggiano da un punto all’altro del pianeta. Per i mercati ogni microsecondo (un milionesimo di secondo) vale circa 3175 milioni di dollari. In un’ora i mercati scambiano 27 miliardi di miliardi di dollari. Vale a dire circa 4 miliardi di dollari per ogni abitante del pianeta l’ora. La gara tra società finanziarie, conseguentemente, è una sorta di corsa alla supremazia della velocità combattuta sul filo di porzioni di tempo impercettibili per gli umani. Velocità che non dipende solo dal software o dall’hardware, ma anche dalle distanze fisiche a cui viaggia l’informazione. Per questo, tra il 322009 e il 2010, la compagnia Spread Networks spese 300 milioni di dollari per costruire un collegamento in fibra tra il Chicago Mercantile Exchange e Carteret, sede del Nasdaq. Per quasi mille miglia furono chiuse strade, scavati fossi e tunnel per guadagnare qualche centinaio di metri rispetto al collegamento preesistente. Un’impresa senza senso se non si ha la misura del valore di quei 14 microsecondi di che la società poté monetizzare affittando la propria infrastruttura. Tuttavia, per ovviare ai limiti di interventi di questo tipo, invasivi e non sempre possibili, dal 2012 i colossi del settore delle comunicazioni, hanno iniziato a investire in una “nuova” tecnologia: le 33microonde. Ciò ha causato un aumento anomalo dei valori immobiliari dei terreni individuati per le nuove antenne. Un episodio esemplare riguarda l’asta comunale per la vendita di un appezzamento nella desolata campagna di un paese di 9000 abitanti delle Fiandre Occidentali in Belgio: Sint-Lievens-Houtem.34 Il banditore pubblico non conosceva i partecipanti ma sapeva che il prezzo di partenza era di circa 5000 euro. In pochi minuti fu travolto da offerte spaventose e, al termine dell’asta, il terreno fu acquistato da una multinazionale delle comunicazioni, l’ultima proposta agli atti è di 14.000.000 di euro. Un altro esempio dell’enorme distanza tra il volume di capitale che si muove attraverso l’infrastruttura e il territorio su cui questa insiste è quello dell’ospedale di 35Hillingdom in Inghilterra. L’ospedale, gravato dai tagli dell’austerity, decise di affittare il lastrico solare per installare un’antenna radio. Ricevette un’offerta che giudicò eccellente e per anni ignorò l’uso che se ne faceva (la richiesta fu avanzata da una società radiofonica di facciata). La società ha pagato appena 2000 sterline mensili e la struttura ospedaliera deve ancora risanare un debito di 700 milioni di euro; una cifra che passa sul suo tetto in appena un decimo di secondo, ogni giorno, da anni.

Ma non tutte le compagnie che operano sui mercati finanziari hanno la possibilità di permettersi alcune tecnologie o usano l’HFT, magari perché offrono servizi diversi. Società a capitale pubblico-privato come pure aziende del 36Fintech non si poggiano sulla medesima infrastruttura. Si limitano infatti a usare la rete che usiamo tutti, pur garantendosi, pagando, la massima efficienza possibile in termini di velocità e portata. E i dati del web si muovono attraverso cavi sottomarini transoceanici. Ad inizio 2018 erano circa 448 i cavi in servizio in tutto il mondo37, per un totale di oltre 1,2 milioni di chilometri (vale a dire abbastanza fibra ottica da collegare quattro volte la Terra alla Luna). La quantità delle informazioni che si muove con i cavi è pari al 99% di tutta la comunicazione digitale ma quantità e valore monetario di un byte, come visto, è inversamente proporzionale. Anche per questo per le società private delle comunicazioni la manutenzione dei cavi è meno conveniente dell’investimento sulle microonde. E dal 2012 hanno iniziato a investire nei cavi transoceanici anche le società della Silicon Valley38, per le quali è la quantità dei data e non la qualità la fonte di redditività. I cavi utilizzano un sistema a ridondanza per il quale in caso di danni a un singolo cavo le informazioni vengono ripartite sugli altri non danneggiati ma purtroppo, essendo la portata limitata, questo rallenta ulteriormente le performance globali della rete. E ad oggi, mentre la finanza speculativa migliora sempre più le proprie performance, la qualità dell’accesso al web per le persone comuni peggiora. 39Le compagnie che operano su questa rete si guardano bene inoltre di informare i loro clienti che i dati che viaggiano sul fondo degli oceani, a differenza di quelli che usano ponti radio o microonde, non sono crittografati (come riportato più volte da ufficiali della Marina inglese nel 2017 e da Snowdean nel suo ultimo libro). La truffa in questo caso sta nel fatto che nel settore FinTech i servizi di pagamento vengono valutati per la “sicurezza” delle informazioni. Questa infrastrutturazione iniqua può anche offrire una chiave di lettura al dibattito sulla ancora misteriosa tecnologia 5G tra Stati Uniti (che con la loro Marina Militare sono schierati in tutti gli stretti da cui passa l’infrastruttura di rete) e Cina. Le comunicazioni 5G dovrebbero infatti sfruttare le onde di frequenza microscopiche cioè le stesse di quelle usate dall’HFT40. Non sorprende così la decisione del 415 Aprile 2019 del Ministero dell’Ambiente belga di fermare lo sviluppo della tecnologia 5G per verifiche sulla sicurezza delle emissioni radio. Verifica che lo stesso Ministero, come l’episodio di Sint-Lievens-Houtem dimostra, non è richiesto per le antenne dell’HFT.

La volatilità e il rischio finanziario dal punto di vista della “macchina”, riassumendo, è il combinato disposto di due livelli diversi Per il trading ad alta frequenza il flash crash è quasi totalmente legato all’arbitrio degli algoritmi che lo animano. Per tutte le altre operazioni invece il rischio è connesso a black out, puntuali, di area, generati da danni alle infrastrutture su cui si investe meno perché meno redditizie. A questo il mercato poi unisce l’arbitrio di leggi e regole fatte per sé e le asimmetrie informative cioè alla normalizzazione della cortina di fumo che rende opachi alcuni scambi. Infatti, insieme agli strumenti indicati, ce n’è un altro che ha subito un aumento di importanza negli anni, per sua stessa definizione “oscuro”. Sono le cosiddette 42“Dark pools”: le vasche oscure. In questi meta-luoghi vengono scambiate quantità di capitali sempre maggiori e l’ultima stima verosimile, del 2016, parla di circa un quinto dell’intero capitale finanziario mondiale43. Le Dark Pools, poco più di 50 in tutto, possono essere luoghi fisici o virtuali, possono utilizzare l’infrastruttura ad alta frequenza, la rete a fibra ottica o addirittura ponti radio satellitari ad hoc. Sono forum chiusi per la negoziazione di titoli, derivati e altri strumenti finanziari. La maggior parte delle negoziazioni riguardano grandi aggregati di capitali, lontano dagli sguardi delle borse pubbliche. Furono espressamente inventate per permettere che tali operazioni rimanessero riservate e al riparo dagli sguardi degli investitori. Ma se questa inquietante definizione riguarda ancora la gran parte delle dark pools (esistono da metà anni ’80) , il proliferare recente di piattaforme di trading elettronico ha consentito la creazione di nuove e persino più ambigue tipologie, con accesso anche a chi non detiene enormi capitali44. Si “entra nella vasca” sottoscrivendo contratti vincolanti sulle regole di tutela delle informazioni. Gli scambi devono essere anonimi, non possono essere comunicati al pubblico e, teoricamente, non andrebbero registrati se non in modo aggregato e solo al termine della giornata di contrattazione. Non esistono regole se non quelle generali sui reati di frode finanziaria e conflitto di interesse. Solo in caso di indagine, sulla base della denuncia di un partecipante agli scambi, si può chiedere conto dei movimenti nella dark pool e questo privilegio spetta solo all’autorità giudiziaria sotto la cui giurisdizione ricade la sede legale di chi ha creato la dark pool in questione45. E’ evidente che l’esistenza stessa delle dark pools neghi i principi di trasparenza e accessibilità al mercato cari agli “innovatori” degli anni ’70. Nei casinò di Las Vegas parleremmo di vere e proprie “stanze per i grandi giocatori” e sono di tre tipi. Alcune vengono create da società private ed indipendenti che offrono lo spazio o la piattaforma virtuale, l’infrastruttura e la mediazione legale e professionale. Altre sono allestite dai più importanti market makers che le aprono esclusivamente ai propri clienti migliori per permettere scambi non tracciabili. Infine ci sono quelle di proprietà delle società che gestiscono alcune piazze di scambio pubbliche che riproducono, per quei clienti e quelle società che vogliono avvantaggiarsi dell’anonimato, uno “spazio safe”. Non essendoci limitazioni nelle modalità di contrattazione né dei tipi di prodotti scambiati (sebbene in gran parte siano titoli derivati) è evidente che chi utilizza l’HFT ha un vantaggio rispetto agli altri. Le dark pools hanno visto aumentare la clientela dal 2007. E all’indomani della crisi del 2008 attraverso alcune dark pools sono stati compiute sul mercato discutibili iniezioni di liquidità da mercati illegali, come per esempio dal narcotraffico messicano verso il gruppo HSBC46.

Dal “di dentro” quindi il capitale finanziario appare sempre più indipendente dal fattore umano, veloce quasi come la luce, consumatore di risorse ambientali ed in grado di espellere forza lavoro dal proprio processo di accumulazione. Ma la “mano invisibile” dei mercati di cui parlava Smith ricorda il Turco Meccanico, l’automa in grado apparentemente di giocare a scacchi da solo creato per Maria Teresa d’Austria nel XVIII secolo. Se per il Turco Meccanico c’era un uomo nascosto che lo muoveva per la finanza esistono pochi market makers e le asimmetrie informative.

A questo punto per proseguire dobbiamo fermarci un attimo e tornare indietro nel tempo; alla Londra del 1857. Lì aveva trovato rifugio un quarantenne Karl Marx che, poverissimo, studiava giorno e notte per affinare la teoria che lo avrebbe portato all’edizione del suo “Il Capitale”. Mentre redigeva gli studi preparatori, recandosi ogni giorno alla biblioteca del British Museum, spesso il filoso di Treviri osservava l’”aristocrazia finanziaria” che si muoveva nella City. A differenza del mondo della produzione industriale, che con Engels aveva osservato in prima persona scrupolosamente, l’economia finanziaria era celata al suo sguardo da mura invalicabili. Marx tuttavia tornerà più volte nella sua opera sul sistema del credito, del debito e sulle istituzioni bancarie. Però per noi è importante soffermarci su ciò che scrisse nei Gruendrisse, nel celebre “frammento sulle macchine”. Nello scriverlo sicuramente Marx non pensava all’HFT o al FinTech. Ma non possiamo non vederne traccia in alcuni passaggi. L´ipertrofia dei mercati finanziari interpreta plasticamente la predizione del passaggio: 47“…se si considera il capitale nel suo rapporto verso l’esterno, il capitale circolante appare come la forma adeguata del capitale…”. E ancora, proprio lì, all’interno della black box dei mercati, tra la quasi totale automazione e il potere algoritmico, risuona: “…Il macchinario appare così come la forma più adeguata del capitale fisso, e il capitale fisso, se si considera il capitale nel suo rapporto a sé stesso, come la forma più adeguata del capitale in generale…”. Le quattordici densissime pagine del Frammento sulle Macchine offrono moltissimi elementi utili a definire l’intelligenza sociale, il lavoro e i processi evolutivi del capitale, della tecnica e della scienza. Ma per la nostra riflessione sono importanti questi passaggi per definire la finanza come la forma più completa ed appropriata del capitale. Mercati finanziari che, come esaminati, attraverso il valore degli scambi sono anche un termometro del livello di instabilità e volatilità. Se da una parte, infatti, il valore degli scambi finanziari cresce nell’imponderabile, dall’altra le macchine che servono gli stessi scambi si nutrono di parametri determinati, certi, misurabili, utili per quantificare il rischio stesso. Per riprodursi quindi il processo capitalista deve investire nel capitale fisso ma allo stesso tempo garantire la circolazione di una porzione di ricchezza, quello più legata all’attività umana.

Questo processo continuo appare infinito giacché il valore del capitale finanziario cresce senza limiti materiali. Ma questa è un’illusione percettiva dovuta alla natura intrinsecamente antropocentrica del processo di produzione. Il limite esiste e diventa il ciglio di un burrone sempre più pericolosamente vicino. La contraddizione finale, il carico sopportabile, finito, che segna la barriera e´ il pianeta Terra, la sua natura ed i suoi ecosistemi. E siamo finalmente alla domanda posta dalla striscione sulla BCE, nel 2015.

Quale sarà la temperatura della Terra con la piena automazione?

I più recenti rapporti della comunità scientifica internazionale sul riscaldamento globale e sul futuro della vita sul pianeta lasciano pochissimi margini di interpretazione. I più ottimisti invocano il dimezzamento in 4820 anni del fabbisogno energetico, i più pessimisti affermano che la fine dell’umanità avverrà entro una generazione49. Eppure, neanche questi scenari così drammatici sembrano fermare, o almeno rallentare, la corsa dei mercati finanziari.

Alcuni governi liberali hanno anche provato a sfruttare i meccanismi della finanza per incentivare la riconversione energetica della produzione. Ma ogni volta l’etica della speculazione li ha delusi. Pensiamo, per esempio, alla cosiddetta “finanza del carbonio”50. Con questo nome si fa riferimento a quella politica inaugurata nel 2005 dall’UE per ridurre le emissioni di gas serra nell’atmosfera attraverso l’EU-Emission Trading Scheme, un mercato pubblico dove 11.000 imprese acquistano obbligazioni sull’aria che respiriamo in “crediti di CO2”51. Il mercato ha due livelli, uno obbligatorio e uno volontario (esattamente come per le obbligazioni per cui esistono mercato primario e secondario). L’emissione di crediti di CO2 permette alle imprese di acquistare un tot di emissioni ad un prezzo stabilito. Nel mercato obbligatorio questi crediti vengono assegnati tramite aste pubbliche a cui devono partecipare obbligatoriamente alcune aziende altamente inquinanti. Nel secondo mercato però, quello volontario, gli stessi crediti possono essere acquistati e venduti, a peso d’oro, direttamente da altre imprese che, proprio perché più virtuose, immettono sulla piazza le loro, per così dire, quote di aria pulita ai loro prezzi. Dal 2005 ad oggi lo scambio di crediti di CO2 ha così generato un volume di capitali spaventoso e molte imprese ormai guadagnano di più dal commercio di titoli EU-ETS che dal loro core buisness. Pochi anni dopo l’inizio delle contrattazioni, poi, apparve la figura del “carbon broker”52, per lo più società di intermediazione e consulenza energetica. Questi aiutavano a determinare il prezzo di quotazione, guadagnando una provvigione. Tre anni dopo la crisi economica del 2008 però in Europa il calo della produzione industriale lasciò nel mercato EU-ETS qualcosa come 2 miliardi di euro di crediti in rapido deprezzamento a causa della contrazione della domanda. Come per altre bolle finanziarie l’Unione Europea dovette intervenire con un’operazione di backload da 900 milioni di euro per frenare il calo. Nella migliore tradizione speculativa si verificò così che i carbon brokers acquistarono enormi pacchetti di CO2 deprezzati per poi rivenderli a imprese altamente inquinanti con buona pace delle intenzioni green. In un articolo dell’agosto 2019 su Milano Finanza si può leggere un carbon broker dichiarare soddisfatto: “il mercato ribassista dei future sul carbonio si è concluso nel 2017. I future sul carbonio hanno registrato un guadagno cumulativo del 375% tra luglio 2017 e luglio 2019, posizionando così il carbonio al primo posto tra le materie prime più performanti degli ultimi due anni, superando i rally di palladio, petrolio e oro, solo recentemente sotto i riflettori. In quanto commodity future meno nota, il carbonio è rimasto un’opzione inesplorata per la maggior parte degli investitori. Con l’aumento della temperatura globale, l’Unione Europea, firmataria dell’Accordo di Parigi, probabilmente raddoppierà gli sforzi per contrastare l’aumento delle emissioni di gas serra”53. E questo per il capitalismo finanziario è una scommessa su altri guadagni. Se non si stesse parlando delle emissioni responsabili dell’apocalisse climatica si potrebbe sicuramente condividere la sua soddisfazione e il suo ottimismo.

Il mercato dei derivato è l’ultimo e più elevato livello di astrazione delle facoltà umana di plasmare la natura attraverso il lavoro. A mano a mano che dal livello più basso, quello che Benjamin Bratton chiama Layer54 della crosta terrestre, si astrae al livello dell’High Frequency Trading aumenta l’instabilità del sistema. Perché esattamente come insegna la termodinamica classica, un sistema chiuso, confinato in limiti concreti, quando aumenta il proprio livello di caos interno si surriscalda. E’ letteralmente ciò che sta accadendo al pianeta. A titolo d’esempio basti notare come il settore finanziario è il primo per fabbisogno energetico negli Stati Uniti. Per quanto possa sembrare incredibile, ogni giorno il Chicago Mercantile Exchange e il Chicago Board of Trade, i principali mercati di future del pianeta, consumano 184 megawatt di elettricità, pari al fabbisogno di una città da mezzo milione di abitanti55. E le borse di Chicago sono solo due delle quattordici differenti piazze degli Stati Uniti. L’energia che i mercati usano non è poi solo quella fornita agli avanzatissimi sistemi di calcolo, ma anche quella che serve per raffreddare l’aria degli ambienti dei server per evitarne il surriscaldamento. Allargando lo sguardo, infatti, l’economia degli scambi basata sulle ICT ogni anno solo per immagazzinare le informazioni, immette nell’atmosfera la stessa quantità di CO2 dell’industria del trasporto aereo globale56. E persino le criptovalute, nate per hackerare gli oligopoli della moneta, hanno sempre più bisogno di energia al punto che oggi solo per il mining delle monete digitali viene consumata elettricità pari a quella che serve all’intera Irlanda57. Secondo il Climate Change News l’economia dell’informazione sarà responsabile del 14% delle emissioni di tutto il pianeta nel 204058, anno in cui secondo Forbes l’1% dell’umanità avrà lo stesso patrimonio del 67%59. Se poi andiamo oltre, considerando le 1390 imprese occidentali del Fintech, con i loro servizi di Open Banking, i circuiti di pagamento, i sistemi di sicurezza o trading online, scopriamo che l’infrastruttura dell’ambiente cloud che usano è passata da un fabbisogno energetico, nel 2007, di 0,6 Terawatt/ora a circa 1,7 nel 201860. Ed è bene sapere che l’intera economia mondiale consuma circa 15 Terawatt/ora. In altre parole se esistesse una nazione “cloud”, questa avrebbe il quinto consumo di elettricità al mondo d’avanti a India, Germania, Canada, Francia, Brasile e UK61. Se non ci limitiamo poi al fabbisogno energetico è incredibile la distruzione di paesaggi per l’infrastruttura che garantisce loro crescita illimitata. I danni all’ambiente, la contaminazione delle acque e l’inquinamento del sottosuolo connesso all’estrazione delle materie prime per i costruire e utilizzare i servers impattano per il 20 % dell’irreversibile scomparsa degli ecosistemi62. Le tecnologie a microonde, inoltre, quelle che fanno la differenza nell’High Frequency Trading, e che si diffonderanno dal 2021 con il 5G e il Multi Access Edge Computing, moltiplicheranno i devices in una singola cella comunicativa. implementeranno l’Internet of Thing, e produrranno, secondo le stime più ottimistiche, un aumento del 170 % del consumo di energia nelle comunicazioni entro il 202663. E si potrebbe continuare all’infinito snocciolando dati su dati come leggendo il bollettino di una guerra al Pianeta Terra.

Più recentemente, inevitabilmente, il mercato ha capitalizzato anche il proprio green washing visto che tutti i tentativi “green” hanno mostrato l’impossibilità di riformare il sistema. In alcuni casi le idee per ridurre l’impatto sull’ambiente degli scambi sono state mosse da sincero afflato ecologista, rimanendo però velleitarie e residuali. E’ il caso per esempio della cosiddetta “Finanza sostenibile”64 che, un po’ come la “Finanza etica” ha provato a orientare alcuni investimenti subordinando il profitto ad altre priorità come il rispetto dell’ambiente o lo sviluppo di energie da fonti rinnovabili. Gli operatori e i capitali della “finanza sostenibile” con gli anni hanno anche creato un sistema di rating finanziario scientificamente solido, basato su benchmark etici. Questa piccola porzione di capitale, che si inserisce nel più ampio campo dell’economia sostenibile non ha però beneficiato neanche dell’aumento della sensibilità ambientalista e non ha avuto mai un impatto significativo nel competere con la tradizionale, tossica e vampiresca, finanza. Solo nel 2019, dopo 20 anni, le banche sostenibili sono riuscite ad ottenere una certificazione ufficiale che evitasse speculazioni e greenwashing65. Perché, come dicevamo, la brandizzazzione economica dell’ambientalismo ha comunque un valore economico. All’indomani della ratifica del protocollo di Kyoto del 1997, per esempio, nacquero nuovi mercati per scambi “green”, per ecologie rinnovabili e aziende che investivano sull’ambiente. A dieci anni di distanza però, analizzando i portafogli di investimento di 93 tra le principali società finanziarie al mondo, quasi tutte si muovono sui mercati eco-friendly, ma lo fanno solo per drenare capitali, addirittura da reinvestire nelle 31 principali società di estrazione del carbone del pianeta66. Attraverso alcuni hedge funds semplicemente spostano il denaro da un mercato all’altro, orientandosi verso il più redditizio mercato delle commodities del fossile. Questo riciclaggio inquinante è valso nel 2018 quasi 232 miliardi di euro. Le banche più coinvolte sono JP Morgan Chase (EUR 16,5 miliardi.), Citigroup (EUR 13,7 miliardi) e Bank of America (EUR 12,6 miliardi.). Tre dei principali operatori della finanza mondiale. Secondo Banktrack, nei tre anni successivi all’adozione degli Accordi di Parigi (2016-2018) i maggiori 33 operatori finanziari hanno fornito ben 1900 miliardi alle energie fossili67. Di questa montagna di denaro ben 600 miliardi sono stati investiti in obbligazioni delle 100 aziende che da sole sono responsabili del 75% delle emissioni in atmosfera. Non c’è che dire, la finanza scommette sul futuro della CO2! Come se non bastasse poi di questi 33 operatori finanziari, 16 hanno appena ratificato i “Principles for Responsable Banking” dell’ONU.,

Ma l’ontologica avversione dei capitali verso l’ambiente assume l’apice del grottesco e paradossale nei cosiddetti “weather derivates”68. Di anno in anno, mentre il meteo si fa sempre più imprevedibile ed estremo, nelle borse si è affermato questo diabolico strumento speculativo: il derivato sul tempo meteorologico, che esordì alla borsa di Chicago nel 1997. Il funzionamento è semplicissimo: il venditore di questo derivato accetta di sostenere il rischio di catastrofi in cambio di un premio. Se non si verificano danni prima della scadenza del contratto, il venditore realizzerà un profitto. In caso di condizioni meteorologiche impreviste o avverse, l’acquirente del derivato richiederà l’importo concordato. La prima società ad usare un derivato atmosferico fu, ironia della sorte, la famigerata Enron, multinazionale dell’energia USA, particolarmente inquinante, andata in bancarotta nel 2001 proprio per le spericolate operazioni sui mercati dei derivati. L’idea di fondo sopravvisse al colosso dell’energia e oggi i weather derivatives sono sempre più apprezzati. Al Chicago Mercantile Exchange sono trattati derivati atmosferici legati alle temperature di una cinquantina di aree, comprese una decina di città europee tra cui Roma. Esistono anche weather derivates “tagliati su misura” grazie ai servizi Wells Fargo, Credit Swiss e BNP. Nel 2012 ABN Amro ha creato uno dei più grandi derivati di questo tipo acquistato per 10 milioni di euro da un gruppo di costruzioni olandese. Da allora sono molto usati da società di costruzioni, grandi aziende dello spettacolo, multinazionali del comparto agricolo e finanziatori di grandi eventi sportivi. Più il clima impazzisce più il mercato dei weather derivates aumenta il proprio peso negli scambi della finanza globale. E proprio l’entusiasmo che accompagna il successo delle scommesse sull’apocalisse climatica in borsa mostra la ferocia degli interessi del capitale, opposti a quelli dell’umanità e dell’ambiente. Per avidità, per meccanismi intrinsechi di funzionamento tecnologico e infrastruttura, per le regole che governano gli scambi e per l’egemonia degli oligopoli nelle operazioni di scambio, il capitalismo finanziario è indubbiamente l’industria più tossica del pianeta.

Il livello di instabilità del sistema, il volume degli scambi, continua a crescere così come aumenta l’assorbimento di creatività e produzione sociale, trasformate in lavoro morto, macchinico che giorno dopo giorno aumenta la temperatura del pianeta Terra. La produzione sociale, l’attività umana, sempre più fuori dal circuito di valorizzazione sono scaraventate in un paesaggio desolato, acido, arido, modificato da una omnipresente Tecnosfera. Talmente immanente che, se ripartita tra gli esseri umani, peserebbe per 4.000 miliardi di tonnellate69 sulle spalle di ciascuno. Tanto materiale tecnologico, infrastruttura, costruito, cavi, chip, circuiti creerebbe 409 Lune high-tech.

Ogni ora, sulla Terra, ogni persona ha 4 miliardi di dollari di capitale finanziario su di sé, estratto attraverso una macchina che grava sulle sue spalle per 4000 miliardi di tonnellate. In questa equazione c’è una dimensione simbolica dell’estrazione della finanza sull’umanità e sul pianeta. Questa diffusa infrastruttura della solitudine è infatti quella lungo cui corre l’estrazione di valore. Il “sistema automatico di macchine”, che riproduce denaro per denaro, crea valore solo dallo scambio immateriale, slegato quasi completamente da produzione e lavoro; proprio per questa astrazione insensibile alle sorti del mondo è legittimo supporre possa distruggere tutto ciò che non è più monetizzabile.

But the future is still unwritten…

L’analisi fin qui svolta, è colpevolmente mancante di un elemento fondamentale e determinante: l’umanità. O, per essere più precisi, il punto di vista dell’umanità messa a produzione sulla “tecnosfera”: il punto di vista del lavoro. Non si può infatti ignorare la capacità del lavoro umano di determinare i processi di trasformazione della realtà, anche perché spesso in opposizione all’estrattivismo finanziario. L’invisibilizzazione della forza-lavoro è del resto la cifra della narrazione neoliberale contemporanea. Ma proprio nelle peculiarità e nei cambiamenti del lavoro, nelle conseguenti implicazioni sociali, come pure nei conflitti che nascono, si può intravedere una possibile ricomposizione politica di classe. Come anche si possono leggere alcuni processi di autonomia dalla pervasività dei mercati. Per questo l’analisi fin qui svolta va completata descrivendo, almeno sinteticamente, la composizione di classe della forza lavoro.

Mentre nel capitalismo industriale di un secolo fa l’estrazione di plusvalore correva lungo un asse verticale, dal basso verso alto, il moltiplicarsi di dispositivi di controllo ha riorganizzato l’intera società come una rete complessa di relazioni economiche. La concentrazione del capitale finanziario è resa possibile da un network che interconnette continuamente sette miliardi di persone, le loro attività, le loro memorie, i loro affanni, le loro comunicazioni. Questa “infrastruttura della solitudine” è anche un vero e proprio meccanismo regolatore del lavoro sociale che appare dotato di un’inedita e progressiva organicità, in aperta contraddizione con i rapporti di scambio sui mercati, dove si moltiplicano l’arbitrio, il caos e la concorrenza. In questo iato il lavoro sociale è costantemente scosso dall’alternarsi di fasi di burnout (in aumento secondo l’OMS del 12% annuo70) e fasi di depressione (vera “patologia contemporanea” di cui soffrono 300 milioni di persone nel mondo e che secondo l’OMS sarà la malattia più diffusa nel 203071). Il diffuso disagio psichico così è quindi strettamente legato all’anomalia di un lavoratore contemporaneo che non vende sé stesso, né esclusivamente la sua forza lavoro, come nello storico processo di alienazione, ma l’intera sua umanità, le sue relazioni con gli altri, con sé stesso, con l’ambiente, le sue informazioni, i saperi, persino ciò che desidera.

Un’altra prerogativa dell’ordine capitalistico contemporaneo è l’altissima produttività del lavoro: pochissimo lavoro vivo mette in moto una gigantesca quantità di lavoro morto, sottoponendo la stessa legge del valore a dura prova. Troppo capitale, troppe merci, dati, informazioni e troppa produzione sociale rispetto all’appropriazione privata spingono al limite il sistema. Questa tensione sempre più spesso emerge violentemente in improvvise rivolte all’intersezione tra difesa dell’ambiente, rifiuto dell’arretramento delle condizioni di vita e liberazione della cooperazione sociale. Sulla quantità di produttività sociale contemporanea è illuminante l’inchiesta grafica di Crawford e Joler, vincitrice del primo premio al Beazley Design of the Year 2019 dal titolo “Anatomy of a AI System”72. La rappresentazione è una mappa su larga scala che indaga il lavoro umano, i dati e le risorse planetarie necessarie per costruire e gestire un singolo dispositivo Echo Amazon. Il diagramma della vista esplosa combina e visualizza tre processi centrali ed estrattivi necessari su larga scala per produrre un sistema di intelligenza artificiale: risorse materiali, lavoro umano, cooperazione sociale. E le attività necessarie più varie che la mappa grafica mette in correlazione tra loro è nell’ordine delle diverse centinaia.

Ma in una struttura socioeconomica così instabile, quali correlazioni intercorrono tra il capitale finanziario ed il lavoro sociale? Per rispondere appare utile una griglia concettuale propria della tradizione degli operaisti italiani; questi leggevano le mutevoli forme del lavoro e le lotte politiche con la lente della “composizione di classe”73. Nella tradizione marxiana, fino alla finanziarizzazione totale della produzione, cioè agli anni ’70, la composizione di classe sovrapponeva due aspetti. Il primo era la “composizione tecnica”, ovvero la specifica organizzazione materiale della forza-lavoro tramite le relazioni lavorative. Il secondo aspetto era quello della composizione politica, che derivava dalla composizione tecnica. Si trattava cioè dell’organizzazione della classe come forza in conflitto con il capitale. La composizione tecnica era fondamentalmente la base su cui si appoggiava la composizione politica, ma il passaggio dalla prima alla seconda non era né automatico né prevedibile. L’operaismo italiano intuì prima e meglio di altre correnti marxiste le trasformazioni che la finanza imponeva al ciclo produttivo capitalista all’alba degli anni ’70. Per questo, quando la produzione “esondò” dalla fabbrica e si fece sociale, alla composizione tecnica e politica divenne necessario aggiungere la composizione sociale. La tradizionale composizione di classe, infatti, non era in grado di comprendere i lavoratori fuori dal posto di lavoro, una volta fuggiti dalla propria composizione tecnica. Questo limite rendeva quasi inspiegabili i processi che investivano la forza lavoro con la finanziarizzazione del capitalismo. Tutte le attività riproduttive, i saperi, i servizi e l’accesso al welfare, i consumi, come pure la messa a profitto delle abitudini di vita erano interpretabili solo se l’analisi della composizione sociale74 affiancava la composizione tecnica prima del balzo eventuale nella composizione politica. Questo terzo aspetto della composizione di classe si concentrava, infatti, sulla specifica organizzazione materiale dei lavoratori nella società attraverso le relazioni sociali di consumo, produzione e riproduzione. Oltre a elemento analitico fondamentale, la composizione sociale allargò la definizione della classe stessa, includendo i disoccupati, l’”esercito industriale di riserva” e i lavoratori non direttamente impiegati nella produzione fordista. Oggi la forza lavoro viene espropriata dai mezzi di produzione e riproduzione sociale e tutta una serie di lotte politiche sono legate a questa condizione esistenziale (sul welfare, le migrazioni e le frontiere, l’abitare e l’affitto ecc). La composizione di classe è quindi una griglia analitica definita da tre assi: il primo è l’organizzazione della forza-lavoro in working class (composizione tecnica); il secondo è l’organizzazione della classe nella società (composizione sociale); il terzo è l’autorganizzazione della classe nel conflitto (composizione politica). Seguendo tutti e tre gli assi, la composizione di classe è al contempo prodotto e produttrice dei processi di trasformazione. In particolare la transizione dalla composizione tecnica e sociale a quella politica è ancora oggi il balzo che definisce l’azione dell’umanità messa a produzione sull’ambiente, sulla società, sul presente.

Definite le tensioni macroscopiche del sistema “capitale finanziario – lavoro sociale” e scelto un efficace metodo interpretativo della classe, è necessaria un’ultima premessa.

Come già accennato l’invisibilizzazione del “lavoro”75 è l’architrave retorico della fase neoliberale del capitalismo e della società dei consumi. Dopo oltre 40 anni di assenza dal dibattito, in fase di “stagnazione secolare” nelle analisi economiche e politiche più accreditate sono tornate protagoniste le trasformazioni ed il futuro del lavoro. Cosa è e sarà il lavoro umano è tema che impegna think tank, gruppi di interesse e lobbies economiche che finanziano ricerche prestigiose ma che, ovviamente, non mettono mai in dubbio l’ordine neo liberale dell’economia. Così ogni studio sul tema, per quanto rigoroso, rischia di essere poco oggettivo o magari si limita a una specifica area o settore dell’economia o pone accento solo su un aspetto, sempre però nel tentativo di definire i contorni del “lavoro” in generale.

Per definire una “composizione tecnica” di classe quindi non citeremo gli studi di MacKinsey, Oxford Institue, Bloomberg, Forbes ecc… Useremo invece il recente documento che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (agenzia dell’ONU con sede a Ginevra) ha redatto76 in occasione del centenario della propria fondazione. Questa analisi ha, per questa analisi, il vantaggio di studiare la realtà e le prospettive occupazionali su una scala davvero globale, di incrociare le rilevazioni statistiche con i cambiamenti indotti dall’andamento demografico, dai cambiamenti climatici, dalle migrazioni, dall’accesso al welfare e ai sistemi previdenziali, oltre che dalle conseguenze dell’accelerazione del progresso tecnologico che negli ultimi due decenni investe imprese e settori di consumo. Inoltre, dettaglio non secondario, è uno studio scientifico svolto da un’agenzia ONU, verosimilmente non legata agli interessi della governance neoliberale e all’andamento dei mercati finanziari.

La corposa ricerca dell’ILO, oltre a leggere il presente prova a definire uno scenario verosimile a 5 anni, cioè nel 2023. A questa data secondo lo studio, nel mondo il tasso di disoccupazione scenderà al 5 %. Apparentemente, ciò smentisce tutti i dossier che hanno posto l’accento sulla cosiddetta “fine del lavoro”; si ridurrà invece l’”esercito industriale di riserva” che attualmente supera l’8%. Questo tuttavia non avrà implicazioni sulla qualità della condizione di vita dei lavoratori e delle lavoratrici, giacché aumenterà la quota di lavoratori e lavoratrici poveri (salario inferiore ai 2 $ al giorno) che arriverà al 36% della forza lavoro globale e in 8 Stati su 10 sarà la condizione di oltre metà della forza lavoro. Il rapporto inoltre lancia l’allarme sulla crescita della cosiddetta economia informale (61% della forza lavoro globale, in gran parte nel lavoro autonomo) e dell’aumento, fino a metà della forza lavoro complessiva, del lavoro minorile. Il 55% dell’umanità poi è già oggi esclusa totalmente da ogni forma di welfare e tutela sociale mentre per il restante 45% il rapporto definisce un processo di rapido impoverimento dettato da tagli ai servizi, privatizzazione e finanziarizzazione della spesa pubblica. I datori di lavoro, cioè i detentori dei mezzi di produzione, si ridurranno dall’attuale 2% della popolazione mondiale a circa l’1% nel 2030; di questi 8 su 10 saranno maschi, sovrapponendosi alla percentuale di ultra ricchi che controlleranno l’86% della ricchezza del pianeta in termini di capitali. Il rapporto ILO inoltre dice che, ogni anno, ben 85 milioni di persone si spostano alla ricerca di migliori condizioni lavorative dalle campagne alle metropoli e dal Sud al Nord. 1,1 miliardo di persone, inoltre, nel 2023 lavoreranno in modo autonomo e circa 360 milioni di persone, in gran parte donne, si dedicheranno esclusivamente al lavoro domestico; la quota di lavoratori salariati invece sarà il 54 % dell’intera forza lavoro. Il gender gap salariale aumenterà passando dal 10% al 25% ma si ridurrà di 10 punti percentuali la differenza di quota di impiego femminile (che salirà al 48%) e maschile; tuttavia l’aumento più significativo di impiego femminile si avrà nei lavori a basso e bassissimo salario.

Continuando a leggere lo studio, in questo quadro l’offerta di alloggio, le difficoltà burocratiche, l’assenza di tutele, il controllo dei flussi migratori alle frontiere, i tagli alla formazione “diventeranno sempre più strumenti per il controllo della forza-lavoro e di coazione allo sfruttamento, aumentando significativamente la quota di lavoratori a rischio povertà”.

Complessivamente, mentre la quantità di forza lavoro impiegata nell’agricoltura e nell’estrazione di risorse rimarrà costante, intorno al 28%, si ridurrà al 15% quella impegnata nell’industria e nei processi trasformativi, portando il settore terziario ed il terziario avanzato a impiegare il 57% dei lavoratori e delle lavoratrici, quasi totalmente concentrati in enormi agglomerati metropolitani. Nelle conclusioni delle proiezioni verso il 2023 si sottolinea come l’”economia di piattaforma” e l’AI forniranno l’infrastruttura a sostegno dell’economia informale e saranno la condizione fondamentale per la sua riproduzione della forza lavoro metropolitana su scala globale. D’altra parte l’accentramento di potere economico in oligopoli multinazionali aumenterà la deregolamentazione del mercato del lavoro spostando responsabilità e capitali a seconda del continuo evolversi dei processi di trasformazione dei mercati del lavoro nazionali e della convenienza dei mercati finanziari.

Lo studio dell’ILO individua diverse strategie, obiettivi e politiche per modificare le proprie fosche previsioni. In particolare, particolarmente interessante per questa analisi, il rapporto rimanda a un documento che è stato presentato negli stessi giorni dello studio che abbiamo citato: “Financial Mechanisms for Innovative Social and Solidarity Economy Ecosystems”. Lo studio, il più completo in materia, definisce e approfondisce la cosiddetta Social and Solidarity Economy (ESS). Nelle oltre cento pagine del dossier questa rimanda proprio ad una traslazione dalla composizione tecnica a quella politica della classe. L’ILO sottolinea a più riprese l’importanza crescente di Economia Sociale e Solidale che rappresenta oggi in Unione Europea una quota tra il 6 % e il 10 % della forza lavoro (circa 15 milioni di lavoratori attivi) e addirittura il 35 % in America Latina ed è in esponenziale crescita di peso economico. A differenza della citata “finanza sostenibile”, in definitiva inefficace nell’hackerare i mercati finanziari, questa forma di economia orizzontale, cooperativa, mutualistica e democratica del “terzo settore” risulta, dopo quasi trent’anni dalle prime sperimentazioni, ancora impermeabile agli strumenti di cattura del valore della finanza.

Il documento ILO rimanda alla definizione di ESS stabilita in una conferenza del 2015 di RIPESS, l’organizzazione internazionale riferimento per l’ESS fondata a Lima nel 1997. Nel documento citato si legge: “L’ESS è un’alternativa al capitalismo e ad altri sistemi economici monopolistici dominati dallo stato. Nella SSE le persone comuni svolgono un ruolo attivo nel plasmare tutte le dimensioni della vita umana: economica, sociale, culturale, politica e ambientale. SSE esiste in tutti i settori dell’economia produzione, finanza, distribuzione, scambio, consumo e governance. Mira anche a trasformare il sistema sociale ed economico che comprende settori pubblici, privati ​​e terzi . SSE non riguarda solo i poveri, ma si sforza di superare le disuguaglianze, che comprende tutte le classi della società. SSE ha la capacità di prendere le migliori pratiche esistenti nel nostro sistema attuale (come efficienza, uso della tecnologia e conoscenza) e trasformarle per servire il benessere della comunità sulla base di valori e obiettivi diversi. (…) SSE cerca una trasformazione sistemica che vada oltre il cambiamento superficiale in cui le strutture oppressive di radice e le questioni fondamentali rimangono intatte”.

In bilico tra “composizione tecnica” e “composizione politica” ma allargandosi, come da definizione, alla produzione e riproduzione sociale, secondo il rapporto ILO, vi sono diverse ragioni per cui il ruolo dell’Economia Sociale e Solidale è destinato a crescere di peso nell’organizzazione politica di classe:

  • L’automazione sembra incidere meno sui lavori in cui la dimensione relazionale è fondamentali. I servizi alla persona, l’assistenza sociale e sanitaria, l’istruzione e tutti i “care-work” sono proprio i settori in cui la presenza delle organizzazioni dell’ESS è tradizionalmente maggiore.
  • Proprio questi lavori sono quelli legati storicamente al welfare state pubblico che come abbiamo detto ha subito privatizzazione e finanziarizzazione negli ultimi decenni. Macro dinamiche socio-economiche portano però ad un aumento della domanda di servizi sociali e del care-work. Così l’offerta si polarizza in due alternative possibili, opposte sul piano politico: compagnie private o ESS (in alcuni casi anche in supporto del settore pubblico, basti pensare ai modelli di “Istituzioni di Ancoraggio77” nel servizio sanitario statunitense e inglese).
    – L’aumento delle disuguaglianze sociali (per Forbes l’1% più ricco detiene la ricchezza dell’86% degli abitanti del pianeta78) rende l’inclusione sociale obiettivo politico urgente. L’ESS spesso fornisce opportunità di istruzione e di creazione di reddito prioritariamente dai soggetti sociali più vulnerabili rovesciando l’inerzia del capitale finanziario verso la minoranza sempre più ricca.
  • L’ESS aiuta a mantenere l’occupazione nei settori tradizionali, dall’agricoltura e industria manifatturiera che, come precedentemente dimostrato, diventano strumenti di rivalutazione finanziaria disinteressata alla forza lavoro o alla riproduzione ambientale. Spesso parliamo di posti di lavoro stabili e di qualità, dell’ingresso delle donne nella forza lavoro e all’emersione dall’economia informale a quella formale.
  • L’ESS ha poi un notevole potenziale di creazione di posti di lavoro in settori innovativi grazie alla promozione delle abilità, dei saperi e delle specificità di ogni lavoratore e alla collaborazione e condivisione tra queste qualità.

Proprio in quanto imprese orientate agli stakeholders piuttosto che agli azionisti, queste forme economiche soddisfano innanzitutto i bisogni dei lavoratori e dell’intera filiera produttiva e, in quanto imprese radicate nelle comunità locali, sono meno propense a spostarsi alla ricerca di manodopera a basso costo o a cedere rami aziendali. Tendono invece a individuare i bisogni emergenti verso cui indirizzare le loro attività risultando molto competitive. Possono così sfruttare relazioni fiduciarie, fiscalità agevolata e donazioni che consentono loro anche di operare in settori a basso profitto. L’ESS utilizza un approccio di sviluppo economico delle comunità locali che neutralizza le regole dell’economia capitalista su cui è modellata la finanza. La connessione sociale il rilanciare nuove istanze politiche sono alcuni dei benefici “latenti e manifesti” associati a questi lavori, con l’aumento dell’auto efficacia e dell’autostima (e quindi la cura di burn out, depressione, ansia e isolamento). In definitiva, proprio come sostiene il rapporto dell’ILO “negli ultimi decenni, le organizzazioni dell’ESS sono state estremamente dinamiche, crescendo più rapidamente del resto dell’economia in molti paesi e dimostrando una buona capacità di innovazione, confermata dalla capacità di trovare sempre nuove soluzioni ai problemi sociali. Sempre più chiaro che alcune delle caratteristiche di queste organizzazioni le rendono adatte a superare le difficoltà incontrate da altri tipi di imprese (pubbliche e private) nella produzione di servizi di pubblico interesse e a creare forme di lavoro che diano ai lavoratori più potere economico. In altre parole, queste organizzazioni sembrano in grado di trasformare persino le cupe e difficili sfide future in un’opportunità per migliorare il tenore e la qualità della vita e tutelare ambiente e umanità”79.

Per quanto sempre più importante, l’Economia Sociale e Solidale è tuttavia un esempio molto particolare ed ancora una porzione marginale della composizione tecnica della classe. Se invece esiste un segmento in cui il capitalismo finanziario è entrato in un cortocircuito irreversibile sia con la composizione tecnica che, soprattutto, con quella sociale riguarda la crisi della cura e di tutto l’enorme campo delle e dei care workers. Come riportato da Nancy Fraser, la fine del regime fordista e lo smantellamento del welfare statale, che aprì le porte alla dittatura dei mercati, si avvalse dell’arruolamento nella forza lavoro retribuita delle donne cui il regime capitalista aveva storicamente imposto il lavoro domestico, la cura delle relazioni e delle fasce non produttive della società e le principali attività di riproduzione sociale. Ciò produsse durante gli anni ’80 e, ancor più negli anni ’90, un’esternalizzazione delle mansioni di cura. Ciò riguardò innanzitutto chi poteva permettersi di pagare i care workers; per chi, malgrado il doppio salario, non poteva l’unica possibilità era scivolare verso una situazione in cui veniva meno la riproduzione, cui seguiva la spoliazione e il crescere del debito privato nello sforzo di garantire la tenuta, almeno minima, della propria forza lavoro. Malgrado le apparenze anche il regime neoliberale scindeva produzione e riproduzione su linee di differenza di genere ma, a differenza dei suoi predecessori, il suo immaginario dominante era il liberalismo-individualista che scaricava il fardello “primitivo” della riproduzione sociale ancora su donne, ma migranti, povere, sempre meno retribuite. P

notaer fare ciò, queste donne migranti dovettero a loro volta trasferire le proprie responsabilità familiari e comunitarie ad altri caregivers ancora più poveri, che a loro volta devono fare lo stesso e ancora e ancora, in “catene di cura globali” sempre più lunghe e tendenti sempre di più all’impoverimento e allo svilimento del lavoro di cura e alla crisi della riproduzione sociale oggi evidente. Nelle società più ricche, ma non solo, l’aumento dell’aspettativa di vita ed il miglioramento della scienza medica ha poi caricato il carico di cura della società sul personale ospedaliero, in particolare sugli infermieri. Avendo poi una posizione contrattuale verso società sempre più bisognose di care givers tutti questi lavori sono quelli dove più alta è la ricerca di lavoratori migranti, più ricattabili da leggi sul loro status. A 40 anni dalla “rivoluzione neoliberale” tutte le figure professionali interessate dalla cura sono quelle con la più alta incidenza di sindrome da burnout, in gran parte sono donne e migranti; oggi questa composizione sociale trasla in una composizione politica che pone questa forza lavoro al centro della presa di parola politica dei nuovi movimenti femministi e intersezionali. A titolo d’esempio basti pensare che nel 2017, Naomi Klein, alla conferenza del National Nurses United di Chicago, riassunse l’attivazione dei movimenti contemporanei legata a care-workers così: “Prendersi cura, delle persone e delle cose, è un concetto assolutamente radicale. Dedichiamoci alla terra e agli esseri umani. Il lavoro di cura dell’uno nei confronti dell’altro e delle nostre comunità non rientra tanto in un programma femminista quanto in un programma declinato al femminile, ed è per questo che per così tanto tempo èw rimasto fuori dal quadro politico più generale. Non possiamo limitare il nostro sostegno al letto d’ospedale. Dobbiamo allargarlo, perché vogliamo evitare che la gente arrivi in ospedale. Vogliamo sostenere la prevenzione. Vogliamo tenere le persone lontane dalle prigioni, perché il denaro speso per incarcerare la gente potrebbe essere impiegato nel sistema sanitario e per quello scolastico” e ancora “penso che il motivo per cui le infermiere si sono fatte avanti come leader del movimento progressista è che incarnano un sistema di valori che è l’opposto di quello guidato dal profitto, un sistema basato sulla cura, l’assistenza, la compassione, la comunità. È difficile intaccare la volontà di un’infermiera”80.

Fin qui si sono fatti due esempi di attivazione politica di classe, una dall’interno della composizione tecnica della forza lavoro e un’altra dalle contraddizioni della composizione sociale e dall’inconciliabilità tra finanziarizzazione della produzione e riproduzione sociale.

Tuttavia tra questi due esempi, che indicano in qualche modo due polarità, potremmo farne molti altri.

Per esempio, una forma di conflitto politico particolarmente significativa, che svolge una funzione ricompositiva di una composizione tecnica di classe particolarmente polverizzata, è quella che riguarda la diffusione di innovative pratiche di sindacalismo sociale. Queste sperimentazioni, che hanno avuto nuovo impulso proprio all’indomani della crisi dei mutui sub prime del 2008, stanno addirittura risignificando il senso dell’organizzazione politica attraverso strutture globali e orizzontali che, per successive approssimazioni nelle pratiche, rifuggono ogni feticismo per l’organizzazione novecentesca del “partito” e del sindacato, verticali e simmetrici alla produzione industriale fordista. E poiché gran parte di queste sperimentazioni si muovono nei segmenti dell’economia maggiormente esposti alla finanziarizzazione, riescono ad agire efficacemente il conflitto politico anche richiamando l’attenzione sugli aspetti più problematici che la finanza pone all’umanità e al pianeta. Tra questi, per ragioni di sintesi, ci limiteremo a citare solo alcuni casi esemplari, proprio partendo dalla black box dei mercati e “dall’economia del silicio” di cui abbiamo parlato precedentemente. Sempre più ingegneri, programmatori, informatici, a mano a mano che il loro lavoro diventa lavoro morto, automatizzato e algoritmico si soggettivano e organizzano come veri e propri “operai tecnologici”81. Parliamo di una forza lavoro altamente formata, sottoposta a ritmi di lavoro alienanti per perfezionare continuamente i processi di automazione. A questa composizione tecnica si sono uniti nei network organizzati i“crowdworkers”, vale a dire i NEET che entrano ed escono dalle “piattaforme” e dai lavori in remote, come anche gli informatici ed il cognitariato umiliato dalla ricerca accademica sempre più sottoposta alle ragioni dei mercati, come pure gli sfruttati di Amazon Mechanical Turk82 o dell’economia “informale” e dei servizi IT. Questa moltitudine dell’infosfera ha recentemente fondato, prima negli USA quindi in Europa, la Tech Workers Coalition. Una federazione orizzontale e transnazionale con epicentro la Silicon Valley. Un network che organizza e coinvolge anche singoli freelance e che promuove azioni dirette, forme difesa legale. Che pianifica azioni di hacking del razzismo, della misoginia e del sessismo che animano le Intelligenze Artificiali; che condivide informazioni e opera in supporto tecnologico e formativo dei diversi movimenti sociali e delle comunità in lotta. La Tech Workers Coalition si autodefinisce “una rete di spazi di confronto e condivisione di informazioni tra lavoratori e lavoratrici che organizza corsi e arricchimento per le comunità. A queste reti orizzontali, poi, si affiancano anche gruppi e singoli che sottraggono materialmente ricchezza a istituti di credito, fondi speculativi e gruppi assicurativi per redistribuirli verso soggetti indebitati, defraudati, truffati o per destinarli a cause solidali, anticapitaliste, ambientaliste. Con la diffusione delle conoscenze di scrittura e di coding, la stagione di Anonymus e Wikileaks, sembra oggi essere sostituita da una nuova fase della cultura Hacker; vengono pubblicati e diffusi codici che sfidano i sistemi di cyber sicurezza del Fintech e provano a sabotare i server dell’HFT83. Allo stesso tempo nascono Hedge Funds (come il fondo finlandese Robin Hood) che utilizzano l’HFT, riprogrammati seguendo il sapere diffuso della rete, per sottrarre capitali agli scambi finanziari dei derivati per destinare a concretissime iniziative sociali e sindacali84. Queste due forme “piratesche” di azione nella finanza ovviamente sfruttano al massimo l’esplosione del sistema delle cripto valute oltre che della globalizzazione della circolazione dei capitali finanziari.

La solidarietà come orizzonte ideologico e la la liberazione dalla proprietà del general intellect sono solo due elementi, particolarmente significativi, della composizione politica della classe. E se oggi la finanza mette a valore l”orizzontalità dei collegamenti, delle infrastrutture, persino la materialità dei cavi, esattamente su questa rete insistono e confliggono da una parte una logistica della produzione e riproduzione sociale e dall’altra i flussi di merci, capitali e forza lavoro. Una composizione tecnica fisica, spaziale che diventa spesso aperta ostilità politica. Così, per esempio, possiamo guardare alle lotte della “Gig Economy”. Secondo le ultime rivelazioni dell’istituto McKinsey85 in USA e nell’UE-15 il 15% della forza lavoro è impiegato (anche in modo collaterale) nell’economia dei lavoretti (con punte pari a un europeo su due tra gli under 24): complessivamente parliamo di almeno 162 milioni di persone. I riders Deliveroo o Foodora, Glovo come di Helpling o gli autisti Uber e Lyft da anni, nei diversi contesti nazionali, si mobilitano per essere riconosciuti in quanto lavoratori dipendenti, tutelati in quanto tali, con un salario a ore e non a prestazione o cottimo. Lo fanno in un settore altamente finanziarizzato mentre vengono sfruttati nelle strade delle città o consegnano i loro dati all’azienda che ne monitora costantemente l’attività. E buona parte dei conflitti vengono agiti spesso in alleanze “sociali” con le organizzazioni sindacali e i collettivi metropolitani in una rinnovata composizione sociale della classe. Ma anche il controllo dei lavoratori dell’algoritmo è parte delle rivendicazioni e in questo esiste la convergenza con i Tech Workers ha creato un’ulteriore ricombinazione politica.

Sulla medesima infrastruttura globale negli ultimi anni è cresciuta di peso economico il settore, fortemente automatizzato e finanziarizzato dell’ecommerce, del retail, della logistica delle merci, che è arrivato ad un valore finanziaria di 4800 miliardi annui86. Ma nonostante la forza dell’oligopolio finanziario che governa il settore, i lavoratori, anche quando interessati nelle catene di appalti e subappalti, attraverso l’ibridazione della composizione tecnica e di quella sociale, vale a dire del lavoratore e del consumatore, hanno conquistato, lotta dopo lotta, livelli salariali e condizioni contrattuali impensabili fino a qualche anno fa. Un esempio su tutti è la convocazione, per due anni di fila, di uno sciopero spontaneo nei magazzini tedeschi e polacchi del colosso Amazon durante il Black Friday. In questa occasione i lavoratori hanno invitato i consumatori a non boicottare l’azienda ma se possibile ad aumentare gli ordini in modo da mandare in crisi la catena di distribuzione delle merci le cui conseguenze sono arrivate fino al periodo natalizio successivo. Questo rallentamento ha colpito l’azienda dell’uomo più ricco del pianeta, Jeff Bezos, riducendone i profitti del 2% su base annua. La direzione europea di Amazon ha subito convocato i sindacati per venire incontro alle richieste dei lavoratori, che non erano neanche direttamente iscritti ai sindacati. Dai magazzini di Amazon, alla logistica del centro Italia, come anche nei principali porti mondiali, i lavoratori della logistica si scoprono fondamentali, prendono consapevolezza dei rapporti di forza ed escono dall’informalità e dalla condizione di rischio grazie a boicottaggi, blocchi, picchetti, scioperi selvaggi che rallentano la pianificazione della logistica della distribuzione delle merci. Rallentamenti che fanno perdere valore finanziario a colossi a loro volta esposti alla speculazione dei mercati. Questa reinvenzione delle pratiche di sciopero che sfrutta l’esposizione finanziaria di alcune multinazionali agisce anche grazie a reti di alleanze sociali che coinvolgono i consumatori e gli attori politici nazionali, i sindacati tradizionali, magari osteggiati dalle aziende, e reti di solidarietà transnazionali. Una complessa ricomposizione politica e sociale che attacca direttamente i mercati finanziari e la rete su cui i capitali insieme alle merci si muovono. Non è un caso quindi che proprio dall’International Transport Workers’ Federation (ITF), cioè dalla rete globale di sindacati del settore logistico, arrivi la promozione di due iniziative come la Trade Unions for Energy Democracy (TUED) e il Global Climate Jobs Network che intendono mobilitare i sindacati intorno al cambiamento climatico; due iniziative che sono oggi il punto più avanzato di convergenza politica della composizione tecnica e sociale della classe.87

Concludendo, in un contesto determinato da un lato dalla crescita del caos, benedetto dalla speculazione dei mercati, e dall’altro dall’approssimarsi del limite di carico dell’ambiente, il punto di vista del “lavoro” e delle forme in cui l’umanità si organizza e lotta, smentisce ogni apocalittico determinismo storico. Determinismo che è oggi invece molto diffuso. Pensiamo, per esempio, all’importante opera di Shoshana Zuboff, che nel suo “Capitalismo della sorveglianza” scrive:“il potere strumentale produce enormi volumi di dati e conoscenza per i capitalisti della sorveglianza e fa diminuire infinitamente la nostra libertà, mentre rinnova continuamente il dominio del capitalismo della sorveglianza sulla divisione del sapere nella società (…) Un tempo il potere si identificava con la proprietà dei mezzi di produzione, oggi invece si identifica con la proprietà dei mezzi in grado di modificare i nostri comportamenti. Questa tensione, ancorché motivata da solide argomentazioni, risulta spesso conseguenza di un processo, quarantennale, di invisibilizzazione della forza-lavoro. Parafrasando Raymond Williams, che scriveva che “non esistono le masse, esistono modi di vedere le persone come masse”, espellendo il lavoro, l’umano, diventa infatti legittimo pensare che “non esistono gli automi, esistono modi di vedere le persone come automi”.

Ma, al contrario, il fattore umano, la produzione e la riproduzione sociale non solo non sono marginali ma mai come oggi sono centrali. Il più recente rapporto sul futuro del lavoro dell’ILO ci dice che nel futuro ci sarà ancora più umanità messa a produzione e che però questo lavoro non sarà sufficiente a liberarsi dalla povertà. A ben guardare, tuttavia, lo stesso rapporto ci dice anche come la produzione, in rapida trasformazione, sarà, sempre di più, attraversata da processi di organizzazione orizzontale e cooperativa, comunitaria, spesso mutualistica. E già oggi il mondo del lavoro, specie nei settori dove maggiore è la “produttività”, è attraversato da alleanze e ricomposizioni sociali che contendono potere di governance al capitale finanziario. Partendo proprio da questi contesti si può osservare come, quando speculazione finanziaria, forza lavoro e natura entrano in conflitto, ciò che si produce è da una parte un aumento della volatilità economica, e dall’altro, sempre più spesso, un diffondersi di pratiche e soggettivazioni politiche che agiscono proprio alle fondamenta dell’estrazione e rivalutazione capitalista. Conseguentemente il capitale finanziario diventa sempre più un valore nominale, un indicatore statistico, dell’entropia sistemica e sempre meno un parametro economico concreto per indicare la ricchezza esistente o disponibile. E’ questa stessa autonomia del capitale dai processi reali causa ed effetto del moltiplicarsi delle “crisi”, vale a dire dell’unica possibile ricaduta, violenta e top-down, della concentrazione di capitale circolante sul livello della produzione e della riproduzione sociale.

L’innovazione tecnologica, il “farsi sistema complesso di macchine” non è un processo lineare ma terreno di scontro dai molteplici esiti. Citando Taina Bucher1:”mentre gli algoritmi fanno certamente delle cose alle persone, anche le persone fanno  cose agli algoritmi”.

Ritornando, infine al 2015 e alla provocazione degli attivisti di Francoforte sul Meno, la risposta, approfonditi i termini della questione da loro posto, appare più incerta. Ciò su cui si può essere ragionevolmente certi è che l’esito sarà sempre più inevitabilmente segnato dal conflitto tra borse, finanza, capitale da una parte e umanità e natura dall’altro. Un’ostilità, un’alternativa di traiettoria, per cui l’esistenza di una forza negherà l’esistenza dell’altra, in una sfida caotica e non lineare ma sicuramente senza alcuna possibilità di compromesso.

Berlin, Dicembre 2019

1 K.Marx, Il Capitale, Libro II

2 K. Marx Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica

3 E.Terrell Wall Street and the Stock Exchanges: Historical Resources

4 H.Bierman, The 1929 Stock Market Crash

5 United States. Congress. House. Committee on Interstate and Foreign Commerce, Amending Securities Act of 1933, Securities Exchange Act of 1934

6 Morgan Stanley Website , Company History

7 F. S. Mishkin, S. G. Eakins; G. Forestieri, Istituzioni e mercati finanziari

8 F. Black, e M. Scholes, The Pricing of Options and Corporate Liabilities

9J.C. Hill, Options, Futures and others derivates

10 P. W. Baschnagel, Stochastic Processes from Physics to Finance

11J.Rueff, The Monetary Sin of the West

12J.Bridle, Nuova era oscura

13I. Paul, The end of Moore’s Law is on the horizon

14J.Tirole, The theory of corporate finance

15M. Pasquinelli, Gli algoritmi del capitale

16D. Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo

17A. La Mounier, 6/5

18K.Marx, Frammento sulle macchine

19Luncitel, Artificial Intelligence Market Report: Trends, Forecast and Competitive Analysis

20R.Ferrari, L’era del Fintech: la rivoluzione digitale nei servizi finanziari

21M.Pelt, What is growth hacking?

22Capgemini, Fintech report 2018

23Oxford Economics report & release, The future of technology and workforce

24E.Budish, P.Cramton, J.Shim, The high frequency trading arms race: frequent batch auctions as a market design response

25S.Arbesman, Overcomplicated

26J.R. Koza, Genetic programming: on the programming of computers by means of natural selection

27 E. Alpaydin, Introduction to Machine Learning

28D. Simon, Evolutionary Optimization Algorithms

29M. Platero, Un errore fa crollare Wall Street

30L. Vaughan, Flash Crash: A Trading Savant, a Global Manhunt, and the Most Mysterious Market Crash in History

31A. Le Mounier, Op. cit.

32J. Riddle, Op. cit.

33F. Rampini, Rete padrona

34A. Le Mounier, Sniper in Manowah

35J. Riddle, Op. cit.

36A. Caccavalle, S. Righi, Banca tech. La rivoluzione tecnologica nel credito vista dai vertici del sistema bancario

37 Anton A. Huurdeman, The Worldwide History of Telecommunications

38A.Satriano, How Internet moves under the oceans

39J. Griffith, The global internet is powered by vast undersea cables. But they’re vulnerable

40J.Carter, Why Fintech needs 5G

41O.Schneider, How Will the Introduction of 5G Effect Global Trading

42J.Riddle, Op. cit.

43J.Guthrie, Big bourses take on dark pool competitors

44 F. Del Bene, Strumenti finanziari e regole MIFID. Compliance, autorità di vigilanza e conflitti di interesse

45 Philips, Matthew, Where Has All the Stock Trading Gone?

46 FIXGlobal, The Impact of Dark Pools on Access to Desirable Liquidity

47K. Marx, Op. cit.

48IPCC, Global climate change report 2018

49D. Spratt, I. Dunlop, Existential climate-related security risk: a scenario approach

50 UNFCCC. 2007-11-20, Making Kyoto work:data, policies, infrastructures

51 Nordhaus, William, A Question of Balance – Weighing the Options on Global Warming Policies

52EUROPA – Press Releases , EU climate change policies: Commission asks member states to fulfill their obligations

53N. Shah, I prezzi del carbonio stanno scalando

54B. Bratton, The stack

55A. La Mounier, Op. cit.

56A. Vaughan, How viral cat videos are warming the planet

57A. Hern, Bitcoin’s energy usage is huge – we can’t afford to ignore it

58IEA, World Energy Outlook 2018

59Forbes, Remainging Capitalism

60S. Gnaesanger, Weltweite Windenergieleistung erreicht im Jahr 2018 0,6 TeraWatt / 1 TeraWatt sind eine Billion Watt

61B.Bratton, Op. cit.

62B.Bratton, Op. cit.

63D.Zhang, Internet of things: Visions and Challenges

64 F. Battini, Riflessioni su etica, economia e finanza

65 Vigeo Italia, Green, social and ethical funds in Europa

66 K. A. Gould, D. N. Pellow, A. Schnaiberg, Treadmill of Production: Injustice and Unsustainability in the Global Economy

67H.Ritchie, M. Roser, CO₂ and Greenhouse Gas Emissions

68 M. Nicholls, “Confounding the Forecasts”, Environmental Finance

69 J.Purdy, Living Together Shouldn’t Put Us at War With One Another or With the Earth

70 OMS, Classification of Diseases (Icd-11)

71OMS, Op. cit.

72Crawford, Juler, Anatomy of a AI System

73 R. Alquati, Sulla Fiat e altri scritti

74Notes from below, Workers inquiry and social composition

75R. Ciccarelli, Forza lavoro

76ILO, Century’s declaration for the future of work

77E.Sladek, Anchor Institutions

78Forbes, Op. cit.

79ILO, Op. cit.

80N.Klein intervista su On Fire: The Burning Case for a Green New Deal

81W. Oremus, The Tech Workers Coalition explains the organization of Silicon Valley’s workers

82R. Ciccarelli, Op. cit.

83P. Paganini, Hackers leak 2TB of Data From Cayman National Bank

84http://www.robinhoodcop.org

85Mac Kinsey Institute, Indipendent work: choice, necessity, and the Gig economy

86 Statista, Retail e-commerce sales worldwide, 2014-2023

87A.Wahl, Trade Unions and Climate Change

88T. Bucher The algorithmic imaginary: exploring the ordinary affects of Facebook algorithms

Il bruno tramonto di Angela Merkel.

A una settimana dalle elezioni europee in Assia, a Kassel, la polizia ha trovato il corpo senza vita di Walter Luebcke, presidente distrettuale. L’uomo è stato ucciso in casa sua con un colpo di pistola alla testa. Il politico cristiano democratico era uno dei personaggi più riconosciuti a livello federale per le sue posizioni di apertura verso i migranti e di antirazzismo cristiano. Posizioni che già dal 2015 lo avevano costretto a vivere sotto scorta per le minacce subite da parte di estremisti di destra.

Mentre però le indagini vanno avanti la società tedesca dopo il terremoto elettorale si ritrova improvvisamente sotto shock.

Purtroppo l’omicidio di Luebcke è il più recente e drammatico di una serie di fatti che già da tempo accadono in Germania, proprio mentre il mondo della politica si prepara, fortemente indebolito, ad un passaggio di fase epocale.

La cancelliera Angela Merkel ha infatti preannunciato che al termine di questo mandato, dopo 15 anni di leadership, si ritirerà dalla vita politica. Questa decisione sta provocando, ovviamente, moltissime tensioni in un ceto politico che appare totalmente incapace di affrontare la nuova stagione. La Cancelliera, da sempre figura anomala nel conservatorismo tedesco, con la sua proverbiale resilienza, nel corso del più lungo mandato dai tempi di Adenauer, ha eliminato tutti i suoi concorrenti politici, interni alla CDU ma anche esterni, pensiamo ai Socialdemocratici. Così facendo però ha precluso ogni possibilità di rinnovamento nella governance tedesca. La nuova generazione ordoliberale non sembra infatti essere assolutamente all’altezza della pesante eredità e la CDU inizia a preoccuparsi del calo di consenso e credibilità verso una società sempre più complessa e dinamica. Tutto questo da una parte è nascosto ancora una volta del carisma della Cancelliera, tutto sommato ancora in carica, e dall’altra dalla catastrofica crisi, quasi una tragedia teatrale, che colpisce l’altro storico partito di governo, l’SPD, ormai terza (o quarta) forza politica del paese.

Eppure a guardare l’orizzonte post 2020 non possiamo non si può nascondere angoscia e più di qualche dubbio. Questo perché durante il suo lungo mandato la Merkel ha affrontato una serie di questioni normalizzando costantemente il conflitto ed evitando di sciogliere i nodi più contraddittori e problematici che le si presentavano di anno in anno. Questa scelta se ha pagato nell’immediato ma oggi rischia di diventare un’eredità insostenibile per una ceto politico evidentemente non all’altezza della sfida. La crisi dei disoccupati, quella del debito, la debolezza della domanda interna, la crisi ambientale, la fragilità del sistema bancario, la posizione geopolitica schiacciata nella polarizzazione USA-Cina, l’afflusso dei migranti comunitari e dei rifugiati, sono solo alcune delle questioni rinviate e mai risolte dall’”estremismo di centro” della Cancelliera. Se a queste aggiungiamo tensioni sociali come l’aumento della disuguaglianza sociale, una sorta di zonizzazione territoriale, elettorale ed economica (pensiamo alle differenze tra Berlino, Laend ex DDR e Laend dell’ovest) e un’Unione Europea sempre più disunita, diventa chiara la pericolosità della bomba ad orologeria innescata nel cuore della prima economia e paese più popoloso del continente.

Ma è proprio il terrore per il caos e l’ignoto del dopo Merkel che sta producendo nella macchina kafkiana di poteri federali, agenzie di sottogoverno, organizzazioni parastatali e gruppi di interesse, reazioni nervose e preoccupanti scricchiolii. Più volte per esempio nel Bundestag si sta forzando in senso centralista la Costituzione tedesca che separa nettamente i diversi “Amt” (Autorità) dello Stato, a sua volta fondato su un federalismo spinto. A questi tentativi di accentrare verso il Bundestag compiti dei Laend però fanno resistenza proprio le specificità locali, sempre più diverse tra loro da molti punti di vista, non ultimo da quello elettorale. I corridoi della governance vivono così di schizofrenia asfittica in cui si moltiplicano proposte legislative, protagonismi locali, vuoti di potere, torsioni autoritarie e tensioni sociali. E, in questa sorta di Repubblica di Weimar a bassa intensità, ovviamente si affacciano anche segnali inquietanti che riguardano un rinnovato protagonismo dell’estrema destra, per decenni marginalizzata, isolata e sorvegliata. Inceppatasi temporaneamente la macchine del consenso di Alternative fuer Deutschland, almeno a Ovest, alcuni settori ordoliberali stanno assumendo uno strano atteggiamento di sottovalutazione verso gravi connivenze tra apparati di sicurezza dello Stato e gruppi neonazisti che inevitabilmente richiamano alla memoria il passato più cupo dei tedeschi e dell’Europa. Ormai a cadenza quotidiana i giornali riportano scandali ed episodi che legano razzisti, antisemiti, islamofobi, omofobi a settori di polizia, dei servizi, delle forze armate. E su questi fenomeni pericolosamente l’ultimo governo Merkel sta decidendo di non decidere. Un errore grave che potrebbe rivelarsi anche un azzardo fatale.

Per comprendere al meglio la portata dei fenomeni è bene mettere in fila fatti di cronaca, rapporti, gli scandali, almeno i principali, che riguardano gli apparati statali e l’area dell’estremismo di destra, dal partito xenofobo Alternative fuer Deutschland fino ai gruppi clandestini e terroristi neonazisti, eredi della famigerata organizzazione NSU. In questo quadro si inserisce il drammatico omicidio di inizio giugno del politico cristiano e antirazzista Walter Luebcke.

Eins, Zwei, Polizei…

L’inizio di questa ricostruzione può essere fissato intorno alla fine del 2017, quando l’ex presentatore dell’emittente ZDF e zelota evangelico Peter Hahne dichiarò candidamente in un talk show in prima serata: “Tutti i poliziotti di Berlino votano Alternative Fuer Deutschland”.

Questa dichiarazione mise sul chi va là diversi giornalisti e attivisti e accese i riflettori su una realtà ignorata dai più. Da quella dichiarazione si mossero le prime inchieste e da queste, comprensibilmente, scoppiarono i primi scandali.

Pochi giorni dopo l’uscita televisiva di Hahne per esempio, in Turingia, qualcuno notò che, alle elezioni regionali, 5 candidati su 38 di Afd erano ex ufficiali di polizia. E il capolista Hoecke più volte in campagna elettorale aveva confessato pubblicamente di sognare una “frangia frustrata proveniente dagli apparati di sicurezza dello Stato pronta ad ammutinarsi contro i superiori”. La palla di neve iniziò così rapidamente a farsi valanga e dalla Turingia si allargò a tutta la Repubblica Federale Tedesca.

Da tre anni ormai, sempre più spesso si riportano episodi di racial profiling, di indagini motivate da pregiudizio razziale, religioso o antisemita, condotte arbitrariamente violente contro militanti di sinistra e non solo, insabbiamenti e mancanza di misure disciplinare contro diversi poliziotti legati ad ambienti neonazisti. Recentemente persino il docente dell’Accademia di Polizia di Amburgo, Rafael Behr, in un’intervista allo Spiegel, ha dovuto ammettere che le reclute in polizia sono di anno in anno sempre più vicine a visioni del mondo razziste e autoritarie.

A dire la verità, in Germania i problemi di razzismo delle polizie dei Laend erano già emersi negli anni precedenti, spesso ignorati come fatti di cronaca episodici e marginali. Su tutti basti evocare le connivenze tra servizi segreti, polizie dei Land orientali e gli omicidi della “banda del Kebab”, meglio nota, appunto, come NSU (Nationalsozialistische Untergruend cioè Clandestinità Nazionalsocialista). Oppure basti citare anche la morte, ancora senza giustizia, di un rifugiato, Oury Jalloh, trovato legato e carbonizzato in una cella della stazione di polizia a Dessau. O ancora l’omicidio con un arma da fuoco in dotazione alle forze dell’ordine del giovanissimo Burak Bektas, a Neukoelln, quartiere multietnico di Berlino, e i depistaggi successivi operati dalla polizei berlinese e dai media conservatori. E se i segnali c’erano tutti, ma spesso venivano sottovalutati, dopo il 2017 l’attenzione dei media ha alzato il sipario su una realtà spaventosa e molto più sistemica, ormai appunto quotidiana.

Innanzitutto è bene qui richiamare il recente episodio che si richiama proprio a quella Nationalsozialistischer Untergrund che, grazie alla complicità di apparati statali deviati, ha seminato per anni morti e feriti su tutto il territorio federale. In Assia, la ricca regione di Francoforte sul Meno, esattamente quella di Luebcke, pochi mesi fa proprio l’avvocata di alcune delle vittime dell’NSU, Seda Basay Yildiz e sua figlia hanno iniziato a ricevere diverse minacce di morte anonime. In realtà non proprio anonime, giacché erano firmate con un inquietante: “Saluti, NSU 2.0”. Quando la vicenda si è fatta insostenibile sono partite le denunce e le indagini rapidamente hanno portato alla scoperta di una cellula di estremisti, formata da almeno cinque poliziotti che avevano utilizzato le informazioni giudiziarie per arrivare all’attivista e legale e alla sua famiglia. A maggio scorso uno dei cinque poliziotti coinvolti nello scandalo è morto in incidente stradale e secondo gli inquirenti non sarebbe da escludere l’ipotesi di suicidio. Sempre nella stessa regione, e ancora nel 2018, a Kirtorf, un’altra indagine interna alla polizia ha scoperto a casa di altri 5 agenti una collezione di stemmi nazisti, vietati per legge in Germania, insieme ad un arsenale di armi non dichiarate oltre che un archivio con diversi documenti che collegavano i poliziotti ad un famigerato e numeroso gruppo armato di estrema destra: i “Reichsbuerger” (“Cittadini del Reich”). Questo movimento clandestino spesso implicato nel commercio di armi è stato spesso accostato ad alcuni esponenti di Alternative fuer Deutschland e, secondo le ultime notizie, conta quasi 19.000 membri. Attualmente, in Assia, ci sono almeno 17 agenti di polizia indagati per estremismo di destra e sospesi dal servizio (altri 14 sono tornati però in servizio poiché le prove a loro carica non sono state valutati come sufficienti per giustificare una sanzione disciplinare o un processo penale).

Ovviamente la questione non riguarda solo l’Assia. Spostandoci di alcuni kilometri, in un altro ricco Laend occidentale, la Baviera, feudo elettorale della CSU del Ministro degli Interni Seehofer, hanno fatto notizia i video che riprendevano diversi agenti fare saluti nazisti o i loro messaggi xenofobi e neonazisti in chat di gruppo tra colleghi. Anche in questo caso ciò che ha fatto partire le indagini è stato però un episodio drammatico: la morte sospetta di un giovane rifugiato somalo, nel febbraio 2018, quando questi era in custodia in una caserma di polizia. La vicenda ha subito attirato l’attenzione dei media sulla polizia bavarese e, ancora una volta, ha dischiuso un vaso di Pandora. Si è per esempio scoperto dell’esisteva di una cellula di circa 40 tra ufficiali e agenti delle squadre speciali di intervento bavaresi (l’USK, Unterstuetzkommando) responsabili della pianificazione e dell’esecuzione di attacchi razzisti o antisemiti (in Germania sono circa un migliaio i reati senza colpevole di questo tipo) ma anche di violenze contro i colleghi che volevano denunciare e contatti con una galassia eversiva di gruppi neonazisti (tra cui la famigerata Blood and Honour in seguito a queste indagini arrestata quasi in ogni suo componente). Inoltre proprio l’USK bavarese anni prima era finita al centro di reportage scottanti su torture contro i migranti e abusi, minacce e violenze private contro la scena ultras, ovviamente di sinistra. Ma episodi di aggressioni xenofobe e arresti arbitrari fatti dalla polizia bavarese mentre inneggiava al terzo Reich si sono registrati ripetutamente, sempre nel 2018, a Rosenheim o ad Augusta o a Ulm e in altre località minori della Baviera. “Inspiegabilmente” però solo in rarissimi casi gli agenti sono stati sospesi dai loro incarichi, malgrado i reati penali che venivano loro contestati. Questa impunità “di corpo” da parte delle Commissioni disciplinari dei diversi Laend come l’anomalia di alcune leggi di polizia di alcuni Laend che permettono, anche se condannati per reati violenti, di continuare a svolgere il proprio mestiere di poliziotti è stato un argomento più volte dibattuto.

E se i casi in Assia e Baviera hanno fatto parlare delle solite “mele marce” è la Sassonia, il Laend dove le connessioni tra servizi segreti, polizie ed estrema destra appaiono sistemiche e possono rendere chiara la dimensione del fenomeno. L’ex Laend della Germania Est, dove alle ultime europee AfD ha stravinto con oltre il 30 per cento dei consensi, l’anno scorso è stato teatro, a Chemnitz, di violenti pogrom xenofobi oltre che di marce notturne e armate di migliaia di esponenti dell’estrema destra. La regione di Dresda e Lipsia è una delle più povere della Repubblica Federale. Essendo poi la Sassonia stata la base e rifugio proprio dell’NSU che lì trovava anche appoggi e una solida rete di copertura, i servizi segreti tedeschi hanno una notevole infrastruttura di spionaggio per monitorare la galassia neonazista e, proprio nell’ultimo anno, sono trapelate infatti intercettazioni preoccupanti, risalenti già al 2015. Le intercettazioni dell’intelligence hanno reso noto un solido legame tra Alexander Kurth, pluri condannato neonazista e militante dell’NPD, i Legida (la versione di Lipsia dei noti comitati di cittadini xenofobi Pegida nati a Dresda) e alcuni agenti di polizia della città sassone. In queste intercettazioni ciò che colpisce è, oltre la condivisione di informazioni sensibili sui militanti antifascisti e una sfacciata complicità, l’uso di un vocabolario che rimanda al codice comunicativo di Matteo Salvini, in Italia. Si parlava di “zecche rosse”, di “buonismo”, “sostituzione etnica” o “invasione”. Uno dei poliziotti intercettati era inoltre proprio il responsabile della formazione delle reclute sassoni e, nel 2018, era stato denunciato da un giovane collega che ha diffuso gli screen shot dei messaggi che venivano inviati alle reclute. I messaggi erano tutti a sfondo razzista, nazionalista e antisemita con richiami diretti al Terzo Reich.

Un altro agente monitorato già dal 2015, si è reso protagonista nell’agosto 2018, a pochi giorni dai fatti di Chemnitz, di un altro episodio degno di nota, questa volta a Dresda. Nella capitale sassone, durante la visita della cancelliera Merkel, aveva fornito informazioni riservate sulla visita di Stato ai manifestanti di Pegida e della scena neonazista che volevano colpire la Cancelliera. Lo stesso agente era tra quelli che aveva, da infiltrato mesi prima, dato informazioni agli estremisti su “possibili obiettivi” sensibili e aveva consigliato ai colleghi un fermo “intimidatorio” verso alcuni giornalisti “ficcanaso” che indagavano sui loro legami. I giornalisti in questione erano infatti riusciti a identificare tra i manifestanti dei Pegida diversi agenti di polizia fuori servizio rendendo evidente all’opinione pubblica tedesca e alla politica dell’RFT l’assoluta continuità tra la Polizia Sassone e gruppi e partiti “anticostituzionali”. Questi fatti, che sono comunque una minima parte di quelli avvenuti in questi anni, insieme ai fatti di Chemnitz e al curriculum ambiguo delle forze di sicurezza sassoni sulla vicenda NSU, forniscono una fotografia alla luce del giorno di qualcosa che potrebbe potenzialmente correre sottotraccia anche in altri Laend. Infatti, sebbene le polizie in Germania siano organizzate su base regionale e rispondano ai Ministri degli Interni del proprio Laend rendendo ogni collaborazione tra diversi corpi sempre dipendente da rappresentanti politici eletti alle elezioni locali, dalla Sassonia si è scoperta una ragnatela fittissima di legami e ramificazioni proprio verso altri Laend. Uno dei casi più eclatanti, a tal proposito, riguardò proprio il leader dei Pegida, Lutz Bachman. A poche ore dall’attentato al mercato di Natale 2016 a Berlino, in Breitscheldplatz, il discusso leader xenofobo twittò: “Secondo fonti interne della polizia di Berlino l’assassino è un musulmano tunisino, troviamolo”. Per giorni i comandi della polizia hanno ufficialmente escluso di conoscere l’identità dell’assassino in ogni conferenza stampa ufficiale locale, nazionale e internazionale. Ma Lutz Bachmann sembrò parlare proprio di Amis Amri, tunisino appunto; l’inquietante dettaglio che venne fuori da lì a poco fu che le informazioni cui faceva riferimento l’esponente dei Pegida erano top secret e a disposizione di pochissimi agenti delle forze speciali berlinesi. E proprio grazie a quel tweet avventato si scoprirono le connessioni tra la squadra della polizia berlinese che monitorava la grande comunità musulmana della capitale e i gruppi di estrema destra sassoni che dell’islamofobia avevano fatto primo elemento identitario.

Migranti, rifugiati, comunità musulmane ed ebraiche e anche giornalisti gli obiettivi di questa alleanza tra squadracce naziste e Polizei organizzate in un sottobosco oscuro che rimanda continuamente al terrorismo dell’NSU. Ma ovviamente anche gli attivisti e i partiti di sinistra e antifascisti sono sempre più spesso bersaglio della “sacra alleanza reazionaria”. E questo ben prima del drammatico omicidio di Luebcke. Alcuni esempi tra tutti dimostrano come le vittime in questo caso siano anche soggetti politici persino distanti per cultura politica dal politico CDU. Nel primo, del dicembre 2017, 42 attivisti berlinesi ricevettero lettere anonime di minacce a casa. Erano esponenti dell’area degli squat della capitale, nella storica zona di Rigaer strasse. Gli antagonisti, che avevano resistito l’anno prima a uno sgombero manu militari ad opera della polizei ( tentativo poi giudicato illegittimo da un Tribunale), decisero di mostrare durante una conferenza stampa le missive ricevute. Nelle lettere si faceva riferimento a informazioni private e dati personali sensibili preannunciando che sarebbero state consegnate a gruppi identitari e neonazisti per produrre ritorsioni e rappresaglie contro la campagna di diffamazione che la Rigaer Strasse aveva fatto contro gli agenti che avevano provato a sgomberare gli squat in modo violento. A seguito di inchieste giornalistiche e indagini, come qualcuno aveva sospettato da subito, si scoprì che le lettere erano state inviate tutte dalla quartier generale della polizia berlinese, a Tempelhof, in particolare proprio dall’ufficio deputato a monitorare i gruppi eversivi di destra.

Il secondo episodio, dello stesso anno, ancora nella capitale, nel quartiere multiculturale di Neukoelln ebbe inizio con diversi attacchi alle case e alle auto di politici locali della Linke. Gli attacchi furono collegati dai movimenti antifascisti subito alla scarcerazione di un neonazista pluri pregiudicato, membro della sezione locale di Afd. La polizia che indagava sugli attacchi, malgrado tutte le evidenze, negò ossessivamente qualunque connessione, parlando di criminalità comune, “probabilmente turca o libanese”. Solo recentemente, in un dossier dei servizi segreti, si è scoperto che lo stesso neonazista indicato dai collettivi antifascisti di Neukoelln come possibile responsabile, aveva riorganizzato una cellula di “Nationalistische Autonomen” che si riuniva in una birreria nella periferia sud del quartiere per pianificare azioni violente. La riorganizzazione era stata resa possibile dalla connivenza proprio dello stesso ufficiale della Polizei responsabile delle indagini sugli attacchi, fotografato e intercettato persino mentre partecipava ai meeting del gruppo. Il caso quando è stato riportato dai giornali è stato schermato da un perentorio, ma imbarazzato, “no comment” anche se è oggi al centro di interrogazioni nel senato di Berlino. Ma non solo la scena autonoma o i partiti della capitale sono il target di questa complicità. Lo scandalo più recente infatti riguarda le rivelazioni fatte, a maggio 2019, dallo Zeit sulla Polizei del Laend del Meclerburgo-Vorperania Occidentale. Nel Laend si tiene dal 1997 uno dei festival techno autorganizzati più importanti d’Europa: il Fusion. Il Festival è organizzato da collettivi, associazioni, gruppi della scena della sinistra libertaria tedesca e si svolge all’interno di un’ex base sovietica. Oltre all’immaginario che evoca, il Fusion è anche un luogo di incontro di tutta la sinistra antagonista della Repubblica Federale, che durante il suo svolgimento si autofinanzia e promuove dibattiti ed eventi di approfondimento, attirando persone da tutta Europa (circa 80.000 ogni anno). Nel marzo 2019, a pochi mesi dall’inizio del festival, il Ministro degli Interni del Laend (della destra della CDU) del Meclerburgo-Vorpomerania Occidentale, per imprecisate ragioni di “sicurezza”, ha provato a imporre agli organizzatori la presenza della polizia durante i giorni di festa all’interno della sede del festival o il divieto di svolgimento. La notizia ha creato molto dibattito e ha polarizzato l’opinione pubblica su quella che da subito è parsa un’immotivata e arbitraria provocazione. Mentre però l’opinione pubblica discuteva quasi in astratto della contraddizione tra “sicurezza” e “libertà d’espressione”, sono emersi i documenti interni della polizia sul Fusion. In un dossier redatto mesi prima si pianificavano interventi eccezionali da parte delle forze di sicurezza, addirittura prevedendo l’uso, vietato dalla costituzione, di reparti dell’esercito. In questi documenti la ragione di un piano eccezionale di polizia era di “prevenire possibili conflitti”, pur se non si sono mai verificati incidenti sin dalla prima edizione. Nel documento si parlava di circa 1000 agenti in antisommossa e circa un centinaio di poliziotti in borghese da infiltrare all’interno del Festival. E si richiedeva la disponibilità di mezzi pesanti e idranti anti-riot. I “piani di sicurezza” per il Fusion così si sono mostrati per quello che erano: un’aggressione finalizzata a produrre un escalation che avrebbe terminato l’esperienza arrivando al divieto di svolgimento per possibili future edizioni. Questi documenti portavano la firma di un ufficiale, docente della Scuola di Polizia del Laend. Questo ufficiale è un noto esponente di Alternative fuer Deutschland e in passato è stato condannato e sospeso per reati di violenza aggravata durante l’esercizio delle sue funzioni. L’autore del dossier aveva inoltre fornito nomi, cognomi, domicilio di residenza degli organizzatori a gruppi di Afd e neonazisti locali (con un lungo curriculum di pogrom e omicidi). Subito dopo lo scandalo sollevato dal Zeit e il polverone che ne è nato, i comandi di polizia (che è anche un importante bacino elettorale per Alternative fuer Deutschland) hanno fatto marcia indietro e hanno frettolosamente dichiarato in una nota ufficiale che “viste le risposte in termini di sicurezza degli organizzatori una nostra presenza sul terreno non è più necessaria”. Quest’ultimo episodio, di poche settimane fa, mostra quanto sia variegato ed ampio sia il ventaglio di connessioni tra neonazisti e polizia che possono essere agite. Non solo singoli ma anche organizzazioni complesse e realtà affermate nel mainstream. Come persino, ed è episodio di qualche mese fa, contro ONG famose per gli interventi di salvataggio nel Mediterraneo come la Sea Watch. Ad una festa di autofinanziamento in un Club della capitale, il Mensch Meier, dopo una provocazione all’ingresso contro la security fatta da esponenti di destra è seguito, ad appena cinque minuti, un maxi intervento di circa cento agenti della Polizia doganale (l’unica che poteva senza mandato del giudice fare irruzione in un Club). Nel blitz sono stati feriti in modo serio diversi partecipanti alla festa e ancora oggi la Polizia Federale (che risponde a differenza dei casi precedenti, al governo centrale) non ha ritenuto di fornire spiegazioni malgrado sia stata avviata un’indagine interna, l’ennesima.

I fatti citati sono solo alcuni, pochissimi in realtà tra i molti che ormai rimbalzano sui media tedeschi da ovest a est, da sud a nord senza risparmiare la capitale, Berlino. Sempre più difficile sta diventando per le autorità di pubblica sicurezza negare il sospetto di una sistemica connivenza o quanto meno di un’affinità ideologica tra agenti e neonazisti.

In un paese in cui il quadro politico è in rapida e instabile trasformazione e che ha visto un aumento costante dei crimini motivati da odio razziale o imputabili al suprematismo bianco, il Governo federale sembra minimizzare i fatti più gravi e ignorare tutti gli appelli fatti anche dal mondo della cultura e del giornalismo. Nonostante la dimensione del fenomeno, infatti, il Ministro degli Interni Seehofer, esponente di una destra bavarese spesso accusata di strizzare l’occhio proprio proprio ad Alternative fuer Deutschland, continua, sempre più a fatica, a fare del pericoloso benaltrismo e a parlare di “emergenze sicurezza” legate a frange “dell’estremismo islamico” o al pericolo della scena antagonista e anticapitalista o rimandando tutto a un conflitto di competenze tra governo centrale e Ministri degli Interni dei Laend.

Ma se le Polizei effettivamente non rispondono a Seehofer e alla Cancelliera Merkel esistono altre due istituzioni, questa volte federali, investite in egual misura da scandali sui rapporti con ambienti neonazisti. Sono due istituzioni in cui la mancanza di controllo e intervento della governo di Grosse Koalition appare persino grottesca nella sua goffa evidenza. Queste due istituzioni sono l’esercito, la Bundeswehr, e i servizi di intelligence interna, Bundesamt fuer Verfassungschutz (l’organo di controllo che dovrebbe sorvegliare proprio su tutti i movimenti neonazisti ed eversivi in quanto anticostituzionali).

Gott mit uns!”

Il primo caso, ancora avvolto da omissis e ambiguità, sebbene particolarmente grave, è per esempio salito agli onori della cronaca nella primavera del 2018, grazie a due coraggiose inchieste del Taz e di Focus.de. Questi due media riportarono un’indagine interna al Ministero Federale della Difesa su un’associazione clandestina interna chiamata “Uniter”. L’associazione, persino regolarmente registrata, era composta da oltre duecento ufficiali e soldati dell’elite dell’esercito (il famigerato Kommando Spezialkraeft). Uniter però non era una tranquilla associazione corporativa dei militari, ma una struttura che si poneva come obiettivo la “destabilizzazione dell’ordine costituito”. Questa sorta di “Gladio teutonica” pare si preparasse a una specie di golpe, chiamato “Tag X” (“Giorno X”), e si serviva di “case sicure” come deposito di armi non registrate e comunicava con chat crittografate. La struttura di Uniter su base territoriale (divisa in nord, sud, est e ovest) ha reso però più difficile e farraginoso il lavoro di indagine della Corte Federale. All’inizio dell’inchiesta, sotto la pressione della magistratura e dei media, le relazioni con i gruppi di estrema destra erano state smentite dalla stessa imbarazzata ministra, sempre CDU, Ursula von der Leyen, che ne aveva però, proprio lei mesi prima, denunciato allarmata l’esistenza. L’indagine federale, malgrado lo stato confusionale sulla vicenda della Ministra, è partita comunque; è partita dal laend del Baden Wuettenberg e, servendosi di infiltrati e intercettazioni, ha riconnesso i fili persino con alcuni ufficiali che erano stati “momentaneamente” prestati ai contestatissimi servizi di sicurezza del G20 di Amburgo. Col passare dei mesi tra il 2017 e il 2018, lo scandalo ha assunto però dimensioni difficilmente gestibili da parte dello stato maggiore della Bundeswher e del Ministero con interi battaglioni e caserme coinvolte, liste di prescrizione di politici, attivisti e giornalisti da colpire e schedati, campi di addestramento paralleli, nostalgie della seconda guerra mondiale e, dettaglio ancora più preoccupante, concrete pianificazioni di attentati politici e antisemiti. In una serie di depistaggi e ambigui comunicati ufficiali, l’inchiesta prosegue ancora oggi sebbene schermata da “ragioni strategiche di sicurezza nazionale”. I membri dell’associazione poi, una volta venuti allo scoperto (ad oggi contro di loro non sono state prese misure disciplinari di alcun tipo) hanno minimizzato il tutto come se si fosse trattato di un fraintendimento rispetto a “un gioco di ruolo innocuo”, a una bocciofila o un’associazione di categoria. Per le autorità del Ministero la mancanza di connessioni dimostrabili e dirette con gli ambienti dell’estrema destra rende ancora oggi difficile confermare la veridicità degli intenti dell’associazione militare. Contro questa posizione insopportabilmente ambigua del Governo si è più volte però schierata la Linke e la Fondazione culturale Antonius Amadeus, impegnata contro razzismo, antisemitismo e neofascismo. Questo anche perché secondo un’inchiesta parallela della magistratura, un membro dell’organizzazione stava per rendere meno innocuo il “gioco di ruolo”. Il tenente “Franco A.”, era riuscito a procurarsi documenti come rifugiato siriano nel 2017 e al momento del suo arresto, nel 2017, stava pianificando (ed era quasi in fase esecutiva) l’omicidio proprio di alcuni esponenti della Linke e della presidentessa dell’Antonius Amadeus Stiftung, sotto la “falsa bandiera” del terrorismo islamico. Insieme a lui alla vigilia dell’attentato furono fermati e accusati altri due commilitoni, uno dei quali membro della sezione locale di Alternative fuer Deutschland. Dall’arresto di Franco A. si è riusciti a ricostruire in controluce la rete Uniter, allargandola anche a Svizzera ed Austria ma tutti gli ufficiali interessati hanno negato ogni collegamento col sergente e i suoi commilitoni. Alcuni giornalisti che si sono occupati della vicenda fanno notare come nelle perquisizioni, nelle indagini, negli arresti legati a Uniter e soprattutto all’episodio del tenente Franco A. siano state utilizzate esclusivamente le forze di Polizia dell’Assia e della Baviera, già in questo articolo indicate tra quelle più legate all’estrema destra. Una scelta quantomeno poco appropriata da parte del Governo SPD-CDU. Del resto in questo momento evidentemente i due partiti popolari in piena crisi interna non vogliono mettersi contro l’esercito proprio mentre si spinge verso una sua dimensione sovranazionale e comunitaria a tutela degli interessi geopolitici, dell’UE, e quindi della Germania.

Qualcosa al di fuori della legalità…

Ma se gli scandali nella Bundeswehr e nelle diverse polizie dei Laend non dovessero bastare a mostrare plasticamente l’opa lanciata dall’eversione bruna sugli apparati di sicurezza tedeschi, proprio nell’agosto 2018 un terremoto ha travolto i vertici del Bundesamt fuer Verfassungschuft, l’autorità in Difesa della Costituzione. Quest’ultimo episodio, che ha addirittura fatto temere per la sopravvivenza del governo di Grosse Koalition, è probabilmente quello che più di tutti riesce a rendere il contesto politico di irresponsabile inedia in cui la CDU e la CSU, oltre che l’insipiente SPD, stanno affrontando un fenomeno la cui dimensione si allarga a macchia d’olio.

Dopo le inchieste sull’NSU del 2012, che evidenziarono le mancanze nella condotta dei servizi segreti e gravi omissioni nelle indugini sul gruppo terroristico, Angela Merkel decise di cambiare i vertici dell’intelligence, screditata agli occhi dell’opinione pubblica. Con un vero e proprio blitz di nomine fu posto alla guida della onnipotente Agenzia Federale in Difesa della Costituzione, proprio l’avvocato che aveva guidato la commissione di inchiesta sui rapporti tra l’Agenzia e l’NSU: Hans Georg Maassen, esponente dell’anima più reazionaria dei cristiano democratici. Dal 2012 al 2018 Maassen ha diretto l’agenzia, riformandone la linea di comando ma anche usando la propria posizione di visibilità per smarcarsi dalla Cancelliera Merkel, assumendo pubblicamente posizioni via via sempre più controverse (per esempio non ha mai fatto mistero dei suoi rapporti con l’NSA d’oltreoceano ed è stato protagonista di uno scambio di accuse con Snowden che insinuava fosse addirittura un agente dell’FSB russo). Ma malgrado le sue affermazioni contestate, per quella dottrina di governo dell’estremismo di centro merkeliano, Maassen aveva sempre mantenuto saldamente il proprio ruolo. Almeno fino all’agosto del 2018, quando tutto il mondo e l’opinione pubblica tedesca si svegliarono sconvolti dalle immagini dei pogrom e dalle violenze xenofobe di migliaia di naziskin a Chemnitz, in Sassonia. In quell’occasione la Cancelliera, con un altro dei suoi blitz, dette il ben servito alla destra del suo partito che si muoveva dietro le provocazioni di Maassen. La Cancelliera sfruttò al meglio l’eccesso di sicurezza dell’avvocato che lo trasformò rapidamente in un problema politico per l’intero governo. All’indomani dei primi pogrom nella città sassone, infatti, in un’intervista alla Bild , Maaßen forse per troppa fiducia nelle sue provocazioni, mise in dubbio l’esistenza stessa di prove credibili per tali “cacce”, c’erano decine di filmati su YouTube, e dichiarò candidamente che l’intelligence da lui guidata, non aveva registrato alcun episodio di violenza. Maaßen nella stessa intervista negò di fornire qualunque motivazione a questa sconvolgente posizione. In un momento in cui l’intera società tedesca si aspettava risposte dal Bundesamt fuer Verfassunschutz sulle immagini da Chemnitz e con AfD che cresceva nei sondaggi, le dichiarazioni del numero uno dell’agenzia, scatenarono la tempesta perfetta. Innanzitutto perché minavano la veridicità dei media da anni impegnati in inchieste e ricerche, spesso inascoltate dalla politica, e in secondo luogo perché negavano una realtà oggettiva che tutto il mondo aveva potuto osservare, dimostrando quanto Maassen, se non esattamete interessato, quanto meno non fosse all’altezza del ruolo. Dopo queste dichiarazioni in una interrogazione al Bundestag tutti i partiti, tranne l’AFD, ne chiesero immediatamente la rimozione. La cancelliera Merkel appoggiò la richiesta, ottenendo il doppio risultato di dare un capro espiatorio all’opinione pubblica e liquidare la destra del suo partito (chiudendo, almeno temporaneamente, così la porta a qualunque fascinazione di alleanze persino locali della CDU con Alternative fuer Deutschland). Un disperato tentativo di recupero dell’esponente conservatore fu fatto da lì a poco dal Ministro Seehofer, che di Maassen condivideva il background reazionario; con il più classico dei “promoveatur ut moveatur” il leader bavarese nominò il contestato avvocato come Segretario di Stato agli Interni (con la beffa di assegnarli la funzione di controllo proprio sui servizi di intelligence). Sfortunatamente per entrambi subito dopo la nomina venero alla luce i rapporti che già nel 2015 Maassen intratteneva con esponenti di primo piano dell’Afd. In questi colloqui “riservati”, proseguiti fino a pochi mesi dai fatti di Chemnitz, l’avvocato della CDU dava consigli ai populisti su come eludere proprio i controlli dell’agenzia da lui presieduta. Dopo la fuga di notizie, in una sorta di delirio paranoide, l’ormai ex capo dei Servizi iniziò a teorizzare di essere stato vittima di un complotto della “sinistra radicale infiltrata nel governo della Merkel”. Persino per Seehofer era diventato ormai indifendibile e il Ministro dovette rimuoverlo dall’incarico mandandolo in prepensionamento. Prepensionamento che Maassen sta passando tenendo conferenze in giro per l’Europa in cui denuncia come “morbide” le politiche sull’immigrazione e sulle frontiere dell’UE e rilancia la minaccia del terrorismo islamico, della difesa delle radici cristiane europee come priorità dei servizi di sicurezza degli Stati.

Con lo scandalo che ha coinvolto il governo della vicina Austria nel mese di maggio 2019 sono emerse altre ambiguità sui servizi tedeschi dell’era Maassen. Già il New York Times e lo Spiegel, prima dello scandalo di Ibiza sull’estrema destra dell’SVO austriaco, avevano denunciato come i servizi austriaci fossero stati infiltrati dalla destra filo russa diventando un pericolo per l’intera Unione Europea. Dopo lo scandalo e le dimissioni del Cancelliere Kurz tuttavia sempre lo Spiegel ha reso pubblico come due alti funzionari dei servizi tedeschi Rudolf Adam (che attualmente è un docente all’Università di Monaco di Baviera) e l’ex presidente dell’agenzia August Hanning siano diventati paladini della base del partito di estrema destra grazie a interviste in cui avanzavano dubbi sullo scandalo con allusioni antisemite.

Questi ultimi episodi non fanno che mostrare come il problema sia più profondo e non sia legato solo all’ex presidente defenestrato dopo Chemnitz. Dalle dimissioni di Maassen, nell’autunno 2018, i servizi di sicurezza interni sono nei fatti commissariati in attesa di nominare una figura politica di garanzia, cosa che però sembra particolarmente difficile da trovare dato l’ennesimo vuoto di potere che il blitz della Cancelliera ha prodotto.

Questo vuoto di potere nell’agenzia che deve vigilare sull’eversione e sugli altri corpi dello Stato è anche un possibile fattore di agibilità per le inquietanti collaborazioni che abbiamo fin qui raccontato.

Er ist wieder da (?)

Tutte queste vicende accompagnano l’avvicinarsi della fine dell’era Merkel ma soprattutto parlano della mancanza di governo sugli apparati dello Stato da parte di ciò che rimane della CDU-CSU e dell’SPD. Dalla periferia, dai livelli locali, partendo dalle polizie dei Laend, dalle accademie di addestramento, dai sotto ufficiali dell’esercito, l’anima xenofoba tedesca, in piena rivalsa da “grandeur” geopolitica, scala le gerarchie e costruisce relazioni. Una scalata che sembra addirittura indipendente ormai da Alternative fuer Deutschland e dalle sue alterne fortune elettorali. Un’ascesa politica che si richiama alle parole d’ordine e ai simboli del Terzo Reich e sembra servirsi come “manovalanza” innanzitutto di gruppi e attivisti neonazisti da sempre relegati ai margini della società. A giorni alterni ormai sempre più giornalisti, intellettuali, thinktank si interrogano lo spettacolo sul tema offerto dal Governo sia motivato da una sorta di rifiuto ossessivo di prendere atto della situazione, che interroga alle fondamenta il potere e la storia dei gruppi dirigenti della RFT, o da inadeguatezza politica o, addirittura, da ambigua e interessata connivenza. Del resto figura politicamente simbolica di questo è proprio il Ministro degli Interni che dopo aver flirtato con la “pancia” xenofoba dell’elettorato tedesco e lanciato una sfida alla Markel, all’indomani della sconfitta elettorale in Baviera, si è praticamente eclissato e ripete ossessivamente che la minaccia alla sicurezza siano l’immigrazione, l’islam, gli hacker russi e l’estrema sinistra (recentemente ha provato, con scarso successo, a bandire come “organizzazione eversiva” il legal team di movimento “Rote Hilfe”). L’impressione condivisa però è che la realtà sia ormai troppo manifesta per essere nascosta e allo stesso tempo nessun politico di Grosse Koalition riesce ad affrontarla.

E’ in questo quadro che si inserisce l’omicidio dell’esponente della “sinistra” democratica e antirazzista della CDU Walter Luebcke (amministratore locale preso spesso nel mirino da Pegida quasi come Mimmo Lucano dalla destra al governo in Italia). E sempre qui si inserisce l’ascesa elettorale e non solo localizzata nell’ex Germania Est dell’estrema destra con i suoi piani eversivi, le liste di proscrizione, gli attacchi e i pogrom.

Tuttavia l’impressione è anche che l’opinione pubblica tedesca sia meno irresponsabile dei partiti al governo. Innanzitutto pochi mesi fa quasi a preannunciare il trionfo elettorale dei Verdi, per la prima volta i temi legati a immigrazione e sicurezza non erano in cima alle priorità dell’elettorato, sostituite dalle questioni ambientali e climatiche. In secondo luogo i media stanno sempre più dando spazio a inchieste, anche molto coraggiose visto il livello di violenza, proprio sull’agibilità di cui gode l’estrema destra tra gli apparati di sicurezza e in alcuni territori. Un’ultima ragione ha a che fare con la forza di organizzazione e di alleanza tra movimenti, migranti, chiese protestanti, disoccupati, donne, giovani. Un’inedita saldatura politica e sociale in un quadro di violentissima polarizzazione tra visioni di mondo opposte e inconciliabili.

Queste soggettività sono sempre più presenti nel dibattito mainstream dell’era tardo merkeliana e appaiono ai più come i portatori vivi delle contraddizioni mai risolte negli scorsi 15 anni. Su di loro la storica responsabilità di fronteggiare questa pericolosa e mostruosa alleanza di “eversione e sicurezza” Schmittiana. Non è detto però che la farsa cui la Storia è condannata a ripetersi non sia drammatica come i recenti fatti di sangue dimostrano. Esserne consapevoli è fondamentale affinché questa volta l’anima autoritaria e reazionaria tedesca sia respinta all’inferno, per rimanerci una volta per tutte.

Deportazione 2.0: dall’American First al Cloud First

All’alba del suo mandato, Donald Trump aveva contro di sé gran parte degli imprenditori della Silicon Valley. La valle del silicio californiana voleva candidare la propria visione liberal e democratica come alternativa politica al sistema valoriale incarnato dal nuovo presidente, in particolare in opposizione alla retorica anti migranti. Erano i tempi lontani dei discorsi di Zuckerberg contro l’hate speech e delle prese di posizioni contro le deportazioni e i visti negati da parte dei CEO di Apple e Netflix. Erano anche i tempi in cui il fondatore di Uber, Travis Kalanick, veniva isolato dal “giro” per una sua dichiarazione, subito ritrattata, vagamente simile ad un “lasciamolo lavorare” verso l’inquilino della Casa Bianca.

Da allora però sono passati tre anni. Molto è cambiato nei rapporti tra le aziende di Palo Alto e San Francisco, le multimiliardarie imprese dell’hi-tech, dei data, dell’e-commerce, e il governo statunitense. Le più importanti tra queste imprese ora hanno addirittura un ruolo chiave nel complesso carcerario di massa statunitense e nelle politiche di detenzione e deportazione dei migranti volute da Donald Trump. Molte compagnie della Valley, senza troppa pubblicità, negli scorsi anni, hanno chiuso accordi a nove zeri per collaborare con agenzie federali e dipartimenti governativi e questo sembra aver polverizzato la loro velleità di promuovere una visione di mondo alternativa alla destra sovranista.

“Pecunia non olet” dirà il cinico di turno; se non fosse che gli strumenti e le tecnologie che alcune compagnie stanno mettendo a disposizione del governo gettano inquietanti ombre sul futuro di privacy, libertà e diritti di tutti i cittadini negli Stati Uniti.

Poche settimane fa la rete di attivisti, ONG e movimenti abolizionisti Worth Rises è riuscita a pubblicare il prezioso report: “The Prison Industrial Complex: Mapping Private Sector Players”. Il report è la più completa fotografia del legame tra l’economia statunitense e le politiche di incarcerazione e deportazione di massa. Dopo decenni di ricerca finalmente si comprende la portata di quello che Angela Davis chiama industrial prison complex. Il report spiega come sulla pelle di 2 milioni e mezzo di carcerati (il 25 % della popolazione carceraria mondiale) si regge un’economia di decine e decine di miliardi di dollari. Un’economia che coinvolge aziende di servizi, dell’edilizia, società finanziarie, ditte di comunicazioni, di forniture, compagnie assicurative, industrie farmaceutiche, colossi del management e agenzie di lavoro interinale oltre, ovviamente, le multinazionali hi-tech.

 

 

Su tutte Microsoft, Amazon e Palantir negli ultimi anni hanno visto aumentare i propri profitti direttamente grazie alle politiche securitarie di Donald Trump. Questo perché dal 2017 in poi proprio queste corporation hanno iniziato a fornire servizi per la schedatura, la detenzione e la deportazione dei migranti e, tra le tante voci del DHS (Dipartimento di Sicurezza Interna, il nostro Ministero degli Interni), proprio la gestione dei migranti irregolari è la voce di spesa che più è lievitata sotto la presidenza attuale.

Bisogna però fare dei distinguo. La Microsoft del “filantropo” e secondo uomo più ricco al mondo Bill Gates, per esempio, agisce a livello statale e non federale; infatti offre, per 228 milioni di dollari annui, allo Stato della California servizi cloud ma soprattutto strumenti di intelligenza artificiale utili alle politiche di “valutazione del rischio”. Cosa si intende per “valutazione del rischio”? Dall’agosto 2018 per essere rilasciati sotto cauzione nel laboratorio distopico del golden state si è sottoposti a un’analisi che valuta il livello di pericolosità sociale, sulla base dei precedenti penali, ma anche delle abitudini di vita, dei luoghi di provenienza… che decide sulla base di questo l’eventuale rilascio su cauzione.

E tuttavia, gli aspetti più inquietanti delle relazioni tra politiche di Trump e corporation riguardano le disumane politiche migratorie sul livello federale. Da gennaio 2018, il presidente ha annunciato la politica di “tolleranza zero” contro l’immigrazione irregolare negli Stati Uniti. A questo annuncio è seguita una ridefinizione dei sistemi di controllo sui migranti che ha aperto le porte a business miliardari.

Dal 2017 le due agenzie federali che si occupano di immigrazione – la CBP (Customs and Borders Protection), cioè la Polizia di Frontiera, e la ICE (Immigration and Customs Enforcement) – hanno visto un aumento del loro budget complessivo circa del 33%. L’ICE è la vera scommessa della presidenza che ne ha aumentato esponenzialmente i fondi, prima piuttosto risibili, fino alla cifra record di 3,3 miliardi di dollari l’anno. L’ICE è l’agenzia che si occupa di “dare la caccia” ai migranti irregolari, non nelle zone di confine dove opera la polizia di frontiera, ma su tutto il territorio americano. L’ICE si occupa di schedare i migranti, rinchiuderli nei centri di detenzione e quindi deportarli. I fondi destinati alla sempre più potente ICE finiscono per il 71% dei casi (e il 98 % dei casi in cui il migrante è un minore) nelle tasche di imprese private.

Tra queste spiccano innanzitutto il gruppo Geo (proprietà di JP Morgan e BNP Paribas) e Core Civic per i servizi, le forniture, i trasporti dei migranti e la gestione dei centri di detenzione. I due gruppi hanno finanziato cospicuamente le recenti campagne elettorali dei candidati repubblicani che abbracciano la linea anti-immigrazione del presidente. Dal 2016 a oggi, a Wall Street questi due gruppi, i cui profitti provengono per il 41% da contratti con il governo federale, hanno visto lievitare il valore delle proprie azioni. Il tutto grazie alle politiche che hanno prodotto, solo nel 2018, 44.000 bambini separati dai propri genitori e detenuti nei centri familiari gestiti proprio da queste due società.

Le corporation che hanno vinto gli appalti più remunerativi, dopo Geo e Core Civic, sono Amazon e Palantir. La società di Seattle e quella di Palo Alto detengono quasi il monopolio per i servizi di schedatura, riconoscimento facciale e biometrico e gestione dati dell’ICE su tutto il territorio statunitense: un business miliardario e in rapida crescita.

 

 

Un altro report indipendente dell’autunno 2018 “Who is beyond ICE?”, chiarisce come il settore del digitale stia diventando sempre più importante per l’ICE e per Trump, e lascia intravedere come le tecnologie utilizzate possano mettere in pericolo la libertà di tutti i cittadini una volta implementate e potenziate sui migranti.

Nel report si legge: «Le comunità di immigrati si trovano ora ad affrontare livelli di sorveglianza senza precedenti, di detenzione ed espulsione per volontà del presidente Trump, del procuratore generale Jeff Sessions, del DHS (Dipartimento di Sicurezza Interna), e della sua sub-agenzia ICE. L’innovazione e le nuove infrastrutture tecnologiche rendono possibile tutto questo, consentendo l’applicazione di leggi sempre più severe sull’immigrazione; si affidano alla polizia enormi banche dati, programmi informatici, consulenze tecniche, analisi di una grande mole di dati e storage basati su cloud. (…). L’obiettivo del governo è quello di trovare, deportare o detenere gli immigrati. L’applicazione della legge sull’immigrazione e la detenzione è ora un grande affare per la Silicon Valley; ICE, DHS e molte altre istituzioni spendono miliardi di dollari dei contribuenti per procurarsi e mantenere questi nuovi sistemi. Attualmente, circa il 10% del budget di 44 miliardi di dollari del DHS è dedicato alla gestione dei dati. Una manciata di grandi aziende, come Amazon Web Services e Palantir, hanno costruito una “sistema di porte girevoli” per sviluppare e consolidare il ruolo della Silicon Valley nel processo di incarcerazione di massa e nel regime di espulsione. Senza controllo, queste aziende tecnologiche continueranno ad aumentare l’offerta del governo per lo sviluppo di sistemi che mirano e puniscono in massa coloro che ritengono “indesiderabili”».

Il rapporto, quindi, definisce di circa 4,5 miliardi di dollari questo giro di affari, una cifra simile a quella che Trump chiedeva al Congresso per completare il muro di confine con il Messico, per il quel si è prodotto lo shut down delle attività federali. L’impressione è che, mentre il mondo osservava il balletto tra le istituzioni americane, una soluzione più sofisticata del muro riceveva supporto economico mettendo d’accordo Presidente e Congresso.

Andando nel dettaglio il rapporto studia le due aziende che fanno profitti su incarcerazione e deportazioni di migranti. La prima, Palantir, è una società di servizi digitali fondata nel 2004 dal valore di 20 miliardi di dollari. Nel suo board figurano consiglieri d’amministrazione di Facebook, Paypal, Tesla e persino il capo redattore dell’Economist, e il fermo oppositore di Trump, Alex Karp. La società nasce proprio per fornire piattaforme digitali alla pubblica amministrazione e si avvale di consulenze di collaboratori delle precedenti amministrazioni. La società sta sviluppando il software di gestione dei casi di immigrazione irregolare con una tecnologia che consente agli agenti di setacciare database regionali, locali, statali e federali in tutto il paese, scandagliare profili dei migranti, dei loro amici e familiari sulla base di informazioni private e pubbliche, utilizzare tali profili per sorvegliare, tracciare e infine deportare i migranti.

Secondo il rapporto, i loro servizi tecnici hanno portato ad un’accelerazione pericolosa della tecnologia di sorveglianza da parte della polizia e dei pubblici ministeri attraverso un’infrastruttura che alimenta anche pratiche discriminatorie che prendono di mira le persone di colore. Palantir ha permesso un aumento del data mining e dell’accumulo di dati da una miriade di fonti, tra cui bollette, servizi bancari, dati aziendali e di proprietà, informazioni sui fornitori di servizi sanitari, registrazioni di telefoni cellulari in diretta, database biometrici e account di social media.

Oltre a Palantir però a lucrare sulle politiche razziste del governo statunitense c’è soprattutto

Amazon. La società di Seattle è passata da piattaforma leader dello shopping online al più grande broker di spazio di archiviazione cloud del pianeta, attraverso Amazon Web Services. AWS è lo spazio cloud principale in cui vivono questi sistemi di condivisione dei dati utili alle polizie e ai governi. AWS è l’appaltatore chiave nelle politiche del Dipartimento di Sicurezza Interna (compresa l’FBI) e complessivamente gestisce un portafoglio di tecnologia informatica (IT) pari 6,8 miliardi di dollari in servizi cloud (recentemente ha vinto anche l’appalto per i servizi cloud del Pentagono).

 

Amazon, ora la compagnia più ricca del pianeta, ha più autorizzazioni federali rispetto a qualsiasi altra società tecnologica: 204 autorizzazioni, rispetto a 150 di Microsoft, 31 di Salesforce e 27 di Google. Ha inoltre fatto largo uso di queste autorizzazioni, fornendo informazioni come database per il DHS (Department of Homeland Security) con i sistemi di gestione dell’immigrazione, con i dati biometrici per 230 milioni di identità uniche – per lo più impronte digitali, oltre a 36,5 milioni di firme e 2,8 milioni di scanner delle iridi. Il cloud Amazon svolge un ruolo fondamentale nel sistema di controllo dell’immigrazione del DHS. Ma il passaggio centrale del governo federale verso i servizi cloud è stato il risultato del cosiddetto cloud industrial complex: un partenariato pubblico-privato tra lobbisti dell’industria, dirigenti tecnologici, legislatori federali chiave e dirigenti tecnologici trasformati in funzionari governativi.

La DHS è emersa come un potenziale scrigno per i fornitori di cloud della Silicon Valley già alla fine del 2010, quando l’allora alto funzionario federale Vivek Kundra lanciò la politica Cloud First. Questa ha incoraggiato la contrattazione privata di 20 miliardi di dollari in servizi cloud attraverso il governo federale e ha proiettato il DHS, la sicurezza interna in particolare quindi, come il più grande cliente per l’acquisizione di servizi, con oltre $ 2,4 miliardi iniziali. La politica Cloud First del governo federale è stata un passo importante nella costruzione di quella che è diventato un “sistema di porte girevoli” per i fornitori di servizi cloud ai più alti livelli di governo. I membri del Congresso coinvolti nel partenariato pubblico-privato che hanno contribuito a codificare l’investimento federale nell’acquisizione dei servizi IT hanno ricevuto a testa oltre 250.000 dollari di contributi da Amazon e altre società tecnologiche che hanno poi ottenuto questi contratti di cloud computing. Si legge, sempre nel prezioso report, che entro i prossimi due anni, l’intero portafoglio IT di DHS, ricco di dati identificativi personali, vivrà nel cloud di Amazon. Il DHS ha inoltre già concesso contratti cloud multimilionari ad Adobe, Amazon, IBM, Oracle, Salesforce, Zoom e altre società della Silicon Valley. Probabilmente però la società di Bezos continuerà ad essere il principale fornitore, il che significa che sarà custode finale dei dati che consentiranno ulteriori detenzioni e deportazioni.

Così se dal report di Worth Rises si comprende la vastità dell’economia del controllo sociale, in questo secondo dossier, focalizzandosi sulle politiche contro i migranti, diventa evidente l’intreccio tra tecnologie invasive di controllo, potere finanziario e interessi politici tra tutti i principali attori del mercato digitale e il governo statunitense. Il timore condiviso dagli attivisti che hanno redatto entrambi gli studi però non si limita alla fotografia del presente. Più volte si ribadisce la preoccupazione che lo sviluppo di queste connessioni tra corporation hi-tech e governo oggi avvenga sulla popolazione migrante, dietro la retorica American First di Donald Trump, e un domani possa allargarsi a quelle comunità da decenni rinchiuse nelle carceri statunitensi. In altre parole l’impressione è che l’infrastruttura tecnologica possa diventare una tecnica di controllo dei poveri, delle marginalità, delle minoranze, e delle comunità storicamente discriminate. Viene da chiedersi se l’orizzonte a cui si tenda anche nel “paese delle libertà” non sia simile al Social Ranking System cinese spesso descritto come l’incarnazione contemporanea del Grande Fratello orwelliano. Se questo rimane per ora solo un futuro incubo distopico, il presente disvela pienamente sia l’ipocrisia dei liberal californiani, degli innovatori social, dei profeti della sharing economy, sia le retoriche xenofobe di Trump, così lontane a parole ma a braccetto nel fare profitti su detenzione, repressione e deportazione.

Abbiamo davvero bisogno delle carceri?

Ruth Wilson Gilmore potrebbe farti cambiare opinione.

In oltre tre decenni di battaglie per l’abolizione delle prigioni l’attivista e studiosa ha aiutato a cambiare il modo in cui le persone guardano alla giustizia criminale.

Di Rachel Kushner sul New York Times del 17/04/2019
articolo originale:


Ecco un aneddoto che a Ruth Wilson Gilmore piace racconatare su quando ha partecipato a una conferenza sulla giustizia ambientale a Fresno nel 2003. Persone provenienti da tutta la Central Valley della California si erano riunite per parlare dei gravi rischi ambientali affrontati dalle loro comunità, soprattutto a seguito di decenni di agricoltura industriale, condizioni che non sono a oggi migliorate (la qualità dell’aria nella Central Valley è la peggiore della nazione, e un milione dei suoi abitanti beve un’acqua corrente più tossica persino rispetto all’acqua di Flint). Alla conferenza c’era una “tribuna per i giovani”, in cui i bambini potevano parlare delle loro preoccupazioni e poi decidere in gruppo ciò che era più importante da fare in nome della giustizia ambientale. Gilmore, una famosa professoressa di geografia (all’epoca presso l’Università della California, Berkeley; ora al CUNY Graduate Center di Manhattan) e influente rappresentante del movimento abolizionista contro il carcere, era ospite relatrice e stava preparando il suo discorso quando qualcuno le disse che i bambini volevano parlare con lei. Andò quindi nella stanza in cui erano riuniti. I bambini erano principalmente latinoamericani, molti dei quali erano figli e figlie di agricoltori o di altri lavoratori nel settore agricolo. Avevano un’età variabile, ma la maggior parte erano alunni delle scuole medie: abbastanza grandi per avere opinioni solide e sfidare gli adulti. Erano accigliati verso di lei, con le spalle alzate e le braccia incrociate. Non conosceva quei ragazzi, ma capiva che le erano ostili.

“Cosa sta succedendo?” chiese.

“Abbiamo sentito che sei un abolizionista del carcere”, disse un ragazzo. “Vuoi chiudere le prigioni?”.

Gilmore rispose che sì, lei voleva chiudere le prigioni.

Ma perché” le chiesero. E prima che lei potesse rispondere, un altro ragazzo disse: “Cosa ne pensi allora delle persone che fanno qualcosa di molto grave?”. Altri continuarono le domande. “Che ne dici delle persone che fanno del male ad altre persone?” “E di chi uccide qualcun altro?”.

Che provenissero da piccoli insediamenti agricoli o da quartieri popolari intorno a Fresno e Bakersfield, fu subito evidente per Gilmore, che questi bambini, comprendendo immediatamente la durezza del mondo, non sarebbero stati facili da convincere.

“Vengo da dove vieni anche tu” disse.”Ma che ne pensi di questo: invece di chiedere se qualcuno deve essere rinchiuso o liberato, perché non si pensa mai alle cause e a risolvere innanzitutto quei problemi che si ripetono, creando i comportamenti che producono il problema?” Stava in altre parole chiedendo loro perché come società scegliamo la via della crudeltà e della vendetta.

Mentre parlava, percepiva scetticismo da parte dei bambini, quasi fosse una nuova insegnante che era venuta per sostenere qualche argomento fasullo convincerli fosse per il loro bene. Ma Gilmore proseguì, determinata. Disse loro che in Spagna, nazione con un bassissimo tasso di omicidi, il tempo medio da scontare in carcere per omicidio era di sette anni.

“Che cosa? Sette anni! “I ragazzi erano così increduli riguardo a una condanna a sette anni per omicidio che si rilassarono un po ‘. Pareva lasciarli più perplessi questa notizie ora che le idee di Gilmore.

Gilmore disse loro che nell’improbabile caso in cui qualcuno, in Spagna, pensasse di risolvere un problema uccidendo un’altra persona, la risposta sarebbe stata che la persona perdeva sette anni della sua vita a pensare a quello che aveva fatto e a capire come vivere la sua vita di nuovo in libertà. “Ciò che questa politica mi comunica”, disse, “è che dove la vita ha un valore, la vita vale“. Vale a dire, ha continuato, che in Spagna si è deciso che proprio perché la vita è importante non si può essere punitivi e violenti annientando la vita di chi ferisce altre persone. “E a sua volta questo ricorda a tutte le persone che cercano di risolvere i loro problemi quotidiani, che comportarsi in modo violento e che annientare una vita non è mai una soluzione”.

I bambini non tradirono verso Gilmore alcuna emozione tranne un atteggiamento dubbioso che si leggeva negli sguardi. Lei continuava a parlare, convinta delle proprie argomentazioni, e raccontò loro molti anni di riflessioni come attivista e studiosa, ma i bambini erano un pubblico troppo duro. Dissero alla fine a Gilmore che avrebbero riflettuto a quello che lei aveva detto e l’avevano salutata. Quando lasciò la stanza, si sentì completamente sconfitta.

Alla fine della giornata, i ragazzi fecero la loro presentazione alla conferenza generale, annunciando, con stupore di Gilmore, che nel loro laboratorio erano giunti alla conclusione che c’erano tre rischi ambientali che avevano condizionato la loro vita in modo più pressante mentre crescevano nella la Central Valley. Quei rischi erano i pesticidi, la polizia e le prigioni.

“Ero seduta ad ascoltare i bambini e mi si fermò il cuore”, mi disse Gilmore. “Perché? L’abolizionismo è volutamente omni comprensivo; riguarda cioè la totalità delle relazioni uomo-ambiente. Quindi, quando ho dato ai ragazzi un esempio da un altro luogo, temevo che avrebbero potuto concludere che qualcuno, altrove, era semplicemente migliore o più buono delle persone nella South San Joaquin Valley – in altre parole, avrebbero potuto valutare che ciò che accadeva altrove era irrilevante per le loro vite. Ma a giudicare dalla loro presentazione, i ragazzi hanno sollevato un punto superiore a ciò che avevo cercato di condividere: dove la vita è preziosa, la vita è preziosa. Si sono chiesti: ‘Perché sentiamo ogni giorno che la vita qui non è preziosa?’ Nel tentativo di rispondere, hanno identificato ciò che li rende vulnerabili “.

L’abolizione della prigione, come posizione di movimento, sembra provocatoria e massimalista, ma ciò che è concretamente richiede una comprensione più sottile. Per Gilmore, che è attiva nel movimento da oltre 30 anni, è sia un obiettivo a lungo termine che un programma politico pratico, che richiede investimenti pubblici in posti di lavoro, istruzione, alloggio, assistenza sanitaria – tutti gli elementi necessari per una vita produttiva e senza violenza. L’abolizione significa non solo la chiusura delle carceri, ma la presenza, invece, di sistemi vitali di sostegno che oggi mancano a molte comunità. Invece di chiedere come, in un futuro senza carcere, ci occuperemo dei cosiddetti “violenti”, gli abolizionisti chiedono di risolvere le disuguaglianze e garantire alle persone le risorse di cui hanno bisogno molto prima dell’ipotetico momento in cui, come dice Gilmore, “fanno casino”.

“Ogni epoca ha le sue speranze”, scrisse William Morris nel 1885, “spera di guardare verso qualcosa che va oltre la vita della stessa epoca, le speranze che cercano di penetrare nel futuro”. Morris era un proto-abolizionista: nel suo romanzo utopico “Notizie da nessuna parte”, non ci sono prigioni, e questa è considerata una condizione ovvia e necessaria per una società felice.

Nell’epoca di Morris, la prigione era relativamente una novità come la forma più diffusa di punizione. In Inghilterra, storicamente, le persone venivano incarcerate solo per poco tempo, prima di essere trascinate fuori e frustate per strada. Come racconta Angela Davis nel suo libro del 2003, “Le prigioni sono obsolete?”, mentre la prima common law inglese considerava il reato di futile tradimento punibile con l’essere bruciato vivo, nel 1790 questa punizione fu riformata a morte per impiccagione. Sulla scia dell’Illuminismo, i riformatori europei si sono progressivamente allontanati dalle punizioni corporali tout court; la gente sarebbe andata in prigione per un certo periodo di tempo, piuttosto che aspettare che fosse inflitta una punizione. Il movimento penitenziario sia in Inghilterra che negli Stati Uniti all’inizio del XIX secolo fu motivato in parte dalla richiesta di ulteriori pene umane. Prigione era la riforma.

Se il carcere, nella sua origine filosofica, era inteso come un’alternativa umana alle percosse o alla tortura o alla morte, si è trasformato in una caratteristica fissa della vita moderna, di certo non rinomata, nemmeno dalle parte dei suoi sostenitori e amministratori, per la sua umanità. Negli Stati Uniti, ora abbiamo più di due milioni di carcerati, la maggior parte neri o mulatti, praticamente tutti provenienti da comunità povere. Le carceri non solo hanno violato i diritti umani e fallito nella riabilitazione; non è nemmeno più dimostrabile che le carceri scoraggino il crimine o aumentano la sicurezza pubblica.

Dopo un boom di incarcerazioni iniziato negli Stati Uniti intorno al 1980 e solo di recente iniziato a stabilizzarsi, una riforma è diventata politicamente popolare. Ma gli abolizionisti sostengono che molte riforme hanno fatto poco più che rafforzare il sistema. In ogni stato in cui la pena di morte è stata abolita, per esempio, è stata sostituita dalla condanna della “vita senza parole” – da molte persone considerata una condanna a morte con altri mezzi più lenti. Un altro prodotto di buone intenzioni: campagne per riformare la condanna indeterminata, con conseguente programmi a “tre colpi e sei fuori” e sentenze minime obbligatorie, che sostituiscono una crudeltà con un’altra. Nel complesso, le riforme non hanno ridotto significativamente i numeri di incarcerazione e nessuna recente legislazione di riforma ha anche solo aspirato a farlo.

Ad esempio, la prima riforma carceraria federale in quasi 10 anni, il First Step Act bipartisan, che il presidente Trump ha firmato in legge alla fine dello scorso anno, comporterà la liberazione di appena 7.000 dei 2,3 milioni di persone attualmente bloccati quando entrerà in vigore. La legislazione federale riguarda infatti solo le prigioni federali, che detengono meno del 10% della popolazione carceraria della nazione, e tra queste, il First Step Act si applica solo a un sottogruppo limitato. Come mi disse Gilmore, notando un entusiasmo pubblico fuori misura dopo l’approvazione del Senato, “Ci sono persone che si comportano come se l’origine e la cura fossero federali. Tanti non sono consapevoli di come il Paese sia organizzato giuridicamente e che negli Stati Uniti esistono almeno 52 diversi giurisdizioni penali e sistemi legali “.

Questo non vuol dire che Gilmore e altri abolizionisti siano contrari a tutte le riforme. “È ovvio che il sistema non scomparirà dall’oggi al domani”, mi ha detto Gilmore. “Nessun abolizionista pensa che sarà così”. Ma lei trova First Step, come molte riforme statali simili, non solo poca cosa ma esclusive, cioè per come sono scritte in grado di rendere ancora più difficile per alcuni ottenere la grazia. Quelli condannati per la maggior parte dei reati di livello superiore, ad esempio, non sono idonei per accumulare “creditii”, una nuova categoria creata sotto First Step. “Molti di questi rimedi proposti finiscono per non limitare il sistema. Considerano il sistema come qualcosa che può essere risolto rimuovendo e sostituendo alcuni elementi. “Per Gilmore, i dibattiti su quali persone lasciare in prigione accettano la prigione come un dato di fatto. Per lei, questo non è solo un errore morale ma pratico, se l’obiettivo è di porre fine alla incarcerazione di massa. Invece di cercare di sistemare il sistema carcerario, lei si concentra sul lavoro politico per ridurne la portata e l’impronta interrompendo la costruzione di nuove carceri e chiudendo carceri, una struttura alla volta, con un’accurata organizzazione di base e richieste che i finanziamenti statali ne traggano beneficio, piuttosto che punire comunità vulnerabili.

“Ciò che amo dell’abolizionismo”, mi ha detto lo studioso e scrittore forense James Forman Jr., “usando un mio modo di pensare – quando mi identifico come un abolizionista, questo è quello che ho in mente: l’idea che immagini un mondo senza prigioni, e conseguentemente lavori per cercare di costruire quel mondo”. Forman arrivò tardi, disse, al pensiero abolizionista. Era in tour per il suo libro del 2017 vincitore del premio Pulitzer, “Locking Up Our Own”, che documenta la storia della carcerazione di massa e i ruoli involontari che i leader politici neri interpretarono, quando una donna gli chiedeva perché non usava la parola “Abolizione” nelle sue argomentazioni, che, a suo parere, suonavano molto abolizioniste. La domanda ha portato Forman a interrogarsi seriamente sul concetto. “Mi sento in un movimento che vuole porre fine alla carcerazione di massa per sostituirla con un sistema che ricostruisce e protegge effettivamente le comunità ma che non potrà mai farcela senza gli abolizionisti. Perché le persone faranno compromessi e sacrifici e perderanno l’orizzonte strategico. Cominceranno a pensare che di aver ottenuto grandi vittorie, seppure in realtà queste siano insignificanti. E quindi, per me, l’abolizione è essenziale”.

La campagna Smart Justice di ACLU, la più grande nella storia dell’organizzazione, è stata avviata con l’obiettivo di ridurre la popolazione carceraria del 50% attraverso iniziative locali, statali e federali per riformare cauzione, accusa, condanna, libertà condizionale e rientro.”L’incarcerazione non funziona”, ha detto il direttore della campagna ACLU Udi Ofer. L’ACLU, mi ha detto, vuole “sconfiggere il sistema carcerario e reinvestire nelle comunità”. Nella nostra conversazione, mi sono ritrovato a chiedermi se Ofer e l’ACLU fossero stati influenzati dal pensiero abolizionista e da Gilmore. Ofer sembrava addirittura citare il mantra di Gilmore secondo cui “le prigioni sono soluzioni omnicomprensive ai problemi sociali”. Interrogato, Ofer mi disse: “Non c’è dubbio. Ha dato un contributo straordinario, anche solo per aiutare a fare una conversazione su quale sia veramente il nostro compito”.

Sugli obiettivi di ACLU, Gilmore è al tempo stesso piena di speranza e prudenza. “Non vedo l’ora di vedere come rivedono il loro approccio dall’escludente First Step Act”, mi ha detto, “e di vedere se saranno premiate le loro ambizioni, lavorando in più giurisdizioni”. Nell’ultimo decennio, le popolazioni carcerarie si sono ridotte a livello nazionale solo del 7%, e secondo il Vera Institute of Justice, il 40% di questa riduzione può essere attribuito alla sola California, che nel 2011 è stata costretta dalla Corte suprema di risolvere il sovraffollamento. Ofer ha ammesso che la sfida più grande è smettere di selezionare chi riceve benefit e grazia in base a una divisione tra reati violenti e nonviolenti.”Per porre veramente fine alla carcerazione di massa in America, dobbiamo trasformare il modo in cui il sistema giudiziario risponde a tutti i reati” mi disse Ofer. “Politicamente, questa è una conversazione complessa. Ma moralmente, è chiaro quale deve essere la direzione: smantellare il sistema”.

I critici si chiedono se le carceri stesse fossero le migliori soluzioni ai problemi sociali sin dalla nascita del sistema penitenziario. Nel 1902, il famoso avvocato Clarence Darrow disse agli uomini detenuti nel carcere di Cook County a Chicago: “Non dovrebbero esserci prigioni. Non realizzano ciò che pretendono di ottenere”. Verso la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, un movimento abolizionista aveva guadagnato un consenso vasto, snche tra studiosi, politici (anche quelli centristi), legislatori e leader religiosi negli Stati Uniti. In Scandinavia, un movimento per l’abolizione della prigione ha portato, se non allo sradicamento delle prigioni, a un passaggio a “prigioni aperte” che sottolineano il reinserimento delle persone nella società e hanno portato a tassi di recidività molto bassi. Dopo la rivolta del 1971 presso l’Attica Correctional Facility fuori Buffalo, New York, con la conseguente morte di 43 persone, negli Stati Uniti c’è stato un crescente sentimento che vedeva come urgenti e necessari cambiamenti drastici. Nel 1976, un ministro del carcere dei quaccheri di nome Fay Honey Knopp e un gruppo di attivisti pubblicarono il libretto “Invece che la prigione: un manuale per abolizionisti”, che delineava tre obiettivi principali: stabilire una moratoria su tutti i nuovi edifici carcerari, decarcerare quelli esistenti ed “esorcizzare”, cioè allontanarsi dalla criminalizzazione e dall’uso della carcerazione di tutto. Il percorso che gli abolizionisti chiedevano per raggiungere questi obiettivi sembrava sorprendentemente simile agli obiettivi originali (sebbene alla fine falliti) della Grande Società e alla “guerra al crimine” di Lyndon B. Johnson nella metà degli anni ’60: generare milioni di nuovi posti di lavoro, combattere la discriminazione sul lavoro, potenziare le scuole, ampliare la rete di sicurezza sociale e costruire nuove abitazioni.

Verso la fine degli anni ’90, quando le prigioni e le popolazioni carcerarie si espansero significativamente, emerse un nuovo appello per cercare di impedire agli Stati di costruire più prigioni, in particolare in California ; appello mosso da, tra gli altri, da Gilmore e Angela Davis, con la formazione di gruppi come il “Progetto di moratoria delle prigioni in California”, che Gilmore ha contribuito a fondare. Nel 1998, Davis e Gilmore, insieme ad un gruppo di persone nella Bay Area, fondarono la Critical Resistance, un’organizzazione nazionale anti-carceraria che fece dell’abolizione il suo principio centrale, un obiettivo che molti considerarono utopistico e ingenuo. Cinque anni dopo, i “Californiani Uniti per un bilancio responsabile” (CURB), di cui Gilmore è un membro del consiglio, si opposero alla costruzione di nuove carceri. La CURB è rapidamente salita alla ribalta per le sue campagne di successo, che, alla fine, hanno fermato la realizzazione di oltre 140000 nuovi posti in carceri (in uno stato dove 200.000 sono le persone attualmente detenute nelle prigioni). Di recente, la CURB è riuscita a fermare la costruzione di un enorme nuovo carcere femminile nella contea di Los Angeles, in coordinamento con diversi gruppi locali.

Ognuna delle molte campagne su cui Gilmore ha lavorato nel corso degli anni è stata costruita da una diversa coalizione di persone che avrebbero potuto essere influenzate negativamente nella loro vita da un nuovo carcere o prigione. La sua strategia non era semplicemente quella di combattere direttamente le prigioni e sperare che altri si unissero, ma piuttosto di cercare gruppi già mobilitati. Sia che si tratti di ambientalisti che potrebbero vedere una nuova prigione come danno alla biodiversità, o membri della comunità locale che si preoccupino dell’impatto di un carcere sulle falde acquifere o delle promesse non realizzate sull’occupazione locale, “qualunque cosa sia già lì, in termini di persone organizzate, va solo coordinata”, mi ha detto Gilmore. “Devi parlare con le persone e vedere quello che vogliono”. Nel 2004, ad esempio, c’era una misura sul voto della contea di Los Angeles per assumere 5000 nuovi agenti di polizia e vice sceriffi e per iniziare ad espandere la prigione della città. Gilmore ha contribuito a organizzare una campagna a South Central e East Los Angeles, incontrando e parlando con le persone, facendole fare richieste e esprimere i loro bisogni. I bisogni dei residenti del quartiere coincidevano con le esigenze dei dipartimenti della polizia e dello sceriffo della contea di Los Angeles? Volevano più poliziotti nelle loro comunità? La risposta era no. La misura fallì. “È stato un duro lavoro – organizzare, organizzare e organizzare – ma abbiamo vinto. Li abbiamo respinti.

Quando lo stato ha voluto costruire quelle che chiamava le nuove prigioni “sensibili al genere”, gli abolizionisti si sono organizzati con persone nelle carceri femminili della California. L’organizzazione Justice Now ha diffuso una petizione che ha fatto firmare 3.300 detenuti, per protestare contro le nuove strutture destinate a ospitarli. Un elenco dei firmatari incarcerati – una lista lunga 25 piedi – è stata presentato al Campidoglio dello Stato, tra sussulti imbarazzati udibili nella sottocommissione per il bilancio del Senato sulle carceri. La proposta della Commissione per le strategie reattive sulle politiche di genere dello stato è stata sconfitta. “Non è che tutti quelli che sono stati organizzati in queste campagne fossero essi stessi abolizionisti”, mi disse Gilmore, “ma invece gli abolizionisti si sono impegnati in un certo tipo di organizzazione che ha messo a sistema tutti i diversi tipi di persone, in tutti i diversi tipi di situazioni.

Quando Gilmore iniziò gli studi alla Rutgers University, nel 1994, all’età di 43 anni, era un’attivista esperta che aveva beneficiato di una vasta istruzione informale con studiosi come Cedric Robinson, Barbara Smith e Mike Davis, l’autore di “City of Quartz, “che rese popolare il termine” complesso industriale-carcerario “. Inizialmente Gilmore pensava di perseguire un dottorato di ricerca in pianificazione alla Rutgers, che sembrava il più vicino a ciò che voleva fare: analizzare i problemi sociali in relazione al mondo che abbiamo costruito. Poi incontrò il lavoro del geografo marxista Neil Smith e rapidamente decise di spedire la sua domanda al dipartimento di geografia. La geografia, ha scoperto, le ha permesso di esaminare le connessioni urbano-rurali e di pensare ampiamente a come la vita è organizzata in sistemi concorrenti e cooperanti.

Gilmore ha conseguito il suo dottorato in quattro anni e fu assunta l’anno successivo come professore associato a Berkeley. Voleva chiamare il primo corso che dava “Geologia carceraria”. Il capo del dipartimento non approvò la scelta: “Non puoi chiamarlo ‘Race and Crime’?” Chiese. Lei rispose che il suo corso non riguardava la razza e il crimine. Mantenne il suo punto di vista e da allora ha sviluppato il concetto di geografia carceraria, un ramo di studi più o meno che si era inventata da sola, che esamina le complesse interrelazioni tra paesaggio, risorse naturali, economia politica, infrastrutture e polizia, carcere, ingabbiamento e controllo delle popolazioni. Negli anni successivi, Gilmore ha plasmato il pensiero di molti geografi, così come generazioni di studenti laureati e attivisti.

Ho visto la sua capacità di situare il problema della prigione in un panorama politico ed economico molto più ampio quando Davis e Gilmore si impegnarono in una conversazione moderata da Beth Richie, professoressa di studi afroamericani all’Università dell’Illinois a Chicago. In una grande chiesa in città, loro tre – intellettuali nere, radicali, femministi – sedute su enormi sedie ornate da vescovi. L’evento, organizzato dalla Critical Resistance, era affollato dagli organizzatori di South Side, i più giovani dei quali erano stati invitati sul palco a offrire omaggi ad Angela Davis, la persona più famosa nella stanza. C’erano tutte vibrazioni positive, e poi Davis si rivolse a Gilmore e sollevò il tema delle prigioni private. Il tono nella stanza divenne teso.

Ormai è diventato quasi opinione comune pensare che le prigioni private siano il “vero” problema con l’incarcerazione di massa. Ma chiunque sia seriamente coinvolto nell’argomento sa che non è così. Perfino uno sguardo superficiale ai numeri lo dimostra: il novantadue percento delle persone rinchiuse nelle carceri americane sono detenute in strutture pubbliche, finanziate con fondi pubblici, e il 99 percento di quelle in carcere si trova in carceri pubbliche. Ogni prigione privata potrebbe chiudere domani, e non una singola persona andrebbe a casa. Ma l’idea che le prigioni private siano le colpevoli, e che il profitto è la ragione dietro tutte le prigioni, hanno una presa salda sull’immaginazione popolare. Per inciso, non sono solo i liberal a focalizzare la loro indignazione sulle prigioni private, come fa notare Gilmore, lo fanno anche le agenzie di polizia e i sindacati di polizia.

Davis riconosceva l ‘”errore”, come da lei ha affermato, nel film “13th” di Ava DuVernay, nell’inviare un messaggio secondo cui la lotta principale dovrebbe essere contro le prigioni private. Ma, disse a Gilmore, ha visto l’enfasi popolare sulla privatizzazione come utile nel dimostrare i modi in cui le carceri fanno parte del sistema capitalista globale.

Gilmore rispose alla sua compagna di lunga data che le prigioni private non stanno realmente producendo l’incarcerazione di massa. “Sono parassiti su di essa. Che non le rende buone. Il che non le rende colpevoli per le cose di cui sono colpevoli. Sono parassiti”. E poi ha iniziato un sermone sulla differenza tra il motivo del profitto per un’azienda e come le istituzioni pubbliche sono finanziate e gestite. Nella sua scioltezza su questi argomenti, si aprì una certa distanza tra le due donne. Se il carisma di Davis poteva essere descritto come un’eloquenza imperturbabile, quello di Gilmore derivava da un’analisi feroce e precisa, un’intolleranza alle leggerezze, ed è stato Gilmore ad attirare l’attenzione della stanza.

Le agenzie governative non fanno profitti, hanno invece bisogno di entrate. Le agenzie statali devono competere per queste entrate, ha spiegato Gilmore. Sotto l’austerity, la funzione socio-assistenziale si è restretta; le agenzie che ricevono i soldi sono la polizia, i vigili del fuoco e i centri correzionali. Così altre agenzie iniziano a copiare ciò che fa la polizia: il dipartimento dell’educazione, ad esempio, apprende che può ricevere denaro per i metal detector molto più facilmente di quanto possa fare per altri tipi di potenziamenti. E le prigioni possono accedere a fondi che tradizionalmente sono destinati altrove – per esempio, il denaro va alle prigioni della contea e alle prigioni statali per “servizi di salute mentale” piuttosto che in generale per la salute pubblica. “Se segui i soldi, non devi trovare la compagnia che fa profitti,” mi spiegò più tardi Gilmore. “Puoi trovare tutte le persone che dipendono dalle retribuzioni erogate dal Dipartimento delle correzioni. Il gruppo di lobby più potente in California sono le guardie. È un commercio unico, con un datore di lavoro, e non potrebbe essere più facile per loro organizzarsi. Possono eleggere tutti, dal procuratore distrettuale al governatore. Hanno dato a Gray Davis un paio di milioni di dollari e lui ha dato loro una prigione”.

La funzione esplicita della prigione è separare le persone dalla società e questo costa denaro. Quindici miliardi e mezzo di dollari del budget proposto per il prossimo anno andranno agli istituti di correzione, e il 40% di questi andrà solo ai salari del personale, esclusi i sussidi e le generose pensioni. Questo è un impiego sovvenzionato dallo stato, non un’impresa di profitto.

Tra il 1982 e il 2000, la California costruì 23 nuove prigioni e, secondo Gilmore, aumentò la popolazione carceraria dello stato del 500%. Se gli studiosi carcerari tendono a concentrarsi su un aspetto piuttosto che un altro delle tendenze della carcerazione, Gilmore fornisce le spiegazioni più strutturalmente esaustive, usando la California come caso di studio. Nel suo libro del 2007, “Golden Gulag”, attinge alla sua vasta conoscenza dell’economia politica e della geografia per mettere insieme un ritratto di significativi cambiamenti storici e la spinta a intraprendere ciò che, come hanno definito due analisti dello stato californiani, è “il più grande progetto di realizzazione di una prigione nella storia del mondo”. “Le carceri erano una risposta alla crescente criminalità? Come scrive Gilmore, “Il tasso di criminalità è salito; altre volte il tasso di criminalità è sceso; ma siamo andati giù noi; abbiamo solo represso”. Questa volatilità, e come i tassi di criminalità siano misurati, sono stati oggetto di pesanti discussioni, ma se questo è un ordine non causale cosa sta succedendo? Gilmore delinea quattro categorie di “eccedenze” per spiegare il boom della costruzione carceraria. C’era “terra in eccedenza”, perché gli agricoltori non avevano abbastanza acqua per irrigare i raccolti, e la stagnazione economica significava che la terra non aveva più valore. Quando il governo californiano ha affrontato anni magri, è stata unita in quella che lei definisce “capacità statale di surplus” – come agenzie governative che avevano perso il loro mandato politico di utilizzare finanziamenti e competenze per benefici sociali (come scuole, case e ospedali). Sulla scia di questa austerity, gli investitori specializzati in finanza pubblica si sono trovati senza mercato per progetti come scuole e abitazioni e invece hanno usato questo “capitale in eccesso” per creare un mercato di obbligazioni carcerarie. E infine, c’era “forza lavoro in eccesso”, derivante da una popolazione di persone che aveva vissuto processi di deindustrializzazione o che viveva in povere aree rurali ed era stata esclusa dai nuovi processi economici, esattamente la medesima popolazione che poi andrà a comporre a livello nazionale la popolazione carceraria.

Le carceri non sono il risultato di un desiderio da parte di persone “cattive”, dice la Gilmore, di rinchiudere i poveri e le persone di colore. “Lo stato non si è svegliato una mattina e ha detto:” Siamo cattivi con i neri “. Dovevano succedere tutte queste altre cose che lo hanno reso così. Non doveva per forza andare così. “La sua narrativa coinvolge un’ampia gamma di attori e fatti, alcuni diretti, alcuni indiretti, alcuni coordinati, molti altri no: ad esempio, agricoltori che hanno affittato o venduto terreni allo stato per la costruzione di prigioni; il potentissimo sindacato degli ufficiali correttivi, i responsabili delle politiche statali, i governi delle città, i cicli di siccità, la crisi economica e gli enormi centri urbani deindustrializzati; e le vite e le sorti dei discendenti di coloro che migrarono nel sud della California per lavori di fabbrica durante la seconda guerra mondiale e dopo. Il suo punto fondamentale è che la prigione non era inevitabile – non per gli individui e non per la California. Ma più prigioni sono state costruite dallo stato, più conveniente è stato per lo stato riempirle, nonostante il calo dei tassi di criminalità.

“Golden Gulag” ha avuto un ruolo fondamentale tra i colleghi accademici di Gilmore e la rete di attivisti, e anche più ampiamente – Jay-Z lo ha elogiato nella rivista Time– ma alcune sezioni del libro possono essere un po’ ostiche dal punto di vista tecnico. Persino la Gilmore sospetta che i più attenti censori non si siano seduti a leggerlo tutto. “La situazione – le cause, gli effetti – sono complicati”, mi ha detto, “e la gente vuole qualcosa che sia facile”. Eppure quando Gilmore interagisce con le persone, siano esse individuali o con un pubblico, è diretta e comprensibile. Ha un contegno caloroso ed effusivo ed è pronta a ridere con le persone e cercare un feeling con loro. Lei parla chiaramente e tuttavia si rifiuta di semplificare eccessivamente. Fa riflettere la gente sulle interconnessioni tra strutture più grandi che portano alla creazione di prigioni e anche interconnessioni tra gruppi di persone che potrebbero lavorare insieme per resistere alla costruzione di prigioni – come attivisti ambientali e sindacati degli insegnanti.

È in questo modo che ha organizzato nel 1999 sia grandi agricoltori che contadini (“in termini capitalistici, antagonisti naturali”, come mi ha fatto notare) per fermare una proposta di prigione nella contea di Tulare e persuadere con successo l’associazione dei dipendenti statali della California ( CSEA) – quindi un’unione di oltre 80.000 membri – per sostenere una campagna per opporsi a una nuova prigione a Delano. “Le guardie non potevano credere che questi impiegati del servizio pubblico sarebbero andati contro altri impiegati del servizio pubblico”, mi ha detto. “Anche noi siamo rimasti sorpresi.” CSEA arrivò alla comprensione, come ricorda Gilmore, che una guardia è un impiegato statale che deve avere una prigione per avere un lavoro, mentre fabbri, segretari, bidelli e così via non hanno bisogno di lavorare in carcere, ma potrebbero doverlo fare, se il sindacato delle guardie avesse tutte le risorse.

Nonostante una causa avviata da una coalizione di gruppi legali e per i diritti umani, a cui si è aggiunta la resistenza critica e le preoccupazioni ambientali sollevate da un senatore dello stato, alla fine il carcere di Delano si è aperto nel 2005, ma secondo Gilmore ci sono voluti molti più anni di quanto erano previsti senza la campagna abolizionista. “Arrivò al punto in cui a Sacramento stavano dicendo: ‘Lascia che costruiamo questo e non costruiremo più altro’. È così che ci hanno parlato, perché si sono stancati di noi.’Lascia che lo facciamo, questo sarà il nostro ultimo.’ Prima del taglio del nastro, il segretario delle correzioni disse: “Questa è probabilmente l’ultima prigione che apriremo in questo stato”. Non ha detto “perché gli abolizionisti si sono messi sulla nostra strada” o “gli abolizionisti hanno organizzato tutte queste persone che hanno intralciato il nostro cammino”, ma era una verità lì evidente”.

“Per capire Ruthie, devi capire da dove viene, com’era la sua famiglia “, mi ha detto Mike Davis. Gilmore è nata nel 1950 ed è cresciuta a New Haven, Connecticut, con tre fratelli in una famiglia che lei definisce “decisamente afro-sassone”, citando il termine con cui uno dei suoi mentori, il teorico politico Cedric Robinson, descriveva il famiglia di W.E.B. Du Bois. “La determinazione puritana era una nostra caratteristica”, mi disse. “Non potevo fallire, perché tutto quello che facevo era per i neri.” La famiglia di Gilmore frequentò quella che allora era la Chiesa congregazionale di Dixwell Avenue, che fu coinvolta nel movimento per i diritti civili in modo importante.”C’era un ethos nella mia piccola chiesa”, ha detto.”Tutti avevano bisogno di imparare il più possibile.” Avevano lezioni di storia nera alla scuola domenicale, dove eravamo incoraggiati a farci e fare domande.”Se raccontavi un problema, la regola era che dovevi essere in grado di spiegare come lo avevi conosciuto.”

Da bambina, Gilmore voleva segretamente essere una predicatrice.La domenica, nel banco, si immaginava sul pulpito sotto le vesti del predicatore.”Il che è strano perché riuscivo a malapena ad aprire la bocca con gli estranei. Quindi, come avrei potuto immaginare di rimproverare o incoraggiare le masse, non lo so. “

Il padre di Gilmore, Courtland Seymour Wilson, produttore di strumenti e armi per la Winchester, ha svolto un ruolo centrale nell’organizzare i macchinisti della sua azienda. L’unica volta nella sua infanzia che i bianchi vennero a casa fu per le riunioni sul lavoro. Si sedeva sulle scale e ascoltava gli uomini, che fumavano e litigavano fino a tarda notte. Mentre se ne andavano, sbirciava attraverso una finestra per guardarli uscire. “C’era sempre un’auto fuori finché la gente non era uscita. Andava via quando gli altri se ne andavano. “Quando venne a sapere dei Pinkerton, che spiavano i minatori, Gilmore realizzò che gli uomini che parcheggiavano fuori dalla sua casa erano spie della compagnia, l’equivalente dei Pinkerton.

Il padre di Gilmore aveva ereditato una tradizione di organizzatore sul posto di lavoro da suo padre, un custode a Yale che aiutò a creare il primo sindacato degli operai dell’università. Alla fine anche il padre di Gilmore a lavorare a Yale, dove lottò per cancellare la segregazione razziale dalla facoltà di medicina. “Era senza dubbio il leader della lotta per i diritti civili a New Haven”, mi ha detto Davis.

Nonostante il padre di Gilmore non avesse studiato all’università, era intellettualmente preparato e incoraggiava Gilmore, che mostrava molte buone inclinazioni alla carriera accademica. Nel 1960, una scuola privata locale decise di non praticare più la segregazione prima di essere legalmente costretta, e mandò lettere a rispettate chiese nere chiedendo ragazze che potessero essere “appropriate”. Gilmore provò l’esame di ammissione alla scuola, che era lo stesso test dato alle ragazze bianche e lo passò. “E ‘stato un esame facile, come per l’amor di [imprecazione], che ne è stato di tutto?” Gilmore era la prima scuola e, per la maggior parte del tempo, era la sola studentessa nera, e una delle poche provenienti dalla classe operaia. Era infelice, ma ha imparato molto.

Nel 1968, si è iscritta allo Swarthmore College, dove è stata coinvolta nella attività politica nel campus. Era l’anno delle occupazioni. Lei e un gruppo di altri studenti neri, tra cui la sorella minore di Angela Davis, Fania, volevano convincere l’amministrazione ad immatricolare altri studenti neri, e Davis, durante una visita a Swarthmore, diede consigli agli studenti. “Mi è sembrata così straordinariamente matura e ben informata”, ha detto Gilmore. “Avevo 19 anni, e lei ne aveva 24. Aveva lo stile dell’Alabama, parlava lentamente e deliberatamente, indossava una minigonna.” Davis disse loro: “Scopri cosa vuoi, e continua in quella direzione. Poni le questioni. “

A gennaio, Gilmore, Fania e una manciata di altri studenti neri assunsero responsabilità sulle ammissioni. Gilmore invitò i suoi genitori a scendere da New Haven e offrire una formazione e una guida politica. Fu deciso che Gilmore e suo padre, in rappresentanza del gruppo, si sarebbero avvicinati al preside di Swarthmore, Courtney Smith. Quando lo trovarono, Gilmore, che era cresciuto con modi formali, disse: “Preside Smith, vorrei presentarla a mio padre.” Smith voltò le spalle e si allontanò. Gilmore ne fu indignata, ma suo padre fu tranquillo.”Mio padre sapeva come tenere gli occhi sull’obiettivo. In cosa consisteva? Per certo non riguardava assolutaennte questo episodio. “

I genitori di Gilmore poi andarono via e l’occupazione continuò. Otto giorni dopo l’occupazione, Smith ebbe un infarto a 52 anni e morì sulla sua scrivania. Gli studenti bianchi diffusero la voce che Gilmore e il suo gruppo erano nell’ufficio del preside, e che urlavano contro di lui guardandolo morire (in realtà, non erano neanche lontanamente vicini al suo ufficio), e c’erano voci di minacce e di vendetta.

A quel tempo, Swarthmore, proprio come Yale, aveva un gran numero di impiegati neri che eseguivano i lavori necessari, anche se meno visibili, nell’area del campus, e queste persone, si scoprì, osservavano questi eventi da lontano.”Decisero di salvarci”, mi ha detto Gilmore. “Le auto sono entrate nel vialetto circolare, e questi uomini neri sono scesi e si sono fermati a guardarci, alle finestre. Siamo andati via con loro. Mi è sembrato tutto magico. Fu ontologia che si concretizzava, che rendeva possibile che il popolo salisse su queste auto e aspettasse silenziosamente di salvarci e noi consapevoli di essere messi in salvo”.

Gli uomini li portarono in una casa per la notte. Il mattino dopo, alcune persone uscirono per le provviste e tornarono con del cibo e una copia del giornale di quel mattino. Sul giornale c’era una foto del cugino di Gilmore, John Huggins. Aveva servito in Vietnam e si era radicalizzato al suo ritorno, diventando un membro fondatore della sezione della California meridionale delle Pantere nere. Lui e un’altra pantera, Bunchy Carter, erano stati assassinati quel giorno nel campus dell’UCLA da un gruppo politico rivale.

L’omicidio di suo cugino fu personalmente devastante, anche se era solo un sintomo della politica del tempo (come in seguito è venuto alla luce, l’FBI si era infiltrato in queste organizzazioni, al fine di creare le divisioni che molto probabilmente hanno contribuito a questi incontri fatali). Gilmore lasciò Swarthmore e tornò a casa. Più tardi, quell’anno, si iscrisse a Yale e si dedicò completamente ai suoi studi.

“Ogni anno ho avuto un insegnante che era veramente buono con me, interessato a ciò che pensavo e scrivevo”, ha detto. Uno di questi era George Steiner. Un altro è stato il critico cinematografico e drammatico Stanley Kauffmann. Gilmore si laureò in recitazione prima di vagabondare in tutto il paese. Finì nel sud della California, dove incontrò suo marito, Craig Gilmore, e si imbarcò in progetti comuni fin dal 1976.

Gilmore ha capito che ci sono certe narrazioni a cui le persone si aggrappano che non solo sono false, ma che consentono di assumere posizioni politiche mirate a riforme marginali o fuorvianti piuttosto che fondamentali e significative. Gilmore ha smontato queste narrazioni: per esempio che un numero significativo di persone è in carcere per condanne per droga e reati nonviolenti; che la prigione è una continuazione modificata della schiavitù, e, per estensione, che la maggior parte dei carcerati è nera; e, come pure si discuteva a Chicago, il motivo del profitto aziendale è il motore principale della carcerazione di massa.

Per Gilmore, e per un numero crescente di studiosi e attivisti, l’idea che le prigioni siano piene di criminali nonviolenti è particolarmente problematica. Meno di una persona su cinque a livello nazionale è in prigione per reati di droga, ma questa percezione prolifera sulla scia della stragrande popolarità di “New Jim Crow” di Michelle Alexander, che si concentra sugli effetti devastanti della guerra alla droga sulle comunità, casi che vengono principalmente gestiti dal (relativamente piccolo) sistema carcerario federale. È facile provare indignazione per le leggi draconiane che puniscono i criminali non violenti, e per i pregiudizi razziali, ognuno dei quali ha argomentazioni avvincenti e persuasive. Ma la realtà è che la maggioranza delle persone nelle prigioni statali e federali è stata giudicata colpevole di reati violenti, che possono includere qualsiasi cosa, dal possesso di una pistola all’omicidio. Questa realtà statistica può essere scomoda per alcune persone, ma invece di affrontarla, molti si concentrano sul “relativamente innocente”, come li chiama Gilmore, i tossicodipendenti o i falsi accusati – non importa che possano rappresentare solo una piccola percentuale di quelli in prigione. Quando ho chiesto proprio a Michelle Alexander rispetto a questo, ha risposto: “Penso che l’incapacità di alcuni accademici come me di rispondere direttamente alla questione della violenza nel nostro lavoro abbia creato una situazione in cui sembra quasi che stiamo approvando l’incarcerazione di massa per la gente violenta. Quelli tra noi che sono impegnati a porre fine al sistema di criminalizzazione di massa devono iniziare a parlare di più della violenza. Non solo il danno che provoca, ma cheil fatto che costruire più gabbie non lo risolverà mai “.

Ma negli Stati Uniti, è difficile per le persone parlare di prigione senza pensare che ci sia una parte della popolazione carceraria che deve restarci. “Quando le persone cercano la linea della relativa innocenza”, mi disse Gilmore, “per mostrare quanto sia triste che i “relativamente innocenti” vengano sottoposti alla violenza organizzata dallo stato come se fossero criminali, a loro manca qualcosa che è evidente. Che non è così difficile da vedere. Potrebbero chiedersi se esistano persone che sono state criminalizzate da sottoporre alle forze della violenza organizzata di stato. Potrebbero quindi chiedere se abbiamo bisogno di questa violenza organizzata di stato”.

Un altro falso mito ampiamente diffuso a cui fa riferimento Gilmore è che i carcerati siano in maggioranza neri. Non solo è uno stereotipo falso e dannoso per creare un legame automatico tra la comunità nera e la prigione, sostiene. Ma anche non fa riconoscere la demografia razziale e il modo in cui cambia da uno stato all’altro o nel tempo, e quindi impedisce di comprendere pienamente la portata e la crisi della detenzione di massa. In termini di demografia razziale, i neri sono la popolazione più colpita dall’incarcerazione di massa – circa il 33% di quelli in carcere sono neri, mentre solo il 12% della popolazione degli Stati Uniti appartiene alla comunità afroamericana – ma i latini costituiscono il 23% della popolazione carceraria e bianchi il 30 percento, secondo il Bureau of Justice Statistics. Gilmore ha sentito dire che le leggi sulle droghe cambieranno perché l’epidemia di oppioidi fa male ai bianchi rurali, un mito che la fa impazzire. “La gente dice:” Dio sa che non imprigioneranno i bianchi “, mi ha detto, “Ed è come se non ci fossero già bianchi chiusi sotto chiave.

Una volta che credi che le carceri sono prevalentemente per i neri, è anche più facile credere che le prigioni siano un complotto per rischiavizzare le persone di colore. Una narrazione, e Gilmore lo riconosce, che comunque offre due verità fondamentali: che le lotte e le sofferenze delle persone di colore sono centrali nella storia della detenzione di massa, e che le prigioni sono come la schiavitù, una catastrofe per i diritti umani. Ma la prigione come versione moderna delle leggi Jim Crow serve soprattutto a permettere alle persone di preoccuparsi di una popolazione che altrimenti potrebbero ignorare.”I colpevoli sono considerati degni di essere ignorati, eppure l’incarcerazione di massa è così diffusa che le persone stanno cercando di trovare un modo per prendersi cura di coloro che sono criminali .Quindi, per prendersi cura di loro, devono entrare in una categoria in cui diventino degni di preoccupazione. E la categoria è quella della “schiavitù”. “

Una persona che alla fine ruba qualcosa o aggredisce qualcuno va in prigione, dove non gli viene offerta nessuna formazione professionale, nessun risarcimento per i suoi traumi e problemi, nessuna riabilitazione.”La realtà della prigione e della sofferenza nera è tanto straziante quanto il ricordo del lavoro degli schiavi”, dice Gilmore. “Perché abbiamo bisogno di questo equivoco per vederne l’orrore?” Gli schiavi furono obbligati a lavorare per ottenere profitti dai proprietari delle piantagioni. Il business della schiavitù era cotone, zucchero e riso. La prigione, osserva Gilmore, è un’istituzione governativa. Non è un business e non funziona con l’obiettivo del profitto. Questo dettaglio può sembrare tecnico, ma la distinzione è importante, perché non si può resistere alle prigioni argomentando contro la schiavitù se le carceri non riproducono schiavitù. L’attivista e ricercatore James Kilgore, lui stesso incarcerato, ha detto: “Il problema schiacciante per le persone all’interno della prigione non è che il loro lavoro sia sopra ogni cosa sfruttato; è che vengono “immagazzinati” con pochissime cose da fare e non ricevono alcun tipo di programma o risorsa che consenta loro di avere successo una volta che escono di prigione “.

Il National Law Occupation Project stima che circa 70 milioni di persone abbiano un precedenti o abbiano subito arresti o condanne, il che rende spesso difficile l’assunzione dopo aver scontato la pena. Molti finiscono nell’economia informale, che ha assorbito una grande percentuale di lavoro negli ultimi 20 anni. “Giardiniere, assistenza sanitaria a domicilio basta che lo chiami”, mi disse Gilmore. “Queste persone hanno un posto nell’economia, ma non hanno alcun controllo su di essa.” Ha continuato: “Il punto chiave è che qui si parla di circa la metà della forza lavoro, e non dobbiamo pensare solo all’enormità del problema, ma al enormità delle possibilità e delle soluzioni richieste! Il fatto che così tante persone possano trarre beneficio dall’essere organizzati in reti solide, potrebbe fare emergere specifiche richieste e vertenze, nei confronti dei loro datori di lavoro o sulle comunità in cui vivono. Sulle scuole dove vanno i loro bambini.

“Abolizione”, come parola, ha comunque un’eco intenzionale del movimento per abolire la schiavitù. “Questo processo politico richiederà generazioni e non sarò viva per vedere tutti i cambiamenti”, mi ha detto l’attivista Mariame Kaba. “Allo stesso modo so che i nostri antenati, che erano schiavi, non avrebbero potuto immaginare di vivere una vita come la mia.”

E come mi hanno detto Kaba, Davis, Richie e Gilmore, sebbene non interrogate su questo, in termini quasi identici, non è un fortuito caso che il movimento di abolizione del carcere è portato avanti da donne nere. Davis e Richie usarono entrambe il termine “femminismo abolizionista”. “Storicamente, le femministe nere hanno avuto visioni per cambiare la struttura della società in modi che potrebbero avvantaggiare non solo le donne nere ma tutte e tutti”, dice Angela Davis. Ha anche parlato di Du Bois e delle lezioni tratte dalla sua concezione di ciò che era necessario: non solo una mancanza di schiavitù ma una nuova società, completamente trasformata. “Penso che il fatto che così tante persone ora si definiscano abolizioniste del carcere”, mi ha detto Michelle Alexander, “è una testimonianza anche del fatto che sia stata fatta un’enorme quantità di lavoro, negli ambienti accademici e nei circoli di base. Tuttavia, se dici solo “abolizione del carcere” alla CNN, avrai un sacco di gente che scuote la testa. Ma Ruthie è sempre stata molto chiara che l’abolizione del carcere non riguarda solo la chiusura delle carceri. È una teoria del cambiamento.”

Quando Gilmore incontra un pubblico ostile all’abolizione del carcere, un pubblico che crede ingenuamente che quelli in prigione sono lì perché fumavano erba, e vuole spiegare chi è veramente rinchiuso, le cose terribili che ha fatto, dice loro che ha avuto una persona cara uccisa e non è lì per parlare di persone che fumano erba. Ma come lei ha dovuto riconoscere: “Una parte dell’intera storia che non si può negare è che le persone sono stanche; stanche di fare del male ma anche stanche di soffrire e infine sono stanche dell’ansia”. Mi descrisse conversazioni che aveva avuto con persone che erano contente che il loro marito o padre violento era stato rimosso da casa loro e non lo avrebbero in alcun modo mai più rivisto. Del suo stesso incontro personale con l’omicidio è più filosofica nell’approccio, sebbene la perdita le appaia ancora crudele.

“Ho avuto questo cuore a cuore con mia zia, la madre del mio cugino assassinato, John. In superficie, stavamo parlando di qualcos’altro, ma stavamo parlando davvero di lui. Ho detto: “Perdona e dimentica”. E lei rispose: “Perdona, ma non dimenticare mai”. Aveva ragione proprio perché sono le condizioni in cui si verificano le atrocità che devono cambiare, in modo che non possano ripetersi “.

Per Gilmore, “non dimenticare mai” significa che non risolvi un problema con la violenza di stato o con la violenza personale. Invece, cambi le condizioni in cui prevale la violenza. Tra i liberali circola una sorta di idea quasi cristiana sull’empatia, l’idea che dobbiamo trovare un modo per preoccuparci delle persone che hanno fatto male. Per Gilmore questa idea è poco convincente. Quando incontrò i bambini a Fresno che l’hanno interrogata sull’abolizione del carcere, non ha chiesto loro di entrare in empatia con le persone che avrebbero potuto ferirli. Chiese invece a loro perché, come individui, e come società, crediamo che il modo per risolvere un problema sia “eliminarlo”.

Stava chiedendo se la punizione è logica e se funziona.

Lasciò semplicemente ai bambini la possibilità di trovare il loro modo di rispondere.

Complotto! Caos, magia e musica house…

Chiunque può essere considerato un pazzo se non riesci a capire le sue ragioni

(R. Shea e R. A. Wilson,The Illuminatus!)

Il Kopyright Liberation Front o, in altri casi, i Kings of Low Frequency fu il nome di una coppia di Djs e produttori indipendenti inglesi che, nella loro bulimica creatività, riuscirono a distruggere e ricostruire generi musicali, immaginari e suoni a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Nel Regno Unito, in particolare, tra il 1991 e il 1994 si esaurì la spinta propulsiva di una rivoluzione pluritrentennale che aveva regalato al mondo il punk, la techno, l’acid house, le controculture, la radicalità nelle scelte di vita, le sostanze, il rifiuto dell’asfittico ordine valoriale diviso tra austero lavorismo e avido cinismo. Ed esattamente lungo l’intero processo di eruzione creativa, dalle prime avvisaglie di esplosione fino alle ultime scosse d’assestamento, nascono, si affermano e muoiono i KLF.

Nel 1994 il duo formato da Jimmy Cauty e Bill Drummond raggiunse le vette più alte del mainstream musicale e, contro ogni ragionevole aspettativa, si sciolse. Comunicarono la scelta irreversibile con un gesto all’altezza dell’inquietudine onirica che animava i loro video: navigarono fino all’isola di Jura e in una notte piovosa in un capanno abbandonato, dettero fuoco a un milione di sterline. Appena pochi mesi prima di questo falò, dall’altra parte dell’oceano, Kurt Cobain con una fucilata in faccia mise fine alla sua vita e alla carica rabbiosa del Grunge. Due eventi che possono essere letti come gli ultimi ed estremi atti di chi apparteneva a un movimento che aveva sfidato l’ordine costituito e si rifiutava di accettare il passaggio di fase che quell’ordine vedeva “senza alternative”. Chi uscì di scena quell’anno, chiuse dietro di sé la porta di un’epoca.

La vittoria sarà di coloro che avranno saputo provocare il disordine senza amarlo.

(Internazionale situazionista)

Il rogo del milione di sterline dei KLF destò scandalo e indignazione nel mainstream inglese. A dire la verità, qualche mese prima avevano già sconvolto il mondo dello spettacolo. Erano sulla cresta dell’onda, le loro basi erano campionate da Pet Shop Boys e dai Depeche Mode, erano stati premiati con i prestigiosi Brit Award. E proprio alla cerimonia di premiazione si presentarono con una band “grindcore” concludendo la sconcertante esibizione con suoni di mitragliatrici e l’annuncio: «I KLF hanno lasciato l’industria discografica».

Per molti fu l’ennesimo gesto puerile di una coppia di provocatori che sputava addosso all’industria discografica che li aveva resi famosi: «due stronzi che vogliono farsi pubblicità». Per altri fu una geniale performance che denunciava l’arbitrario valore del denaro. Ma tutte queste analisi ovviamente erano in qualche modo le rassicurazioni che fan e addetti ai lavori si raccontavano. Come epilogo alla loro vicenda artistica gli ormai ex KLF ritirarono dal mercato tutti i loro lavori, anche ricomprando i dischi in circolazione, per poi distruggerli. In questo modo si autocondannarono volontariamente a una sorta di damnatio memoriae.

Da allora, ogni volta che qualcuno ha chiesto le ragioni del rogo ai diretti interessati, questi hanno sempre candidamente affermato: «Non siamo del tutto sicuri di aver capito perché l’abbiamo fatto. Non sappiamo esattamente cosa volessimo fare né che senso avesse. Alcuni giorni pensi di fare una cosa e la fai. Senza motivo». E a chi insisteva, gli ex KLF ribadivano: «L’unica cosa che sappiamo è che non abbiamo neanche per un attimo pensato fosse sbagliato».

Gli iniziatori dei rave party hanno in altre parole sempre ammesso di essere quasi stati spinti a compiere un “rito” da una forza superiore alle loro volontà ma innegabilmente giusta. Ma questa spiegazione non ha mai avuto credito. Nell’industria musicale post ‘94 infatti ammettere che fosse anche solo possibile senza alcun fine bruciare una fortuna e sparire, rinunciando a fama e denaro, avrebbe fatto crollare l’intera morale dominante. Dare per vero ciò che dicevano i KLF, adepti tra le altre cose di una sorta di pseudoreligione del Caos, avrebbe gettato nell’anarchia quell’insieme di ambizioni disperate e avide rigidità che il mercato aveva lentamente imposto a una generazione di ribelli. Probabilmente fu proprio per questo che da lì a poco sui KLF, sul rogo di un milione di sterline e sulla ragione di quel rito, a illazioni e tesi di complotto poco tempo dopo subentrò un omertoso silenzio.

L’LSD è stato un’esperienza incredibile. Non lo raccomanderei a tutti. Ma per me.. be’, è come se mi avesse fatto introiettare l’idea che la realtà non è qualcosa di fisso. Che ciò che vediamo ogni giorno è una delle possibili realtà, una valida realtà, ma che ce ne sono altre: prospettive diverse in cui altre cose hanno comunque un senso. Tale realizzazione ebbe un effetto profondo su di me.

(Alan Moore)

Ma senza capire i KLF non si può capire come in poco tempo un genere che mischiava disco music e funk e si ballava solo in alcuni locali di Chicago arrivò in Inghilterra, dove si mescolò a tutto ciò che era stato prodotto negli ultimi decenni e produsse il consumo consapevole di sostanze, l’MDMA su tutte, i rave party e un’infinità di generi, tecniche e sottogeneri in costante conflitto tra l’underground e il mainstream, tra l’indipendenza e la sussunzione. Proprio per questo, ad anni di distanza, nel 2013, un autore televisivo e storico culturale, John Higgs, ha finalmente deciso di prendere sul serio le risposte degli ex KLF per scrivere la loro biografia dal titolo: Complotto! Caos, magia e musica house, tradotta in italiano da NOT nel 2018.

Higgs è partito semplicemente dall’accettare la verità dei KLF, ha concesso al duo l’«incapacità di intendere e volere (almeno completamente)» ciò che stessero facendo. Ha scritto così un testo prezioso ed eclettico in grado di offrire una panoramica complessiva e dettagliata degli immaginari e dei contesti che spinsero i KLF a essere i KLF dall’inizio della loro carriera fino al falò di banconote. Un lavoro di speleologia dei segni e dei codici che ci porta indietro di decenni, una ricerca storica e culturale che intreccia le storie di personaggi, musicisti, attori, fumettisti, attivisti che animarono quell’humus creativo che, ricevendo le prime stimolazioni dall’underground statunitense, travolse come un’inondazione improvvisa le città inglesi a fine anni ’70.

Per spiegare ciò che apparentemente non ha senso, sembra dirci Higgs, bisogna intrecciare i fili più improbabili, sfidare i meccanismi tipici della schizofrenia paranoide e trovare collegamenti che chiunque, razionalmente, giudicherebbe quantomeno forzati. La verità è che, nel suo libro, Higgs dimostra come la lunga sequenza di eventi casuali, incontri e idee possano fornire un racconto più verosimile della semplicistica (e illogica) spiegazione fornita dall’industria discografica. E allora nel libro si lega l’opera di Robert Anton Wilson Illuminatus! con il discordianesimo, l’omicidio Kennedy, Hans Arp, Julian Cope, Alan Moore, il Doctor Who, la dea Eris, Guy Debord, Carl Jung, John Fitzgerald Kennedy, gli ABBA e il numero 23 fino al rogo del milione di sterline.

Il risultato letterario è qualcosa di più di una biografia musicale.

È un’esperienza psicogeografica che restituisce le contraddizioni di un mondo sotterraneo che creò la house per irridere la pop music e unirla alla cultura dei rave. La vicenda dei KLF raccontata da Higgs è un libro carico di informazioni e biografie bislacche che si nutre di una sorta di situazionismo istintivo e allucinatorio tra la magia del Caos e le TAZ. E ogni volta, quasi come i KLF, l’autore sembra giocare con la tenuta della razionalità del lettore. Appena si pensa di aver afferrato qualcosa, un indizio, un segno, questo si disvela come uno scherzo “possibile”; un’ennesima burla per mettere alla prova la buona fede e l’amor proprio della società, dell’ordine economico, del lettore. Così si rincorrono tra le pagine lunghe sequenze di invenzioni, mind fucking, beffe improvvisate come anonimi messaggi lanciati su riviste e giornali a caso che parlano di ordini misteriosi e grandi complotti. Beffe che scossero le sicurezze dell’uomo comune quasi lasciando nel suo inconscio echi inquietanti quando lo spettacolo finì in un eterno presente senza arte, bellezza ed emozione.

Complotto! Caos, magia e musica house è un’opera house che irride il britpop restituendo a pieno la logica irrazionale del nostro immaginario odierno.

Higgs con questa biografia ha offerto un tributo filologicamente coerente all’arte di un mondo che chiuse i conti con la propria esistenza nel 1994. E l’impressione al termine della lettura è che l’autore si faccia carico di indicare qui e lì la soluzione per sfuggire alle pulsioni mortifere dell’ordine costituito: non decodificare mai l’arte, non farsi carico delle contraddizioni che creano spaesamento e inseguire, fino alle logiche conseguenze nel “mental rabbit hole”, i propri sensi, a volte, se necessario, mischiando fisica quantistica e una sorta di “lucido” e allegorico pensiero magico.

6/5, una cartolina dalla distopia di un presente che è già passato

E al loro Dio goloso, non credere mai”

Fabrizio De Andrè

Nel lontano 1845 Karl Marx si misurò con il pensiero dell’influente filosofo Ludwig Feuerbach su Dio e sulla religione.

Proprio nella prima tesi di questa riflessione leggiamo che “il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che l’oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto o di intuizione; ma non come attività umana sensibile, come attività pratica, non soggettivamente”. Marx inizia, quindi, la sua riflessione con un capovolgimento del punto di vista; un cambiamento percettivo indispensabile per approdare al suo “materialismo scientifico”. Questa nuova visione della realtà diventa così, nelle sue tesi, condizione necessaria per desacralizzare il sensibile e per farla finalmente finita con Dio e con l’idealismo religioso.

Oggi, dopo un secolo e mezzo da quella riflessione, un nuovo“Dio”, distante e intellegibile, sembra plasmare la realtà: il Capitale finanziario. Proprio questa divinità, come anche l’innovazione tecnologica correlata, è stata interpretata con i medesimi limiti che Marx imputava al materialismo di Feuerbach. Un materialismo che, ed è bene ribadirlo, esattamente come quello di Feuerbach, ha comunque avuto l’indiscutibile merito di opporsi all’”oppio dei popoli”, cioè a un’ irenica ed entusiasta visione dei mercati finanziari globali.

Questa premessa serve a spiegare quale possa essere un’auspicabile funzione militante del testo recensito in questo articolo. L’utilità scientificamente politica del libro analizzato è proprio quella di uno strumento per compiere proprio quel rovesciamento percettivo marxiano, per comprendere, cioè, cosa ha prodotto la religione di Wall Street e per togliere al Capitale finanziario la sua insopportabile e anacronistica aurea di sacralità.

Cliente – Quant’è?

Commesso – Un dollaro e cinquanta.

Cliente – Ok, lo prendo.

Commesso – Sono un dollaro e cinquantuno.

Cliente – Uhm… avevate detto un dollaro e cinquanta.

Commesso – Era prima di sapere che avreste preso.

Cliente – Non potete fare così!

Commesso – E’ il mio negozio…

Cliente – Ma ne devo acquistare un centinaio!

Commesso – Un centinaio? Allora son un dollaro e cinquantadue!

Cliente – Mi state truffando…

Commesso – E’ la domanda e l’offerta, amico. Lo prendi o no?

Cosa successe a New York l’11 settembre del 2001?

Invece cosa accadde, ancora a New York ma qualche anno dopo, il 15 settembre del 2008?

Tanti, quasi tutti, sapranno rispondere alla prima domanda; molti meno, quasi nessuno, alla seconda.

Eppure la nostra quotidianità è stata travolta in modo più diretto dalla seconda data piuttosto che dalla prima. Proprio quel giorno infatti, e nel giro di pochissime ore, si verificò qualcosa i cui effetti avrebbero cambiato irreversibilmente tutte le economie del pianeta.

Quella domenica, poco prima dell’una del mattino, il colosso bancario Lehman Brothers Inc. dichiarò la bancarotta.

Da quell’annuncio di fallimento, asciutto e drammatico insieme, si aprì una nuova fase storica; dalle ore 13 di quel 15 settembre di 11 anni fa siamo entrati nel secolo delle “crisi infinite”. Il collasso del quinto gruppo bancario statunitense, a dirla tutta, fu un evento poco spettacolare, e ancor meno “spettacolarizzato” dell’attentato al WTC. Ciò non toglie che si sia rivelato sicuramente non meno traumatico. Da quel giorno l’economia mondiale non sarebbe più stata la stessa.

All’epoca forse qualcuno, magari qualche inguaribile ottimista, pensò che l’avidità dei banchieri e degli speculatori avesse avuto il ben servito e che la finanza fosse stata finalmente domata. Solo vane illusioni. Purtroppo non è andata così come si poteva pensare.

A soli dieci anni da quel tonfo, infatti, il mercato dei titoli finanziari ha già superato il PIL di tutte le nazione del pianeta messe insieme, mentre il debito complessivo è cresciuto di circa 315 volte; solo il mercato speculativo dei titoli derivati corrisponde oggi a 2,2 milioni di miliardi di euro, vale a dire circa 33 volte la ricchezza reale globale, e le 8 persone più ricche del pianeta hanno la medesima ricchezza di 3,5 miliardi di esseri umani.

Ma come è successo?

Qualcosa non deve aver funzionato. Ci deve essere stato un trucco.

Come è stato possibile che in così poco tempo non solo non si sia cambiato il mercato finanziario, ma addirittura questo abbia moltiplicato la propria situazione di instabilità, speculazione e volatilità? E cosa ha prodotto qqindi quel “cigno nero”, quando in mezza giornata si perse una cifra che poteva, per esempio, ripagare quattro volte il debito pubblico italiano? E’ cambiato qualcosa da allora sui lucidi parquet delle Borse in giro per il globo? Cosa ha significato quel crollo lungo la retta temporale che si muove dalla fondazione di Wall Street, nel lontano 8 marzo 1817, a oggi?

Più sono le leggi, più sono i ladri”

Lao Tse

La risposta a queste ed altre domande può essere letta in “6/5” di Alexandre Laumonier, edito da Not nel 2018, che è una lunga inchiesta in forma di romanzo, con il merito innanzitutto di provare a creare una “storia” della finanza e dei mercati.

La “Storia”, come sappiamo, è la disciplina cui solitamente è affidato il compito di produrre una narrazione per lo più sistematica e coerente degli eventi del nostro passato. Un esercizio spesso faticoso e che si serve dell’osservazione, delle testimonianze, dello studio delle fonti o degli episodi. Ma la Storia, anche questa è cosa nota, ha bisogno di tempi umani per leggere, capire, costruire nessi e correlazioni e, infine, confrontarsi col presente. Ed esattamente questo è il primo, enorme problema con il capitalismo finanziario: la sua velocità.

L’evolversi del “denaro che produce denaro” segue infatti una parabola temporale che, oltre ad essere relativamente recente, è segnata da un’accelerazione disumana. Tutto cambia da un mese ad un altro, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra, da un secondo all’altro, in un modo sempre più compresso; alla fine i processi così diventano invisibili all’occhio umano, e in greco antico ἱστορία, historìa, significa proprio “ispezione visiva”; figuriamoci se ciò che si fa fatica a inseguire con l’occhia possa essere compreso, storicizzato e, quindi, spiegato.

Probabilmente ben consapevole di ciò, l’autore di 6/5 pone delle date precise al termine di ognuna delle due parti in cui si divide 6/5. E’ l’ammissione di un limite percettivo e un atto di onestà necessario, ma anche, e soprattutto, la proposta del metodo storiografico cui rigorosamente il libro resta fedele. Riconoscendo, infatti, l’assoluta relatività della narrazione al tempo in cui viene scritto il libro, l’unico modo per costruire una Storia della finanza non può che essere, conseguentemente, quello di raccontare le storie, concretissime, degli uomini e dei luoghi fisici della finanza, anch’essi concretissimi.

Questa scelta si rivela un utile modo per ancorarsi alla materialità di uno spazio-tempo umano e alle innovazioni tecnologiche che questo ha prodotto. L’autore poi usa un ulteriore dispositivo retorico molto efficace nell’economia del libro: tutto è raccontato dal punto di vista soggettivo di un algoritmo. L’intero racconto è reso da un software, dalla sua intelligenza, dai suoi giudizi, dalla sua memoria e dalla sua visione. Una macchina che racconta gli esseri umani.

Grazie innanzitutto a queste scelte dello scrittore che le quasi 300 pagine del libro risultano incredibilmente scorrevoli e l’impressione è quella di leggere un romanzo, magari un thriller, sicuramente non un saggio sul “trading finanziario ad alta frequenza”.

Quest’ultima definizione, forse, farà pensare ad un’avanzata o sperimentale forma di e-commerce o a un argomento pionieristico e di “nicchia”, quel genere di cose che emozionano solo nerd occhialuti o docenti di economia in prepensionamento.

Non è così, ovviamente.

Il “trading finanziario ad alta frequenza” (acr. HFT) è semplicemente la definizione corretta del funzionamento dei mercati globali oggi. Non un argomento così marginale e secondario quindi.

E se gli utili delle grandi banche e dei fondi di investimento speculativi suonano osceni, è bene sapere che ciò che li governa è proprio l’HFT. In altre parole, gli scambi che decidono della vita e della morte di intere economie, dei mercati immobiliari, delle riforme economiche nazionali, dei piani industriali, del mercato del lavoro e quindi delle emigrazioni e così via, vengono in altre parole oggi previsti, studiati, decisi e agiti da algoritmi.

Ma cos’è in definitiva un algoritmo?

Un algoritmo è semplicemente una sequenza di comandi tradotta in un linguaggio comprensibile per un computer. Quelli usati dalla finanza, come ci racconta Laoumunier, sono i più costosi, segreti ed avanzati tra gli algoritmi esistenti; svolgono calcoli seguendo le regole della scienza quantistica e non più quelle dell’algebra che si studia nelle Facoltà di Economia. In 6/5 scopriamo che gli indici delle borse di tutto il mondo sono ormai solo ciò che viene graficamente restituito a valle del loro lavoro per i nostri occhi umani. Pagina dopo pagina si scopre così che esistono algoritmi “genetici” (che sviluppano sé stessi seguendo diverse linee evolutive in contemporanea, come avviene nella genetica), di “autoapprendimento” (che sono in grado di migliorare le proprie performance analizzando grandi quantità di dati alla velocità di nanosecondi) o “evolutivi” (che hanno “euristicamente” l’obiettivo di evolvere le possibili soluzioni ai problemi via via loro posti).

Tutto ciò che concerne le nostre economie è in definitiva stato delegato agli algoritmi in un silenzio assenso quasi irresponsabile nella sua insipienza.

Così, mentre gli umani si accapigliano per i bilanci nazionali o mentre i governi oscillano su cifre di pochi miliardi, in una frazione di secondo alcuni algoritmi, di proprietà di banche e fondi finanziari, bruciano o creano dal nulla decine e decine di miliardi di dollari, in una lotta che ormai risponde esclusivamente ad una logica propria, imperscrutabile persino ai medesimi programmatori.

Una logica che sicuramente avrà una sua razionalità ma ormai il Capitale finanziario si è spinto così oltre nel processo di delega della decisione alla macchina che nessun essere umano può dire di comprenderla realmente. E allora 6/5 cita una serie di eventi, noti a pochissimi, che bene spiegano il secondo titolo del libro: “la rivolta delle macchine”. Ancora oggi né i geni che lavorano per Apple né i dottorati di ricerca della Toyota riescono a spiegarsi pienamente il comportamento di ciò che loro stessi hanno creato. Così la dimensione umana del lettore inesperto come del più geniale degli informatici appare unica, comune di fronte alle macchine e alle domande inquietanti cui nessuno ha ancora dato una risposta: perché la Borsa di New York ha sospeso le negoziazioni senza preavviso l’8 luglio 2015? Perché alcuni veicoli Toyota in un limitato periodo del 2016 iniziavano ad accelerare incontrollabilmente andando contro la volontà dei loro piloti? Perché la programmazione all’interno degli aerei che volano usando software Apple si sono comportato in modo anomalo sorprendendo persino i programmatori (oltre che gli spaventati piloti si suppone). Nessuno, non gli avvocati, i dottori, i contabili o i responsabili delle politiche aziendali, nessun essere umano in definitiva coglie pienamente le regole che disciplinano dei dispositivi che governano le nostre vite ma che sempre più spesso si mostrano incomprensibili, imprevedibili e misteriosi.

Proprio nel cuore di questa “guerriglia” tra algoritmi, come la definisce lui stesso, che Laomunier ci conduce. E, a mano a mano che la lettura procede, il tempo si fa sempre più compresso e le cifre in ballo sempre più gigantesche.

Tutto questo, girata l’ultima pagina, ed è forse il merito più grande dell’autore che non cede mai ad una fascinazione tecnofila, apparirà come un gigante dai piedi di argilla.

Questa argilla, manco a dirlo, ha a che fare proprio con gli esseri umani e con le loro capacità di autodeterminarsi dalla finanza, prima ancora che dalle macchine che questa governano.

Venderei i miei figli prima di vendere i miei dati. E i miei figli non sono in vendita”

Un trader anonimo citato in 6/5

Per riconsegnare all’”umano” ciò che l’umano ha creato, l’autore ci mostra concretamente la trasformazione che il “trading finanziario ad alta frequenza” ha prodotto, per esempio, in un luogo fisico, tra le colonne in stile neoclassico del tempio del capitalismo contemporaneo, la borsa di New York. In questo modo si scopre con stupore che se oggi le attiviste e gli attivisti di Occupy Wall Street riuscissero a raggiungere il loro simbolico obiettivo, forse rimarrebbero delusi giacché sicuramente non troverebbero folle di broker che corrono e strillano come in “Una poltrona per due” o in “The wolf of Wall Street” ad aspettarli. La borsa di New York, il santuario cui guardano ancora reverenti gli apostoli del liberismo, è ormai desolatamente silenziosa e vuota. Un museo di un’epoca passata e poco più.

Questo detournament concretissimo ed evocativo insieme è, in estrema sintesi, il tema centrale e lo “stile” di 6/5.

Wall Street, ci spiega pazientemente Laumunier, in pochissimi anni si è spostata qualche miglio più in là, a Mahwah, nel New Jersey, e ormai occupa un magazzino di svariati metri quadrati, con pochissimi esseri umani a lavorarci. Nel magazzino ci sono decine e decine di migliaia di server su cui operano indisturbati i nuovi signori del mercato, proprio“loro”, gli algoritmi finanziari del trading ad alta frequenza. Solo per l’impianto di raffreddamento della “vera” Wall Street occorre l’energia elettrica necessaria ad alimentare quotidianamente 100.000 appartamenti. Per questo oggi la finanza è il comparto economico che più di tutti consuma energia in USA. Ve lo sareste aspettato? Il global warming negli Stati Uniti di Trump ha come principali responsabili i colossi della finanza e non la lobby dell’industria pesante.

Questa rivelazione è solo una delle decine cui si può accedere attraverso la miniera di informazioni sconvolgenti in 6/5. Una serie di dati inconfutabili con cui il lettore si trova a fare i conti in un crescendo di paradossi, che nel loro essere banalmente reali, trasmettono alla fine del libro un impellente desiderio di diffusione del sapere e un profondo senso di inquietudine.

Un’urgenza divulgativa che ha imposto all’autore medesimo un obiettivo letterario quasi proibitivo: rendere appassionante e comprensibile a tutte e tutti qualcosa che generalmente viene presentato come noioso e magari celato dietro la cortina di fumo di complicate formule tra la matematica e il voodoo. Un obiettivo letterario incredibilmente ambizioso che, a modesto parere di chi scrive, è stato pienamente raggiunto. Se infatti, come diceva Einstein, “non hai veramente capito qualcosa fino a quando non sei in grado di spiegarlo a tua nonna”, è proprio la sensazione di “aver capito” la prova del 9 della chiarezza e dell’accessibilità del racconto di Laumunier. In 6/5, effettivamente, non ci sono mai formule matematiche né termini tecnici informatici. E se questa banale rassicurazione non dovesse essere sufficiente per restituire a pieno la comprensibilità del testo, lo stile narrativo aiuta l’accesso del lettore a un mondo di cui, magari, ignorava persino l’esistenza. Questo stile funziona a partire dal già citato punto di vista narrante. Proprio il fatto che tutto sia raccontato da un algoritmo, dal nome evocativo di Sniper, cioè in prima persona, permette una linearità nella storia, anzi nella Storia, davvero vitale e dinamica. Così inoltre viene garantita la giusta distanza dai fatti, fondamentale in ogni sforzo storiografico; una distanza che rende verosimile l’ipotesi di un algoritmo parlante proprio perché coerente con lo stile di scrittura con cui Sniper racconta una realtà tutto sommato a lui stesso distante: una realtà dove si svolgono le vite degli umani che hanno creato il suo mondo. Ed, esattamente come ci si aspetterebbe da un algoritmo, il racconto è freddo e lascia tutta la sua potenza evocativa alla cruda realtà, alle informazioni messe in relazione, ai luoghi di cui parla. Emergono così le biografie di studenti scanzonati, hacker libertari, broker avidi, banditi comuni, pionieri in doppiopetto, matematici che giocano a Las Vegas; un intreccio di esistenze in cui il desiderio di aumentare i profitti viene sempre connesso alla ricerca tecnologica, per comprimere lo spazio e piegare il tempo fino ai limiti conosciuti.

Questa corsa all’oro per via telematica non si è mai, in oltre duecento anni, anche solo lontanamente interrogata sulle ricadute che produceva sul mondo, sulle vite degli esseri umani, sulla natura. Ricadute che dopo la lettura diventano più nitide e acquistano carattere sconcertante, tracciando i confini del nostro mondo ormai legato e compresso tra sensori, sistemi di controllo e l’ottimizzazione sempre più autoritaria dei flussi di capitali, merci e forza lavoro. Un mondo, questo nostro presente disegnato da un algoritmo, in cui ogni informazione è un’arma che gli algoritmi finanziari possono usare nella loro guerriglia alla velocità della luce. E ogni informazione diventa a sua volta utile a prevedere ciò che riguarda ogni esistenza umana che può, esattamente come il famoso battito d’ali della farfalla nella teoria del caos, produrre conseguenze economiche di carattere globale. Per questo l’informazione diventa istantaneamente potere e controllo, per anticipare il futuro e metterlo a valore, riducendo il margine di errore possibile nel mercato finanziario.

L’intelligenza di un individuo si misura dalla quantità di incertezze che è in grado di sopportare”

Immanuel Kant

Proprio dalla lettura del libro, anche per gestire al meglio possibile la sensazione crescente di claustrofobia da tecnofinanza, emergono piano piano delle linee di fuga da un futuro, molto prossimo, peggiore di quello dei celebri romanzi di Philip Dick. Linee di fuga mai nominate direttamente dall’algoritmo Sniper; sta al lettore immaginarle. Si possono intravedere in controluce, tra le righe, attraverso le questioni e i problemi lasciati aperti e che si ripropongono in modo ridondante lungo gli 11 (6+5) capitoli. Sono, tra le altre, le questioni legate alle informazioni, alla natura, al sapere, al controllo sull’economia, per esempio; e sono le questioni che vengono più volte riprese come i limiti, gli ostacoli, che nel corso di due secoli di storia il capitale finanziario ha dovuto trascendere per poter riprendere la sua avida corsa; un superamento realizzato sempre con il prezioso aiuto della tecnologia. E ogni volta che ciò è avvenuto, a ogni ripartenza si è prodotta un’accelerazione nell’accumulazione dei profitti e un restringimento degli attori in campo, via via sempre più tendente al monopolio.

Da questo punto di vista fa quasi tenerezza la parabola esistenziale di due figure umane, spesso richiamate nel libro, sacrificate nel corso dei decenni sull’altare della finanza: i broker, rampanti maschi wasp, fiduciosi adepti e sacerdoti dello stesso Dio Mercato che li ha infine divorati, e gli studenti d’eccellenza delle più prestigiose Università di Economia americane che l’autore chiama, laconicamente, “completi su misura”. Le loro tristi storie sono simili a quelle di tanti lavoratori mandati in prepensionamento dai processi di automazione industriale. Il dettaglio, storicamente rilevante, sta nel fatto che questo processo è avvenuto con decenni di anticipo rispetto a tutti gli altri settori economici. Così, mentre tutti guardavano ai nuovi robot delle fabbriche del Quandong che sostituivano migliaia di operai parlando di “futuro”, quella stessa automazione era solo la ricaduta di una trasformazione avvenuta a monte, in un passato prossimo, nella finanza americana, nel silenzio dei più, e in un mondo opaco, schermato da formule incomprensibili e tecnicismi senza senso.

In 6/5 questo sacrificio agito dalla finanza alle spese dei suoi primi e più fedeli “sacerdoti” viene reso in tutto il suo cinismo spietato ed è impossibile non cogliere la violenza fredda dell’etica che ha creato gli algoritmi; quell’etica che a sua volta anima queste nuove divinità macchiniche. Una fredda, inappellabile ed “elegante” cattiveria che muove la sequenza di scelte che compiono in nanosecondi con i loro nomi evocativi Knight Capital, Sonar, Oasis, Dagger, Razor, Scouter, Tex, Float, Ninja, Ladder. Una morale crudele alla fine dei conti, che giustifica pienamente chi guarda ai mercati parlando già da qualche anno di “finazismo”.

Il caso è Dio che passeggia in incognito”

Albert Einstein

6/5 in definitiva è un libro necessario. Un testo che, sebbene non riesca a colmare il ritardo di conoscenze tra noi e la finanza, sicuramente riesce a restituire la precisa dimensione di questo ritardo, spiegando i nessi tra le macchine e la volontà, tutta umana, che le ha generate e programmate.

Come tutte le opere di livello anche questa però ci consegna molti dubbi e pochissime certezze, quasi invocando una discussione militante e scientifica che sia il più larga possibile.

6/5 ci interroga indirettamente su come, noi, come esseri umani innanzitutto, possiamo organizzare la vita, ormai espulsa dalla velocità di un capitalismo sempre più solipsistico. Laumonier, che è innanzitutto un antropologo, attraverso le parole dell’algoritmo Sniper, ci impone il continuo confronto con una cartolina inviataci da un presente in cui il Capitale, proprio lì dove raggiunge la sua forma più appropriata e massimizza i profitti, è già né più né meno che un “sistema automatico di macchine”, come prevedeva Marx oltre un secolo fa.

6/5 è quindi un testo la cui lettura è vivamente consigliata a tutte e tutti coloro che oggi si interrogano sul “che fare” di fronte al realismo capitalista della finanza, dei bilanci, dei debiti e dei conti, ma anche, e ancor di più, a tutte e tutti le/i “tecnoentusiasti”, spesso influenzate/i dall’idea che un algoritmo, una macchina possa essere la più contemporanea incarnazione della divinità.

Un racconto indispensabile per assumere, di nuovo e ancora, una prospettiva materialista, umana quindi, per ricominciare finalmente a pensare a come nello spazio della natura che abitiamo, possiamo riempire il nostro tempo, così inesorabilmente sempre più lontano e dilatato da quello delle macchine, cioè del Capitale.

P.S.

Dall’inizio della lettura di questo articolo, stando al testo di Laumonier, scritto nel 2014, cioè “ere geologiche” fa, gli algoritmi della sola “Wall Street” potrebbero aver bruciato, o guadagnato, circa 400 miliardi di euro, vale a dire quasi 10 lunghi anni di manovra finanziaria italiana o quasi 80 anni di “reddito di cittadinanza” per milioni di persone. Se fosse denaro pubblico e “concreto” l’enorme “debito pubblico italiano” potrebbe essere ripagato in appena mezz’ora.

Socialismo è barbarie!

L’immaginario che sembra muovere la governance europea oggi rimanda continuamente alle radici del capitalismo: all’accumulazione originaria e alla fine del Medioevo. I riferimenti più o meno espliciti a un’epoca fatta di imperatori, feudatari, re, barbari, streghe, nomadi, eremiti, superstizioni, monasteri accademici, eresie e fervori etnico religiosi puntellano il presente della borghesia del vecchio continente. L’opinione pubblica del vecchio continente ricorda il corpo sociale demente raccontato da Bifo. Un corpo che ha la testa completamente asservita ai social network. Una testa che per reagire rapidamente agli stimoli percettivi scava il fondo del proprio inconscio. E se l’immaginario del governo europeo ambisce a cavalieri templari, imperatori e cavalieri, il suo incognito collettivo assomiglia all’inquietante “Giudizio universale” dipinto da Bosch. Provare a esplorare questo inconscio può essere una forzatura storica, un gioco narrativo ma anche un esercizio per ritrovare la parte di sé che minaccia l’ordine discorsivo reazionario e per intravedere possibili varchi per l’evasione.

 

Un nuovo ordine feudale per l’Europa

«Se un sistema reagisce troppo lentamente ne consegue che arrivano altri, con altre organizzazioni, ad esempio il Format Shangai. È un colpo di avvertimento che ci dovrebbe mettere in guardia, a noi occidentali che fronteggiamo una frammentazione, sulla necessità di riformare le organizzazioni in modo tale che esse riflettano i reali rapporti di forza. Dobbiamo accettare i rapporti di forza» (Angela Merkel a Davos il 23 Gennaio 2019)

Lo scorso 22 Gennaio, a pochi mesi dalle elezioni europee, Angela Merkel e Emmanuel Macron hanno firmato il Trattato di Aquisgrana. L’accordo definisce il modello di Europa che hanno in mente le governance dei due paesi. Un’Europa dipendente economicamente, militarmente e politicamente da una sorta di super-stato, già immaginato da De Gaulle ed Adenauer nel 1963.

Gli “euroscettici” pare ci siano rimasti male e, di fronte a una firma che archivia de facto l’UE, hanno iniziato a difendere le istituzioni dell’Unione che volevano fare a pezzi fino al giorno prima.

Se molto si è scritto e scriverà su questo trattato, colpisce la scelta del luogo del patto: Aquisgrana. La città di confine è stata, nel corso dei secoli, il luogo dove si sono firmati 5 diversi trattati di pace per porre fine a 5 diverse guerre. Solo in un caso Aquisgrana ha segnato la nascita di una nuova istituzione politica: nell’800 dopo Cristo, quando vi fu incoronato Carlo Magno e nacque l’Impero Carolingio; vale a dire lo sfortunato impero che voleva rievocare i fasti del millenario impero romano ma durò appena 67 anni. L’impero nacque dalla fusione del regno dei franchi e da quello dei longobardi e alcuni dei suoi atti ufficiali sono scritti nelle forme arcaiche del francese e del tedesco. Nella storia europea ebbe comunque un ruolo fondamentale; fu il passaggio dalle macerie lasciate dall’impero di Roma agli stati e alle nazioni europee contemporanee. L’organizzazione del potere dell’Impero nato ad Aquisgrana discendeva gerarchicamente dall’imperatore verso i grandi feudatari e poi giù giù fino ai valvassini locali, in uno schema che dal centro andava verso la periferia. I flussi economici e le ricchezze, le tasse, le decime erano garantiti da un’istituzione millenaria e “super partes”: la Chiesa. Un’istituzione austera, riservata e riconosciuta moralmente che dava un senso di “giustizia” all’ingiustizia. Sotto questa gerarchia del potere c’era chi, con il proprio lavoro, produceva concretamente la ricchezza: i servi della gleba.

Ciò che mise in crisi in modo irreversibile questo sfortunato Impero furono le “seconde invasioni barbariche”. Come raccontano Deleuze e Guattari in Millepiani, la invasioni barbariche travolsero l’impero attaccando i flussi di denaro che lo reggevano. La fame di futuro dei popoli nomadi fu più forte di un ordine che voleva riecheggiare i fasti del passato. Furono le invasioni barbariche che ridisegnarono le rotte del mondo, i flussi di denaro e i moti sociali nel cuore dell’Europa di 13 secoli fa.

Non una storia gloriosa quindi quella nata ad Aquisgrana. Un’unione posticcia in cui i signori e le chiese locali diventavano sempre più potenti a discapito di un potere centrale logorato da migrazioni, rivolte e scorrribande piratesche.

Alla fine di questa infelice unione, nell’867, lì dove c’era un Impero rimanevano le nuove istituzioni fondate dai barbari che erano diventati stanziali affianco a ciò che ricordava l’ordine appena tramontato: la nazione francese, la selva di principati, contee, marche, monasteri, villaggi tedeschi e del nord Italia.

A questo punto non si capisce se per i governi di Francia e Germania scegliere Aquisgrana sia stato più un atto di ybris o di accanimento contro la storia. In entrambi i casi la suggestione che ci suggerisce la scelta è molto potente ed evocativa.

Raccogliendo infatti il guanto di sfida della Merkel e Macron, senza mai prendersi sul serio, proviamo a giocare con il parallelismo che genera la scelta di Aquisgrana. Un richiamo storico che può essere utile a produrre ulteriori suggestioni, partendo da un’analisi del presente europeo così complicata da realizzare con schemi e parole più oggettivi ed usuali.

Un gioco di parallelismi e nulla più, raccontare una storia per leggere una parte del presente.

Servitù o nomadismo dentro i confini dell’impero.

Molte sue idee sono buone, alcune ottime. È per colpa dell’invasione degli immigrati se poi sono sfociate nella violenza.” (l’eurodeputato della Lega Nord, Mario Borghezio, da Bruxelles, commentando il processo a Brevik per la strage di Utoya)

Come già detto la ricchezza dell’impero carolingio era basata sul lavoro della servitù della gleba. Nella definizione marxiana questa classe aveva tre caratteristiche peculiari: l’appartenenza di classe per via ereditaria, la totale espoliazione di ricchezze e proprietà immobili ed il legame coatto ed indissolubile alla terra che doveva lavorare.

Nell’Europa odierna l’appartenenza per via ereditaria ad una classe sembrerebbe una bestemmia ma non lo è. Oggi in gran parte dei paesi europei la mobilità sociale è ferma, chi nasce ricco diventerà sempre più ricco, chi nasce povero rimarrà povero. Decenni di tagli e austerità hanno privatizzato e massimizzato i profitti ma anche ristretto l’accesso al welfare. E’ il modello di welfare bismarkiano, che attraverso l’UE, si è imposto in tutte le nazioni del continente. In più la ricchezza si basa sulla rendita, sull’eredità e sui patrimoni e questo non fa che riprodurre in modo quasi dinastico l’appartenenza di classe.

Per quanto riguarda la condizione di espropriazione e povertà, questa è condizione diffusa e non c’è un solo paese in Unione Europea dove il numero di poveri sia diminuito malgrado l’aumento del PIL. In Europa, cioè nell’area più ricca del pianeta, ci sono più poveri che cinque anni fa, e questi sono più poveri di cinque anni fa.

Povertà ereditata ed espropriazione sono condizioni comuni agli autoctoni come ai migranti, ai precari che si muovono per il continente come ai disoccupati o working poors stanziali.

Ed è’ proprio la stanzialità che crea una differenza e ci fa individuare chi sono i servi della gleba contemporanei. Oggi come ieri sono coloro che producono la ricchezza e sono incatenati ai mezzi di produzione e al feudo, a un “popolo” o a una nazione, o a una famiglia, a un ambiente domestico, a un preciso ruolo sociale di genere. Su questi vincoli, che diventano via via più autoritari, i vassalli sopra di loro accumulano potere politico e ricchezza economica. La natura reazionaria e autoritaria di questi vincoli di potere porta conseguentemente consenso ai “vassalli” con le posizioni più reazionarie e autoritarie.

Il “gruppo di Visegrad” non è un’eccezionalità politica quindi, né il prodotto di oscuri fondi di Putin o dei deliri di Steve Bannon. I suoi governi hanno semplicemente compreso prima e meglio di altri la natura reale dei rapporti violenti europei. E visto che siamo a una rilettura storica magari bisogna ricordare che il “Patto di Visegrad” fu firmato nel 1991, allo scioglimento dell’Unione Sovietica non di certo l’altro ieri. Questo “patto” non è solo il sinonimo di una precisa linea di governo cui guardano, tra i tanti, il RN della Le Pen o la Lega Nord e Fratelli di Italia. Il “patto di Visegrad” rimanda all’originale accordo, siglato nel 1335 tra Giovanni I di Boemia, Carlo I di Ungheria e Casimiro III di Polonia che volevano acquisire potere politico rispetto a Vienna, centro culturale ed economico europeo. L’ingresso dei “paesi di Visegrad” nell’Unione Europea fu volontà ferma della Gran Bretagna a guida conservatrice. La stessa Gran Bretagna dei Tories oggi si allontana dall’Europa con la Brexit. I conservatori anglosassoni non hanno in fondo mai creduto ad un’Europa unita e democratica. I paesi di Visegrad, con l’Ungheria di Orban in testa, sono oggi sotto processo politico da parte dell’UE per aver violato i suoi principi etici fondamentali. D’altro canto però l’”asse” di Aquisgrana del 2019, probabilmente, con questi paesi potenzierà le già importanti collaborazioni industriali ed economiche aggirando l’Unione e i suoi diktat, persino troppo democratici rispetto alle necessità dell’economia franco-tedesca.

Su queste relazioni politiche future a questo punto andrebbe ricordato che le seconde invasioni barbariche che distrussero l’impero di Aquisgrana secoli fa, videro protagonisti Normanni, Ungari, Slavi e Saraceni. Per ironia della storia gli ungheresi discendono dagli Ungari, i polacchi, i cechi e gli slovacchi dagli Slavi e gli inglesi della Brexit dai Normanni. I paesi di Visegrad e l’Inghilterra quindi discendono da quei nomadi che diventando stanziali formarono le loro istituzioni alternative all’Impero di Aquisgrana. I rapporti tra questi e il blocco franco germanico è stato sempre segnato da flussi di denaro e accordi commerciali tra entità distinte e mai da unioni politiche e di comune “visione” europea come tra Francia e Germania (sebbene parliamo di unioni per via bellica tranne appunto nell’800 dopo Cristo). Questa digressione nella storia medioevale è utile più che altro per avere gli strumenti di lettura di alcune retoriche nazionaliste ed euroscettiche. A Cracovia, per esempio, si è recentemente inaugurata una gigantesca statua di Re Casimiro (detto “il restauratore”) lì dove per decenni c’era una statua di Stalin; a Varsavia lo scorso 11 novembre per la festa nazionale, decine di migliaia di “patrioti” hanno radunato i fascisti di tutta Europa con discorso dai toni “neo medioevali” del premier Morawiecki. Il premier polacco del Partito Diritto e Giustizia prima di scoprirsi la reincarnazione di un sovrano medioevale, nella sua vita precedente, era un economista prestigioso formato dall’istituzione europea più neo feudale di tutte: la BundesBank! Orban e la sua Ungheria rivendicano ossessivamente il proprio ruolo di barriera contro le invasioni musulmane. E’ un richiamo costante al medioevo che risulta funzionale allo sfruttamento di una forza lavoro che se non legata al feudo, al popolo e alla nazione non garantirebbe ricchezze a loro stessi, ai capitalisti nazionali.

Questo immaginario vagamente “vintage” dopo le campagne xenofobe, omofobe e antisemite ha posato i suoi occhi sul corpo delle donne da vincolare volente o nolente all’attività riproduttiva, alla famiglia tradizionale e alle mura domestiche. Sotto questa luce potrebbero essere interpretate le legislazioni misogine che questi governi hanno prodotto: le leggi in “difesa della famiglia tradizionale”, la promozione dell’idea della donna relegata esclusivamente al ruolo di madre e moglie, la negazione di ogni forma di vita che rompa l’idea di ordine “naturale”. Non è cosa nota ma il partito Fidesdz di Orban nell’Europarlamento per 58 votazioni ha votato contro il suo gruppo parlamentare (il PPE). La maggior parte delle volte non è stato, come sarebbe legittimo pensare, su questioni legate a confini e migrazioni, ma su aspetti che miglioravano la condizione di vita delle donne, l’accesso al mercato del lavoro e la riduzione del gap salariale, la tutela della partecipazione femminile alla vita pubblica e la difesa dalla violenza di genere. Note inoltre sono le politiche per ridurre o eliminare la libertà di scelta femminile sull’aborto in Polonia; meno noto è che dopo le proteste oceaniche che hanno costretto il governo a fare marcia indietro dalla messa a bando de facto dell’interruzione di gravidanza, il partito di governo Diritto e Libertà ha cambiato strategia. Per provare a rompere lungo le linee di classe l’unità di genere ha deciso di elargire alle donne più povere 120 euro di contributo per ogni figlio e ha promosso una campagna di delegittimazione violenta contro le femministe polacche rappresentate come “streghe” contemporanee ed elitarie borghesi. Campagna che ha avuto il suo culmine lo scorso novembre col grave pestaggio compiuto dai “patrioti” contro 14 femministe a Varsavia. Per completare il quadro di Visegrad andrebbero citate la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca con i loro disonorevoli primati europei in termini di violenza di genere e femminicidi cui i rispettivi governi, più volte invitati a legiferare in materia, hanno risposto con leggi sulla “violenza comune” che non riguardavano “questioni delicate e private”.

Dopo la creazione di un’identità etnica medioevale intorno a quell’atteggiamento che Habermas definì di Welfare Chauvinism e dopo i tentativi di eliminare le conquiste di genere del novecento, i governi delle marche di confine di Visegrad, i loro rampanti vassalli hanno però finalmente iniziato a gettare la maschera e trasformare la “classe lavoratrice bianca, razzista, eterosessuale e nazionalista” nei nuovi servi della gleba. Ed i partiti identitari, nazionalisti e reazionari, che a Visegrad si richiamano, hanno, dove al governo, fatto lo stesso. Nell’Ungheria di Orban si impongono così 400 ore obbligatorie di lavoro in più all’anno, pagabili con calma, dopo appena 3 anni; in Austria con Kurz la giornata lavorativa viene portata a 12 ore e la settimana a 60 ore, ovviamente straordinari esclusi. De Wever/Francken in Belgio approva l’innalzamento dell’età della pensione in Belgio a 67 anni e aumento dell’ IVA e di diverse accise al consumo. In Polonia poi da una parte si accolgono migranti ucraini visti come parte di una medesima epopea storica ma dall’altro si mantengono distinte le condizioni salariali sulla base della cittadinanza; così nei magazzini della logistica polacca e nei tanti centri Amazon i lavoratori e le lavoratrici più sfruttati e sottopagati sono migranti ucraini. Scelte politiche e misure sul mercato del lavoro introdotte per sostenere economie che crescono moltissimo perché satelliti dipendenti dell’industria e dell’economia della “democratica, multiculturale e liberale” Germania. E se le economie crescono e le condizioni dei lavoratori peggiorano, la ricchezza rimane nelle mani dei signori locali. I paladini della sovranità vogliono in altre parole solo diventare sovrani. Così la base del rossobrunismo, l’interpretazione in chiave razzista di un passaggio di Marx sull’”esercito di riserva del capitale”, è inizialmente suonata alla classe “operainazista” una semplice e persino coerente formula che spiegava la realtà di depauperimento per poi apparire, una volta diventata servitù della gleba, un utile grimaldello retorico per costringerla a mettersi da sola le catene ai polsi.

Usando questo schema la situazione più anomala tra i governi “sovranisti” è quella italiana. L’Italia oggi vive una condizione politica talmente peculiare ed è talmente importante economicamente e politicamente da essere, a ragion veduta, affiancata agli USA di Trump, agli UK della Brexit e al Brasile di Bolsonaro nell’analisi del “ciclo reazionario” mondiale. Tuttavia anche nella penisola la “feudalizzazione” della fabbrica sociale segue lo schema indicato per i paesi economicamente legati alla Germania.

Per leggere al meglio il divenire “servi della gleba” della forza lavoro italiana è tuttavia bene scindere le due forze populiste che governano: Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Questa differenza politica si è manifestata plasticamente alle ultime elezioni con il M5s primo partito al Sud e la Lega primo partito al Nord. Economicamente l’Italia è un paese che per ragioni storiche è molto diverso tra Nord e Sud (come diverse sono la Germania dell’Ovest e la Germania dell’Est). La Lega di Salvini è riuscita, e questa è la prima novità della fase politica italiana, a conquistare le regioni del centro Italia dove, esattamente come per i paesi del patto di Varsavia, il crollo dei governi di centro sinistra eredi del più importante partito comunista europeo, ha lasciato intere comunità orfane di fronte ai cambiamenti economici degli ultimi anni. Salvini, attraverso la retorica xenofoba e tutto l’armamentario comune ai paesi di Visegrad, ha aumentato il suo consenso. Dal punto di vista dell’immaginario identitario neo medioevale, però, la Lega Nord aveva già anticipato i paesi dell’est Europa nella creazione di una società interclassista già all’indomani della caduta del muro di Berlino. La “rude razza operaia” del Nord Italia era stata già trasformata in “rude razza padana” dall’immaginario di Pontida, dall’acqua del Po, dal rimando ad Alberto da Giussano. Per diventare “partito nazionale” e giocare da pari sullo scacchiere europeo e per allargare i confini del feudo, Salvini ha dovuto richiamarsi ad un’identità nazionale. Sfortunatamente per lui l’identità nazionale italiana è fatto storicamente più recente di quelle del XIII secolo cui si richiamano i paesi su citati; l’italianità, il nazionalismo italiano, è idea imposta retoricamente tra la prima e la seconda guerra mondiale, nel periodo fascista. Non potendo tuttavia esibire in modo manifesto i simboli del ventennio, Salvini mette insieme la base ideologica del nazionalismo italiano con il brodo culturale di fake news e cultura del complotto da cui attingono anche i 5 stelle; il leader leghista utilizza simboli che rimandano al ventennio e quello che l’Istat ha definito “sovranismo psicologico”, ridefinendo il concetto di nazione italiana (caro, a onor del vero, storicamente più alla borghesia del Nord che ai cittadini del Sud). Questa egemonia culturale leghista si basa su un uso efficace dei media aiutata, in modo inconsapevole, da quella parte di opinione pubblica che nomina esplicitamente l’idea a cui Salvini non può, per ovvi motivi Costituzionali, richiamarsi direttamente: l’Italia fascista. Tuttavia non essendo Orban, padrone indiscusso della piccola Ungheria, al governo da svariati anni che ha cambiato la Costituzione a proprio comodo, a volte il Ministro degli Interni italiano riesce a produrre un cambiamento del senso comune reazionario altre volte si scontra con gli altri poteri dello Stato. Lungo questo piano inclinato il Nord e, soprattutto e, in modo più simile all’est Europa, le province del Centro Italia, si trasformano in contee per il feudo leghista. Da questo schema sembrano espulsi i capitalisti del Nord Italia, vale a dire la storica base elettorale della Lega (la Lombardia è ancora oggi una delle più ricche zone d’Europa). I capitalisti settentrionali non hanno un immediato ritorno dalle turbolenze sui mercati di questa cavalcata egemonica salviniana. Ma è solo apparenza. Da una parte infatti, come Ministro degli Interni, Salvini colpisce il diritto a manifestare dei lavoratori del centro nord Italia logistico e garantisce investimenti e grandi opere e posizione atlantista nel Mondo, d’altra parte, per i padroncini lombardi e veneti (che nel frattempo godranno i benefici fiscali di un federalismo ad hoc), la forza lavoro da sfruttare arriverà in un secondo momento, è solo questione di tempo. Ecco quindi il ruolo del Movimento 5 Stelle che, con la proposta di Reddito di Cittadinanza, ha costruito il suo consenso nel Sud Italia, zona che l’ultimo rapporto Svimez definisce la più povera d’Europa. Le critiche fatte alla misura di workfare sono note ma rispetto alla forza lavoro per le attività del Nord Italia la misura appare come una sorta di gestione dei flussi migratori Sud-Nord. Questi flussi di forza lavoro da sempre segnano i rapporti economici italiani e nella storia industriale del paese produssero il passaggio dal fordismo al post fordismo. Esattamente come per i paesi di Visegrad del resto se si “chiudono i porti” per mantenere i livelli produttivi del secondo esportatore europeo c’è bisogno di forza lavoro. Le migrazioni hanno spopolato il sud in modo irreversibile e diverse previsioni parlano di “disastro demografico” nel Mezzogiorno. Con il reddito di cittadinanza dei 5 Stelle, entro 18 mesi chi ancora vive, in condizioni di povertà, al Sud Italia sarà costretto a lavorare per le aziende del Nord e Centro Italia a un salario bassissimo, incatenato dal workfare automatizzato in un primo momento accolto come misura di giustizia sociale. La coazione al consumo nazionale (che è cosa diversa dallo stimolo ai consumi interni) sarà una breve fiammata del primo anno e mezzo per far ripartire le imprese del Nord che quindi beneficeranno anche del reddito dei lavoratori del Sud costretti ad accettare proposte di lavoro a centinaia di kilometri da casa. Questo processo aumenterà, insieme al “nuovo” federalismo, il divario tra i due feudi e se uno sarà dentro l’impero carolingio, l’altro diventerà solo terra cuscinetto con le migrazioni del sud del Mediterraneo. Un’area cuscinetto per difendere l’Impero dalle invasioni dei saraceni. Una zona con un’economia in tutto simile a quella del nord Africa; una terra da cui passano gasdotti, puntellata di trivelle e pale eoliche, in cui seppellire rifiuti e scaricare le scorie industriali; una terra abitata solo da anziani e controllata da ras locali con un governo militare del territorio delegato allo Stato dove può, alla criminalità dove polizia e carabinieri non possono arrivare. Dal punto di vista soggettivo la condizione della forza lavoro del Sud Italia rischia di essere molto più simile a quella degli schiavi che a quella dei servi della gleba giacché la loro forza lavoro sarà scambiata tra Stato e Impresa senza un legame ai mezzi di produzione o alla terra ma anche senza possibilità di ribellarsi.

Per non leggere nessun automatismo da “destino già scritto” di questi scenari è bene far notare che i paesi dove questo processo sembra più avanzato sono quelli che vedono una maggiore debolezza politica delle forze di sinistra, perché magari sepolte sotto le macerie del muro di Berlino, o una compiacente acquiescenza dei sindacati, le cui burocrazie si sono trasformate in qualcosa di simile alle corporazioni medioevali.

Come invertire questo processo? Come cambiare i rapporti di forza?

Togliere potere ai partiti reazionari etnocentrici passa dal sottrarre al loro controllo l’attività riproduttiva umana: la genitorialità, la scelta sessuale, le relazioni, la libertà di desiderare. Senza riproduzione non ci può essere lo sfruttamento della produzione. Inevitabilmente qui si chiama in causa l’emersione politica dei corpi irriducibili al divenire di nuovo schiavi. Per questo la differenza tra diritti civili e diritti sociali è un ulteriore inganno retorico usato dagli agenti di questa nuova feudalizzazione europea.

Ecco perché diviene centrale lo sciopero femminile il prossimo 8 marzo. Ed ecco perché l’antifascismo è oggi innanzitutto rifiuto della violenza domestica e machista, del divieto di abortire, delle leggi che le impongono di rimanere rinchiuse tra le mura domestiche di una famiglia tradizionale. E’ l’ossessione per l’attività riproduttiva a muovere il programma politico dei feudatari nazionali. Mentre l’identità nazionale e la xenofobia sono condizioni utili allo sfruttamento della forza lavoro a seconda del quadro economico nazionale, il rigido controllo del corpo femminile, dell’attività di cura, della riproduzione sociale è la base su cui erigere la piramide dello sfruttamento. Così possiamo leggere come mai, nella regione che era la “più rossa” della Spagna appare all’improvviso, con un boom elettorale, un partito Neo Franchista pone come unica condizione per votare l’osceno governo conservatore l’abolizione della legge contro la violenza di genere. Per le formazioni reazionarie questa battaglia misogina e fondamentalista è la priorità assoluta. Ovviamente Vox non rinuncia all’armamentario identitario medioevale e con lo slogan “Fare di nuovo grande la Spagna” si richiama alla Spagna della Reconquista contro i mori e addirittura alla vittoria della flotta spagnola nella battaglia di Lepanto del 1571 (“che salvò la civiltà occidentale dalla barbarie” cit.). Ma al di là dell’immaginario è sulla guerra alle donne che gioca il tutto per tutto. Senza un ancoraggio materialista rischieremmo di leggere questo “nuovo” partito misogino solo in chiave di “opinionismo politico” come conseguente magari ai limiti e alle ambiguità del populismo di Podemos o come reazione alle istanze indipendentiste catalane o come naturale prodotto di un processo di defranchizzazione mai compiuto realmente in Spagna. E l’ancoraggio materialista si lega a doppio filo con l’elaborazione di genere. Un testo che riesce a rendere appieno le meccaniche di espoliazione e sfruttamento e la retorica neomedioevale è la contro narrazione storica della Federici in “Calibano e la Strega” intorno all’accumulazione originaria.

Sottrarre ai governi sovranisti le fondamenta della loro forza, cioè il controllo sulla vita della donna, è l’unico necessario e urgente passaggio per ogni processo di liberazione anche della neo servitù della gleba. E’ necessario farlo per far crollare il potere del leader, del signore locale, del feudatario, indebolendo così il patto di Aquisgrana.

Potremmo dire, da militanti e antifascisti, che l’antifascismo necessario, anzi urgente, oggi si muove su un piano non simmetrico a quello del fascismo, non rimanda ad un immaginario militare, machista e violentista o a una nuova resistenza. Richiama piuttosto allo sciopero dai dispositivi di controllo e imposizione, al disvelamento di un sistema di sfruttamento e alla costruzione di nuove istituzioni politiche; nuove istituzioni, fondate su nuove relazioni, come quelle che, secondo Deleuze e Guattari, nascono dalle invasioni barbariche. Ma su questo torneremo in seguito.

La Scienza infallibile per diritto divino

Speak the truth to the people/ Talk sense to the people/ Free them with reason/ Free them with honesty/ Free the people with Love and Courage/ and Care for their-Being” (Mari Evans, I Am a Black Woman, 1970)

Il paesaggio medioevale era costellato da monasteri. Erano luoghi lugubri e fortezze inespugnabili, dove eserciti di amanuensi tramandavano il sapere antico per i posteri. Istituzioni totali come quella descritta da Umberto Eco nel suo “Nel Nome della Rosa”. Le alte e inespugnabili mura dei monasteri servivano da rifugio dalla violenza diffusa ma erano, a loro volta, attraversate da dinamiche autoritarie, da una violenza strisciante, da una rigida verticalità dell’obbedienza e da vere e proprie forme di fanatismo autocratico. In questi luoghi veniva custodito anche l’oro che permetteva la riproduzione dell’ordine feudale e per questo i pirati del Nord li presero di mira alla fine del IX secolo.

In qualche modo, provando uno sforzo di immaginazione e continuando a giocare con la Storia, come si fa a non non pensare alla Chiesa e ai suoi austeri monasteri come la Scienza e le Università contemporanee. Del resto le Università neo liberali votate allo sfruttamento intensivo del General Intellect, blindate dal numero chiuso e dove la cooptazione riproduce sé stessa, non funzionano in modo diverso dal monastero benedettino di cui raccontava Eco. Ed esattamente come nel medioevo il sapere è piegato a giustificare un ordine ingiustificabile, la scienza oggi diventa tecnica e quindi tecnologia utile al Capitale almeno quanto il sapere umanistico viene retto solo da una riproduzione di conoscenza manieristica.

Come può sorprendere che, in un contesto in cui il general intellect è sequestrato in modo proprietario, il Presidente degli USA usi una nevicata eccezionale come argomentazione contro il riscaldamento globale? Come può sconvolgere che si diffondano argomenti antiscientifici, vecchie superstizioni in salsa postmoderna? Come è possibile non si legga il nesso causale tra la chiusura dell’accesso al sapere compiuta negli ultimi decenni e la messa in discussione del sapere stesso? E mentre il Sapere diventava proprietà di pochi dove erano Rettori, Docenti, Professori?

Mentre negli ultimi decenni la restaurazione neo liberale distruggeva i luoghi della formazione pochissimi hanno rivendicato la differenza tra scienza e dogma, difendendo l’autonomia della prima. Pochissimi sono intervenuti sulla didattica. Più spesso i movimenti hanno prodotto una battaglia, nobile ma di retroguardia, in difesa dei servizi alla formazione.

E quasi nessuno oggi fa notare che “Cogito ergo sum” non viene mai riportata per intero: “Dubito ergo cogito. Cogito ergo sum”. Nella massima cartesiana così esposta, infatti, è riassunto il metodo scientifico, il suo senso più profondo o almeno questo voleva essere il metodo che ha permesso di passare dalla conoscenza medioevale a quella moderna. E’ il dubbio, quindi, che interroga il sapere codificato e che muove il pensiero umano. Non si capisce, quindi, perché il dubbio possa essere diritto solo di alcuni, di pochi eletti per censo o curriculum accademico. All’indomani della crisi finanziaria del 2008 la Regina Elisabetta di Inghilterra interrogò il Gotha dell’accademia inglese semplicemente con un dubbio “Come è possibile che non avete previsto la crisi?”. L’Accademia dovette rispondere imbarazzata, scartabellando tra pubblicazioni e accenni al “rischio sistemico”, magari rispolverano Marx e i marxisti, banditi per ragioni ideologiche dalle Facoltà di Economia occidentali. Un dubbio mosso dall’alto ma assolutamente identico a quello di tante e tanti, considerati magari ignoranti, popolino, minus habentes, magari semplicemente perché di Regina di Inghilterra ce ne può essere solo una. Nessuno però all’epoca disse a Elisabetta II che non avendo un PhD in Economia non poteva sollevare la domanda. E questo atteggiamento iniquo è oggi parte della disciplina dell’obbedienza che anima l’Accademia come muoveva i monaci medioevali.

Nel saggio “The structure of scientific revolution” del 1962, il filosofo e storico della scienza Thomas Kuhn analizza il procedere del progresso scientifico come un alternarsi di due fasi. La prima è quella di “sviluppo per accumulazione” di fatti e teorie socialmente accettate. E’ la fase conservatrice, quella in cui la Scienza si chiude nelle istituzioni accademiche per dare una Gestalt alla società per come appare. La seconda fase, rivoluzionaria, è invece quella generata da “episodi” e “anomalie” che proprio attraverso il dubbio ribaltavano la lettura della realtà. Secondo Kuhn i dubbi hanno prodotto cambi di paradigmi e progressi in misura maggiore quando interrogavano, direttamente e in modo conflittuale, assunti e vecchi dati scientifici. Così, sfidando il Sapere istituito, la conoscenza superava l’esercizio di “puzzle solving” e cambiava le regole del gioco e la società intera. Purtroppo scienziati e docenti, spesso in età avanzata, oggi fanno quadrato di fronte a un metodo scientifico che procede per accumulazione nei limiti fissati dall’ordine neoliberale e dallo status quo.

Esemplare, in Italia, il dibattito sui vaccini e l’atteggiamento del professore in sessismo e classismo Burioni, che, come tanti cripto autoritari come lui, invertono l’ordine della citata massima cartesiana, partendo da una certezza: “io sono”; solo dopo questo assunto e dopo aver attaccato sui social network chiunque ponga dubbi, arriva l’“io penso” e, raramente, l’“io dubito”. L’ideologia sociale ed economica dei referenti politici di Burioni, pensiamo a Renzi, ha la medesima arroganza perché di fronte all’umano dubbio preferisce ribadire il dogma. Ed è la medesima arroganza di Moscovici e di tanti tecnocrati ordoliberali europei. Ma il dubbio, come diceva Cartesio, è umano e oggi la religione neoliberale non riesce più a spiegare sufficientemente la realtà. Del resto lì dove il debito si moltiplica malgrado i tagli, la povertà cresce malgrado le misure lacrime e sangue e il mondo peggiora malgrado la fiducia riposta nell’obiettività del sapere come non aspettarsi se non sfiducia di massa almeno qualche domanda? Proprio il dubbio forse dovrebbe animare i professori, i media, i divulgatori scientifici in questo presente europeo. Un po’ come Gugliemo da Baskerville.

Se la Scienza e il sapere non rispondono alle domande diventano religione. Ed il rischio è che questa venga difesa con la dittatura, con lo scherno, con la forza, con l’Inquisizione a reti unificate e con i roghi purificatori dove bruciare tutti coloro che appaiono eretici.

Con troppa leggerezza oggi si dice “la Scienza non è democratica”.

Questa idea è quella che avrebbe impedito ad Albert Einstein di cambiare la fisica fino ad allora conosciuta. O a Newton di farlo prima di lui. Entrambi questi giganti erano stati rifiutati e marginalizzati dall’Accademia e solo il riconoscimento delle loro intuizioni da parte di qualcuno fuori dall’Accademia ha permesso di conoscere la fisica come la conosciamo. E questa è la vicenda che riguarda più o meno tutti gli scienziati che ci hanno portato dove siamo. La Scienza non è democratica oggi perché il Sapere è diventato inaccessibile, proprietario e solipsistico. E perché è stato piegato per dimostrare lo status quo. Per dare sostanza ex post all’idea che “Non esiste alternativa” cara a Margaret Tatcher, profeta del neoliberismo. Il sapere di quelli come Burioni o è uno strumento per l’accumulazione capitalista o è utile per dare una motivazione razionale alla logica irrazionale del capitalismo stesso. Perché serve a dire che è giusto ciò che evidentemente è ingiusto. Che è equo ciò che è iniquo. In altre parole fa ciò che la Chiesa faceva prima della riforma luterana quando vendeva indulgenze e paradiso sottraendo ricchezza a chi si spezzava la schiena nei campi. Non fu in fondo Papa Leone III a incoronare l’imperatore Carlo Magno ad Aquisgrana? E non sono schiere di economisti, ingegneri, sociologi, politologi, esperti in comunicazione a incoronare il vertice di questa Impero contemporaneo? Un vizio ricorrente quello del buon senso accademico che già tra il XIX e il XX secolo aveva motivato e giustificato gli orrori occidentali che condussero al nazionalsocialismo tedesco.

La Scienza quindi è innanzitutto anti autoritaria, perché ontologicamente basata sul dubbio (e qualcosa ne sanno a riguardo anche Ipazia d’Alessandria, Giordano Bruno, Keplero e Galilei). L’unico sapere antidemocratico è quello che ha processato, bruciato sul rogo, ucciso proprio gli scienziati. E’ un sapere che non guarda più alla realtà perché si nutre di ciò che crede di essere e basta.

Se la Scienza è anti autoritaria evidentemente Burioni e soci parlano di altro quando la definiscono antidemocratica rinchiudendosi in formule e saperi schermati al popolo bue.

A monito loro potremmo ricordare che nei tarocchi di Marsiglia, che si richiamano all’immaginario del XIII secolo, c’è un Arcano Maggiore che ha subito un’evoluzione nel corso dei secoli: il Mago. Questo Arcano inizialmente era rappresentato come “il Bagatto”. Un truffatore che mescolando le carte e i numeri ingannava chi era spettatore della sua truffa. Da lì la carta divenne “l’Alchimista”, il profeta di una scienza oscura, che si nutriva di codici innominabili e ambigui, incomprensibili ai più. Infine divenne il Mago: una figura detentrice di un sapere ormai distaccato dal popolo, quasi religioso, capace di trasformare con le formule che appena pronunciava la realtà. Ma il Mago restava legato alla magia e all’illusionismo e la realtà restava realtà.

E’ bene che il sapere sia diffuso e che sia ciò che chi lo detiene ritiene Verità. E’ bene che risponda ai dubbi e che li assuma come metodo di ricerca per non trasformarsi prima in Alchimia e poi Magia.

Ma oviamente non è verosimile pensare che chi detiene il potere nei monasteri accademici rinunci al proprio ruolo sociale e alle proprie rendite di posizione. Per questo i lavoratori del cognitariato, i precari e le precarie espulse dall’Accademia o da questa sfruttate come amanuensi contemporanei, dovrebbero rovesciare l’ordine che li ha umiliati e diffondere sapere e dubbi. Per questo è bene che si rifiuti la proprietà intellettuale e ogni vezzo classista negli studi. Per questo chiunque oggi agisce dentro e fuori i monasteri deve porsi la missione divulgativa del sapere e non arroccarsi nelle proprie certezze. E se saranno chiamati eretici, e se guideranno rivolte come quelle di Muester o di Jan Hus, ben venga. Ciò che rimarrà servirà come fondamenta di un’Europa più giusta ed equa.

Proprio come la Scienza nella sua storia ha dimostrato, anche le più solide mura dei monasteri medioevali sono destinate a cadere sotto le invasioni barbariche e anche la più feroce autorità monastica non regge alla semplice solidarietà e alla curiosità dei poveri francescani, degli hussari ed altri eretici che si aggiravano dentro e fuori le sue istituzioni.

I confini della nuova Europa neocarolingia

Per chi ha paura, o si sente incompreso e infelice, il miglior rimedio è andar fuori all’aperto, in un luogo dove egli sia completamente solo, solo col cielo, la natura e Dio. Soltanto allora, infatti, soltanto allora si sente che tutto è come deve essere, e che Dio vuol vedere gli uomini felici nella semplice bellezza della natura. Finché ciò esiste, ed esisterà sempre, io so che in qualunque circostanza c’è un conforto per ogni dolore. E credo fermamente che ogni afflizione può essere molto lenita dalla natura.” (Anna Frank)

Sebbene fragili ed effimeri, i confini dell’Impero fondato da Carlo Magno erano comunque definiti geograficamente. In questo caso ovviamente i confini seguono altre definizioni. Agli albori della nascita degli stati nazione, nell’Alto Medioevo appunto, il confine era ciò che definiva la cittadinanza. Al di qua si era sotto l’autorità del feudatario, del principe, del re o dell’imperatore, al di là del confine si era straniero, nomade, barbaro appunto. Il cadere al di qua o al di là di un confine definiva il diritto di cittadinanza.

Tristemente a leggere le politiche al confine della Fortezza Europa o i requisiti per accedere ai welfare nazionali, non sembra sia cambiato molto dall’Alto Medioevo a oggi; tuttavia non è questa la definizione che può aiutarci a leggere le frontiere della governance dell’Europa che verrà.

Il confine reale, la differenza tra il dentro ed il fuori l’ordine carolingio, tra chi vive nell’impero e chi lo guarda dall’esterno, tra chi sottostà a un ordine feudale e chi quell’ordine vede con ostilità ha a che fare con un sentimento molto umano: la paura.

E’ questo sentimento che è il comune denominatore dell’homo democraticus, cittadino dell’Europa delineata da Macron e dalla Merkel ad Aquisgrana.

Lo scorso autunno a Berlino, durante una manifestazione antirazzista contro Alternative Fuer Deutschland, all’improvviso, un collettivo di videomakers proiettò sulla facciata di un palazzo uno slogan: “La paura è una gabbia”. Quella gabbia è la reale natura del piccolo impero franco-tedesco.

Spinoza dice che la paura nasce quando temiamo qualcosa che potrebbe verificarsi e creare tristezza, dolore, sofferenza. Ma, naturalmente, non siamo certi che ciò si verificherà realmente. Questa definizione ha come prima implicazione nella società contemporanea il rifiuto ossessivo del futuro. Oggi chiunque abbia cittadinanza nei confini dell’Europa carolingia vive un eterno presente mediatico. Magari un presente che si nutre di un passato fatto di luoghi comuni, elementare e didascalico. La politica stessa evita di disegnare un futuro auspicabile, o quanto meno possibile, preferendo inseguire le paure o dire tutto e il contrario di tutto nell’eterno presente su cui l’opinione pubblica europea può dire la propria sui social network.

Spinoza, inoltre, afferma che chiunque viva di beni effimeri moltiplica la propria paura e sviluppa una sorta di superstizione per giustificarsi, secondo una logica di per sé “illogica”. Ed ecco che così abbiamo chi crede a invasioni dall’Africa, a Soros che finanzia l’invasione, a una mente oscura che determina la sua vita, ai vaccini che causano l’autismo, alla criminalità diffusa e a ogni sorta di superstizione puntualmente smentita dai numeri e dalle statistiche. È dunque il timore la causa che genera, mantiene ed alimenta la superstizione.

Ma nell’eterno presente mediatico anche chi si oppone alle retoriche xenofobe e nazionaliste ha la sua superstizione passatista.

La paura del “fascismo che viene” continuamente evocata da “sinceri democratici e progressisti” è essa stessa una strategia di governo. Il fascismo c’è già. La minaccia del “fascismo che viene” è finta, è un arma spuntata, un dispositivo retorico che ha permesso a Macron di battere la Le Pen e che permette di accettare qualunque arretramento politico in nome di un bene superiore. Oggi che Macron approva in fretta e furia leggi in materia di sicurezza identiche a quelle del programma della Le Pen, quella minaccia risulta farsesca almeno quanto l’idea che l’ordoliberismo tedesco di Angela Merkel sia un baluardo del mondo libero. Possiamo tranquillamente dire, anzi, che l’Unione Europea dell’austerity, quella che produsse il golpe politico in Grecia nel 2015, disvelando la propria natura post democratica, ha potuto mantenere il proprio assetto politico economico solo grazie all’evocazione dello spettro del “populismo” e del rischio anni ’30. Per rendere al massimo la coppia democrazia liberale contro fascismi e nazionalismi, la governance europea non si è preoccupata di generare violenza, morte di massa, negazione dei diritti umani. Diremmo quasi che una volta mostrato il trucco su cui reggeva la menzogna della superiorità culturale della “democratica” borghesia europea non rimaneva che lo Stato d’Eccezione, la crisi permanente, la scelta di un nemico utile, scelto tra le sue medesime fila. Questa valutazione può essere resa in modo esemplare da ciò che accade oggi in Grecia. Una Grecia appena uscita dal piano di salvataggio impostagli dalla Troika, che si avvia a elezioni politiche e non solo a quelle europee. Alexis Tsipras, in svantaggio sul centro destra, non può perdere le elezioni e consegnare alla storia del suo paese la più tragica delle parabole politiche. E se i morti e le violenze contro i migranti nelle isole dell’Egeo non avevano prodotto la sensazione di assedio utile al potere, l’unica possibilità rimasta al premier greco è stata evocare lo spettro del fascismo. Con Alba Dorata di molto ridimensionata rispetto al passato, ha così scelto di soffiare sul nazionalismo con la questione della Macedonia. Una questione di non vitale importanza, che aspettava una soluzione da oltre venti anni. L’accordo con Skopjie ha prodotto manifestazioni reazionarie e dato fiato ai sentimenti razzisti e nazionalisti di una parte della borghesia greca. Adesso, il buon Alexis, grida al pericolo fascista e polarizza intorno a sé un nuovo consenso, facendo dimenticare la tragedia umanitaria dell’austerità.

Del resto se davvero una parte della borghesia europea fosse convinta che Matteo Salvini o Viktor Orban vogliano restaurare gli orrori del nazifascismo ci sarebbe da chiedersi come mai questa parte così progressista e democratica non tragga da questa valutazione le dovute conseguenze che dovrebbero, almeno storicamente, andare oltre un Tweet o un post su Facebook. D’altra parte però lo stesso si può dire nella semplificazione manichea imposta dal “like” anche di una certa ironia da meme. La pericolosità dello sdoaganare alcuni concetti sebbene per deriderli non è certo invenzione di Steve Bannon e dell’alt right americana. Già Marx agli albori della società industriale nel 1870, attaccava certa stampa borghese perché sulla base del proprio razzismo, divideva i lavoratori, anche se con ironia.

Nella società dell’opinione, del consenso, l’evocazione dell’orrore per leggere il presente chiamerà un orrore ancora peggiore il giorno dopo e il giorno dopo ancora, in una lenta e inesorabile rincorsa ad una profezia che si auto avvera. Il fatto che alcuni partiti politici usino questa paura per mantenere il proprio potere è solo cinica idiozia di chi pensa di poter evocare e scacciare i fantasmi a proprio piacimento. Purtroppo però non si possono rinchiudere i mali nel vaso di Pandora una volta aperto. E le aggressioni xenofobe, omofobe, antisemite ormai si contano a centinaia in tutta Europa.

Eppure tra i flussi di denaro e i dispositivi di controllo e sfruttamento dell’Europa franco-tedesca non esiste solo paura. Ritornando a Spinoza, secondo il filosofo l’unico modo per superare questo sentimento angosciante, e le superstizioni conseguenti, è attestarsi sulla certezza. E oggi il futuro di cui si è certi vince qualunque paura e spinge urgentemente all’attivazione. Parliamo in questo caso dei movimenti ambientalisti come quelli che provano a sabotare l’industria energetica carbonifera all Hambach Forst o le studentesse e gli studenti che da settimane stanno scioperando contro il Global Warming in tutto il Nord Europa. Questi sono i soggetti europei che guardano nell’abisso del futuro, perché per loro il futuro coincide con la vita. Movimenti che vivono spesso nel cuore delle contraddizioni del centro economico tedesco. Giovanissimi che in un momento di rifiuto del sapere e di solipsismo scientifico non hanno paura di leggere l’ultimo rapporto dell’ONU che dice chiaramente che siamo già in ritardo e dobbiamo cambiare completamente il nostro modello di produzione per evitare l’apocalisse. Ma per definizione il Capitale non accetta o sopporta limiti, neanche quelli per evitare la fine della vita umana. E come potrebbe accettarli del resto la fiorente industria tedesca e nordeuropea? Questo renderà nemici sempre più antagonisti i movimenti ambientalisti fatti da giovanissimi e l’ordine del capitalismo industriale neo carolingio. Dall’altro lato, i movimenti ambientalisti hanno contro di loro uomini, spesso maschi, a volte i loro stessi padri che, con la stessa follia di Goebbels spaventati dal domani, negano la distruzione ambientale, e privano i propri figli di un futuro possibile. Ma sempre più spesso la fame di futuro e vita di giovanissimi che si mobilitano per il pianeta ridefinisce l’ordine del discorso politico. A titolo esemplificativo basti qui pensare alla polarità rappresentata da Donald Trump che nega il riscaldamento globale a cui oggi si oppone la più giovane e radicale rappresentate al Congresso, Alexandra Ocasio Cortez che ha rimesso al centro del dibattito la questione di un nuovo “green new deal”, impensabile fino a qualche mese fa in USA.

Un processo di autonomia, un diventare nomadi, barbari, per poter vivere. Un bisogno radicale di uscire dai confini della paura e cambiare il mondo. E la contezza del futuro e l’attivazione dei più giovani per l’ambiente sembra più carica di buon senso di tutto l’esercito di governanti occidentali.

La paura oggi è in definitiva il materiale con cui sono costruiti i confini dell’ordine di Aquisgrana. E’ la paura che crea l’homo democraticus europeo, è l’avere o meno paura che riproduce un eterno presente in cui si muove l’opinione di chi ha cittadinanza europea.

Ma oltre la paura del futuro ci sono loro, la condanna a morte dell’impero posticcio di franchi e longobardi: i Barbari.

Il crollo della galassia centrale: le invasioni barbariche.

Ecco da un lato la segmentarietà rigida dell’Impero Romano, con il suo centro di risonanza e la sua periferia, il suo Stato, la sua pax millenaria, la sua geometria, i suoi accampamenti, il suo limes. E poi, all’orizzonte, una linea completamente diversa, quella dei nomadi che escono dalla steppa, che intraprendono una fuga attiva e fluente, portano ovunque la deterritorializzazione, lanciano flussi i cui quanta s’infiammano, trascinati da una macchina da guerra senza Stato. I barbari migranti si trovano fra gli uni e gli altri: vanno e vengono, passano e ripassano le frontiere, rubano o saccheggiano, ma anche si integrano e riterritorializzano.”

(Deleuze G. e Guattari F., Mille piani. Capitalismo e Schizofrenia, 2006)

Bisogna innanzitutto distinguere barbari da barbarie.

La barbarie spesso vive anche nei popoli che giudicano gli altri barbari. E su questo basti pensare a come lo stesso homo democraticus europeo per secoli ha giudicato sprezzante le barbarie fuori dai propri confini mentre esportava guerre, produceva armi di morte, colonizzava, depredava e sfruttava gli stessi paesi che disprezzava.

I barbari a cui facciamo riferimento sono una moltitudine nomade che si oppone alla staticità dell’impero. Si muove con la sua tribù costantemente alla ricerca di nuove terre. I barbari sono il soggetto che muove il flusso molecolare di nomadi deterritorializzati. che con la loro stessa forma di vita, fanno crollare interi imperi. Le invasioni barbariche mettono in moto processi di cambiamento profondo. Storicamente e, molto più concretamente, sono i flussi migratori così come definiti da dentro l’impero (basti pensare che non esiste il concetto di “barbaro” in inglese e tedesco, lingue che non discendono dal latino). Sono deterritorializzati come i proletari che per Marx si muovevano verso le città agli albori della rivoluzione industriale “rifiutando il cretinismo della vita rurale”. Come per l’Impero romano d’occidente, le migrazioni, le “invasioni” portarono alla fine anche dell’Impero Carolingio attaccato da nord, da sud e da est. Da nord i vichinghi razziavano monasteri e denaro custodito dalla Chiesa. A sud i saraceni compivano azioni di pirateria per poi riparare nelle loro città stato autogestite del nord Africa. Infine da est arrivarono intere popolazioni a cavallo che travolsero i fragili confini e i villaggi periferici, delegittimando il potere centrale che quei villaggi doveva difendere a patto della loro ubbidienza.

Ma chi sono, oggi, i barbari del presente che turbano i sonni dei governi europei e minacciano la grandeur francese e i “nuovi rapporti di forza da accettare” come li ha chiamati Angela Merkel a Davos?

Oggi come ieri sono i migranti. Il migrante è il barbaro per eccellenza del contemporaneo e non a caso la destra europea parla di “invasione” e prova a fermarli con la barbarie e la sospensione di ogni diritto umano. L’invasione barbarica dei migranti ha già cambiato profondamente lo stato di diritto europeo. Se il golpe finanziario greco del 2015 aveva svelato la reale essenza autoritaria dell’Unione Europea, l’invasione dei barbari dall’Africa ha dato la misura dell’ipocrisia dell’Europa liberale che è apparsa di nuovo quella del colonialismo, del nazifascismo, della guerra, dello schiavismo.

La paura dell’invasione ha cambiato i rapporti di forza tra governi, creando come dicevamo una cintura di paesi “marche” dell’Europa franco-tedesca, etnocentrici e autoritari e prodotto l’harakiri della governance conservatrice inglese con la Brexit. In Ungheria, Polonia e Italia il mandato al governo è via social network, sulla base di verità assolute e irrazionali; l’azione dei governi non risponde ad alcuna Costituzione se non a quella dei social e dei sondaggi in una forma di indeterminazione istituzionale in cui lo stato di diritto è di fatto sospeso.

Ecco lo scenario generato dall’isteria dell’arrivo dei barbari: morti di massa nelle isole greche, motovedette turche che sconfinano per sparare e uccidere , ONG cacciate dal Mediterraneo dall’Italia, navi della Marina Italiana che non sono autorizzate dal loro stesso governo a sbarcare, giudici che indagano le ONG con accuse che ignorano anche le nozioni elementari sulle malattie infettive, esponenti di partiti nei parlamenti accusati di organizzare pogrom ed atti di violenza, esponenti politici che accusano l’” ebreo cattivo” Soros di finanziare un piano Kalergi senza essere smentiti, deportazioni nascoste che violano i diritti umani e il Ministro degli Interni Italiano accusato di sequestro di persona che viene legittimato da un Parlamento che lo giudica non processabile perché ha agito nell’interesse pubblico.

E la retorica xenofoba sui migranti ha prodotto la fine, speriamo definitiva, della famiglia socialdemocratica in Europa o la crisi dei modelli scandinavi di democrazia e società tollerante. Ha cambiato irreversibilmente la politica estera verso i paesi dell’Africa e del Medio Oriente, facendo scomparire l’Alto Commissario alla Politica Estera, un tempo figura di spicco dell’UE, e facendo prevalere accordi bilaterali per tutelare aziende e interessi nazionali. E’ la democrazia dei social network, dell’homo paranoicus, del prevalere dell’opinione e dell’Io che rende tutti simili al “pazzo” Breivik e a Luca Traini.

Ma tra i barbari che muovendosi cambiano l’ordine della realtà, i rapporti di potere e le istituzioni, vanno citati sicuramente i Millenials che hanno prodotto la Brexit, il più grande danno economico alla Gran Bretagna da quando esiste. Centinaia di migliaia di europei che da marzo in caso di “no deal” potrebbero essere costretti di nuovo a farsi nomadi, a spostarsi, di terra in terra attraverso l’Europa cambiando il volto delle città e i sistemi di welfare.

E proprio mentre l’ordine neo carolingio prova a diventare ordine stabile per gestire l’instabilità del Capitale qualcosa accade nel cuore dell’Impero. Qualcosa che ci dice che il futuro non è scritto nel passato a cui i poteri del continente si aggrappano disperatamente. Se la Germania ordo liberale affronta gli scioperi ambientalisti degli studenti e le resistenze dei movimenti contro l’inquinamento, anche la Francia vive al proprio interno uno stravolgimento che parla a tutte e tutti noi.

La rivolta dei gillet gialli francesi spaventa l’imperatore e nessun media mainstream al di qua dei confini dell’impero riesce a decifrarla in modo efficace. E’ una rivolta che non guarda ad un passato da cui attingere simboli e immaginari. E’ un fatto nuovo che sembra scatenare in Macron le paure più incoffessabili e reazionarie. In Italia Di Maio, Repubblica, chi prova a parlare di fascisti, chi di una forza pagata Putin, nessuno sembra riuscire a comprendere la rivolta. Ma non era una protesta contro l’ accise sul carburante? Ma non hanno ottenuto ciò che chiedevano? Perché continuano, con un proprio tempo, scandito in atti, di settimana in settimana? Perché i giornali intervistano veri o presunti leader che vengono smentiti dai fatti del sabato successivo? Perché non hanno paura nonostante una persona morta, nonostante i quasi 100 mutilati, le centinaia di arrestati e schedati? Perché malgrado le vittorie concrete e le leggi repressive non sembrano preoccuparsi di ciò che Macron utilizza per difendere il proprio ordine sociale e politico? Semplice.

I gillet gialli francesi sono i servi della gleba che si sono fatti barbari.

Sono cioè coloro che hanno smesso di avere paura di ricevere qualche euro in meno a fine mese e hanno superato la preoccupazione di anni di galera, delle ferite e del dolore. L’hanno fatto alzandosi dalle loro vite spaventate, che passavano uguali e stanche e si sono sollevati, provando la gioia della corsa rivoluzionaria insieme agli altri, delle ore di confronto e di democrazia, la soddisfazione di avere qualcuno che ti ascolta, il piacere di scoprire qualcosa che si ignorava e la sorpresa che qualcuno ascolti ciò che hai da dire. Del resto l’amicizia era un valore fondamentale durante la Rivoluzione Francese di tre secoli fa. I gillet gialli insorgono ponendo, come avviene in Germania, una questione di giustizia sociale che riguarda la redistribuzione delle responsabilità della crisi ambientale, la condivisione equa del debito con la Natura. E come i barbari, si muovono razziando e colpendo un sistema di governo e un modello economico, quello della Repubblica Francese, figlia della medesima borghesia che ha generato il presente, tagliando la testa di un Re. Questi barbari rallentano ora la corsa, si danno istituzioni, assemblee in cui decidere e a quelle istituzioni e non a Macron o all’Assemblea parlamentare francese rispondono. Come saranno le campagne, le strade e le città di Francia non è nelle mani di altri se non delle istituzioni di questi barbari. E questa indeterminatezza rompe l’eterno presente imperiale.

Eccolo quindi l’Impero Carolingio del 2019 sconquassato dentro e fuori i suoi confini, nei suoi territori, abitato da tribù, attraversato da streghe, matti, viandanti, briganti e figure grottesche con alle spalle fumi che si alzano e fuochi di guerre metropolitane. L’Europa che verrà sarà quella dei quadri di Bosch; dal crollo dell’ordine esistente qualcosa emergerà. E nel vedere cosa crolla e cosa si intravede, anche se in modo balbettante, ciò che emergerà non potrà essere più ingiusto del passato. Sempre secondo Deleuze e Guattari il destino dei barbari è quello di fermarsi, di non essere più nomadi, di riterritorializzarsi e far nascere nuovi regni, nuovi imperi a loro volta pronti per essere invasi. Eppur tuttavia le istituzioni che nascono non sono mai uguali a quelle precedenti e spesso cambiano l’ordine etico e concettuale della nozione stessa di potere.

Correre nella steppa del presente dandole fuoco

Porto gli stessi cenci e mangio lo stesso cibo dei bovari e degli stallieri. Considero il popolo come un fanciullo e tratto i soldati come fossero miei fratelli. I miei progetti sempre concordano con la ragione. Quando faccio il bene, ho sempre cura degli uomini. Quando mi servo delle miriadi di miei soldati, mi pongo sempre alla loro testa. Mi sono trovato in cento battaglie e non ho mai pensato se c’era qualcuno dietro me.”  (Gengis Kahan in uno scritto taoista del 1219)

Le seconde invasioni barbariche dissolsero il sogno di Carlo Magno di un impero rigidamente organizzato in modo gerarchico, con un sistema di alfabetizzazione anch’esso gerarchico e un monopolio della violenza affidato a cavalieri fidati dal potere. La fine di quell’impero restituì nuovi stati e nuove entità locali. Si produsse anche un fenomeno architettonico importantissimo. L’Europa si riempì di castelli, il cosiddetto incastellamento. Questa definizione spaziale attraverso solide mura, in territori di campagna, dettata dalla paura, consentì ai proprietari di diventare “signori” territoriali sebbene in modo temporaneo e limitato. Piccoli signori in tanti piccolissimi castelli da difendere con le armi. Da una parte nacque così la signoria fondiaria e dall’altra la signoria vescovile prese il controllo delle città. La fuga dell’impero dalle città aveva lasciato ai detentori delle ricchezze secolari e alla loro autorità morale il potere su quelli che poi divennero i centri economici e politici moderni. Da questi centri urbani infatti si svilupparono il potere bancario così come lo conosciamo ancora.

Oggi il modello di governance del nuovo patto di Aquisgrana sembra metta insieme pezzi ed eredità proprio di questo passato comune tra Francia e Germania. Se la forza militare dei Franchi era nel IX sec. di gran lunga la prima in Europa, lo stesso si può dire sulla forza militare francese che preme per un esercito comune europeo. Dall’altra parte il sistema rigido e verticale di controllo dei processi di governance economica, di sfruttamento del lavoro e di relazione con i paesi del blocco di Visegrad come “marche” è la dote che l’economia ordoliberale tedesca porta all’accordo. Sarà un’Europa autoritaria, votata all’austerità economica, alla piena occupazione e al mantenimento di livelli bassi salari, difesa da un proprio esercito come polo alternativo a quello americano. Un’Europa che nasce senza le caratteristiche finanziarie del capitalismo anglosassone auto condannatosi alla marginalità con la Brexit. Un’Europa infine in cui le periferie sono solo frontiera e in cui i centri di ricchezza sono saldamente in mano a banche sorvegliate da una Banca Centrale Europea, probabilmente a guida ordoliberale. In questa configurazione l’Italia alla deriva sociale, economica e politica è un asset utile da colonizzare e razziare di ogni ricchezza strategica, un’Italia che ha un peso economico solo nelle regioni del Nord. Alla penisola rimarranno paesaggi desolati e selvaggi come quelli attraversati da Brancaleone da Norcia (e del resto, in anticipo sui tempi, da Fusaro ai sovranisti non si può negare parlino nello stesso modo del personaggio nato dal genio di Monicelli).

Ma pensare che il futuro sia nel passato significa cedere al pessimismo reazionario che governa il presente del continente. Il viaggio dentro le allucinazioni dei nuovi cavalieri Templari, come il norvegese Brevik, può essere utile per comprendere quali siano le soggettività portatrici del futuro ma guai a pensare di rivivere in un modello così slegato dalla concretezza storica del presente. Il futuro è ancora una pagina da scrivere ed è nelle mani di chi oggi non ne ha paura. Sempre saccheggiando Deleuze e Guattari, i nomadi che più riuscirono a non farsi riterritorializzare furono quelli che cambiarono più a lungo l’ordine delle cose esistenti. Per i due filosofi francesi il modello di nomade e barbaro, colui che ha cambiato con il suo movimento l’Europa e l’Asia, costruendo un impero che non aveva capitale né confini, è stato Gengis Kahn. Da lui quindi arriva ai barbari del presente il monito di essere ambiziosi guardando al futuro; solo se si rimarrà nomadi più delle altre tribù, infatti, si potranno travolgere regni e imperi cambiando radicalmente e irrimediabilmente l’ordine su cui questi reggono. Le istituzioni di un mondo più giusto saranno pensate, disegnate, cancellate, riscritte durante le cavalcate di villaggio in villaggio. Solo se le tribù di barbari che fanno tremare il governo franco-longobardo non si stancheranno del loro essere nomadi, o meglio finché tutte le idee di mondo di cui saranno portatori non si metteranno a sistema, le istituzioni che verranno potranno resistere a lungo.

Il compito è oggi duplice. Da una parte bisogna non smettere di essere nomadi, non cedere alla tentazione del “This must be the place”, di fermarsi e formare un nuovo ordine perfettamente coerente con sé stessi ma escludente con il fuori, destinato a cadere per mano di altri barbari. Non smettere di essere nomadi finché dell’impero non resterà nulla, muoversi cioè finché “non sarà necessario per tutt*”.

D’altro lato, urge cercare gli altri barbari al di qua e al là dei confini dell’Unione Europea, al di qua e al di là delle barriere di genere, razza e classe assumendo il punto di vista dell’altro da sé.

In antico germanico Freunde, amico, ha la stessa radice di Freieheit, libertà. Per i barbari che fecero cadere l’Impero Romano la libertà è un termine di relazione, un fatto di amicizia, curiosità e condivisione con l’altro. Non saranno tra i barbari alleanze politiche ma la condivisione di un’immagine della società futura e delle diverse forme di vita a costruire questa amicizia. Del resto le reti transnazionali, le aree politiche, le sensibilità di movimento oggi risultano deboli e marginali proprio perché non riescono a coinvolgere appieno la complessità delle tribù che si organizzano, attaccano, si aiutano, lottano, creano. L’unica prassi possibile, affidandosi al general intellect, è quella dell’incrocio casuale che allarga la tribù e si prende cura della diversità, ridandole cittadinanza mentre divora la steppa.

E nelle assemblee femministe, negli scioperi degli studenti, nella foresta millenaria di Hambach come tra i falò dei viali di Parigi si intravede una speranza. Si intravedono i fuochi dei bivacchi nomadi più che i roghi ordinati dal potere temporale e spirituale. Falò come quello di una scena di Train de Vie, film francese del 1998. Il film racconta l’epopea che, durante il nazismo, vive una comunità di ebrei che decide di scappare da una realtà minacciosa per spostarsi verso la Palestina; per farlo fingono una deportazione in treno. Così qualcuno indossa i panni dell SS qualcuno del marxista qualcuno ancora del matto. Durante il viaggio incontrano un treno di zingari che hanno avuto la medesima idea.

E’ quella la scena in cui i nomadi si incrociano e allargano le proprie tribù.

In quella scena i nomadi, ebrei e zingari, decidono di passare una serata lì intorno ad un falò. Una serata in cui si fa festa, si canta, si balla al ritmo di una musica meticcia. Un momento, un frammento in cui c’è l’idea di una società nuova e più giusta, dove si riscopre il valore rivoluzionario dell’amicizia. Un frammento spazio temporale, un comunismo immanente, in cui due tribù di barbari rovesciano l’ordine sociale nazista.

Questo ci toccherà vivere nell’Europa di Aquisgrana, non rinunciare a essere nomadi e valorizzare gli incontri, i momenti di gioia, di attacco, di amore, di ascolto e immaginazione.

Accogliere gli esuli, le streghe, gli eretici, i vagabondi, i barbari e diventare noi stessi esuli, streghe, eretici, vagabondi, barbari. Allargare all’infinito la tribù dei nomadi finché questa non sostituisca per intero l’impero. Proprio come fecero i mongoli di Gengis Kahn.

Mentre il vecchio mondo crollerà in piena demenza senile e deliri fobici noi, barbari, potremo gettarci alla conquista di un orizzonte sempre più nitido e sempre più comune.

Un orizzonte che è il futuro che desideriamo, tutte e tutti.

A noi qui e ora l’urgenza di diventare nomadi e attraversare questo Medioevo verso un nuovo e inedito futuro.

Who watches the watchmen?

 

Il monopolio della violenza a difesa del monopolio dei capitali.

“The minute they see me, fear me
I'm the epitome, a public enemy
used, abused without clues
I refused to blow a fuse
they even had it on the news
don't believe the hype” 

(Public Enemy – Don’t believe the hype)

Il presente europeo ed occidentale appare oggi egemonizzato da una dialettica politica,

tra conservatori e reazionari, che giustifica una progressiva torsione autoritaria del modello

neoliberale. Questa dialettica precipita nella materialità delle vite di ciascun* appellandosi più

o meno esplicitamente al “monopolio della forza” e a chi lo detiene: la polizia. In lingua tedesca,

la weberiana “Gewaltmonopol” è un’espressione la cui ambiguità coglie pienamente questo

processo politico; in tedesco Gewalt può essere tradotto con “Potere” ma anche con “Violenza”.

Una violenza che è potere e un potere che è violenza quindi, il cui monopolio si esercita

attraverso la delega sempre più importante in termini di agibilità, investimento economico

e produzione del discorso pubblico all’istituzione poliziesca. 

Un monopolio che accompagna una sempre più rapida monopolizzazione delle ricchezze

e un aumento della disuguaglianze sociali. Così, a mano a mano che la ricchezza ed

il potere politico si accumulano nelle mani di pochi, è quasi scontato che sia la polizia quella

a cui affidare il compito di tutelare che ciò avvenga in modo efficiente e senza disturbare

l’”ordine pubblico”. 

Un primo dato a supporto di questa tesi è, banalmente, l’osservazione della spesa pubblica

sugli apparati repressivi. Per rimanere al contesto europeo la spesa totale delle amministrazioni

pubbliche per l’"ordine pubblico e la sicurezza" si è attestata mediamente all'1,7% del PIL. 

All'interno di questa percentuale l'equivalente dello 0,9% è stato speso per "servizi di polizia",

che è quindi la voce principale (le altre sono lo 0,3% per i "tribunali", lo 0,2% per "servizi di

protezione antincendio", comprese tutte le operazioni di protezione civile, e i servizi carcerari).

In rapporto al PIL, Grecia e Croazia (entrambe l'1,4% del PIL) hanno speso l'importo più elevato

per i servizi di polizia seguiti da Cipro e Ungheria (entrambi all'1, 3% del PIL). 

Questo gruppo comprende anche le spese relative al funzionamento delle guardie costiere e

di frontiera. Malgrado l’austerity negli ultimi 10 anni questa voce di spesa è complessivamente

aumentata dello 0,6% sul PIL, vale a dire che è quasi raddoppiata dall’inizio della

“crisi economica”. Se però le percentuali non danno la misura dell’investimento in atto

sulla polizia, può aiutare paragonare questa voce di spesa con altre, magari quelle 

costantemente interessate da tagli. Nell’UE-28 la spesa in materia di “protezione ambientale”

è pari ad appena lo 0,7 % del PIL, comprendendo l’intero ciclo di smaltimento dei rifiuti,

la gestione delle acque reflue, la riduzione dell’inquinamento, la protezione del paesaggio

e delle biodiversità. Malgrado il “global warming” in Europa si spende sempre meno per

l’ambiente e quasi il doppio per la polizia. E grazie ai tagli dovuti all’”austerità” già dal 2018

si prevede che la polizia riceverà più finanziamenti dell’educazione e della formazione scolastica.

La spesa per l'istruzione pre-primaria e primaria rappresentano l'1,5% del PIL e quella per

l'istruzione secondaria l'1,9%, per l'istruzione terziaria infine lo 0,7% del PIL. Più soldi per la

polizia e meno per asili nido, scuola elementare e università, una scelta evidentemente politica,

considerando il calo di quasi tutti i reati in tutti i 28 paesi presi in considerazione.

Nel 2013 l’Unione Europea aveva prodotto uno studio per individuare quali fossero le possibili

misure legislative da intraprendere per ridurre gli abusi della polizia. Esattamente come per gli

 investimenti nazionali, tuttavia, anche le legislazioni nazionali sono andate nella direzione

opposta a quella individuata nello studio. 

Negli anni infatti si sono moltiplicati le denunce per violazioni del codice, per trattamenti disumani,

 per la limitazione della libertà di movimento, per utilizzo di pratiche di tortura. 

Sono drammaticamente aumentati anche i casi di morti e suicidi in custodia e in carcere. 

A questo si è aggiunto un aumento del potere di polizia come agente giudiziario (recente per

esempio è la riforma della polizia bavarese che prevede l’allungamento dei possibili tempi di

custodia per un sospettato a quasi una settimana). Molti paesi sono ancora inadempienti sui

numeri identificativi e sul reato di tortura e sono pochissimi i casi di poliziotti condannati per abusi.

Tuttavia è molto difficile raccogliere i dati perché non esiste un osservatorio europeo sugli abusi del

a polizia e questo fa apparire queste valutazioni persino ottimistiche. 

La “mancanza di interesse” al tema da parte della politica è sostenuta inoltre da un’azione corporativa

da parte dei sindacati di polizia ed è amplificata dall’azione mediatica che tende a difendere gli 

agenti anche di fronte a violazioni delle più basilari regole dello stato di diritto. 

Spesso proprio i giornali riconoscono alla polizia il ruolo di “stato d’eccezione” 

vivente perché esecutore rapido di una giustizia sommaria, quella cioè dei social network. 

Lo stato d’eccezione si è così reso pulviscolare e, col passare del tempo, si è incarnato 

in ogni singolo agente di polizia.

Dall’inizio della “crisi economica”, quindi, all’aumentare della disuguaglianza sociale

si è accompagnata una legislazione sempre più rigida ed autoritaria che ha riposto

il “monopolio della violenza legittima” nelle mani della polizia, nel quadro di una complessiva

crisi della democrazia rappresentativa. Questa torsione vive e si riproduce, come in una spirale,

tra narrazione mediatica da stato d’emergenza permanente, legislazioni sempre più giustizialiste

e, infine, maggiori fondi e libertà d’azione nelle regole di ingaggio delle diverse polizie.



L’ordine nelle colonie interne: da war fighters a crime fighters.

“They declared the war on drugs like a war on terror
But what it really did was let the police terrorize whoever
But mostly black boys, but they would call us "niggas"
And lay us on our belly, while they fingers on they triggers
They boots was on our head, they dogs was on our crotches”

(Killer Mike - Reagan)

Esiste un’altra tensione che accompagna quella precedentemente individuata e che aiuta a 

comprendere come “materialmente” la polizia agevoli l’autoritario presente neoliberale. 

E’ la tensione seguendo la quale le polizie si stanno trasformando in veri e propri “eserciti coloniali”

nei territori, nelle periferie e nelle città. Parliamo di “esercito” perché sono sempre più armate in 

modo non convenzionale e sempre più organizzate in modo militare e verticale; diciamo “coloniale”

perché, su mandato centrale, attaccano e reprimono tutto ciò che è diverso sul piano etnico,

culturale ed ideologico. 

All’indomani dell’uccisione di Michael Brown a Ferguson nel Missouri, i cittadini scesi in piazza

per protestare furono sottoposti ad una repressione in stile militare da parte di uno squadrone

di dipartimenti di polizia locale, equipaggiati come soldati d’assalto. Ciò spinse i residenti a

paragonare Ferguson all'occupazione militare israeliana della Palestina. Le scene distopiche di

unità paramilitari in tuta mimetica che sfrecciano per le strade della città puntando i fucili contro

residenti disarmati e che lanciano granate stordenti e gas lacrimogeni da dietro blindati,

richiamarono immediatamente l’occupazione israeliana che, ancora oggi, permette la

colonizzazione della West Bank. Paragone non solo simbolico giacché almeno due delle

quattro forze di polizia dispiegate a Ferguson avevano ricevuto addestramento sui riots urbani

dalle forze armate israeliane. 

Questa trasformazione “cop to soldier” è stata facilitata dal governo americano attraverso programmi

come il 1033 del Pentagono o il “programma di militarizzazione avanzata”. 

Il motto di quest’ultimo programma è abbastanza inequivocabile: "da warfighter a crimefighter";

è l’ultimo passaggio di un graduale processo di cambiamento della polizia attraverso la “guerra 

alla droga” e il “complesso carcerario” contro le comunità. Il disimpegno da scenari internazionali 

di guerra ha reso questa trasformazione ancora più rapida perché necessaria per non mandare in 

crisi la ricca industria bellica statunitense. In altre parole, si è importata nelle strade e nelle 

comunità la guerra che si era esportata nei decenni precedenti in tutto il mondo.

Un indirizzo sovrapponibile a quello che ha trasformato i reparti antisommossa della 

polizia italiana. Oggi chi viene assunto nella polizia in servizio nei reparti impegnati nelle strade, 

arriva dal percorso di formazione militare “di ferma breve” dell’Esercito. 

Vale a dire in gran parte sono poliziotti formati come un esercito, ma impiegati nelle città e non 

in scenari di guerra. L’Italia è il paese europeo col maggior numero di forze di polizia per cittadino 

(508 agenti ogni 100 mila persone, contro i 300 della Germania, i 354 della Francia e i 259 della 

Gran Bretagna) ma come se non bastasse annovera, insieme alla Spagna con la Guardia Civil, 

anche un corpo di polizia che fa parte dell’Esercito: i carabinieri. I Carabinieri sono un corpo 

militare, senza sindacati e organismi democratici di controllo, sempre più spesso è al centro di 

scandali, violenze e abusi; un esercito con funzioni di polizia che tutela sé stesso in modo 

corporativo. A questo corpo militare l’Italia infine continua ad affiancare l’Esercito vero e proprio 

per compiti di pattugliamento urbano (l’operazione “Strade Sicure”) come sperimentato nei 

decenni precedenti nelle strade di Napoli e delle periferie del sud per la “guerra alla mafia” e 

l’”emergenza criminalità”. E in modo del tutto affine la Spagna ha recentemente impiegato un 

altro corpo militare, la Guardia Civil, erede del franchismo, per reprimere i movimenti 

indipendentisti catalani. Guardia Civil molto più efficace allo scopo persino dei temibili Mossos 

d’Esquadra, che in quanto catalani risultavano troppo “simili” ai rivoltosi per il potere centrale. 

Il medesimo discorso si potrebbe fare rispetto all’utilizzo di “corpi d’elitè” nelle favelas e nelle aree 

più povere centro e sudamericane. Negli ultimi vent’anni i “corpi militari di polizia” 

(come il famigerato BOPE brasiliano) sono stati usati sempre più frequentemente; dall’omicidio 

ancora irrisolto di Marielle Franco alla sparizione di oltre 40 studenti in Messico, agli omicidi di 

ambientalisti e nativi in Argentina questi eserciti sono legati agli episodi più ambigui di una guerra 

portata dal centro del governo nazionale verso i margini della società. Per completare questo 

quadro è bene citare due esempi di nazioni che, sebbene abbiano per Costituzione una serie di 

contrappesi “democratici” al potere delle polizie, non confermano l’inerzia fin qui esposta: 

la Francia e la Germania. In Francia, dove le “colonie interne” sono le sterminate banlieues, 

la polizia continua la sua azione da “esercito coloniale” da decenni, quasi come una vendetta di 

quell’elité bianca cacciata dalle ex colonie d’oltremare. I casi di cronaca sono tantissimi, 

probabilmente un elenco secondo solo a quello statunitense, e proprio come la polizia USA 

quella francese oggi fa battaglie (sebbene “sindacali”) per ottenere migliori armamenti e nuove 

regole di ingaggio. La sindacalizzazione quindi non è l’antidoto alla militarizzazione come si 

pensava negli anni ‘60 e ‘70. Per esempio nel 2016 migliaia di poliziotti, alcuni dei quali 

incappucciati e con le armi di ordinanza bene in mostra, manifestarono per le strade di Parigi, 

scortati dai colleghi, per ottenere maggiori mezzi in difesa della “sicurezza dei cittadini” 

(tra le richieste avere in dotazione un fucile automatico in ogni mezzo). Le proteste approfittarono 

dello stato d’emergenza “anti-terrorismo” voluto da Hollande e da un clima di montante islamofobia

in un paese dove i musulmani sono oltre il 15 % (solo lo 0,7 % dei poliziotti si dichiara musulmano). 

Si scoprì in seguito che 7 poliziotti su 10 che avevano scioperato, avevano in tasca la tessera del

Sindacato Autonomo di Polizia, vicino al Front Nationale di Marine Le Pen. Un modello corporativo

che rende la catena di comando simile a quella militare e che si avvantaggia di un discorso 

pubblico egemonizzato da forze politiche affini, vale a dire l’estrema destra securitaria, 

nazionalista e razzista. E del resto basti pensare alle campagne politiche contro le famiglie di 

Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi fatte dal Sindacato Autonomo di Polizia in Italia per trovare 

similitudini transnazionali. Ma persino in Germania, che ha ordinamento federale e una 

Costituzione specificatamente creata per evitare torsioni autoritarie dello Stato, 

questa tendenza è diventata sempre più preoccupante. Se da una parte infatti le connivenze 

tra polizie e gruppi di estrema destra, persino terroristici, sono diventate uno scandalo 

internazionale, come in Sassonia durante i pogrom di Chemnitz, dall’altro passano inosservate 

le nuove regole di ingaggio della polizia. Nuove regole che, per esempio nella multietnica Berlino, 

impongono agli agenti di comunicare solo in tedesco. Inoltre negli ultimi dieci anni sempre più 

fondi sono stati destinati alla Bundespolizei, la polizia federale, che prima aveva compiti solo di 

frontiera e oggi viene impiegata addirittura per le manifestazioni nei diversi Laender. 

Insieme alla Bundespolizei sempre più frequente è l’utilizzo dello Spezialeinsatzkommando, 

di formazione militare e armamento pesante. Un’altra deroga alla Costituzione tedesca 

riguarda il diritto alla privacy; sempre maggiore è la collaborazione tra polizie regionali, 

agenzie di info-security private e l’esercito (che detiene i mezzi opportuni) per il controllo 

digitale dei cittadini per ordine pubblico e prevenzione. Dopo il G20 di Amburgo, infine, 

sempre più diffuso è stato il ricorso a una misura del Terzo Reich: la “Gefahrengebier”. 

Misura che da riguardare le “zone rosse” temporanee ma è stata estesa in modo permanente 

a parti di città e a linee di metropolitane o aree dello “spaccio”. In queste aree la polizia è 

autorizzata ad andare in deroga al diritto che riguarda identificazione, arresto, custodia dei 

sospettati. Persino in una nazione come la Germania, con una Costituzione scritta per togliere 

potere allo stato centrale e alla polizia, nelle zone grigie del diritto e, prima che la Corte 

Costituzionale si pronunci in merito, si produce una rapida trasformazione del diritto de facto. 

E anche in Germania questa trasformazione cammina sulle gambe di un esercito, reazionario, 

corporativo, coloniale: la polizia.



Abolire la polizia come condizione necessaria per un nuovo welfare.

“Apprendre, comprendre, entreprendre même si on a mal
se lever, progresser, lutter même quand on a mal,
même quand on a mal
entreprendre même si on a mal même si on a mal,
lutter même quand on a mal, même quand on a mal”

(Kery James - Amal)


I casi di abusi da parte della polizia, le legislazioni nazionali che tendono a tutelarne l’elemento 

corporativo, le legislazioni fortemente escludenti e punitive nei confronti di parti più deboli della 

società, la distruzione del welfare e i tagli a tutti gli strumenti che nella tradizione democratica 

vengono utilizzati per rinforzare lo stato di diritto, oggi segnano il presente normativo neoliberale. 

La violenza esercitata dalla polizia non viene controllata da un procedimento democratico e quindi 

non è più emanata da un “popolo sovrano” quanto da un “sovrano” o da una ristretta aristocrazia. 

La frequenza e la sistematicità con cui la polizia viola i diritti fondamentali conferma la tesi 

elaborata prima da Walter Benjamin e più recentemente attualizzata, in particolare da 

Giorgio Agamben, secondo cui la polizia tende a liberarsi del proprio status di semplice strumento 

per l'applicazione della volontà democratica non solo in occasioni specifiche, ma in maniera 

strutturale. Ogni agente di polizia è strutturalmente “stato di eccezione” in sé ed è attore di una

dittatura che esiste latentemente nella normalità quotidiana. Questo significa che oggi più che mai 

la polizia costituisce un rischio strutturale per la democrazia. Limitare il più possibile questo rischio 

è dunque nell'interesse della democrazia stessa, vale a dire “dei molti e non dei pochi”. 

Quello di cui c’è urgentemente bisogno è un'ampia discussione pubblica sulla violenza poliziesca 

in cui la critica alla polizia non sia più un tabù, ma diventi piuttosto un contributo essenziale alla 

realizzazione e al mantenimento di una vera democrazia. 

La repressione delle soggettività escluse e delle forme di vita criminalizzate oggi mina anche 

l’esistenza stessa dei movimenti di massa che in tutta Europa si oppongono a questo ordine 

del discorso politico reazionario. I movimenti femministi, per i diritti GLBT, le istanze antirazziste, 

i movimenti dei precari e delle precarie, per i diritti alla città, dei disoccupati e delle disoccupate 

hanno sempre più a che fare con l’azione della polizia nei cortei ma anche e soprattutto nelle 

strade, nella vita di tutti i giorni. La messa a critica in toto dell’”istituzione polizia”, oggi è, 

in un’ottica intersezionale, il punto programmatico comune di un’alleanza tra forme di vita 

a cui la governance bianca, eterosessuale, proprietaria e razzista ha dichiarato guerra. 

Eppure spesso il dibattito sulla polizia viene relegato a istanza libertaria o marginale e non 

sistemica. In parte questo è anche il prodotto dei processi di segregazione e differenziazione, 

anche tra subalternità, messi in campo dalla repressione. Esistono donne, omosessuali, trans, 

migranti, precari, poveri per le quali il doversi confrontare con la polizia è parte integrante della 

quotidianità. Queste persone vivono una quotidianità in cui l'intervento della polizia è solitamente 

fatto di attacchi e violenze arbitrarie. Sono vittime di controlli, perquisizioni, retate e arresti, 

vengono perseguitate e subiscono offese e violenza fisica quotidianamente. Vivono sui propri 

corpi una condizione in cui non c'è differenza tra diritto e violenza. E proprio da queste comunità 

provengono perciò anche le proposte più interessanti di alternative alla polizia. Il movimento 

statunitense Black Lives Matter è riuscito a rendere l'eliminazione della polizia una realistica, 

e urgente, proposta politica. Al posto della polizia, le attiviste e gli attivisti propongono un'estesa 

decriminalizzazione, dei team di intervento su base di quartiere e di comunità per risolvere conflitti 

locali, il miglioramento radicale dell'infrastruttura sociale e culturale, e soprattutto la 

democratizzazione radicale di tutti i rapporti nella democrazia. 

Un nuovo welfare contemporaneo, quindi, in grado di redistribuire le ricchezze rovesciando la 

tensione capitalistica al monopolio, partendo proprio dalla contestazione del “monopolio della 

violenza legittima”. Ma anche, e soprattutto, un nuovo modello di democrazia che si basi su 

nessi sociali e comunitari. Un modello immaginato e sperimentato, qui ed ora, a partire 

dall’autodifesa da un esercito armato coloniale: la polizia. 

Uno sforzo di immaginazione politica che è molto simile a quello da cui, a Oakland negli anni ‘60,

nacquero le Pantere Nere; non molti ricordano, per esempio, che le Black Panthers avevano 

tra le principali attività quelle delle colazioni per i bambini della comunità, la cura e l’istruzione 

per le persone più marginalizzate, l’istituzione di comitati cittadini; il tutto partendo dall’autodifesa 

dalla polizia bianca e razzista della baia di San Francisco. 

Quando riusciremo a poter decidere in maniera autodeterminata circa le condizioni della nostra vita, 

riusciremo anche a poter rinunciare progressivamente alla violenza come mezzo per la soluzione dei

 conflitti e quindi anche alla polizia come istituzione della violenza in quanto tale. 

Rendere questo orizzonte possibile è compito di tutte e tutti noi.