6/5, una cartolina dalla distopia di un presente che è già passato

E al loro Dio goloso, non credere mai”

Fabrizio De Andrè

Nel lontano 1845 Karl Marx si misurò con il pensiero dell’influente filosofo Ludwig Feuerbach su Dio e sulla religione.

Proprio nella prima tesi di questa riflessione leggiamo che “il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che l’oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto o di intuizione; ma non come attività umana sensibile, come attività pratica, non soggettivamente”. Marx inizia, quindi, la sua riflessione con un capovolgimento del punto di vista; un cambiamento percettivo indispensabile per approdare al suo “materialismo scientifico”. Questa nuova visione della realtà diventa così, nelle sue tesi, condizione necessaria per desacralizzare il sensibile e per farla finalmente finita con Dio e con l’idealismo religioso.

Oggi, dopo un secolo e mezzo da quella riflessione, un nuovo“Dio”, distante e intellegibile, sembra plasmare la realtà: il Capitale finanziario. Proprio questa divinità, come anche l’innovazione tecnologica correlata, è stata interpretata con i medesimi limiti che Marx imputava al materialismo di Feuerbach. Un materialismo che, ed è bene ribadirlo, esattamente come quello di Feuerbach, ha comunque avuto l’indiscutibile merito di opporsi all’”oppio dei popoli”, cioè a un’ irenica ed entusiasta visione dei mercati finanziari globali.

Questa premessa serve a spiegare quale possa essere un’auspicabile funzione militante del testo recensito in questo articolo. L’utilità scientificamente politica del libro analizzato è proprio quella di uno strumento per compiere proprio quel rovesciamento percettivo marxiano, per comprendere, cioè, cosa ha prodotto la religione di Wall Street e per togliere al Capitale finanziario la sua insopportabile e anacronistica aurea di sacralità.

Cliente – Quant’è?

Commesso – Un dollaro e cinquanta.

Cliente – Ok, lo prendo.

Commesso – Sono un dollaro e cinquantuno.

Cliente – Uhm… avevate detto un dollaro e cinquanta.

Commesso – Era prima di sapere che avreste preso.

Cliente – Non potete fare così!

Commesso – E’ il mio negozio…

Cliente – Ma ne devo acquistare un centinaio!

Commesso – Un centinaio? Allora son un dollaro e cinquantadue!

Cliente – Mi state truffando…

Commesso – E’ la domanda e l’offerta, amico. Lo prendi o no?

Cosa successe a New York l’11 settembre del 2001?

Invece cosa accadde, ancora a New York ma qualche anno dopo, il 15 settembre del 2008?

Tanti, quasi tutti, sapranno rispondere alla prima domanda; molti meno, quasi nessuno, alla seconda.

Eppure la nostra quotidianità è stata travolta in modo più diretto dalla seconda data piuttosto che dalla prima. Proprio quel giorno infatti, e nel giro di pochissime ore, si verificò qualcosa i cui effetti avrebbero cambiato irreversibilmente tutte le economie del pianeta.

Quella domenica, poco prima dell’una del mattino, il colosso bancario Lehman Brothers Inc. dichiarò la bancarotta.

Da quell’annuncio di fallimento, asciutto e drammatico insieme, si aprì una nuova fase storica; dalle ore 13 di quel 15 settembre di 11 anni fa siamo entrati nel secolo delle “crisi infinite”. Il collasso del quinto gruppo bancario statunitense, a dirla tutta, fu un evento poco spettacolare, e ancor meno “spettacolarizzato” dell’attentato al WTC. Ciò non toglie che si sia rivelato sicuramente non meno traumatico. Da quel giorno l’economia mondiale non sarebbe più stata la stessa.

All’epoca forse qualcuno, magari qualche inguaribile ottimista, pensò che l’avidità dei banchieri e degli speculatori avesse avuto il ben servito e che la finanza fosse stata finalmente domata. Solo vane illusioni. Purtroppo non è andata così come si poteva pensare.

A soli dieci anni da quel tonfo, infatti, il mercato dei titoli finanziari ha già superato il PIL di tutte le nazione del pianeta messe insieme, mentre il debito complessivo è cresciuto di circa 315 volte; solo il mercato speculativo dei titoli derivati corrisponde oggi a 2,2 milioni di miliardi di euro, vale a dire circa 33 volte la ricchezza reale globale, e le 8 persone più ricche del pianeta hanno la medesima ricchezza di 3,5 miliardi di esseri umani.

Ma come è successo?

Qualcosa non deve aver funzionato. Ci deve essere stato un trucco.

Come è stato possibile che in così poco tempo non solo non si sia cambiato il mercato finanziario, ma addirittura questo abbia moltiplicato la propria situazione di instabilità, speculazione e volatilità? E cosa ha prodotto qqindi quel “cigno nero”, quando in mezza giornata si perse una cifra che poteva, per esempio, ripagare quattro volte il debito pubblico italiano? E’ cambiato qualcosa da allora sui lucidi parquet delle Borse in giro per il globo? Cosa ha significato quel crollo lungo la retta temporale che si muove dalla fondazione di Wall Street, nel lontano 8 marzo 1817, a oggi?

Più sono le leggi, più sono i ladri”

Lao Tse

La risposta a queste ed altre domande può essere letta in “6/5” di Alexandre Laumonier, edito da Not nel 2018, che è una lunga inchiesta in forma di romanzo, con il merito innanzitutto di provare a creare una “storia” della finanza e dei mercati.

La “Storia”, come sappiamo, è la disciplina cui solitamente è affidato il compito di produrre una narrazione per lo più sistematica e coerente degli eventi del nostro passato. Un esercizio spesso faticoso e che si serve dell’osservazione, delle testimonianze, dello studio delle fonti o degli episodi. Ma la Storia, anche questa è cosa nota, ha bisogno di tempi umani per leggere, capire, costruire nessi e correlazioni e, infine, confrontarsi col presente. Ed esattamente questo è il primo, enorme problema con il capitalismo finanziario: la sua velocità.

L’evolversi del “denaro che produce denaro” segue infatti una parabola temporale che, oltre ad essere relativamente recente, è segnata da un’accelerazione disumana. Tutto cambia da un mese ad un altro, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra, da un secondo all’altro, in un modo sempre più compresso; alla fine i processi così diventano invisibili all’occhio umano, e in greco antico ἱστορία, historìa, significa proprio “ispezione visiva”; figuriamoci se ciò che si fa fatica a inseguire con l’occhia possa essere compreso, storicizzato e, quindi, spiegato.

Probabilmente ben consapevole di ciò, l’autore di 6/5 pone delle date precise al termine di ognuna delle due parti in cui si divide 6/5. E’ l’ammissione di un limite percettivo e un atto di onestà necessario, ma anche, e soprattutto, la proposta del metodo storiografico cui rigorosamente il libro resta fedele. Riconoscendo, infatti, l’assoluta relatività della narrazione al tempo in cui viene scritto il libro, l’unico modo per costruire una Storia della finanza non può che essere, conseguentemente, quello di raccontare le storie, concretissime, degli uomini e dei luoghi fisici della finanza, anch’essi concretissimi.

Questa scelta si rivela un utile modo per ancorarsi alla materialità di uno spazio-tempo umano e alle innovazioni tecnologiche che questo ha prodotto. L’autore poi usa un ulteriore dispositivo retorico molto efficace nell’economia del libro: tutto è raccontato dal punto di vista soggettivo di un algoritmo. L’intero racconto è reso da un software, dalla sua intelligenza, dai suoi giudizi, dalla sua memoria e dalla sua visione. Una macchina che racconta gli esseri umani.

Grazie innanzitutto a queste scelte dello scrittore che le quasi 300 pagine del libro risultano incredibilmente scorrevoli e l’impressione è quella di leggere un romanzo, magari un thriller, sicuramente non un saggio sul “trading finanziario ad alta frequenza”.

Quest’ultima definizione, forse, farà pensare ad un’avanzata o sperimentale forma di e-commerce o a un argomento pionieristico e di “nicchia”, quel genere di cose che emozionano solo nerd occhialuti o docenti di economia in prepensionamento.

Non è così, ovviamente.

Il “trading finanziario ad alta frequenza” (acr. HFT) è semplicemente la definizione corretta del funzionamento dei mercati globali oggi. Non un argomento così marginale e secondario quindi.

E se gli utili delle grandi banche e dei fondi di investimento speculativi suonano osceni, è bene sapere che ciò che li governa è proprio l’HFT. In altre parole, gli scambi che decidono della vita e della morte di intere economie, dei mercati immobiliari, delle riforme economiche nazionali, dei piani industriali, del mercato del lavoro e quindi delle emigrazioni e così via, vengono in altre parole oggi previsti, studiati, decisi e agiti da algoritmi.

Ma cos’è in definitiva un algoritmo?

Un algoritmo è semplicemente una sequenza di comandi tradotta in un linguaggio comprensibile per un computer. Quelli usati dalla finanza, come ci racconta Laoumunier, sono i più costosi, segreti ed avanzati tra gli algoritmi esistenti; svolgono calcoli seguendo le regole della scienza quantistica e non più quelle dell’algebra che si studia nelle Facoltà di Economia. In 6/5 scopriamo che gli indici delle borse di tutto il mondo sono ormai solo ciò che viene graficamente restituito a valle del loro lavoro per i nostri occhi umani. Pagina dopo pagina si scopre così che esistono algoritmi “genetici” (che sviluppano sé stessi seguendo diverse linee evolutive in contemporanea, come avviene nella genetica), di “autoapprendimento” (che sono in grado di migliorare le proprie performance analizzando grandi quantità di dati alla velocità di nanosecondi) o “evolutivi” (che hanno “euristicamente” l’obiettivo di evolvere le possibili soluzioni ai problemi via via loro posti).

Tutto ciò che concerne le nostre economie è in definitiva stato delegato agli algoritmi in un silenzio assenso quasi irresponsabile nella sua insipienza.

Così, mentre gli umani si accapigliano per i bilanci nazionali o mentre i governi oscillano su cifre di pochi miliardi, in una frazione di secondo alcuni algoritmi, di proprietà di banche e fondi finanziari, bruciano o creano dal nulla decine e decine di miliardi di dollari, in una lotta che ormai risponde esclusivamente ad una logica propria, imperscrutabile persino ai medesimi programmatori.

Una logica che sicuramente avrà una sua razionalità ma ormai il Capitale finanziario si è spinto così oltre nel processo di delega della decisione alla macchina che nessun essere umano può dire di comprenderla realmente. E allora 6/5 cita una serie di eventi, noti a pochissimi, che bene spiegano il secondo titolo del libro: “la rivolta delle macchine”. Ancora oggi né i geni che lavorano per Apple né i dottorati di ricerca della Toyota riescono a spiegarsi pienamente il comportamento di ciò che loro stessi hanno creato. Così la dimensione umana del lettore inesperto come del più geniale degli informatici appare unica, comune di fronte alle macchine e alle domande inquietanti cui nessuno ha ancora dato una risposta: perché la Borsa di New York ha sospeso le negoziazioni senza preavviso l’8 luglio 2015? Perché alcuni veicoli Toyota in un limitato periodo del 2016 iniziavano ad accelerare incontrollabilmente andando contro la volontà dei loro piloti? Perché la programmazione all’interno degli aerei che volano usando software Apple si sono comportato in modo anomalo sorprendendo persino i programmatori (oltre che gli spaventati piloti si suppone). Nessuno, non gli avvocati, i dottori, i contabili o i responsabili delle politiche aziendali, nessun essere umano in definitiva coglie pienamente le regole che disciplinano dei dispositivi che governano le nostre vite ma che sempre più spesso si mostrano incomprensibili, imprevedibili e misteriosi.

Proprio nel cuore di questa “guerriglia” tra algoritmi, come la definisce lui stesso, che Laomunier ci conduce. E, a mano a mano che la lettura procede, il tempo si fa sempre più compresso e le cifre in ballo sempre più gigantesche.

Tutto questo, girata l’ultima pagina, ed è forse il merito più grande dell’autore che non cede mai ad una fascinazione tecnofila, apparirà come un gigante dai piedi di argilla.

Questa argilla, manco a dirlo, ha a che fare proprio con gli esseri umani e con le loro capacità di autodeterminarsi dalla finanza, prima ancora che dalle macchine che questa governano.

Venderei i miei figli prima di vendere i miei dati. E i miei figli non sono in vendita”

Un trader anonimo citato in 6/5

Per riconsegnare all’”umano” ciò che l’umano ha creato, l’autore ci mostra concretamente la trasformazione che il “trading finanziario ad alta frequenza” ha prodotto, per esempio, in un luogo fisico, tra le colonne in stile neoclassico del tempio del capitalismo contemporaneo, la borsa di New York. In questo modo si scopre con stupore che se oggi le attiviste e gli attivisti di Occupy Wall Street riuscissero a raggiungere il loro simbolico obiettivo, forse rimarrebbero delusi giacché sicuramente non troverebbero folle di broker che corrono e strillano come in “Una poltrona per due” o in “The wolf of Wall Street” ad aspettarli. La borsa di New York, il santuario cui guardano ancora reverenti gli apostoli del liberismo, è ormai desolatamente silenziosa e vuota. Un museo di un’epoca passata e poco più.

Questo detournament concretissimo ed evocativo insieme è, in estrema sintesi, il tema centrale e lo “stile” di 6/5.

Wall Street, ci spiega pazientemente Laumunier, in pochissimi anni si è spostata qualche miglio più in là, a Mahwah, nel New Jersey, e ormai occupa un magazzino di svariati metri quadrati, con pochissimi esseri umani a lavorarci. Nel magazzino ci sono decine e decine di migliaia di server su cui operano indisturbati i nuovi signori del mercato, proprio“loro”, gli algoritmi finanziari del trading ad alta frequenza. Solo per l’impianto di raffreddamento della “vera” Wall Street occorre l’energia elettrica necessaria ad alimentare quotidianamente 100.000 appartamenti. Per questo oggi la finanza è il comparto economico che più di tutti consuma energia in USA. Ve lo sareste aspettato? Il global warming negli Stati Uniti di Trump ha come principali responsabili i colossi della finanza e non la lobby dell’industria pesante.

Questa rivelazione è solo una delle decine cui si può accedere attraverso la miniera di informazioni sconvolgenti in 6/5. Una serie di dati inconfutabili con cui il lettore si trova a fare i conti in un crescendo di paradossi, che nel loro essere banalmente reali, trasmettono alla fine del libro un impellente desiderio di diffusione del sapere e un profondo senso di inquietudine.

Un’urgenza divulgativa che ha imposto all’autore medesimo un obiettivo letterario quasi proibitivo: rendere appassionante e comprensibile a tutte e tutti qualcosa che generalmente viene presentato come noioso e magari celato dietro la cortina di fumo di complicate formule tra la matematica e il voodoo. Un obiettivo letterario incredibilmente ambizioso che, a modesto parere di chi scrive, è stato pienamente raggiunto. Se infatti, come diceva Einstein, “non hai veramente capito qualcosa fino a quando non sei in grado di spiegarlo a tua nonna”, è proprio la sensazione di “aver capito” la prova del 9 della chiarezza e dell’accessibilità del racconto di Laumunier. In 6/5, effettivamente, non ci sono mai formule matematiche né termini tecnici informatici. E se questa banale rassicurazione non dovesse essere sufficiente per restituire a pieno la comprensibilità del testo, lo stile narrativo aiuta l’accesso del lettore a un mondo di cui, magari, ignorava persino l’esistenza. Questo stile funziona a partire dal già citato punto di vista narrante. Proprio il fatto che tutto sia raccontato da un algoritmo, dal nome evocativo di Sniper, cioè in prima persona, permette una linearità nella storia, anzi nella Storia, davvero vitale e dinamica. Così inoltre viene garantita la giusta distanza dai fatti, fondamentale in ogni sforzo storiografico; una distanza che rende verosimile l’ipotesi di un algoritmo parlante proprio perché coerente con lo stile di scrittura con cui Sniper racconta una realtà tutto sommato a lui stesso distante: una realtà dove si svolgono le vite degli umani che hanno creato il suo mondo. Ed, esattamente come ci si aspetterebbe da un algoritmo, il racconto è freddo e lascia tutta la sua potenza evocativa alla cruda realtà, alle informazioni messe in relazione, ai luoghi di cui parla. Emergono così le biografie di studenti scanzonati, hacker libertari, broker avidi, banditi comuni, pionieri in doppiopetto, matematici che giocano a Las Vegas; un intreccio di esistenze in cui il desiderio di aumentare i profitti viene sempre connesso alla ricerca tecnologica, per comprimere lo spazio e piegare il tempo fino ai limiti conosciuti.

Questa corsa all’oro per via telematica non si è mai, in oltre duecento anni, anche solo lontanamente interrogata sulle ricadute che produceva sul mondo, sulle vite degli esseri umani, sulla natura. Ricadute che dopo la lettura diventano più nitide e acquistano carattere sconcertante, tracciando i confini del nostro mondo ormai legato e compresso tra sensori, sistemi di controllo e l’ottimizzazione sempre più autoritaria dei flussi di capitali, merci e forza lavoro. Un mondo, questo nostro presente disegnato da un algoritmo, in cui ogni informazione è un’arma che gli algoritmi finanziari possono usare nella loro guerriglia alla velocità della luce. E ogni informazione diventa a sua volta utile a prevedere ciò che riguarda ogni esistenza umana che può, esattamente come il famoso battito d’ali della farfalla nella teoria del caos, produrre conseguenze economiche di carattere globale. Per questo l’informazione diventa istantaneamente potere e controllo, per anticipare il futuro e metterlo a valore, riducendo il margine di errore possibile nel mercato finanziario.

L’intelligenza di un individuo si misura dalla quantità di incertezze che è in grado di sopportare”

Immanuel Kant

Proprio dalla lettura del libro, anche per gestire al meglio possibile la sensazione crescente di claustrofobia da tecnofinanza, emergono piano piano delle linee di fuga da un futuro, molto prossimo, peggiore di quello dei celebri romanzi di Philip Dick. Linee di fuga mai nominate direttamente dall’algoritmo Sniper; sta al lettore immaginarle. Si possono intravedere in controluce, tra le righe, attraverso le questioni e i problemi lasciati aperti e che si ripropongono in modo ridondante lungo gli 11 (6+5) capitoli. Sono, tra le altre, le questioni legate alle informazioni, alla natura, al sapere, al controllo sull’economia, per esempio; e sono le questioni che vengono più volte riprese come i limiti, gli ostacoli, che nel corso di due secoli di storia il capitale finanziario ha dovuto trascendere per poter riprendere la sua avida corsa; un superamento realizzato sempre con il prezioso aiuto della tecnologia. E ogni volta che ciò è avvenuto, a ogni ripartenza si è prodotta un’accelerazione nell’accumulazione dei profitti e un restringimento degli attori in campo, via via sempre più tendente al monopolio.

Da questo punto di vista fa quasi tenerezza la parabola esistenziale di due figure umane, spesso richiamate nel libro, sacrificate nel corso dei decenni sull’altare della finanza: i broker, rampanti maschi wasp, fiduciosi adepti e sacerdoti dello stesso Dio Mercato che li ha infine divorati, e gli studenti d’eccellenza delle più prestigiose Università di Economia americane che l’autore chiama, laconicamente, “completi su misura”. Le loro tristi storie sono simili a quelle di tanti lavoratori mandati in prepensionamento dai processi di automazione industriale. Il dettaglio, storicamente rilevante, sta nel fatto che questo processo è avvenuto con decenni di anticipo rispetto a tutti gli altri settori economici. Così, mentre tutti guardavano ai nuovi robot delle fabbriche del Quandong che sostituivano migliaia di operai parlando di “futuro”, quella stessa automazione era solo la ricaduta di una trasformazione avvenuta a monte, in un passato prossimo, nella finanza americana, nel silenzio dei più, e in un mondo opaco, schermato da formule incomprensibili e tecnicismi senza senso.

In 6/5 questo sacrificio agito dalla finanza alle spese dei suoi primi e più fedeli “sacerdoti” viene reso in tutto il suo cinismo spietato ed è impossibile non cogliere la violenza fredda dell’etica che ha creato gli algoritmi; quell’etica che a sua volta anima queste nuove divinità macchiniche. Una fredda, inappellabile ed “elegante” cattiveria che muove la sequenza di scelte che compiono in nanosecondi con i loro nomi evocativi Knight Capital, Sonar, Oasis, Dagger, Razor, Scouter, Tex, Float, Ninja, Ladder. Una morale crudele alla fine dei conti, che giustifica pienamente chi guarda ai mercati parlando già da qualche anno di “finazismo”.

Il caso è Dio che passeggia in incognito”

Albert Einstein

6/5 in definitiva è un libro necessario. Un testo che, sebbene non riesca a colmare il ritardo di conoscenze tra noi e la finanza, sicuramente riesce a restituire la precisa dimensione di questo ritardo, spiegando i nessi tra le macchine e la volontà, tutta umana, che le ha generate e programmate.

Come tutte le opere di livello anche questa però ci consegna molti dubbi e pochissime certezze, quasi invocando una discussione militante e scientifica che sia il più larga possibile.

6/5 ci interroga indirettamente su come, noi, come esseri umani innanzitutto, possiamo organizzare la vita, ormai espulsa dalla velocità di un capitalismo sempre più solipsistico. Laumonier, che è innanzitutto un antropologo, attraverso le parole dell’algoritmo Sniper, ci impone il continuo confronto con una cartolina inviataci da un presente in cui il Capitale, proprio lì dove raggiunge la sua forma più appropriata e massimizza i profitti, è già né più né meno che un “sistema automatico di macchine”, come prevedeva Marx oltre un secolo fa.

6/5 è quindi un testo la cui lettura è vivamente consigliata a tutte e tutti coloro che oggi si interrogano sul “che fare” di fronte al realismo capitalista della finanza, dei bilanci, dei debiti e dei conti, ma anche, e ancor di più, a tutte e tutti le/i “tecnoentusiasti”, spesso influenzate/i dall’idea che un algoritmo, una macchina possa essere la più contemporanea incarnazione della divinità.

Un racconto indispensabile per assumere, di nuovo e ancora, una prospettiva materialista, umana quindi, per ricominciare finalmente a pensare a come nello spazio della natura che abitiamo, possiamo riempire il nostro tempo, così inesorabilmente sempre più lontano e dilatato da quello delle macchine, cioè del Capitale.

P.S.

Dall’inizio della lettura di questo articolo, stando al testo di Laumonier, scritto nel 2014, cioè “ere geologiche” fa, gli algoritmi della sola “Wall Street” potrebbero aver bruciato, o guadagnato, circa 400 miliardi di euro, vale a dire quasi 10 lunghi anni di manovra finanziaria italiana o quasi 80 anni di “reddito di cittadinanza” per milioni di persone. Se fosse denaro pubblico e “concreto” l’enorme “debito pubblico italiano” potrebbe essere ripagato in appena mezz’ora.

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Socialismo è barbarie!

L’immaginario che sembra muovere la governance europea oggi rimanda continuamente alle radici del capitalismo: all’accumulazione originaria e alla fine del Medioevo. I riferimenti più o meno espliciti a un’epoca fatta di imperatori, feudatari, re, barbari, streghe, nomadi, eremiti, superstizioni, monasteri accademici, eresie e fervori etnico religiosi puntellano il presente della borghesia del vecchio continente. L’opinione pubblica del vecchio continente ricorda il corpo sociale demente raccontato da Bifo. Un corpo che ha la testa completamente asservita ai social network. Una testa che per reagire rapidamente agli stimoli percettivi scava il fondo del proprio inconscio. E se l’immaginario del governo europeo ambisce a cavalieri templari, imperatori e cavalieri, il suo incognito collettivo assomiglia all’inquietante “Giudizio universale” dipinto da Bosch. Provare a esplorare questo inconscio può essere una forzatura storica, un gioco narrativo ma anche un esercizio per ritrovare la parte di sé che minaccia l’ordine discorsivo reazionario e per intravedere possibili varchi per l’evasione.

 

Un nuovo ordine feudale per l’Europa

«Se un sistema reagisce troppo lentamente ne consegue che arrivano altri, con altre organizzazioni, ad esempio il Format Shangai. È un colpo di avvertimento che ci dovrebbe mettere in guardia, a noi occidentali che fronteggiamo una frammentazione, sulla necessità di riformare le organizzazioni in modo tale che esse riflettano i reali rapporti di forza. Dobbiamo accettare i rapporti di forza» (Angela Merkel a Davos il 23 Gennaio 2019)

Lo scorso 22 Gennaio, a pochi mesi dalle elezioni europee, Angela Merkel e Emmanuel Macron hanno firmato il Trattato di Aquisgrana. L’accordo definisce il modello di Europa che hanno in mente le governance dei due paesi. Un’Europa dipendente economicamente, militarmente e politicamente da una sorta di super-stato, già immaginato da De Gaulle ed Adenauer nel 1963.

Gli “euroscettici” pare ci siano rimasti male e, di fronte a una firma che archivia de facto l’UE, hanno iniziato a difendere le istituzioni dell’Unione che volevano fare a pezzi fino al giorno prima.

Se molto si è scritto e scriverà su questo trattato, colpisce la scelta del luogo del patto: Aquisgrana. La città di confine è stata, nel corso dei secoli, il luogo dove si sono firmati 5 diversi trattati di pace per porre fine a 5 diverse guerre. Solo in un caso Aquisgrana ha segnato la nascita di una nuova istituzione politica: nell’800 dopo Cristo, quando vi fu incoronato Carlo Magno e nacque l’Impero Carolingio; vale a dire lo sfortunato impero che voleva rievocare i fasti del millenario impero romano ma durò appena 67 anni. L’impero nacque dalla fusione del regno dei franchi e da quello dei longobardi e alcuni dei suoi atti ufficiali sono scritti nelle forme arcaiche del francese e del tedesco. Nella storia europea ebbe comunque un ruolo fondamentale; fu il passaggio dalle macerie lasciate dall’impero di Roma agli stati e alle nazioni europee contemporanee. L’organizzazione del potere dell’Impero nato ad Aquisgrana discendeva gerarchicamente dall’imperatore verso i grandi feudatari e poi giù giù fino ai valvassini locali, in uno schema che dal centro andava verso la periferia. I flussi economici e le ricchezze, le tasse, le decime erano garantiti da un’istituzione millenaria e “super partes”: la Chiesa. Un’istituzione austera, riservata e riconosciuta moralmente che dava un senso di “giustizia” all’ingiustizia. Sotto questa gerarchia del potere c’era chi, con il proprio lavoro, produceva concretamente la ricchezza: i servi della gleba.

Ciò che mise in crisi in modo irreversibile questo sfortunato Impero furono le “seconde invasioni barbariche”. Come raccontano Deleuze e Guattari in Millepiani, la invasioni barbariche travolsero l’impero attaccando i flussi di denaro che lo reggevano. La fame di futuro dei popoli nomadi fu più forte di un ordine che voleva riecheggiare i fasti del passato. Furono le invasioni barbariche che ridisegnarono le rotte del mondo, i flussi di denaro e i moti sociali nel cuore dell’Europa di 13 secoli fa.

Non una storia gloriosa quindi quella nata ad Aquisgrana. Un’unione posticcia in cui i signori e le chiese locali diventavano sempre più potenti a discapito di un potere centrale logorato da migrazioni, rivolte e scorrribande piratesche.

Alla fine di questa infelice unione, nell’867, lì dove c’era un Impero rimanevano le nuove istituzioni fondate dai barbari che erano diventati stanziali affianco a ciò che ricordava l’ordine appena tramontato: la nazione francese, la selva di principati, contee, marche, monasteri, villaggi tedeschi e del nord Italia.

A questo punto non si capisce se per i governi di Francia e Germania scegliere Aquisgrana sia stato più un atto di ybris o di accanimento contro la storia. In entrambi i casi la suggestione che ci suggerisce la scelta è molto potente ed evocativa.

Raccogliendo infatti il guanto di sfida della Merkel e Macron, senza mai prendersi sul serio, proviamo a giocare con il parallelismo che genera la scelta di Aquisgrana. Un richiamo storico che può essere utile a produrre ulteriori suggestioni, partendo da un’analisi del presente europeo così complicata da realizzare con schemi e parole più oggettivi ed usuali.

Un gioco di parallelismi e nulla più, raccontare una storia per leggere una parte del presente.

Servitù o nomadismo dentro i confini dell’impero.

Molte sue idee sono buone, alcune ottime. È per colpa dell’invasione degli immigrati se poi sono sfociate nella violenza.” (l’eurodeputato della Lega Nord, Mario Borghezio, da Bruxelles, commentando il processo a Brevik per la strage di Utoya)

Come già detto la ricchezza dell’impero carolingio era basata sul lavoro della servitù della gleba. Nella definizione marxiana questa classe aveva tre caratteristiche peculiari: l’appartenenza di classe per via ereditaria, la totale espoliazione di ricchezze e proprietà immobili ed il legame coatto ed indissolubile alla terra che doveva lavorare.

Nell’Europa odierna l’appartenenza per via ereditaria ad una classe sembrerebbe una bestemmia ma non lo è. Oggi in gran parte dei paesi europei la mobilità sociale è ferma, chi nasce ricco diventerà sempre più ricco, chi nasce povero rimarrà povero. Decenni di tagli e austerità hanno privatizzato e massimizzato i profitti ma anche ristretto l’accesso al welfare. E’ il modello di welfare bismarkiano, che attraverso l’UE, si è imposto in tutte le nazioni del continente. In più la ricchezza si basa sulla rendita, sull’eredità e sui patrimoni e questo non fa che riprodurre in modo quasi dinastico l’appartenenza di classe.

Per quanto riguarda la condizione di espropriazione e povertà, questa è condizione diffusa e non c’è un solo paese in Unione Europea dove il numero di poveri sia diminuito malgrado l’aumento del PIL. In Europa, cioè nell’area più ricca del pianeta, ci sono più poveri che cinque anni fa, e questi sono più poveri di cinque anni fa.

Povertà ereditata ed espropriazione sono condizioni comuni agli autoctoni come ai migranti, ai precari che si muovono per il continente come ai disoccupati o working poors stanziali.

Ed è’ proprio la stanzialità che crea una differenza e ci fa individuare chi sono i servi della gleba contemporanei. Oggi come ieri sono coloro che producono la ricchezza e sono incatenati ai mezzi di produzione e al feudo, a un “popolo” o a una nazione, o a una famiglia, a un ambiente domestico, a un preciso ruolo sociale di genere. Su questi vincoli, che diventano via via più autoritari, i vassalli sopra di loro accumulano potere politico e ricchezza economica. La natura reazionaria e autoritaria di questi vincoli di potere porta conseguentemente consenso ai “vassalli” con le posizioni più reazionarie e autoritarie.

Il “gruppo di Visegrad” non è un’eccezionalità politica quindi, né il prodotto di oscuri fondi di Putin o dei deliri di Steve Bannon. I suoi governi hanno semplicemente compreso prima e meglio di altri la natura reale dei rapporti violenti europei. E visto che siamo a una rilettura storica magari bisogna ricordare che il “Patto di Visegrad” fu firmato nel 1991, allo scioglimento dell’Unione Sovietica non di certo l’altro ieri. Questo “patto” non è solo il sinonimo di una precisa linea di governo cui guardano, tra i tanti, il RN della Le Pen o la Lega Nord e Fratelli di Italia. Il “patto di Visegrad” rimanda all’originale accordo, siglato nel 1335 tra Giovanni I di Boemia, Carlo I di Ungheria e Casimiro III di Polonia che volevano acquisire potere politico rispetto a Vienna, centro culturale ed economico europeo. L’ingresso dei “paesi di Visegrad” nell’Unione Europea fu volontà ferma della Gran Bretagna a guida conservatrice. La stessa Gran Bretagna dei Tories oggi si allontana dall’Europa con la Brexit. I conservatori anglosassoni non hanno in fondo mai creduto ad un’Europa unita e democratica. I paesi di Visegrad, con l’Ungheria di Orban in testa, sono oggi sotto processo politico da parte dell’UE per aver violato i suoi principi etici fondamentali. D’altro canto però l’”asse” di Aquisgrana del 2019, probabilmente, con questi paesi potenzierà le già importanti collaborazioni industriali ed economiche aggirando l’Unione e i suoi diktat, persino troppo democratici rispetto alle necessità dell’economia franco-tedesca.

Su queste relazioni politiche future a questo punto andrebbe ricordato che le seconde invasioni barbariche che distrussero l’impero di Aquisgrana secoli fa, videro protagonisti Normanni, Ungari, Slavi e Saraceni. Per ironia della storia gli ungheresi discendono dagli Ungari, i polacchi, i cechi e gli slovacchi dagli Slavi e gli inglesi della Brexit dai Normanni. I paesi di Visegrad e l’Inghilterra quindi discendono da quei nomadi che diventando stanziali formarono le loro istituzioni alternative all’Impero di Aquisgrana. I rapporti tra questi e il blocco franco germanico è stato sempre segnato da flussi di denaro e accordi commerciali tra entità distinte e mai da unioni politiche e di comune “visione” europea come tra Francia e Germania (sebbene parliamo di unioni per via bellica tranne appunto nell’800 dopo Cristo). Questa digressione nella storia medioevale è utile più che altro per avere gli strumenti di lettura di alcune retoriche nazionaliste ed euroscettiche. A Cracovia, per esempio, si è recentemente inaugurata una gigantesca statua di Re Casimiro (detto “il restauratore”) lì dove per decenni c’era una statua di Stalin; a Varsavia lo scorso 11 novembre per la festa nazionale, decine di migliaia di “patrioti” hanno radunato i fascisti di tutta Europa con discorso dai toni “neo medioevali” del premier Morawiecki. Il premier polacco del Partito Diritto e Giustizia prima di scoprirsi la reincarnazione di un sovrano medioevale, nella sua vita precedente, era un economista prestigioso formato dall’istituzione europea più neo feudale di tutte: la BundesBank! Orban e la sua Ungheria rivendicano ossessivamente il proprio ruolo di barriera contro le invasioni musulmane. E’ un richiamo costante al medioevo che risulta funzionale allo sfruttamento di una forza lavoro che se non legata al feudo, al popolo e alla nazione non garantirebbe ricchezze a loro stessi, ai capitalisti nazionali.

Questo immaginario vagamente “vintage” dopo le campagne xenofobe, omofobe e antisemite ha posato i suoi occhi sul corpo delle donne da vincolare volente o nolente all’attività riproduttiva, alla famiglia tradizionale e alle mura domestiche. Sotto questa luce potrebbero essere interpretate le legislazioni misogine che questi governi hanno prodotto: le leggi in “difesa della famiglia tradizionale”, la promozione dell’idea della donna relegata esclusivamente al ruolo di madre e moglie, la negazione di ogni forma di vita che rompa l’idea di ordine “naturale”. Non è cosa nota ma il partito Fidesdz di Orban nell’Europarlamento per 58 votazioni ha votato contro il suo gruppo parlamentare (il PPE). La maggior parte delle volte non è stato, come sarebbe legittimo pensare, su questioni legate a confini e migrazioni, ma su aspetti che miglioravano la condizione di vita delle donne, l’accesso al mercato del lavoro e la riduzione del gap salariale, la tutela della partecipazione femminile alla vita pubblica e la difesa dalla violenza di genere. Note inoltre sono le politiche per ridurre o eliminare la libertà di scelta femminile sull’aborto in Polonia; meno noto è che dopo le proteste oceaniche che hanno costretto il governo a fare marcia indietro dalla messa a bando de facto dell’interruzione di gravidanza, il partito di governo Diritto e Libertà ha cambiato strategia. Per provare a rompere lungo le linee di classe l’unità di genere ha deciso di elargire alle donne più povere 120 euro di contributo per ogni figlio e ha promosso una campagna di delegittimazione violenta contro le femministe polacche rappresentate come “streghe” contemporanee ed elitarie borghesi. Campagna che ha avuto il suo culmine lo scorso novembre col grave pestaggio compiuto dai “patrioti” contro 14 femministe a Varsavia. Per completare il quadro di Visegrad andrebbero citate la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca con i loro disonorevoli primati europei in termini di violenza di genere e femminicidi cui i rispettivi governi, più volte invitati a legiferare in materia, hanno risposto con leggi sulla “violenza comune” che non riguardavano “questioni delicate e private”.

Dopo la creazione di un’identità etnica medioevale intorno a quell’atteggiamento che Habermas definì di Welfare Chauvinism e dopo i tentativi di eliminare le conquiste di genere del novecento, i governi delle marche di confine di Visegrad, i loro rampanti vassalli hanno però finalmente iniziato a gettare la maschera e trasformare la “classe lavoratrice bianca, razzista, eterosessuale e nazionalista” nei nuovi servi della gleba. Ed i partiti identitari, nazionalisti e reazionari, che a Visegrad si richiamano, hanno, dove al governo, fatto lo stesso. Nell’Ungheria di Orban si impongono così 400 ore obbligatorie di lavoro in più all’anno, pagabili con calma, dopo appena 3 anni; in Austria con Kurz la giornata lavorativa viene portata a 12 ore e la settimana a 60 ore, ovviamente straordinari esclusi. De Wever/Francken in Belgio approva l’innalzamento dell’età della pensione in Belgio a 67 anni e aumento dell’ IVA e di diverse accise al consumo. In Polonia poi da una parte si accolgono migranti ucraini visti come parte di una medesima epopea storica ma dall’altro si mantengono distinte le condizioni salariali sulla base della cittadinanza; così nei magazzini della logistica polacca e nei tanti centri Amazon i lavoratori e le lavoratrici più sfruttati e sottopagati sono migranti ucraini. Scelte politiche e misure sul mercato del lavoro introdotte per sostenere economie che crescono moltissimo perché satelliti dipendenti dell’industria e dell’economia della “democratica, multiculturale e liberale” Germania. E se le economie crescono e le condizioni dei lavoratori peggiorano, la ricchezza rimane nelle mani dei signori locali. I paladini della sovranità vogliono in altre parole solo diventare sovrani. Così la base del rossobrunismo, l’interpretazione in chiave razzista di un passaggio di Marx sull’”esercito di riserva del capitale”, è inizialmente suonata alla classe “operainazista” una semplice e persino coerente formula che spiegava la realtà di depauperimento per poi apparire, una volta diventata servitù della gleba, un utile grimaldello retorico per costringerla a mettersi da sola le catene ai polsi.

Usando questo schema la situazione più anomala tra i governi “sovranisti” è quella italiana. L’Italia oggi vive una condizione politica talmente peculiare ed è talmente importante economicamente e politicamente da essere, a ragion veduta, affiancata agli USA di Trump, agli UK della Brexit e al Brasile di Bolsonaro nell’analisi del “ciclo reazionario” mondiale. Tuttavia anche nella penisola la “feudalizzazione” della fabbrica sociale segue lo schema indicato per i paesi economicamente legati alla Germania.

Per leggere al meglio il divenire “servi della gleba” della forza lavoro italiana è tuttavia bene scindere le due forze populiste che governano: Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Questa differenza politica si è manifestata plasticamente alle ultime elezioni con il M5s primo partito al Sud e la Lega primo partito al Nord. Economicamente l’Italia è un paese che per ragioni storiche è molto diverso tra Nord e Sud (come diverse sono la Germania dell’Ovest e la Germania dell’Est). La Lega di Salvini è riuscita, e questa è la prima novità della fase politica italiana, a conquistare le regioni del centro Italia dove, esattamente come per i paesi del patto di Varsavia, il crollo dei governi di centro sinistra eredi del più importante partito comunista europeo, ha lasciato intere comunità orfane di fronte ai cambiamenti economici degli ultimi anni. Salvini, attraverso la retorica xenofoba e tutto l’armamentario comune ai paesi di Visegrad, ha aumentato il suo consenso. Dal punto di vista dell’immaginario identitario neo medioevale, però, la Lega Nord aveva già anticipato i paesi dell’est Europa nella creazione di una società interclassista già all’indomani della caduta del muro di Berlino. La “rude razza operaia” del Nord Italia era stata già trasformata in “rude razza padana” dall’immaginario di Pontida, dall’acqua del Po, dal rimando ad Alberto da Giussano. Per diventare “partito nazionale” e giocare da pari sullo scacchiere europeo e per allargare i confini del feudo, Salvini ha dovuto richiamarsi ad un’identità nazionale. Sfortunatamente per lui l’identità nazionale italiana è fatto storicamente più recente di quelle del XIII secolo cui si richiamano i paesi su citati; l’italianità, il nazionalismo italiano, è idea imposta retoricamente tra la prima e la seconda guerra mondiale, nel periodo fascista. Non potendo tuttavia esibire in modo manifesto i simboli del ventennio, Salvini mette insieme la base ideologica del nazionalismo italiano con il brodo culturale di fake news e cultura del complotto da cui attingono anche i 5 stelle; il leader leghista utilizza simboli che rimandano al ventennio e quello che l’Istat ha definito “sovranismo psicologico”, ridefinendo il concetto di nazione italiana (caro, a onor del vero, storicamente più alla borghesia del Nord che ai cittadini del Sud). Questa egemonia culturale leghista si basa su un uso efficace dei media aiutata, in modo inconsapevole, da quella parte di opinione pubblica che nomina esplicitamente l’idea a cui Salvini non può, per ovvi motivi Costituzionali, richiamarsi direttamente: l’Italia fascista. Tuttavia non essendo Orban, padrone indiscusso della piccola Ungheria, al governo da svariati anni che ha cambiato la Costituzione a proprio comodo, a volte il Ministro degli Interni italiano riesce a produrre un cambiamento del senso comune reazionario altre volte si scontra con gli altri poteri dello Stato. Lungo questo piano inclinato il Nord e, soprattutto e, in modo più simile all’est Europa, le province del Centro Italia, si trasformano in contee per il feudo leghista. Da questo schema sembrano espulsi i capitalisti del Nord Italia, vale a dire la storica base elettorale della Lega (la Lombardia è ancora oggi una delle più ricche zone d’Europa). I capitalisti settentrionali non hanno un immediato ritorno dalle turbolenze sui mercati di questa cavalcata egemonica salviniana. Ma è solo apparenza. Da una parte infatti, come Ministro degli Interni, Salvini colpisce il diritto a manifestare dei lavoratori del centro nord Italia logistico e garantisce investimenti e grandi opere e posizione atlantista nel Mondo, d’altra parte, per i padroncini lombardi e veneti (che nel frattempo godranno i benefici fiscali di un federalismo ad hoc), la forza lavoro da sfruttare arriverà in un secondo momento, è solo questione di tempo. Ecco quindi il ruolo del Movimento 5 Stelle che, con la proposta di Reddito di Cittadinanza, ha costruito il suo consenso nel Sud Italia, zona che l’ultimo rapporto Svimez definisce la più povera d’Europa. Le critiche fatte alla misura di workfare sono note ma rispetto alla forza lavoro per le attività del Nord Italia la misura appare come una sorta di gestione dei flussi migratori Sud-Nord. Questi flussi di forza lavoro da sempre segnano i rapporti economici italiani e nella storia industriale del paese produssero il passaggio dal fordismo al post fordismo. Esattamente come per i paesi di Visegrad del resto se si “chiudono i porti” per mantenere i livelli produttivi del secondo esportatore europeo c’è bisogno di forza lavoro. Le migrazioni hanno spopolato il sud in modo irreversibile e diverse previsioni parlano di “disastro demografico” nel Mezzogiorno. Con il reddito di cittadinanza dei 5 Stelle, entro 18 mesi chi ancora vive, in condizioni di povertà, al Sud Italia sarà costretto a lavorare per le aziende del Nord e Centro Italia a un salario bassissimo, incatenato dal workfare automatizzato in un primo momento accolto come misura di giustizia sociale. La coazione al consumo nazionale (che è cosa diversa dallo stimolo ai consumi interni) sarà una breve fiammata del primo anno e mezzo per far ripartire le imprese del Nord che quindi beneficeranno anche del reddito dei lavoratori del Sud costretti ad accettare proposte di lavoro a centinaia di kilometri da casa. Questo processo aumenterà, insieme al “nuovo” federalismo, il divario tra i due feudi e se uno sarà dentro l’impero carolingio, l’altro diventerà solo terra cuscinetto con le migrazioni del sud del Mediterraneo. Un’area cuscinetto per difendere l’Impero dalle invasioni dei saraceni. Una zona con un’economia in tutto simile a quella del nord Africa; una terra da cui passano gasdotti, puntellata di trivelle e pale eoliche, in cui seppellire rifiuti e scaricare le scorie industriali; una terra abitata solo da anziani e controllata da ras locali con un governo militare del territorio delegato allo Stato dove può, alla criminalità dove polizia e carabinieri non possono arrivare. Dal punto di vista soggettivo la condizione della forza lavoro del Sud Italia rischia di essere molto più simile a quella degli schiavi che a quella dei servi della gleba giacché la loro forza lavoro sarà scambiata tra Stato e Impresa senza un legame ai mezzi di produzione o alla terra ma anche senza possibilità di ribellarsi.

Per non leggere nessun automatismo da “destino già scritto” di questi scenari è bene far notare che i paesi dove questo processo sembra più avanzato sono quelli che vedono una maggiore debolezza politica delle forze di sinistra, perché magari sepolte sotto le macerie del muro di Berlino, o una compiacente acquiescenza dei sindacati, le cui burocrazie si sono trasformate in qualcosa di simile alle corporazioni medioevali.

Come invertire questo processo? Come cambiare i rapporti di forza?

Togliere potere ai partiti reazionari etnocentrici passa dal sottrarre al loro controllo l’attività riproduttiva umana: la genitorialità, la scelta sessuale, le relazioni, la libertà di desiderare. Senza riproduzione non ci può essere lo sfruttamento della produzione. Inevitabilmente qui si chiama in causa l’emersione politica dei corpi irriducibili al divenire di nuovo schiavi. Per questo la differenza tra diritti civili e diritti sociali è un ulteriore inganno retorico usato dagli agenti di questa nuova feudalizzazione europea.

Ecco perché diviene centrale lo sciopero femminile il prossimo 8 marzo. Ed ecco perché l’antifascismo è oggi innanzitutto rifiuto della violenza domestica e machista, del divieto di abortire, delle leggi che le impongono di rimanere rinchiuse tra le mura domestiche di una famiglia tradizionale. E’ l’ossessione per l’attività riproduttiva a muovere il programma politico dei feudatari nazionali. Mentre l’identità nazionale e la xenofobia sono condizioni utili allo sfruttamento della forza lavoro a seconda del quadro economico nazionale, il rigido controllo del corpo femminile, dell’attività di cura, della riproduzione sociale è la base su cui erigere la piramide dello sfruttamento. Così possiamo leggere come mai, nella regione che era la “più rossa” della Spagna appare all’improvviso, con un boom elettorale, un partito Neo Franchista pone come unica condizione per votare l’osceno governo conservatore l’abolizione della legge contro la violenza di genere. Per le formazioni reazionarie questa battaglia misogina e fondamentalista è la priorità assoluta. Ovviamente Vox non rinuncia all’armamentario identitario medioevale e con lo slogan “Fare di nuovo grande la Spagna” si richiama alla Spagna della Reconquista contro i mori e addirittura alla vittoria della flotta spagnola nella battaglia di Lepanto del 1571 (“che salvò la civiltà occidentale dalla barbarie” cit.). Ma al di là dell’immaginario è sulla guerra alle donne che gioca il tutto per tutto. Senza un ancoraggio materialista rischieremmo di leggere questo “nuovo” partito misogino solo in chiave di “opinionismo politico” come conseguente magari ai limiti e alle ambiguità del populismo di Podemos o come reazione alle istanze indipendentiste catalane o come naturale prodotto di un processo di defranchizzazione mai compiuto realmente in Spagna. E l’ancoraggio materialista si lega a doppio filo con l’elaborazione di genere. Un testo che riesce a rendere appieno le meccaniche di espoliazione e sfruttamento e la retorica neomedioevale è la contro narrazione storica della Federici in “Calibano e la Strega” intorno all’accumulazione originaria.

Sottrarre ai governi sovranisti le fondamenta della loro forza, cioè il controllo sulla vita della donna, è l’unico necessario e urgente passaggio per ogni processo di liberazione anche della neo servitù della gleba. E’ necessario farlo per far crollare il potere del leader, del signore locale, del feudatario, indebolendo così il patto di Aquisgrana.

Potremmo dire, da militanti e antifascisti, che l’antifascismo necessario, anzi urgente, oggi si muove su un piano non simmetrico a quello del fascismo, non rimanda ad un immaginario militare, machista e violentista o a una nuova resistenza. Richiama piuttosto allo sciopero dai dispositivi di controllo e imposizione, al disvelamento di un sistema di sfruttamento e alla costruzione di nuove istituzioni politiche; nuove istituzioni, fondate su nuove relazioni, come quelle che, secondo Deleuze e Guattari, nascono dalle invasioni barbariche. Ma su questo torneremo in seguito.

La Scienza infallibile per diritto divino

Speak the truth to the people/ Talk sense to the people/ Free them with reason/ Free them with honesty/ Free the people with Love and Courage/ and Care for their-Being” (Mari Evans, I Am a Black Woman, 1970)

Il paesaggio medioevale era costellato da monasteri. Erano luoghi lugubri e fortezze inespugnabili, dove eserciti di amanuensi tramandavano il sapere antico per i posteri. Istituzioni totali come quella descritta da Umberto Eco nel suo “Nel Nome della Rosa”. Le alte e inespugnabili mura dei monasteri servivano da rifugio dalla violenza diffusa ma erano, a loro volta, attraversate da dinamiche autoritarie, da una violenza strisciante, da una rigida verticalità dell’obbedienza e da vere e proprie forme di fanatismo autocratico. In questi luoghi veniva custodito anche l’oro che permetteva la riproduzione dell’ordine feudale e per questo i pirati del Nord li presero di mira alla fine del IX secolo.

In qualche modo, provando uno sforzo di immaginazione e continuando a giocare con la Storia, come si fa a non non pensare alla Chiesa e ai suoi austeri monasteri come la Scienza e le Università contemporanee. Del resto le Università neo liberali votate allo sfruttamento intensivo del General Intellect, blindate dal numero chiuso e dove la cooptazione riproduce sé stessa, non funzionano in modo diverso dal monastero benedettino di cui raccontava Eco. Ed esattamente come nel medioevo il sapere è piegato a giustificare un ordine ingiustificabile, la scienza oggi diventa tecnica e quindi tecnologia utile al Capitale almeno quanto il sapere umanistico viene retto solo da una riproduzione di conoscenza manieristica.

Come può sorprendere che, in un contesto in cui il general intellect è sequestrato in modo proprietario, il Presidente degli USA usi una nevicata eccezionale come argomentazione contro il riscaldamento globale? Come può sconvolgere che si diffondano argomenti antiscientifici, vecchie superstizioni in salsa postmoderna? Come è possibile non si legga il nesso causale tra la chiusura dell’accesso al sapere compiuta negli ultimi decenni e la messa in discussione del sapere stesso? E mentre il Sapere diventava proprietà di pochi dove erano Rettori, Docenti, Professori?

Mentre negli ultimi decenni la restaurazione neo liberale distruggeva i luoghi della formazione pochissimi hanno rivendicato la differenza tra scienza e dogma, difendendo l’autonomia della prima. Pochissimi sono intervenuti sulla didattica. Più spesso i movimenti hanno prodotto una battaglia, nobile ma di retroguardia, in difesa dei servizi alla formazione.

E quasi nessuno oggi fa notare che “Cogito ergo sum” non viene mai riportata per intero: “Dubito ergo cogito. Cogito ergo sum”. Nella massima cartesiana così esposta, infatti, è riassunto il metodo scientifico, il suo senso più profondo o almeno questo voleva essere il metodo che ha permesso di passare dalla conoscenza medioevale a quella moderna. E’ il dubbio, quindi, che interroga il sapere codificato e che muove il pensiero umano. Non si capisce, quindi, perché il dubbio possa essere diritto solo di alcuni, di pochi eletti per censo o curriculum accademico. All’indomani della crisi finanziaria del 2008 la Regina Elisabetta di Inghilterra interrogò il Gotha dell’accademia inglese semplicemente con un dubbio “Come è possibile che non avete previsto la crisi?”. L’Accademia dovette rispondere imbarazzata, scartabellando tra pubblicazioni e accenni al “rischio sistemico”, magari rispolverano Marx e i marxisti, banditi per ragioni ideologiche dalle Facoltà di Economia occidentali. Un dubbio mosso dall’alto ma assolutamente identico a quello di tante e tanti, considerati magari ignoranti, popolino, minus habentes, magari semplicemente perché di Regina di Inghilterra ce ne può essere solo una. Nessuno però all’epoca disse a Elisabetta II che non avendo un PhD in Economia non poteva sollevare la domanda. E questo atteggiamento iniquo è oggi parte della disciplina dell’obbedienza che anima l’Accademia come muoveva i monaci medioevali.

Nel saggio “The structure of scientific revolution” del 1962, il filosofo e storico della scienza Thomas Kuhn analizza il procedere del progresso scientifico come un alternarsi di due fasi. La prima è quella di “sviluppo per accumulazione” di fatti e teorie socialmente accettate. E’ la fase conservatrice, quella in cui la Scienza si chiude nelle istituzioni accademiche per dare una Gestalt alla società per come appare. La seconda fase, rivoluzionaria, è invece quella generata da “episodi” e “anomalie” che proprio attraverso il dubbio ribaltavano la lettura della realtà. Secondo Kuhn i dubbi hanno prodotto cambi di paradigmi e progressi in misura maggiore quando interrogavano, direttamente e in modo conflittuale, assunti e vecchi dati scientifici. Così, sfidando il Sapere istituito, la conoscenza superava l’esercizio di “puzzle solving” e cambiava le regole del gioco e la società intera. Purtroppo scienziati e docenti, spesso in età avanzata, oggi fanno quadrato di fronte a un metodo scientifico che procede per accumulazione nei limiti fissati dall’ordine neoliberale e dallo status quo.

Esemplare, in Italia, il dibattito sui vaccini e l’atteggiamento del professore in sessismo e classismo Burioni, che, come tanti cripto autoritari come lui, invertono l’ordine della citata massima cartesiana, partendo da una certezza: “io sono”; solo dopo questo assunto e dopo aver attaccato sui social network chiunque ponga dubbi, arriva l’“io penso” e, raramente, l’“io dubito”. L’ideologia sociale ed economica dei referenti politici di Burioni, pensiamo a Renzi, ha la medesima arroganza perché di fronte all’umano dubbio preferisce ribadire il dogma. Ed è la medesima arroganza di Moscovici e di tanti tecnocrati ordoliberali europei. Ma il dubbio, come diceva Cartesio, è umano e oggi la religione neoliberale non riesce più a spiegare sufficientemente la realtà. Del resto lì dove il debito si moltiplica malgrado i tagli, la povertà cresce malgrado le misure lacrime e sangue e il mondo peggiora malgrado la fiducia riposta nell’obiettività del sapere come non aspettarsi se non sfiducia di massa almeno qualche domanda? Proprio il dubbio forse dovrebbe animare i professori, i media, i divulgatori scientifici in questo presente europeo. Un po’ come Gugliemo da Baskerville.

Se la Scienza e il sapere non rispondono alle domande diventano religione. Ed il rischio è che questa venga difesa con la dittatura, con lo scherno, con la forza, con l’Inquisizione a reti unificate e con i roghi purificatori dove bruciare tutti coloro che appaiono eretici.

Con troppa leggerezza oggi si dice “la Scienza non è democratica”.

Questa idea è quella che avrebbe impedito ad Albert Einstein di cambiare la fisica fino ad allora conosciuta. O a Newton di farlo prima di lui. Entrambi questi giganti erano stati rifiutati e marginalizzati dall’Accademia e solo il riconoscimento delle loro intuizioni da parte di qualcuno fuori dall’Accademia ha permesso di conoscere la fisica come la conosciamo. E questa è la vicenda che riguarda più o meno tutti gli scienziati che ci hanno portato dove siamo. La Scienza non è democratica oggi perché il Sapere è diventato inaccessibile, proprietario e solipsistico. E perché è stato piegato per dimostrare lo status quo. Per dare sostanza ex post all’idea che “Non esiste alternativa” cara a Margaret Tatcher, profeta del neoliberismo. Il sapere di quelli come Burioni o è uno strumento per l’accumulazione capitalista o è utile per dare una motivazione razionale alla logica irrazionale del capitalismo stesso. Perché serve a dire che è giusto ciò che evidentemente è ingiusto. Che è equo ciò che è iniquo. In altre parole fa ciò che la Chiesa faceva prima della riforma luterana quando vendeva indulgenze e paradiso sottraendo ricchezza a chi si spezzava la schiena nei campi. Non fu in fondo Papa Leone III a incoronare l’imperatore Carlo Magno ad Aquisgrana? E non sono schiere di economisti, ingegneri, sociologi, politologi, esperti in comunicazione a incoronare il vertice di questa Impero contemporaneo? Un vizio ricorrente quello del buon senso accademico che già tra il XIX e il XX secolo aveva motivato e giustificato gli orrori occidentali che condussero al nazionalsocialismo tedesco.

La Scienza quindi è innanzitutto anti autoritaria, perché ontologicamente basata sul dubbio (e qualcosa ne sanno a riguardo anche Ipazia d’Alessandria, Giordano Bruno, Keplero e Galilei). L’unico sapere antidemocratico è quello che ha processato, bruciato sul rogo, ucciso proprio gli scienziati. E’ un sapere che non guarda più alla realtà perché si nutre di ciò che crede di essere e basta.

Se la Scienza è anti autoritaria evidentemente Burioni e soci parlano di altro quando la definiscono antidemocratica rinchiudendosi in formule e saperi schermati al popolo bue.

A monito loro potremmo ricordare che nei tarocchi di Marsiglia, che si richiamano all’immaginario del XIII secolo, c’è un Arcano Maggiore che ha subito un’evoluzione nel corso dei secoli: il Mago. Questo Arcano inizialmente era rappresentato come “il Bagatto”. Un truffatore che mescolando le carte e i numeri ingannava chi era spettatore della sua truffa. Da lì la carta divenne “l’Alchimista”, il profeta di una scienza oscura, che si nutriva di codici innominabili e ambigui, incomprensibili ai più. Infine divenne il Mago: una figura detentrice di un sapere ormai distaccato dal popolo, quasi religioso, capace di trasformare con le formule che appena pronunciava la realtà. Ma il Mago restava legato alla magia e all’illusionismo e la realtà restava realtà.

E’ bene che il sapere sia diffuso e che sia ciò che chi lo detiene ritiene Verità. E’ bene che risponda ai dubbi e che li assuma come metodo di ricerca per non trasformarsi prima in Alchimia e poi Magia.

Ma oviamente non è verosimile pensare che chi detiene il potere nei monasteri accademici rinunci al proprio ruolo sociale e alle proprie rendite di posizione. Per questo i lavoratori del cognitariato, i precari e le precarie espulse dall’Accademia o da questa sfruttate come amanuensi contemporanei, dovrebbero rovesciare l’ordine che li ha umiliati e diffondere sapere e dubbi. Per questo è bene che si rifiuti la proprietà intellettuale e ogni vezzo classista negli studi. Per questo chiunque oggi agisce dentro e fuori i monasteri deve porsi la missione divulgativa del sapere e non arroccarsi nelle proprie certezze. E se saranno chiamati eretici, e se guideranno rivolte come quelle di Muester o di Jan Hus, ben venga. Ciò che rimarrà servirà come fondamenta di un’Europa più giusta ed equa.

Proprio come la Scienza nella sua storia ha dimostrato, anche le più solide mura dei monasteri medioevali sono destinate a cadere sotto le invasioni barbariche e anche la più feroce autorità monastica non regge alla semplice solidarietà e alla curiosità dei poveri francescani, degli hussari ed altri eretici che si aggiravano dentro e fuori le sue istituzioni.

I confini della nuova Europa neocarolingia

Per chi ha paura, o si sente incompreso e infelice, il miglior rimedio è andar fuori all’aperto, in un luogo dove egli sia completamente solo, solo col cielo, la natura e Dio. Soltanto allora, infatti, soltanto allora si sente che tutto è come deve essere, e che Dio vuol vedere gli uomini felici nella semplice bellezza della natura. Finché ciò esiste, ed esisterà sempre, io so che in qualunque circostanza c’è un conforto per ogni dolore. E credo fermamente che ogni afflizione può essere molto lenita dalla natura.” (Anna Frank)

Sebbene fragili ed effimeri, i confini dell’Impero fondato da Carlo Magno erano comunque definiti geograficamente. In questo caso ovviamente i confini seguono altre definizioni. Agli albori della nascita degli stati nazione, nell’Alto Medioevo appunto, il confine era ciò che definiva la cittadinanza. Al di qua si era sotto l’autorità del feudatario, del principe, del re o dell’imperatore, al di là del confine si era straniero, nomade, barbaro appunto. Il cadere al di qua o al di là di un confine definiva il diritto di cittadinanza.

Tristemente a leggere le politiche al confine della Fortezza Europa o i requisiti per accedere ai welfare nazionali, non sembra sia cambiato molto dall’Alto Medioevo a oggi; tuttavia non è questa la definizione che può aiutarci a leggere le frontiere della governance dell’Europa che verrà.

Il confine reale, la differenza tra il dentro ed il fuori l’ordine carolingio, tra chi vive nell’impero e chi lo guarda dall’esterno, tra chi sottostà a un ordine feudale e chi quell’ordine vede con ostilità ha a che fare con un sentimento molto umano: la paura.

E’ questo sentimento che è il comune denominatore dell’homo democraticus, cittadino dell’Europa delineata da Macron e dalla Merkel ad Aquisgrana.

Lo scorso autunno a Berlino, durante una manifestazione antirazzista contro Alternative Fuer Deutschland, all’improvviso, un collettivo di videomakers proiettò sulla facciata di un palazzo uno slogan: “La paura è una gabbia”. Quella gabbia è la reale natura del piccolo impero franco-tedesco.

Spinoza dice che la paura nasce quando temiamo qualcosa che potrebbe verificarsi e creare tristezza, dolore, sofferenza. Ma, naturalmente, non siamo certi che ciò si verificherà realmente. Questa definizione ha come prima implicazione nella società contemporanea il rifiuto ossessivo del futuro. Oggi chiunque abbia cittadinanza nei confini dell’Europa carolingia vive un eterno presente mediatico. Magari un presente che si nutre di un passato fatto di luoghi comuni, elementare e didascalico. La politica stessa evita di disegnare un futuro auspicabile, o quanto meno possibile, preferendo inseguire le paure o dire tutto e il contrario di tutto nell’eterno presente su cui l’opinione pubblica europea può dire la propria sui social network.

Spinoza, inoltre, afferma che chiunque viva di beni effimeri moltiplica la propria paura e sviluppa una sorta di superstizione per giustificarsi, secondo una logica di per sé “illogica”. Ed ecco che così abbiamo chi crede a invasioni dall’Africa, a Soros che finanzia l’invasione, a una mente oscura che determina la sua vita, ai vaccini che causano l’autismo, alla criminalità diffusa e a ogni sorta di superstizione puntualmente smentita dai numeri e dalle statistiche. È dunque il timore la causa che genera, mantiene ed alimenta la superstizione.

Ma nell’eterno presente mediatico anche chi si oppone alle retoriche xenofobe e nazionaliste ha la sua superstizione passatista.

La paura del “fascismo che viene” continuamente evocata da “sinceri democratici e progressisti” è essa stessa una strategia di governo. Il fascismo c’è già. La minaccia del “fascismo che viene” è finta, è un arma spuntata, un dispositivo retorico che ha permesso a Macron di battere la Le Pen e che permette di accettare qualunque arretramento politico in nome di un bene superiore. Oggi che Macron approva in fretta e furia leggi in materia di sicurezza identiche a quelle del programma della Le Pen, quella minaccia risulta farsesca almeno quanto l’idea che l’ordoliberismo tedesco di Angela Merkel sia un baluardo del mondo libero. Possiamo tranquillamente dire, anzi, che l’Unione Europea dell’austerity, quella che produsse il golpe politico in Grecia nel 2015, disvelando la propria natura post democratica, ha potuto mantenere il proprio assetto politico economico solo grazie all’evocazione dello spettro del “populismo” e del rischio anni ’30. Per rendere al massimo la coppia democrazia liberale contro fascismi e nazionalismi, la governance europea non si è preoccupata di generare violenza, morte di massa, negazione dei diritti umani. Diremmo quasi che una volta mostrato il trucco su cui reggeva la menzogna della superiorità culturale della “democratica” borghesia europea non rimaneva che lo Stato d’Eccezione, la crisi permanente, la scelta di un nemico utile, scelto tra le sue medesime fila. Questa valutazione può essere resa in modo esemplare da ciò che accade oggi in Grecia. Una Grecia appena uscita dal piano di salvataggio impostagli dalla Troika, che si avvia a elezioni politiche e non solo a quelle europee. Alexis Tsipras, in svantaggio sul centro destra, non può perdere le elezioni e consegnare alla storia del suo paese la più tragica delle parabole politiche. E se i morti e le violenze contro i migranti nelle isole dell’Egeo non avevano prodotto la sensazione di assedio utile al potere, l’unica possibilità rimasta al premier greco è stata evocare lo spettro del fascismo. Con Alba Dorata di molto ridimensionata rispetto al passato, ha così scelto di soffiare sul nazionalismo con la questione della Macedonia. Una questione di non vitale importanza, che aspettava una soluzione da oltre venti anni. L’accordo con Skopjie ha prodotto manifestazioni reazionarie e dato fiato ai sentimenti razzisti e nazionalisti di una parte della borghesia greca. Adesso, il buon Alexis, grida al pericolo fascista e polarizza intorno a sé un nuovo consenso, facendo dimenticare la tragedia umanitaria dell’austerità.

Del resto se davvero una parte della borghesia europea fosse convinta che Matteo Salvini o Viktor Orban vogliano restaurare gli orrori del nazifascismo ci sarebbe da chiedersi come mai questa parte così progressista e democratica non tragga da questa valutazione le dovute conseguenze che dovrebbero, almeno storicamente, andare oltre un Tweet o un post su Facebook. D’altra parte però lo stesso si può dire nella semplificazione manichea imposta dal “like” anche di una certa ironia da meme. La pericolosità dello sdoaganare alcuni concetti sebbene per deriderli non è certo invenzione di Steve Bannon e dell’alt right americana. Già Marx agli albori della società industriale nel 1870, attaccava certa stampa borghese perché sulla base del proprio razzismo, divideva i lavoratori, anche se con ironia.

Nella società dell’opinione, del consenso, l’evocazione dell’orrore per leggere il presente chiamerà un orrore ancora peggiore il giorno dopo e il giorno dopo ancora, in una lenta e inesorabile rincorsa ad una profezia che si auto avvera. Il fatto che alcuni partiti politici usino questa paura per mantenere il proprio potere è solo cinica idiozia di chi pensa di poter evocare e scacciare i fantasmi a proprio piacimento. Purtroppo però non si possono rinchiudere i mali nel vaso di Pandora una volta aperto. E le aggressioni xenofobe, omofobe, antisemite ormai si contano a centinaia in tutta Europa.

Eppure tra i flussi di denaro e i dispositivi di controllo e sfruttamento dell’Europa franco-tedesca non esiste solo paura. Ritornando a Spinoza, secondo il filosofo l’unico modo per superare questo sentimento angosciante, e le superstizioni conseguenti, è attestarsi sulla certezza. E oggi il futuro di cui si è certi vince qualunque paura e spinge urgentemente all’attivazione. Parliamo in questo caso dei movimenti ambientalisti come quelli che provano a sabotare l’industria energetica carbonifera all Hambach Forst o le studentesse e gli studenti che da settimane stanno scioperando contro il Global Warming in tutto il Nord Europa. Questi sono i soggetti europei che guardano nell’abisso del futuro, perché per loro il futuro coincide con la vita. Movimenti che vivono spesso nel cuore delle contraddizioni del centro economico tedesco. Giovanissimi che in un momento di rifiuto del sapere e di solipsismo scientifico non hanno paura di leggere l’ultimo rapporto dell’ONU che dice chiaramente che siamo già in ritardo e dobbiamo cambiare completamente il nostro modello di produzione per evitare l’apocalisse. Ma per definizione il Capitale non accetta o sopporta limiti, neanche quelli per evitare la fine della vita umana. E come potrebbe accettarli del resto la fiorente industria tedesca e nordeuropea? Questo renderà nemici sempre più antagonisti i movimenti ambientalisti fatti da giovanissimi e l’ordine del capitalismo industriale neo carolingio. Dall’altro lato, i movimenti ambientalisti hanno contro di loro uomini, spesso maschi, a volte i loro stessi padri che, con la stessa follia di Goebbels spaventati dal domani, negano la distruzione ambientale, e privano i propri figli di un futuro possibile. Ma sempre più spesso la fame di futuro e vita di giovanissimi che si mobilitano per il pianeta ridefinisce l’ordine del discorso politico. A titolo esemplificativo basti qui pensare alla polarità rappresentata da Donald Trump che nega il riscaldamento globale a cui oggi si oppone la più giovane e radicale rappresentate al Congresso, Alexandra Ocasio Cortez che ha rimesso al centro del dibattito la questione di un nuovo “green new deal”, impensabile fino a qualche mese fa in USA.

Un processo di autonomia, un diventare nomadi, barbari, per poter vivere. Un bisogno radicale di uscire dai confini della paura e cambiare il mondo. E la contezza del futuro e l’attivazione dei più giovani per l’ambiente sembra più carica di buon senso di tutto l’esercito di governanti occidentali.

La paura oggi è in definitiva il materiale con cui sono costruiti i confini dell’ordine di Aquisgrana. E’ la paura che crea l’homo democraticus europeo, è l’avere o meno paura che riproduce un eterno presente in cui si muove l’opinione di chi ha cittadinanza europea.

Ma oltre la paura del futuro ci sono loro, la condanna a morte dell’impero posticcio di franchi e longobardi: i Barbari.

Il crollo della galassia centrale: le invasioni barbariche.

Ecco da un lato la segmentarietà rigida dell’Impero Romano, con il suo centro di risonanza e la sua periferia, il suo Stato, la sua pax millenaria, la sua geometria, i suoi accampamenti, il suo limes. E poi, all’orizzonte, una linea completamente diversa, quella dei nomadi che escono dalla steppa, che intraprendono una fuga attiva e fluente, portano ovunque la deterritorializzazione, lanciano flussi i cui quanta s’infiammano, trascinati da una macchina da guerra senza Stato. I barbari migranti si trovano fra gli uni e gli altri: vanno e vengono, passano e ripassano le frontiere, rubano o saccheggiano, ma anche si integrano e riterritorializzano.”

(Deleuze G. e Guattari F., Mille piani. Capitalismo e Schizofrenia, 2006)

Bisogna innanzitutto distinguere barbari da barbarie.

La barbarie spesso vive anche nei popoli che giudicano gli altri barbari. E su questo basti pensare a come lo stesso homo democraticus europeo per secoli ha giudicato sprezzante le barbarie fuori dai propri confini mentre esportava guerre, produceva armi di morte, colonizzava, depredava e sfruttava gli stessi paesi che disprezzava.

I barbari a cui facciamo riferimento sono una moltitudine nomade che si oppone alla staticità dell’impero. Si muove con la sua tribù costantemente alla ricerca di nuove terre. I barbari sono il soggetto che muove il flusso molecolare di nomadi deterritorializzati. che con la loro stessa forma di vita, fanno crollare interi imperi. Le invasioni barbariche mettono in moto processi di cambiamento profondo. Storicamente e, molto più concretamente, sono i flussi migratori così come definiti da dentro l’impero (basti pensare che non esiste il concetto di “barbaro” in inglese e tedesco, lingue che non discendono dal latino). Sono deterritorializzati come i proletari che per Marx si muovevano verso le città agli albori della rivoluzione industriale “rifiutando il cretinismo della vita rurale”. Come per l’Impero romano d’occidente, le migrazioni, le “invasioni” portarono alla fine anche dell’Impero Carolingio attaccato da nord, da sud e da est. Da nord i vichinghi razziavano monasteri e denaro custodito dalla Chiesa. A sud i saraceni compivano azioni di pirateria per poi riparare nelle loro città stato autogestite del nord Africa. Infine da est arrivarono intere popolazioni a cavallo che travolsero i fragili confini e i villaggi periferici, delegittimando il potere centrale che quei villaggi doveva difendere a patto della loro ubbidienza.

Ma chi sono, oggi, i barbari del presente che turbano i sonni dei governi europei e minacciano la grandeur francese e i “nuovi rapporti di forza da accettare” come li ha chiamati Angela Merkel a Davos?

Oggi come ieri sono i migranti. Il migrante è il barbaro per eccellenza del contemporaneo e non a caso la destra europea parla di “invasione” e prova a fermarli con la barbarie e la sospensione di ogni diritto umano. L’invasione barbarica dei migranti ha già cambiato profondamente lo stato di diritto europeo. Se il golpe finanziario greco del 2015 aveva svelato la reale essenza autoritaria dell’Unione Europea, l’invasione dei barbari dall’Africa ha dato la misura dell’ipocrisia dell’Europa liberale che è apparsa di nuovo quella del colonialismo, del nazifascismo, della guerra, dello schiavismo.

La paura dell’invasione ha cambiato i rapporti di forza tra governi, creando come dicevamo una cintura di paesi “marche” dell’Europa franco-tedesca, etnocentrici e autoritari e prodotto l’harakiri della governance conservatrice inglese con la Brexit. In Ungheria, Polonia e Italia il mandato al governo è via social network, sulla base di verità assolute e irrazionali; l’azione dei governi non risponde ad alcuna Costituzione se non a quella dei social e dei sondaggi in una forma di indeterminazione istituzionale in cui lo stato di diritto è di fatto sospeso.

Ecco lo scenario generato dall’isteria dell’arrivo dei barbari: morti di massa nelle isole greche, motovedette turche che sconfinano per sparare e uccidere , ONG cacciate dal Mediterraneo dall’Italia, navi della Marina Italiana che non sono autorizzate dal loro stesso governo a sbarcare, giudici che indagano le ONG con accuse che ignorano anche le nozioni elementari sulle malattie infettive, esponenti di partiti nei parlamenti accusati di organizzare pogrom ed atti di violenza, esponenti politici che accusano l’” ebreo cattivo” Soros di finanziare un piano Kalergi senza essere smentiti, deportazioni nascoste che violano i diritti umani e il Ministro degli Interni Italiano accusato di sequestro di persona che viene legittimato da un Parlamento che lo giudica non processabile perché ha agito nell’interesse pubblico.

E la retorica xenofoba sui migranti ha prodotto la fine, speriamo definitiva, della famiglia socialdemocratica in Europa o la crisi dei modelli scandinavi di democrazia e società tollerante. Ha cambiato irreversibilmente la politica estera verso i paesi dell’Africa e del Medio Oriente, facendo scomparire l’Alto Commissario alla Politica Estera, un tempo figura di spicco dell’UE, e facendo prevalere accordi bilaterali per tutelare aziende e interessi nazionali. E’ la democrazia dei social network, dell’homo paranoicus, del prevalere dell’opinione e dell’Io che rende tutti simili al “pazzo” Breivik e a Luca Traini.

Ma tra i barbari che muovendosi cambiano l’ordine della realtà, i rapporti di potere e le istituzioni, vanno citati sicuramente i Millenials che hanno prodotto la Brexit, il più grande danno economico alla Gran Bretagna da quando esiste. Centinaia di migliaia di europei che da marzo in caso di “no deal” potrebbero essere costretti di nuovo a farsi nomadi, a spostarsi, di terra in terra attraverso l’Europa cambiando il volto delle città e i sistemi di welfare.

E proprio mentre l’ordine neo carolingio prova a diventare ordine stabile per gestire l’instabilità del Capitale qualcosa accade nel cuore dell’Impero. Qualcosa che ci dice che il futuro non è scritto nel passato a cui i poteri del continente si aggrappano disperatamente. Se la Germania ordo liberale affronta gli scioperi ambientalisti degli studenti e le resistenze dei movimenti contro l’inquinamento, anche la Francia vive al proprio interno uno stravolgimento che parla a tutte e tutti noi.

La rivolta dei gillet gialli francesi spaventa l’imperatore e nessun media mainstream al di qua dei confini dell’impero riesce a decifrarla in modo efficace. E’ una rivolta che non guarda ad un passato da cui attingere simboli e immaginari. E’ un fatto nuovo che sembra scatenare in Macron le paure più incoffessabili e reazionarie. In Italia Di Maio, Repubblica, chi prova a parlare di fascisti, chi di una forza pagata Putin, nessuno sembra riuscire a comprendere la rivolta. Ma non era una protesta contro l’ accise sul carburante? Ma non hanno ottenuto ciò che chiedevano? Perché continuano, con un proprio tempo, scandito in atti, di settimana in settimana? Perché i giornali intervistano veri o presunti leader che vengono smentiti dai fatti del sabato successivo? Perché non hanno paura nonostante una persona morta, nonostante i quasi 100 mutilati, le centinaia di arrestati e schedati? Perché malgrado le vittorie concrete e le leggi repressive non sembrano preoccuparsi di ciò che Macron utilizza per difendere il proprio ordine sociale e politico? Semplice.

I gillet gialli francesi sono i servi della gleba che si sono fatti barbari.

Sono cioè coloro che hanno smesso di avere paura di ricevere qualche euro in meno a fine mese e hanno superato la preoccupazione di anni di galera, delle ferite e del dolore. L’hanno fatto alzandosi dalle loro vite spaventate, che passavano uguali e stanche e si sono sollevati, provando la gioia della corsa rivoluzionaria insieme agli altri, delle ore di confronto e di democrazia, la soddisfazione di avere qualcuno che ti ascolta, il piacere di scoprire qualcosa che si ignorava e la sorpresa che qualcuno ascolti ciò che hai da dire. Del resto l’amicizia era un valore fondamentale durante la Rivoluzione Francese di tre secoli fa. I gillet gialli insorgono ponendo, come avviene in Germania, una questione di giustizia sociale che riguarda la redistribuzione delle responsabilità della crisi ambientale, la condivisione equa del debito con la Natura. E come i barbari, si muovono razziando e colpendo un sistema di governo e un modello economico, quello della Repubblica Francese, figlia della medesima borghesia che ha generato il presente, tagliando la testa di un Re. Questi barbari rallentano ora la corsa, si danno istituzioni, assemblee in cui decidere e a quelle istituzioni e non a Macron o all’Assemblea parlamentare francese rispondono. Come saranno le campagne, le strade e le città di Francia non è nelle mani di altri se non delle istituzioni di questi barbari. E questa indeterminatezza rompe l’eterno presente imperiale.

Eccolo quindi l’Impero Carolingio del 2019 sconquassato dentro e fuori i suoi confini, nei suoi territori, abitato da tribù, attraversato da streghe, matti, viandanti, briganti e figure grottesche con alle spalle fumi che si alzano e fuochi di guerre metropolitane. L’Europa che verrà sarà quella dei quadri di Bosch; dal crollo dell’ordine esistente qualcosa emergerà. E nel vedere cosa crolla e cosa si intravede, anche se in modo balbettante, ciò che emergerà non potrà essere più ingiusto del passato. Sempre secondo Deleuze e Guattari il destino dei barbari è quello di fermarsi, di non essere più nomadi, di riterritorializzarsi e far nascere nuovi regni, nuovi imperi a loro volta pronti per essere invasi. Eppur tuttavia le istituzioni che nascono non sono mai uguali a quelle precedenti e spesso cambiano l’ordine etico e concettuale della nozione stessa di potere.

Correre nella steppa del presente dandole fuoco

Porto gli stessi cenci e mangio lo stesso cibo dei bovari e degli stallieri. Considero il popolo come un fanciullo e tratto i soldati come fossero miei fratelli. I miei progetti sempre concordano con la ragione. Quando faccio il bene, ho sempre cura degli uomini. Quando mi servo delle miriadi di miei soldati, mi pongo sempre alla loro testa. Mi sono trovato in cento battaglie e non ho mai pensato se c’era qualcuno dietro me.”  (Gengis Kahan in uno scritto taoista del 1219)

Le seconde invasioni barbariche dissolsero il sogno di Carlo Magno di un impero rigidamente organizzato in modo gerarchico, con un sistema di alfabetizzazione anch’esso gerarchico e un monopolio della violenza affidato a cavalieri fidati dal potere. La fine di quell’impero restituì nuovi stati e nuove entità locali. Si produsse anche un fenomeno architettonico importantissimo. L’Europa si riempì di castelli, il cosiddetto incastellamento. Questa definizione spaziale attraverso solide mura, in territori di campagna, dettata dalla paura, consentì ai proprietari di diventare “signori” territoriali sebbene in modo temporaneo e limitato. Piccoli signori in tanti piccolissimi castelli da difendere con le armi. Da una parte nacque così la signoria fondiaria e dall’altra la signoria vescovile prese il controllo delle città. La fuga dell’impero dalle città aveva lasciato ai detentori delle ricchezze secolari e alla loro autorità morale il potere su quelli che poi divennero i centri economici e politici moderni. Da questi centri urbani infatti si svilupparono il potere bancario così come lo conosciamo ancora.

Oggi il modello di governance del nuovo patto di Aquisgrana sembra metta insieme pezzi ed eredità proprio di questo passato comune tra Francia e Germania. Se la forza militare dei Franchi era nel IX sec. di gran lunga la prima in Europa, lo stesso si può dire sulla forza militare francese che preme per un esercito comune europeo. Dall’altra parte il sistema rigido e verticale di controllo dei processi di governance economica, di sfruttamento del lavoro e di relazione con i paesi del blocco di Visegrad come “marche” è la dote che l’economia ordoliberale tedesca porta all’accordo. Sarà un’Europa autoritaria, votata all’austerità economica, alla piena occupazione e al mantenimento di livelli bassi salari, difesa da un proprio esercito come polo alternativo a quello americano. Un’Europa che nasce senza le caratteristiche finanziarie del capitalismo anglosassone auto condannatosi alla marginalità con la Brexit. Un’Europa infine in cui le periferie sono solo frontiera e in cui i centri di ricchezza sono saldamente in mano a banche sorvegliate da una Banca Centrale Europea, probabilmente a guida ordoliberale. In questa configurazione l’Italia alla deriva sociale, economica e politica è un asset utile da colonizzare e razziare di ogni ricchezza strategica, un’Italia che ha un peso economico solo nelle regioni del Nord. Alla penisola rimarranno paesaggi desolati e selvaggi come quelli attraversati da Brancaleone da Norcia (e del resto, in anticipo sui tempi, da Fusaro ai sovranisti non si può negare parlino nello stesso modo del personaggio nato dal genio di Monicelli).

Ma pensare che il futuro sia nel passato significa cedere al pessimismo reazionario che governa il presente del continente. Il viaggio dentro le allucinazioni dei nuovi cavalieri Templari, come il norvegese Brevik, può essere utile per comprendere quali siano le soggettività portatrici del futuro ma guai a pensare di rivivere in un modello così slegato dalla concretezza storica del presente. Il futuro è ancora una pagina da scrivere ed è nelle mani di chi oggi non ne ha paura. Sempre saccheggiando Deleuze e Guattari, i nomadi che più riuscirono a non farsi riterritorializzare furono quelli che cambiarono più a lungo l’ordine delle cose esistenti. Per i due filosofi francesi il modello di nomade e barbaro, colui che ha cambiato con il suo movimento l’Europa e l’Asia, costruendo un impero che non aveva capitale né confini, è stato Gengis Kahn. Da lui quindi arriva ai barbari del presente il monito di essere ambiziosi guardando al futuro; solo se si rimarrà nomadi più delle altre tribù, infatti, si potranno travolgere regni e imperi cambiando radicalmente e irrimediabilmente l’ordine su cui questi reggono. Le istituzioni di un mondo più giusto saranno pensate, disegnate, cancellate, riscritte durante le cavalcate di villaggio in villaggio. Solo se le tribù di barbari che fanno tremare il governo franco-longobardo non si stancheranno del loro essere nomadi, o meglio finché tutte le idee di mondo di cui saranno portatori non si metteranno a sistema, le istituzioni che verranno potranno resistere a lungo.

Il compito è oggi duplice. Da una parte bisogna non smettere di essere nomadi, non cedere alla tentazione del “This must be the place”, di fermarsi e formare un nuovo ordine perfettamente coerente con sé stessi ma escludente con il fuori, destinato a cadere per mano di altri barbari. Non smettere di essere nomadi finché dell’impero non resterà nulla, muoversi cioè finché “non sarà necessario per tutt*”.

D’altro lato, urge cercare gli altri barbari al di qua e al là dei confini dell’Unione Europea, al di qua e al di là delle barriere di genere, razza e classe assumendo il punto di vista dell’altro da sé.

In antico germanico Freunde, amico, ha la stessa radice di Freieheit, libertà. Per i barbari che fecero cadere l’Impero Romano la libertà è un termine di relazione, un fatto di amicizia, curiosità e condivisione con l’altro. Non saranno tra i barbari alleanze politiche ma la condivisione di un’immagine della società futura e delle diverse forme di vita a costruire questa amicizia. Del resto le reti transnazionali, le aree politiche, le sensibilità di movimento oggi risultano deboli e marginali proprio perché non riescono a coinvolgere appieno la complessità delle tribù che si organizzano, attaccano, si aiutano, lottano, creano. L’unica prassi possibile, affidandosi al general intellect, è quella dell’incrocio casuale che allarga la tribù e si prende cura della diversità, ridandole cittadinanza mentre divora la steppa.

E nelle assemblee femministe, negli scioperi degli studenti, nella foresta millenaria di Hambach come tra i falò dei viali di Parigi si intravede una speranza. Si intravedono i fuochi dei bivacchi nomadi più che i roghi ordinati dal potere temporale e spirituale. Falò come quello di una scena di Train de Vie, film francese del 1998. Il film racconta l’epopea che, durante il nazismo, vive una comunità di ebrei che decide di scappare da una realtà minacciosa per spostarsi verso la Palestina; per farlo fingono una deportazione in treno. Così qualcuno indossa i panni dell SS qualcuno del marxista qualcuno ancora del matto. Durante il viaggio incontrano un treno di zingari che hanno avuto la medesima idea.

E’ quella la scena in cui i nomadi si incrociano e allargano le proprie tribù.

In quella scena i nomadi, ebrei e zingari, decidono di passare una serata lì intorno ad un falò. Una serata in cui si fa festa, si canta, si balla al ritmo di una musica meticcia. Un momento, un frammento in cui c’è l’idea di una società nuova e più giusta, dove si riscopre il valore rivoluzionario dell’amicizia. Un frammento spazio temporale, un comunismo immanente, in cui due tribù di barbari rovesciano l’ordine sociale nazista.

Questo ci toccherà vivere nell’Europa di Aquisgrana, non rinunciare a essere nomadi e valorizzare gli incontri, i momenti di gioia, di attacco, di amore, di ascolto e immaginazione.

Accogliere gli esuli, le streghe, gli eretici, i vagabondi, i barbari e diventare noi stessi esuli, streghe, eretici, vagabondi, barbari. Allargare all’infinito la tribù dei nomadi finché questa non sostituisca per intero l’impero. Proprio come fecero i mongoli di Gengis Kahn.

Mentre il vecchio mondo crollerà in piena demenza senile e deliri fobici noi, barbari, potremo gettarci alla conquista di un orizzonte sempre più nitido e sempre più comune.

Un orizzonte che è il futuro che desideriamo, tutte e tutti.

A noi qui e ora l’urgenza di diventare nomadi e attraversare questo Medioevo verso un nuovo e inedito futuro.

Who watches the watchmen?

 

Il monopolio della violenza a difesa del monopolio dei capitali.

“The minute they see me, fear me
I'm the epitome, a public enemy
used, abused without clues
I refused to blow a fuse
they even had it on the news
don't believe the hype” 

(Public Enemy – Don’t believe the hype)

Il presente europeo ed occidentale appare oggi egemonizzato da una dialettica politica,

tra conservatori e reazionari, che giustifica una progressiva torsione autoritaria del modello

neoliberale. Questa dialettica precipita nella materialità delle vite di ciascun* appellandosi più

o meno esplicitamente al “monopolio della forza” e a chi lo detiene: la polizia. In lingua tedesca,

la weberiana “Gewaltmonopol” è un’espressione la cui ambiguità coglie pienamente questo

processo politico; in tedesco Gewalt può essere tradotto con “Potere” ma anche con “Violenza”.

Una violenza che è potere e un potere che è violenza quindi, il cui monopolio si esercita

attraverso la delega sempre più importante in termini di agibilità, investimento economico

e produzione del discorso pubblico all’istituzione poliziesca. 

Un monopolio che accompagna una sempre più rapida monopolizzazione delle ricchezze

e un aumento della disuguaglianze sociali. Così, a mano a mano che la ricchezza ed

il potere politico si accumulano nelle mani di pochi, è quasi scontato che sia la polizia quella

a cui affidare il compito di tutelare che ciò avvenga in modo efficiente e senza disturbare

l’”ordine pubblico”. 

Un primo dato a supporto di questa tesi è, banalmente, l’osservazione della spesa pubblica

sugli apparati repressivi. Per rimanere al contesto europeo la spesa totale delle amministrazioni

pubbliche per l’"ordine pubblico e la sicurezza" si è attestata mediamente all'1,7% del PIL. 

All'interno di questa percentuale l'equivalente dello 0,9% è stato speso per "servizi di polizia",

che è quindi la voce principale (le altre sono lo 0,3% per i "tribunali", lo 0,2% per "servizi di

protezione antincendio", comprese tutte le operazioni di protezione civile, e i servizi carcerari).

In rapporto al PIL, Grecia e Croazia (entrambe l'1,4% del PIL) hanno speso l'importo più elevato

per i servizi di polizia seguiti da Cipro e Ungheria (entrambi all'1, 3% del PIL). 

Questo gruppo comprende anche le spese relative al funzionamento delle guardie costiere e

di frontiera. Malgrado l’austerity negli ultimi 10 anni questa voce di spesa è complessivamente

aumentata dello 0,6% sul PIL, vale a dire che è quasi raddoppiata dall’inizio della

“crisi economica”. Se però le percentuali non danno la misura dell’investimento in atto

sulla polizia, può aiutare paragonare questa voce di spesa con altre, magari quelle 

costantemente interessate da tagli. Nell’UE-28 la spesa in materia di “protezione ambientale”

è pari ad appena lo 0,7 % del PIL, comprendendo l’intero ciclo di smaltimento dei rifiuti,

la gestione delle acque reflue, la riduzione dell’inquinamento, la protezione del paesaggio

e delle biodiversità. Malgrado il “global warming” in Europa si spende sempre meno per

l’ambiente e quasi il doppio per la polizia. E grazie ai tagli dovuti all’”austerità” già dal 2018

si prevede che la polizia riceverà più finanziamenti dell’educazione e della formazione scolastica.

La spesa per l'istruzione pre-primaria e primaria rappresentano l'1,5% del PIL e quella per

l'istruzione secondaria l'1,9%, per l'istruzione terziaria infine lo 0,7% del PIL. Più soldi per la

polizia e meno per asili nido, scuola elementare e università, una scelta evidentemente politica,

considerando il calo di quasi tutti i reati in tutti i 28 paesi presi in considerazione.

Nel 2013 l’Unione Europea aveva prodotto uno studio per individuare quali fossero le possibili

misure legislative da intraprendere per ridurre gli abusi della polizia. Esattamente come per gli

 investimenti nazionali, tuttavia, anche le legislazioni nazionali sono andate nella direzione

opposta a quella individuata nello studio. 

Negli anni infatti si sono moltiplicati le denunce per violazioni del codice, per trattamenti disumani,

 per la limitazione della libertà di movimento, per utilizzo di pratiche di tortura. 

Sono drammaticamente aumentati anche i casi di morti e suicidi in custodia e in carcere. 

A questo si è aggiunto un aumento del potere di polizia come agente giudiziario (recente per

esempio è la riforma della polizia bavarese che prevede l’allungamento dei possibili tempi di

custodia per un sospettato a quasi una settimana). Molti paesi sono ancora inadempienti sui

numeri identificativi e sul reato di tortura e sono pochissimi i casi di poliziotti condannati per abusi.

Tuttavia è molto difficile raccogliere i dati perché non esiste un osservatorio europeo sugli abusi del

a polizia e questo fa apparire queste valutazioni persino ottimistiche. 

La “mancanza di interesse” al tema da parte della politica è sostenuta inoltre da un’azione corporativa

da parte dei sindacati di polizia ed è amplificata dall’azione mediatica che tende a difendere gli 

agenti anche di fronte a violazioni delle più basilari regole dello stato di diritto. 

Spesso proprio i giornali riconoscono alla polizia il ruolo di “stato d’eccezione” 

vivente perché esecutore rapido di una giustizia sommaria, quella cioè dei social network. 

Lo stato d’eccezione si è così reso pulviscolare e, col passare del tempo, si è incarnato 

in ogni singolo agente di polizia.

Dall’inizio della “crisi economica”, quindi, all’aumentare della disuguaglianza sociale

si è accompagnata una legislazione sempre più rigida ed autoritaria che ha riposto

il “monopolio della violenza legittima” nelle mani della polizia, nel quadro di una complessiva

crisi della democrazia rappresentativa. Questa torsione vive e si riproduce, come in una spirale,

tra narrazione mediatica da stato d’emergenza permanente, legislazioni sempre più giustizialiste

e, infine, maggiori fondi e libertà d’azione nelle regole di ingaggio delle diverse polizie.



L’ordine nelle colonie interne: da war fighters a crime fighters.

“They declared the war on drugs like a war on terror
But what it really did was let the police terrorize whoever
But mostly black boys, but they would call us "niggas"
And lay us on our belly, while they fingers on they triggers
They boots was on our head, they dogs was on our crotches”

(Killer Mike - Reagan)

Esiste un’altra tensione che accompagna quella precedentemente individuata e che aiuta a 

comprendere come “materialmente” la polizia agevoli l’autoritario presente neoliberale. 

E’ la tensione seguendo la quale le polizie si stanno trasformando in veri e propri “eserciti coloniali”

nei territori, nelle periferie e nelle città. Parliamo di “esercito” perché sono sempre più armate in 

modo non convenzionale e sempre più organizzate in modo militare e verticale; diciamo “coloniale”

perché, su mandato centrale, attaccano e reprimono tutto ciò che è diverso sul piano etnico,

culturale ed ideologico. 

All’indomani dell’uccisione di Michael Brown a Ferguson nel Missouri, i cittadini scesi in piazza

per protestare furono sottoposti ad una repressione in stile militare da parte di uno squadrone

di dipartimenti di polizia locale, equipaggiati come soldati d’assalto. Ciò spinse i residenti a

paragonare Ferguson all'occupazione militare israeliana della Palestina. Le scene distopiche di

unità paramilitari in tuta mimetica che sfrecciano per le strade della città puntando i fucili contro

residenti disarmati e che lanciano granate stordenti e gas lacrimogeni da dietro blindati,

richiamarono immediatamente l’occupazione israeliana che, ancora oggi, permette la

colonizzazione della West Bank. Paragone non solo simbolico giacché almeno due delle

quattro forze di polizia dispiegate a Ferguson avevano ricevuto addestramento sui riots urbani

dalle forze armate israeliane. 

Questa trasformazione “cop to soldier” è stata facilitata dal governo americano attraverso programmi

come il 1033 del Pentagono o il “programma di militarizzazione avanzata”. 

Il motto di quest’ultimo programma è abbastanza inequivocabile: "da warfighter a crimefighter";

è l’ultimo passaggio di un graduale processo di cambiamento della polizia attraverso la “guerra 

alla droga” e il “complesso carcerario” contro le comunità. Il disimpegno da scenari internazionali 

di guerra ha reso questa trasformazione ancora più rapida perché necessaria per non mandare in 

crisi la ricca industria bellica statunitense. In altre parole, si è importata nelle strade e nelle 

comunità la guerra che si era esportata nei decenni precedenti in tutto il mondo.

Un indirizzo sovrapponibile a quello che ha trasformato i reparti antisommossa della 

polizia italiana. Oggi chi viene assunto nella polizia in servizio nei reparti impegnati nelle strade, 

arriva dal percorso di formazione militare “di ferma breve” dell’Esercito. 

Vale a dire in gran parte sono poliziotti formati come un esercito, ma impiegati nelle città e non 

in scenari di guerra. L’Italia è il paese europeo col maggior numero di forze di polizia per cittadino 

(508 agenti ogni 100 mila persone, contro i 300 della Germania, i 354 della Francia e i 259 della 

Gran Bretagna) ma come se non bastasse annovera, insieme alla Spagna con la Guardia Civil, 

anche un corpo di polizia che fa parte dell’Esercito: i carabinieri. I Carabinieri sono un corpo 

militare, senza sindacati e organismi democratici di controllo, sempre più spesso è al centro di 

scandali, violenze e abusi; un esercito con funzioni di polizia che tutela sé stesso in modo 

corporativo. A questo corpo militare l’Italia infine continua ad affiancare l’Esercito vero e proprio 

per compiti di pattugliamento urbano (l’operazione “Strade Sicure”) come sperimentato nei 

decenni precedenti nelle strade di Napoli e delle periferie del sud per la “guerra alla mafia” e 

l’”emergenza criminalità”. E in modo del tutto affine la Spagna ha recentemente impiegato un 

altro corpo militare, la Guardia Civil, erede del franchismo, per reprimere i movimenti 

indipendentisti catalani. Guardia Civil molto più efficace allo scopo persino dei temibili Mossos 

d’Esquadra, che in quanto catalani risultavano troppo “simili” ai rivoltosi per il potere centrale. 

Il medesimo discorso si potrebbe fare rispetto all’utilizzo di “corpi d’elitè” nelle favelas e nelle aree 

più povere centro e sudamericane. Negli ultimi vent’anni i “corpi militari di polizia” 

(come il famigerato BOPE brasiliano) sono stati usati sempre più frequentemente; dall’omicidio 

ancora irrisolto di Marielle Franco alla sparizione di oltre 40 studenti in Messico, agli omicidi di 

ambientalisti e nativi in Argentina questi eserciti sono legati agli episodi più ambigui di una guerra 

portata dal centro del governo nazionale verso i margini della società. Per completare questo 

quadro è bene citare due esempi di nazioni che, sebbene abbiano per Costituzione una serie di 

contrappesi “democratici” al potere delle polizie, non confermano l’inerzia fin qui esposta: 

la Francia e la Germania. In Francia, dove le “colonie interne” sono le sterminate banlieues, 

la polizia continua la sua azione da “esercito coloniale” da decenni, quasi come una vendetta di 

quell’elité bianca cacciata dalle ex colonie d’oltremare. I casi di cronaca sono tantissimi, 

probabilmente un elenco secondo solo a quello statunitense, e proprio come la polizia USA 

quella francese oggi fa battaglie (sebbene “sindacali”) per ottenere migliori armamenti e nuove 

regole di ingaggio. La sindacalizzazione quindi non è l’antidoto alla militarizzazione come si 

pensava negli anni ‘60 e ‘70. Per esempio nel 2016 migliaia di poliziotti, alcuni dei quali 

incappucciati e con le armi di ordinanza bene in mostra, manifestarono per le strade di Parigi, 

scortati dai colleghi, per ottenere maggiori mezzi in difesa della “sicurezza dei cittadini” 

(tra le richieste avere in dotazione un fucile automatico in ogni mezzo). Le proteste approfittarono 

dello stato d’emergenza “anti-terrorismo” voluto da Hollande e da un clima di montante islamofobia

in un paese dove i musulmani sono oltre il 15 % (solo lo 0,7 % dei poliziotti si dichiara musulmano). 

Si scoprì in seguito che 7 poliziotti su 10 che avevano scioperato, avevano in tasca la tessera del

Sindacato Autonomo di Polizia, vicino al Front Nationale di Marine Le Pen. Un modello corporativo

che rende la catena di comando simile a quella militare e che si avvantaggia di un discorso 

pubblico egemonizzato da forze politiche affini, vale a dire l’estrema destra securitaria, 

nazionalista e razzista. E del resto basti pensare alle campagne politiche contro le famiglie di 

Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi fatte dal Sindacato Autonomo di Polizia in Italia per trovare 

similitudini transnazionali. Ma persino in Germania, che ha ordinamento federale e una 

Costituzione specificatamente creata per evitare torsioni autoritarie dello Stato, 

questa tendenza è diventata sempre più preoccupante. Se da una parte infatti le connivenze 

tra polizie e gruppi di estrema destra, persino terroristici, sono diventate uno scandalo 

internazionale, come in Sassonia durante i pogrom di Chemnitz, dall’altro passano inosservate 

le nuove regole di ingaggio della polizia. Nuove regole che, per esempio nella multietnica Berlino, 

impongono agli agenti di comunicare solo in tedesco. Inoltre negli ultimi dieci anni sempre più 

fondi sono stati destinati alla Bundespolizei, la polizia federale, che prima aveva compiti solo di 

frontiera e oggi viene impiegata addirittura per le manifestazioni nei diversi Laender. 

Insieme alla Bundespolizei sempre più frequente è l’utilizzo dello Spezialeinsatzkommando, 

di formazione militare e armamento pesante. Un’altra deroga alla Costituzione tedesca 

riguarda il diritto alla privacy; sempre maggiore è la collaborazione tra polizie regionali, 

agenzie di info-security private e l’esercito (che detiene i mezzi opportuni) per il controllo 

digitale dei cittadini per ordine pubblico e prevenzione. Dopo il G20 di Amburgo, infine, 

sempre più diffuso è stato il ricorso a una misura del Terzo Reich: la “Gefahrengebier”. 

Misura che da riguardare le “zone rosse” temporanee ma è stata estesa in modo permanente 

a parti di città e a linee di metropolitane o aree dello “spaccio”. In queste aree la polizia è 

autorizzata ad andare in deroga al diritto che riguarda identificazione, arresto, custodia dei 

sospettati. Persino in una nazione come la Germania, con una Costituzione scritta per togliere 

potere allo stato centrale e alla polizia, nelle zone grigie del diritto e, prima che la Corte 

Costituzionale si pronunci in merito, si produce una rapida trasformazione del diritto de facto. 

E anche in Germania questa trasformazione cammina sulle gambe di un esercito, reazionario, 

corporativo, coloniale: la polizia.



Abolire la polizia come condizione necessaria per un nuovo welfare.

“Apprendre, comprendre, entreprendre même si on a mal
se lever, progresser, lutter même quand on a mal,
même quand on a mal
entreprendre même si on a mal même si on a mal,
lutter même quand on a mal, même quand on a mal”

(Kery James - Amal)


I casi di abusi da parte della polizia, le legislazioni nazionali che tendono a tutelarne l’elemento 

corporativo, le legislazioni fortemente escludenti e punitive nei confronti di parti più deboli della 

società, la distruzione del welfare e i tagli a tutti gli strumenti che nella tradizione democratica 

vengono utilizzati per rinforzare lo stato di diritto, oggi segnano il presente normativo neoliberale. 

La violenza esercitata dalla polizia non viene controllata da un procedimento democratico e quindi 

non è più emanata da un “popolo sovrano” quanto da un “sovrano” o da una ristretta aristocrazia. 

La frequenza e la sistematicità con cui la polizia viola i diritti fondamentali conferma la tesi 

elaborata prima da Walter Benjamin e più recentemente attualizzata, in particolare da 

Giorgio Agamben, secondo cui la polizia tende a liberarsi del proprio status di semplice strumento 

per l'applicazione della volontà democratica non solo in occasioni specifiche, ma in maniera 

strutturale. Ogni agente di polizia è strutturalmente “stato di eccezione” in sé ed è attore di una

dittatura che esiste latentemente nella normalità quotidiana. Questo significa che oggi più che mai 

la polizia costituisce un rischio strutturale per la democrazia. Limitare il più possibile questo rischio 

è dunque nell'interesse della democrazia stessa, vale a dire “dei molti e non dei pochi”. 

Quello di cui c’è urgentemente bisogno è un'ampia discussione pubblica sulla violenza poliziesca 

in cui la critica alla polizia non sia più un tabù, ma diventi piuttosto un contributo essenziale alla 

realizzazione e al mantenimento di una vera democrazia. 

La repressione delle soggettività escluse e delle forme di vita criminalizzate oggi mina anche 

l’esistenza stessa dei movimenti di massa che in tutta Europa si oppongono a questo ordine 

del discorso politico reazionario. I movimenti femministi, per i diritti GLBT, le istanze antirazziste, 

i movimenti dei precari e delle precarie, per i diritti alla città, dei disoccupati e delle disoccupate 

hanno sempre più a che fare con l’azione della polizia nei cortei ma anche e soprattutto nelle 

strade, nella vita di tutti i giorni. La messa a critica in toto dell’”istituzione polizia”, oggi è, 

in un’ottica intersezionale, il punto programmatico comune di un’alleanza tra forme di vita 

a cui la governance bianca, eterosessuale, proprietaria e razzista ha dichiarato guerra. 

Eppure spesso il dibattito sulla polizia viene relegato a istanza libertaria o marginale e non 

sistemica. In parte questo è anche il prodotto dei processi di segregazione e differenziazione, 

anche tra subalternità, messi in campo dalla repressione. Esistono donne, omosessuali, trans, 

migranti, precari, poveri per le quali il doversi confrontare con la polizia è parte integrante della 

quotidianità. Queste persone vivono una quotidianità in cui l'intervento della polizia è solitamente 

fatto di attacchi e violenze arbitrarie. Sono vittime di controlli, perquisizioni, retate e arresti, 

vengono perseguitate e subiscono offese e violenza fisica quotidianamente. Vivono sui propri 

corpi una condizione in cui non c'è differenza tra diritto e violenza. E proprio da queste comunità 

provengono perciò anche le proposte più interessanti di alternative alla polizia. Il movimento 

statunitense Black Lives Matter è riuscito a rendere l'eliminazione della polizia una realistica, 

e urgente, proposta politica. Al posto della polizia, le attiviste e gli attivisti propongono un'estesa 

decriminalizzazione, dei team di intervento su base di quartiere e di comunità per risolvere conflitti 

locali, il miglioramento radicale dell'infrastruttura sociale e culturale, e soprattutto la 

democratizzazione radicale di tutti i rapporti nella democrazia. 

Un nuovo welfare contemporaneo, quindi, in grado di redistribuire le ricchezze rovesciando la 

tensione capitalistica al monopolio, partendo proprio dalla contestazione del “monopolio della 

violenza legittima”. Ma anche, e soprattutto, un nuovo modello di democrazia che si basi su 

nessi sociali e comunitari. Un modello immaginato e sperimentato, qui ed ora, a partire 

dall’autodifesa da un esercito armato coloniale: la polizia. 

Uno sforzo di immaginazione politica che è molto simile a quello da cui, a Oakland negli anni ‘60,

nacquero le Pantere Nere; non molti ricordano, per esempio, che le Black Panthers avevano 

tra le principali attività quelle delle colazioni per i bambini della comunità, la cura e l’istruzione 

per le persone più marginalizzate, l’istituzione di comitati cittadini; il tutto partendo dall’autodifesa 

dalla polizia bianca e razzista della baia di San Francisco. 

Quando riusciremo a poter decidere in maniera autodeterminata circa le condizioni della nostra vita, 

riusciremo anche a poter rinunciare progressivamente alla violenza come mezzo per la soluzione dei

 conflitti e quindi anche alla polizia come istituzione della violenza in quanto tale. 

Rendere questo orizzonte possibile è compito di tutte e tutti noi.

E se quelli che chiamiamo fascisti fossero solo una cricca di speculatori che scommette sulla barbarie?

…Prima della crisi alla Saint Mary nessuno avrebbe predetto i risultati delle elezioni di quell’anno, nessuno! E poi, poco dopo le elezioni, udite udite il miracolo! Qualcuno credette che fosse stato Dio in persona, ma fu opera di un’azienda farmaceutica controllata da alcuni membri del partito che diventarono oscenamente ricchi…”

(V per Vendetta di Alan Moore)

L’altro giorno leggevo, sconsolato, questo articolo molto ben fatto su Bolsonaro:

https://not.neroeditions.com/bolsonaro-armageddon-capitalista

In particolare mi aveva colpito questo passaggio:

…come ha scritto Naomi Klein –che ha parlato di «capitalismo dei disastri» – per il Capitale la catastrofe in sé non è un problema ma un’opportunità di guadagno. Ci si sta preparando da tempo. È per questo che lungi dal rafforzare il lato della corda di chi vorrebbe evitare il peggio, la comparsa di quel conto alla rovescia ticchettante ha l’effetto opposto: se per il profitto bisogna causare la fine del mondo, tanto vale esser pronti e guadagnarci al massimo…”

Ho provato allora a chiedermi “Si ok, ma arricchirsi come?”.

La finanza dietro strani termini tecnici e calcoli complicati in realtà tende a riprodurre schemi molto elementari. Quasi primitivi. E come tali abbastanza facili da intuire e spiegare. Per dare senso alla tesi di Naomi Klein serve quindi un esempio, un modello solido, concretissimo. Ho scelto di cercarlo, per comodità, partendo dal governo italiano. Mi sono convinto così che una parte del governo, intendo proprio le persone fisiche non il blocco sociale che rappresentano, stiano guadagnando proprio ora, proprio mentre scrivo. E che stiano guadagnando sin dall’insediamento lucrando sul conflitto con l’UE e scommettendo sull’inasprimento della crisi sociale, politica ed economica italiana. Del resto la figura a cui si ispirano i fascisti italiani rimane quella di un dittatore che dopo aver governato per un ventennio e aver trascinato il proprio paese nella miseria e nella guerra, perso il potere, tentò la fuga in grande fretta verso la Svizzera con ciò che era riuscito ad arraffare all’ultimo momento, pur continuando ad invitare i suoi fedeli al sommo sacrificio per la “patria”. E la fuga in Svizzera ritorna anche nel presente quasi come un topos letterario. Per provare a leggere sul piano finanziario questa attitudine all’arricchirsi dalle tragedie, serve però partire da un attore chiave del mercato finanziario: lo short seller, detto anche “venditore allo scoperto”.

Sapete chi sono i venditori allo scoperto? Sono per esempio quei broker che invece che supporre il mercato finanziario, o un titolo in particolare, andrà in positivo, scommettono o fanno in modo che il mercato o il titolo perda valore. Lo fanno perché sono pessimisti? Perché non hanno fiducia nel capitalismo? No, lo fanno per guadagnare. E’ un atteggiamento tipicamente speculativo. Come funziona la vendita allo scoperto? Avete presente la scena finale di “Una poltrona per due” quando in un momento esatto, i due protagonisti, avendo informazioni precise e riservate sull’andamento previsto del raccolto di agrumi, iniziano a vendere mentre tutti comprano? E siccome a quel punto, tutti iniziano a vendere, loro diventano ricchi e i due anziani finanzieri falliscono? Ecco, funziona esattamente così. Da Wikipedia: “La vendita allo scoperto è un’operazione finanziaria che consiste nella vendita, effettuata nei confronti di uno o più soggetti terzi, di titoli non direttamente posseduti dal venditore. Più in generale con questa terminologia si denominano tutti i tipi di operatività finanziaria attuata con l’intento di ottenere un profitto a seguito di un trend o movimento ribassista delle quotazioni di titoli (azioni, strumenti, beni) prezzati in una borsa valori.” Forse è utile un esempio numerico: 1) lo speculatore vende allo scoperto 1 azione della società “x”: l’azione viene istantaneamente prestata dal fornitore del titolo allo speculatore che subito la vende al prezzo sul mercato di 100 euro; 2) successivamente il prezzo dell’azione scende a 80 euro; 3)per terminare l’operazione ribassista lo speculatore acquista 1 azione della società “x” a 80 euro, cioè a prezzo di mercato, effettuando quindi l’operazione di ricopertura dello scoperto: l’azione acquistata viene istantaneamente ceduta al prestatore per rifonderlo del titolo da lui fornito allo speculatore. Nel caso in esempio l’operazione è risultata in profitto di 20 euro, ai quali viene automaticamente sottratto l’interesse da corrispondere al datore del prestito (che è sul valore del prestito e quindi perdendo valore l’azione a sua volta si riduce).

All’indomani della crisi dei debiti sovrani, la BCE ha provato a limitare questo genere di speculazioni per i titoli di stato nazionali ponendo dei paletti, e in generale sul mercato dei titoli di Stato sul mercato secondario, oltre che a usare il proprio capitale per acquistare titoli di Stato attraverso il QE. Tuttavia il caso su cui la BCE non poteva intervenire era quello (impensabile fino a pochissimo tempo fa) in cui proprio nella cabina di regia, politica ed economica, di chi emette i titoli, cioè di uno stato, ci fosse uno speculatore in grado di determinare il mercato dei titoli, l’emissione e l’acquisto degli stessi, attraverso il proprio programma di governo. Determinarlo con i Tweet o con l’acquisto e la vendita poco importa giacché i titoli di stato hanno una temporalità che rende la speculazione ancora più efficace se agita in modo simile ma su una temporalità più lenta, rispetto ai titoli di mercato normalmente scambiati in Borsa. Da Maggio ad oggi leggendo le aste, il valore, gli scambi sui titoli, lo spread, ma anche il DEF, le norme fiscali come anche scelte politiche ed economiche del governo gialloverde oltre che il timing dell’azione di governo e della sua politica economica si può tendere a confermare la tesi che vede nell’azione di Salvini et co. una precisa volontà come se si trattasse di attori sul mercato finanziario, Tutto ciò in realtà era già stato scritto, in un articolo del sole 24 ore a pochi giorni dall’insediamento del “governo del popolo”, a giugno:

https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-06-06/mercati-cosi-speculatori-guadagnano-debito-presente-e-futuro-dell-italia-191955.shtml?uuid=AE0mCh1E

Probabilmente il Sole24 ore possiede arti divinatorie particolari, ma già prevedeva cosa ci sarebbe stato nel DEF autunnale e definiva l’atteggiamento del governo partendo proprio dal mercato secondario dei titoli di stato. Forse tradendo un approccio paranoico o un eccesso di importanza dato ai numeri, e non fidandosi dell’etica politica di chi negli ultimi decenni ha commerciato in diamanti, immobili, spostato capitali all’estero e truffato lo stato per 49 milioni di euro mentre tutti attaccavano il conflitto di interesse di Berlusconi, si è provato ad applicare l’etica dello short seller alla Lega Nord nel Governo Conte. Sul curriculum economico della Lega Nord e la continuità con la “nuova Lega Nord” sul piano della gestione economica è bene leggere questo articolo:

https://www.nextquotidiano.it/preso-leghisti-sequestro-preventivo-dei-conti-della-lega/

Come riportato dal sole 24 ore quindi, all’indomani dell’insediamento del governo la richiesta di prestiti di Titoli di Stato Italiano ha stabilito un record, malgrado tutti (in particolare l’opposizione) si aspettassero un’impennata dello spread ed aste deserte. In particolare questo dato ha riguardato quei titoli che per durata non lasciavano intuire l’uscita dell’Italia dall’Euro quanto una manovra economica in deficit. Ma esistono degli esempi concretissimi che confermano la tesi della “cricca di venditori allo scoperto” nella stanza dei bottoni del Governo.

Il primo, più macroscopico esempio è quello di Paolo Savona, il campione dell’euroscetticismo contro Draghi; Savona era “director active” di un fondo speculativo Euklid LTD e aveva recentemente spostato in Svizzera un patrimonio personale pari a 1,4 milioni di euro. Il fondo Euklid LTD è un fondo puramente speculativo che agisce usando velocissimi algoritmi proprio sul mercato delle vendite allo scoperto. Il fondo ha sede a Londra ma è legato in UE ad un omonimo fondo nel Lussemburgo. Si sa che il Lussemburgo grazie all’odiato Junker è il paradiso di questo genere di attori finanziari. Savona appena emerso lo scandalo (di cui si è parlato molto poco) si è affrettato a dichiarare di essersi dimesso dal fondo prima di entrare nel governo. Tuttavia ancora a ottobre la posizione era registrata presso la camera di commercio inglese. “Si è trattato di un errore di registrazione” hanno dichiarato dal board dell’agenzia, all’avanguardia in intelligenza artificiale e blockchain finanziario. Un banalissimo, e paradossale visto il campo di azione dell’azienda, errore di trascrizione e comunicazione alle autorità competenti del Regno Unito. Sta di fatto che ad oggi Savona risulta formalmente ancora legato ad un fondo che specula sui titoli finanziari, inclusi in potenza anche i titoli di stato italiani.

http://www.finanzaonline.com/notizie/savona-sotto-attacco-per-posizione-in-fondo-speculativo-euklid-e-fondi-in-svizzera-la-risposta-del-ministro

https://www.agi.it/economia/paolo_savona_euklid-4495702/news/2018-10-17/

Potrebbe essere un caso isolato se non fosse che anche Alessandro Borghi, tra una dichiarazione sulla volontà di uscire dall’Euro e una proposta sui mini-bond, da responsabile economico di Salvini, è stato molto attivo sul mercato dei titoli di Stato. Anzi confrontando le fonti qui riportate si direbbe sia uno dei soggetti speculatori di cui parlava il sole 24 ore già da giugno.

http://www.wallstreetitalia.com/responsabile-economia-lega-investe-in-titoli-di-stato-esteri/

http://www.affaritaliani.it/economia/mercati-borghi-ad-affari-compro-btp-l-italia-ha-dei-buoni-fondamentali-563180.html?fbclid=IwAR0pGwIWhG-a-TbfGudHeqa_0x_27HteNH31Q24gevFIiA1prvPNJ7Z9-1M

Il Responsabile economico della Nuova Lega (il successore di Belsito) dovrebbe già aver guadagnato a spese dello stato italiano diverse decine di migliaia di euro proprio grazie alla svalutazione dei titoli di stato. Magari li spenderà per pagare la sanzione a cui è stato condannato per “irregolarità consistenti in carenze nell’erogazione e nel controllo del credito” quando era componente del consiglio di amministrazione dei un istituto creditizio messo sotto ispezione da Bankitalia nel 2013. Anche Borghi, come Savona, così come riportato da una polemica con Serra ha depositato i suoi risparmi in Svizzera, giusto per ribadire quanto tenga all’interesse nazionale. Irregolarità e condanne ben più pesanti di quelle per cui è indagato per esempio, il sindaco di Riace Mimmo Lucano a cui la stessa procura ha dovuto riconoscere il beneficio di non aver agito per arricchirsi. Forse è bene ricordarlo quando Salvini parla di “rispetto delle regole”.

E su fondi lussemburghesi, conti all’estero e condono fiscale, ancora presente (anche se pure qui il Movimento 5 Stelle, parla di un “errore di trascrizione”) nel decreto fiscale, in approvazione, è bene richiamare un’altra felice inchiesta dell’Espresso:

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/06/05/news/i-soldi-dei-leghisti-nascosti-in-lussemburgo-1.323338

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/09/18/news/soldi-lega-il-vero-motivo-dell-accordo-sui-49-milioni-in-comode-rate-1.327094

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/09/13/news/lega-pm-in-lussemburgo-tre-mesi-fa-l-inchiesta-dell-espresso-sui-fondi-offshore-1.326892

Come dire, la politica fiscale dell’eurocrate Junker va bene quando si parla dei propri soldi. Senza trascendere troppo in tesi complottiste, possiamo con certezza dire che almeno due figure di primo piano del governo italiano, a oggi, si potrebbero essere arricchite grazie alle posizioni del governo stesso. Nel caso di Savona non abbiamo la certezza perché non abbiamo la controprova sui movimenti del fondo speculativo a cui era legato ma su Borghi invece questo guadagno è evidente. E possiamo dire senza dubbio che le loro posizioni economiche hanno influenzato pesantemente le scelte del governo stesso. Ci troviamo di fronte quanto meno a un possibile pesante conflitto di interesse se non a un caso lampante di disonestà intellettuale e politica a spese della collettività.

Se però, cogliendo lo spirito dei tempi, mettessimo in correlazione questi esempi, che sono quelli leggibili e pubblici, potrebbe a qualcuno venire lo strano sospetto di trovarsi di fronte a una cricca di speculatori che ha creato un nuovo strumento speculativo finanziario: un po’ aggiotaggio e un po’ vendita lenta allo scoperto, utilizzando il “populismo” e il governo nazionale. Da questa prospettiva tutta la retorica di Salvini non apparirebbe neanche fuffa o arma di distrazione di massa, ma lo strumento più efficace per aumentare in breve tempo i guadagni dell’operazione, spingendo al ribasso il dibattito politico nazionale. Come, quindi, funzionale a questo strumento, sarebbe la retorica del “moriremo tutti” dell’opposizione parlamentare. Del resto la fuga dei capitali, i dati sulla crescita, la tensione con l’UE ma anche il riproporsi in sedicesimi di questo atteggiamento, sempre più spaventato, da parte dei risparmiatori produce delle conseguenze economiche, che qualcuno sta monetizzando. Se poi questo qualcuno vuole anche socializzare le perdite, con una patrimoniale o chiedendo 3000 euro in titoli di stato ai cittadini, magari sarebbe bene avere l’accortezza di leggere questi processi oltre la cortina fumogena della retorica. Non foss’altro per quel ragionevole dubbio con cui gli americani fanno affari e che è sintetizzato nel motto “se devi comprare un’auto da qualcuno è bene sapere ogni cosa della macchina ma anche di questo qualcuno”.

https://www.linkiesta.it/it/article/2018/10/30/cucu-la-manovra-del-cambiamento-non-ce-piu-alla-fine-rimane-solo-il-co/39939/?fbclid=IwAR0VDwqgk9Tkh_1PuRJYsI3Pv-JgG78qQyqbDPgLa-ZVeDaKOXFVVkHRre8

Ma le banche? L’establishment? L’UE? La BCE? I “poteri forti”? Rimanendo agli esempi di Wikipedia, esiste un caso in cui i “venditori allo scoperto” perdono. Quando cioè i titoli aumentano di valore. Rimanendo all’esempio precedente potremmo riassumerlo così: 1)lo short seller vende allo scoperto 1 azione della società “x”: l’azione viene istantaneamente prestata dal fornitore del titolo allo short seller che subito la vende al prezzo sul mercato di 100 euro; 2)successivamente il prezzo dell’azione sale a 120 euro; 3) per terminare l’operazione ribassista lo short seller acquista 1 azione della società “x” a 120 euro, cioè a prezzo di mercato, effettuando quindi l’operazione di ricopertura dello scoperto: l’azione acquistata viene istantaneamente ceduta al prestatore per rifonderlo del titolo da lui fornito allo short seller. Nel caso in esempio l’operazione è risultata in perdita di 20 euro, ai quali viene automaticamente aggiunto l’interesse da corrispondere al datore del prestito. Chi è il datore del prestito? Ma è ovvio: una banca. E dopo il 2008 non esistono banchieri che vogliono fare la fine di Rick Fuld, di Lehman Brothers, che sconta diversi ergastoli a New York per merito degli hedge funds di Wall Street.

Ma potremmo dire, rimanendo al campo dei titoli di Stato, la Banca Centrale, o, dopo il QE di Draghi, anche la Banca Centrale Europea. La BCE non è effettivamente così contenta che i titoli acquistati fino ad oggi perdano valore, e questo spiegherebbe perché, nonostante le tensioni sui mercati e i pronunciamenti delle agenzie di rating, da Francoforte si tenda a calmierare l’oscillazione sui titoli. All’indomani della lettera di Moscovici, lo spread sui titoli è rimasto basso e Savona, confermando il braccio di ferro finanziario, non ha festeggiato come potevamo aspettarci ma, al contrario, ha subito denunciato il sospetto dell’intervento della BCE. E’ un braccio di ferro per fare emergere interessi e responsabilità reciproche al di là delle retoriche sui mercati, il debito e l’UE di fronte all’opinione pubblica.

Questa chiave di lettura, partendo dal caso italiano ma credo sia sovrapponibile agli USA come a UK e probabilmente al Brasile, smonta qualunque differenza tra finanza globale ed economia sovrana e nazionale perché legge tutti gli attori politici in campo come attori di un mercato che è già finanziario e globale; attori che agiscono secondo un proprio interesse economico. Ovviamente per avere una controprova di ciò toccherebbe sapere quali sono le azioni nei portafogli degli esponenti dell’internazionale che si richiama a Steve Bannon, il cui patrimonio è comunque passato dal 2015 al 2017 da 11,8 a 53,8 milioni di dollari (anche lui come dimostra il caso Cambridge Analityca attore economico e finanziario non di secondo ordine, in grado di arricchirsi sull’onda reazionaria aumentando le quotazioni sul mercato almeno fino a marzo 2018 grazie ai risultati elettorali in India, Kenya, Malta, Messico, UK, USA). Del resto le inchieste sull’ideologo di questa “internazionale sovranista” lo dipingono quasi come un modello di questa tensione a lucrare sull’apocalisse. Bannon è riuscito abilmente a fare profitti attraverso le proprie idee politiche incrociando mercato dei data, investimenti esteri, data mining, speculazioni finanziarie ed il tutto partendo dalla produzione a Hollywood di documentari “indipendenti” politici su teorie complottiste da vendere ad un pubblico che è diventato via via più vasto. Le sue teorie politiche hanno quindi solo aumentato i suoi profitti personali (o viceversa), muovendosi senza troppi problemi proprio in quel mercato globale tanto odiato (persino in Cina).

https://www.independent.co.uk/news/world/americas/steve-bannon-donald-trump-films-documentary-white-house-us-election-win-bill-hillary-clinton-a7676586.html

https://www.washingtonpost.com/investigations/steve-bannon-once-guided-a-global-firm-that-made-millions-helping-gamers-cheat/2017/08/04/ef7ae442-76c8-11e7-803f-a6c989606ac7_story.html?noredirect=on&utm_term=.b7224bf17dc9

https://www.newyorker.com/magazine/2017/05/01/how-hollywood-remembers-steve-bannon

Ma, sebbene i titoli di stato e il caso Lega Nord nel governo Conte siano più facilmente verificabili perché normati da leggi più rigide di quelle del mercato azionario, lo schema politico ed economico probabilmente potrebbe essere riprodotto anche seguendo il filo d’Arianna nei labirinti della finanza globale. Basti pensare, a titolo esemplificativo, alle inchieste che riguardano il paladino di Brexit Nigel Farange e i profitti che gli hedge found, cioè i fondi dei venditori allo scoperto della City, hanno avuto grazie a lui e alle sue scelte mediatico-politico. Farange la sera del referendum, pur conoscendo i risultati, annunciò la propria sconfitta per poi ribaltare tutto dopo 3 ore. Ma in quel lasso di tempo la City, e probabilmente lui o il suo tesoriere ne hanno giovato notevolmente. Dopo 3 ore all’annuncio della Brexit i titoli sono crollati come da manuale dello short selling:

https://www.corriere.it/esteri/18_giugno_27/brexit-l-ombra-beffafarage-finse-sconfittaper-favorire-speculatori-4c7eb832-7978-11e8-80e9-424fd8b8c17b.shtml

https://www.bloomberg.com/news/features/2018-06-25/brexit-big-short-how-pollsters-helped-hedge-funds-beat-the-crash

https://www.theguardian.com/politics/2018/jun/25/nigel-farage-denies-shorting-value-of-sterling-on-night-of-brexit-vote

Gli interessi economici contrapposti, semplificando, risulteranno quelli di chi guadagna dalla catastrofe, gli speculatori e venditori allo scoperto e quelli di chi dalla stabilità economica e dagli interessi sui prestiti, le banche e le casse di risparmio innanzitutto. Fotografata così la realtà, in teoria potremmo dare una spiegazione a diverse fasi che dal 2008 si sono alternate. E purtroppo bisogna ribadirlo, essendo lo spirito della finanza globale quello degli speculatori, possiamo anche capire perché questi vincano oggi sotto i vessilli del populismo, del sovranismo, del nazionalismo. Questa lettura inoltre ci spiega i continui rilanci verso un’idea regressiva della società ma anche verso il disastro ambientale e sociale dei cosiddetti sovranisti. E magari questa lettura inquadra meglio il ruolo di utili idioti al servizio dei diversi attori finanziari in campo sia delle socialdemocrazie sia dei cosiddetti sovranisti di sinistra.

E voi affidereste la vostra vita ad un algoritmo di Google?

Qualche anno fa, era il 2012, destò molto stupore tra gli addetti ai lavori la previsione di Vinod Khosla, apprezzato co-fondatore di Sun Microsystems. Il guru del web 2.0 infatti, al Summit sull’innovazione sanitaria ospitato da Rock Health, a San Francisco, dichiarò che: “l’assistenza sanitaria esattamente al pari della stregoneria si basa sulla tradizione” e che compito della tecnologia sarebbe stato quello di rendere meno arbitrarie le valutazioni sulla malattia sottraendo potere all’attività di cura e alle conoscenze dei medici, per consegnarlo a dati misurabili e parametri oggettivi sul benessere dell’individuo. Concludendo il suo intervento già sufficientemente provocatorio, Khosla predisse che entro il 2030 l’automazione e la digitalizzazione avrebbero sostituito l’80 % dei medici in tutti i sistemi sanitari del primo mondo. A sei anni da quelle parole sembrerebbe però che il processo di cui parlò Khosla non sia effettivamente partito o, quantomeno, se partito non lo ha fatto nel modo così irruento e con la velocità che aveva lasciato intendere l’inventore del linguaggio Java. In realtà non è esattamente così; per capirlo basta assumere un punto di vista macro economico, così da non poter non notare l’aumento deciso e progressivo, anno dopo anno, della quota di plasvalenze che i collossi della Silicon Valley o del North West americano, investono in ricerca o acquisto di giovani start up, brevetti e modelli innovativi nel settore sanitario e del care work. Secondo la prestigiosa rivista Forbes gli investimenti sul settore sono cresciuti infatti, negli ultimi 3 anni, rispettivamente del 10, del 18, del 26 % rispetto all’anno precedente e già nella prima metà del 2018 risulta agli osservatori economici scontato si segnerà un nuovo record. La dimensione e la profondità del processo diventano ancora più lampanti se ci soffermiamo su alcuni specifici sistemi sanitari del cosiddetto “primo mondo”, cui faceva riferimento Khosla. Tra questi sistemi sanitari quello a più rapida e profonda trasformazione, e su cui sarà bene fare un approfondimento specifico più avanti, è quello della Repubblica Federale Tedesca.

Iniziamo però, come dicevamo, dal capire chi investe, quanto e perché nella trasformazione robotica e digitale dei servizi clinici, nei lavori di cura e assistenza, nella prevenzione e nel monitoraggio di stili di vita individuali legati al benessere fisico delle persone. Bisogna andare nella Valle del Silicio californiana per comprendere almeno macroscopicamente i movimenti dei colossi della sharing economy in questo campo. Infatti oggi sono proprio Microsoft, Apple, Amazon e Google stanno investendo ingenti capitali per fornire strumenti all’avanguardia per i sistemi sanitari nazionali in rapida trasformazione in tutto l’occidente.

Nello specifico Microsof e Apple investono in tecniche di rilevamento ed elaborazione di dati biometrici in tempo reale, in grado di fornire continui interventi per migliorare la salute di un individuo. Esattamente come negli altri campi quindi queste due aziende si concentrano sullo sviluppo di sofware e hardware al servizio innanzitutto della quotidianità del singolo. Elemento interessante da sottolineare è come siano le due aziende a richiamare continuamente l’attenzione pubblica sulla difficoltà a rendere i dati sulla salute dei cittadini immediatamente reperibili, comunicabili e completi, facendone un problema di trasparenza ed efficienza verso i malati. Ma anche un danno economico, da loro stimato, per il sistema sanitario americano pari a 3 trilioni di dollari. Per questo per la prima volta da decenni, hanno collaborato alla realizzazione di una conferenza sul tema, la Blue Developer Conference. Ovviamente la creazione di un metodo standard di raccolta e condivisione di informazioni sensibili dell’individuo se da un lato può aiutare i “caregiver” nell’intervento ospedaliero, dall’altro rischia di dare ai “signori dei data” che ne detengono il brevetto un ulteriore, enorme, fetta di potere sulle nostre vite.

Anche Amazon sta iniziando a mostrare il proprio interesse per un settore che, secondo l’uomo più ricco al mondo, Jeff Bezos può valere la cifra record solo negli USA di 10 trilioni di dollari. Come da usuale strategia aziendale, Amazon ha iniziato a dichiarare interesse solo dopo un lavoro sotterraneo e segreto svolto negli ultimi dieci anni. Amazon già nel 2008 sviluppò partnership per forniture agevolate con i principali distributori di servizi ospedalieri negli USA (per esempio la Cardinal Health) per adattare i propri servizi e processi produttivi alle varie legislazioni dei diversi Stati USA; quindi con la sua branca di servizi cloud AWS si è posta in diretta competizione con Microsoft Azure and Alphabet (cioè Google) per creare una rete di investitori e giovani start up. A inizio 2018 quindi, quando il know how e i capitali erano sufficienti al lancio della nuova fase, ha comunicato in una conferenza stampa la chiusura di un accordo multimilionario con i colossi dei servizi e della finanza JP Morgan e Berkshire per sviluppare quello che Bezos ha definito un “autonomo e innovativo sistema sanitario” per tutti i loro dipendenti e assistiti. Per quanto è dato a oggi sapere a parte servizi alla distribuzione farmaceutica e raccolta attraverso il suo dispositivo di AI domestica Alexa di informazioni sulla salute delle persone, non c’è molto che faccia intuire come Amazon stia sviluppando la propria mission. Sebbene da più parti prevalgano scetticismo e dubbi, rispetto a questa nuova impresa del colosso di Seattle, gli investitori hanno da subito scommesso per fiducia su Bezos per la cifra incredibile di 1 trilione di dollari. Fosse anche solo un bluff il gigante del commercio on demand avrebbe guadagnato moltissimo a conferma di un’attenzione spasmodica degli investitori verso l’intero comparto.

Ma tra tutti è Google l’azienda che risulta più dinamica. Il motivo è che Google detiene i dati della popolazione mondiale sulle ricerche sul suo motore web; quindi fu da subito in grado di rilevare come l’utilizzo maggiore del suo motore di ricerca era legato alle malattie, sui farmaci e sulle cure su cui gli utenti avevano bisogno di documentarsi. Intuendo da questo le potenzialità del campo iniziò, in anticipo su tutti i possibili concorrenti, a muoversi con particolare attenzione alla digitalizzazione e alla robotizzazione dei servizi alla salute. Ancora oggi una parte importante dei fondi per lo sviluppo degli algoritmi di ricerca va all’indicizzazione sempre più precisa e ottimale delle ricerche web di carattere medico. Oltre però al motore di ricerca in sé, gli altri due assi di investimento principali sono quelli riguardanti i servizi cloud ma anche quelli che potevano rendere l’azienda di Palo Alto partner per i servizi sanitari nazionali in tutto il mondo. Infatti già dal lontano 2009, Alphabet (questo il nome dell’azienda dietro il motore di ricerca) ha depositato 186 brevetti per l’automazione del settore sanitario. Questi brevetti vanno dalle applicazioni di monitoraggio sullo stile di vita in tempo reale alla vera e propria ricerca medica. Per esempio monitorano il processo degenerativo di alcune malattie come il Parkinson e incrociano i dati raccolti sul paziente con le infinite possibilità di intervento in tempo reale; oppure utilizzando il calcolo quantistico per lo studio sul genoma umano (Google Genomics), offrono profilazioni dettagliate fino alla genetica del singolo individuo. Oppure ancora c’è il progetto DeepMind Health, offerto ai sistemi sanitari per l’organizzazione delle cartelle cliniche e l’incrocio dei dati ospedalieri. Inoltre ci sono aziende di proprietà di Alphabet che sviluppano i sensori per il monitoraggio del diabete o altre malattie croniche (Verily) o i software per l’organizzazione di uno stile di vita longevo (Calico, Fitbit, Google Healthcare), o software per la raccolta ed elaborazione di dati per le compagnie assicurative. Insieme alla multinazionale Johnson&Johnson, inoltre, il colosso del web sta sviluppando il progetto Verb Surgical, vale a dire un’avanguardistica piattaforma di servizi alla chirurgia costantemente aggiornata e di dimensione planetarie. Non a caso proprio Google da anni collabora con il servizio sanitario nazionale più grande in Europa, quello del Regno Unito.

E proprio partendo da quest’ultimo esempio, come dicevamo, per comprendere anche sul piano qualitativo come avanzi il processo di automazione, robotizzazione e digitalizzazione della sanità è utile osservare cosa accada nei diversi paesi e nei rispettivi servizi sanitari nazionali. Se ciò richiederebbe tempo e studio per produrre un report comunque in ritardo sul processo complessivo è bene cercare tra i diversi paesi quello dove questo processo risulta a uno stadio più avanzato. E senza ombra di dubbio, la sanità che più di tutte può oggi dare indicazioni importanti sul significato e le implicazioni di tutto ciò è quella tedesca. La Germania è infatti all’avanguardia al punto da sembrare aver preso molto sul serio la profezia di Khosla, facendo in modo che questa si realizzi. Le ragioni per cui tra le economie più ricche del pianeta, l’RFT sia quella che più investe nella trasformazione tecnologica delle attività di cura dei malati sono connesse a specificità che è bene conoscere.

Innanzitutto bisogna ribadire che In Germania il sistema sanitario è di tipo assicurativo, al netto della tutela del welfare state per disoccupati e workingpoor (cioè quasi il 20 % della popolazione residente secondo lo Statistisches Bundesamt). Sistema assicurativo molto simile a quello statunitense, universalmente noto per essere particolarmente iniquo. Vale a dire che l’assicurazione sanitaria è obbligatoria per tutti i cittadini e, quindi, le assicurazioni sanitarie sono quelle che rimborsano ospedali, medici e ambulatori per le prestazioni erogate (una cifra che solo per le cliniche ospedaliere nel 2017 si aggirava intorno ai 102 miliardi di euro). Va da sé che ogni spesa di tipo sanitario viene rimborsata o meno in base all contributo assicurativo, pagato dal paziente. E quindi se l’assicurazione minima, quella che lo Stato paga per le fasce meno tutelate della popolazione, copre solo alcune cure basilari, polizze private molto più costose possono comprendere tra le cure previste anche interventi di chirurgia estetica. Come noto le compagnie assicurative non sono enti di beneficenza e non conseguono come obiettivo il benessere dei cittadini ma il proprio profitto aziendale; questa banalità implica, negli ospedali tedeschi, una sorta di continuo e maniacale controllo del “processo produttivo” di corsia e un’ottimizzazione austera dei costi per le cure sanitarie votata al risparmio e all’efficienza estrema. In alcuni casi però ciò può anche significare scegliere interventi meno costosi sebbene più invasivi rispetto ad altri con tutti i problemi per la vita del paziente conseguenti. Tutto ciò garantisce che le compagnie possano massimizzare i profitti e ridurre il rischio di impresa che, trattandosi della salute, potrebbe essere altrimenti molto alto. E il sistema funziona alla grande, almeno per le compagnie assicurative tedesche. Nel 2017 il sistema delle Gesetlische Krankenkasse, vale a dire le compagnie assicurative di diritto pubblico, ha chiuso il bilancio annuo con un guadagno di 3,5 miliardi di euro complessivi. Un caso unico al mondo, una sanità che non solo non va in perdita nell’erogare un servizio costoso, ma addirittura produce profitti. Il tutto in una nazione di oltre 80 milioni di abitanti e con standard altissimi.

Ma se fosse tutto interpretabile attraverso fogli excel su cui fare conti economici, i rigorosi ordoliberiberali tedeschi potrebbero dichiarare di aver trovato la soluzione per ogni problema della società. Purtroppo la realtà è più complessa di quanto appare. E infatti in diverse classifiche internazionali, non da ultima quella più recente della rivista scientifica Lancet, il Sistema Sanitario Tedesco è puntualmente dietro quello italiano e francese, di impianto pubblico e universalista, secondo diversi parametri che bilanciano la sua invidiabile solidità economica e qualità tecnologica e farmaceutica. Il sistema assicurativo come dicevamo produce ad ogni livello, da quello centrale fino all’ambulatorio locale, una continua rincorsa al risparmio ed alla standardizzazione degli interventi perdendo così via via persino la dimensione più “classica” del rapporto tra medico, infermiere, addetti alla cura e paziente e ponendo seri problemi di natura etica.

La rapida mutazione del lavoro di cura ospedaliero in Germania che accompagna la digitalizzazione e la robotizzazione degli ospedali, sta producendo per esempio tra i care givers forme di burnout, dimissioni volontarie, depressioni. Secondo il sindacato del settore dei servizi Ver.di, per esempio, negli ultimi 10 anni i casi di bornout del personale infermieristico sono aumentati di quasi il 300 % e molti infermieri preferiscono dimettersi e lavorare in altre cliniche dove ancora viene tutelata la loro storica funzione professionale rispetto a ospedali più prestigiosi ma ormai quasi totalmente automatizzati. Il tutto poi avviene in una società sempre più vecchia (le persone bisognose di cura si stimano per il 2020 in uno sconvolgente 37,4 % sull’intera popolazione, secondo l’Università di Essen) e sempre più bisognosa di personale addetto alla cura (la domanda cresce del 3 % annuo) e in un mercato del lavoro dove mancano le figure professionali del settore altamente formate come medici, infermieri e tecnici. Abbastanza note a questo proposito le disperate campagne di recruitment che l’Agenzia Federale del Lavoro ha fatto in alcuni paesi europei con alto tasso di disoccupazione, come la Spagna, alla ricerca di giovani infermieri per colmare il fabbisogno urgente di 80.000 lavoratori degli ospedali tedeschi.

In questo cortocircuito sistemico tra modello contributivo e assicurativo, svuotamento di senso del care work, riduzione della componente umana ed empatica nei lavori ospedalieri e domanda in crescita di figure formate alla cura, l’automazione prevista da Koshla è stata ovviamente letta come una soluzione molto più verosimile e meno utopistica rispetto al cambiare l’intero paradigma verso un più classico modello universalistico che garantisse il diritto alla salute più dei profitti delle grandi compagnie assicurative.

A tutte queste condizioni oggettive bisogna infine aggiungere quanto le resistenze ai cambiamenti nelle mansioni ospedaliere sempre più spesso sfocino in scioperi e vertenze sulle condizioni di lavoro oltre che sui livelli salariali. Per esempio, nel più grande ospedale di Berlino, uno dei più importanti policlinici universitari d’Europa, lo Charitè, da anni ormai il personale infermieristico sta portando avanti insieme al sindacato di settore una lotta per il riconoscimento di condizioni lavorative migliori, ponendo al centro della vertenza la dignità della propria figura professionale minacciata dai processi freddi di ottimizzazione della produttività. Anche in questo non si può dare torto a Koshla, sicuramente i robot non protestano né scioperano. Proprio lo Charitè infatti, con il suo milione di pazienti ogni anno e i suoi 15.000 dipendenti, è l’ospedale che da più tempo e più di tutti sta investendo in “automazione e robotizzazione dei servizi al paziente”. Molte mansioni che prima erano competenza esclusiva degli infermieri sono stati sostituite da robot (distribuzione ad alta precisione dei medicinali nei reparti, il servizio di pasti, la rilevazione dei valori dei pazienti, la somministrazione endovenosa dei medicinali ecc…). Tutto ciò è stato accompagnato da una conseguente riduzione del personale infermieristico che deve però coprire ormai interi reparti in numero ridotto, limitando la propria mansione ad un alienante e ripetitivo controllo delle macchine, alle rilevazioni dei dati forniti e al riempimento di appositi schemi precompilati. Tabelle la cui elaborazione per adesso è ancora affidata al personale medico sebbene si stiano sperimentando, in modo blando e solo per reparti a basso impatto, software che, su base statistica partendo dai dati raccolti in corsia, possano suggerire al medico diagnosi e cura ottimale; ovviamente sta tutto nel decidere se la priorità sia data all’ottimale per il paziente o a quello per la compagnia assicurativa che paga le cure e quindi nei fatti le strutture sanitarie stesse. A oggi per come i media tedeschi raccontano le testimonianze del personale, nell’ospedale più importante della capitale (che è anche l’azienda più grande della città) un infermiere è costretto a lavorare esattamente come in una Warehause di Amazon, dove invece dei pacchi ci sono i malati.

A questo scenario distopico che svuota per via tecnologica l’istituzione ospedaliera della sua funzione storica, si aggiungono, sempre in Germania, aspetti non proprio rassicuranti che riguardano il rapporto tra individuo e salute anche fuori dal contesto strettamente ospedaliero. Per esempio è sempre più sfruttata la possibilità che le compagnie assicurative hanno di richiedere di installare, su base volontaria, sullo smartphone dell’assicurato un’app funzionale al monitoraggio dello stato di salute e delle abitudini alimentari o dello stile di vita; si arriva così a casi in cui le compagnie hanno la possibilità di considerare un lavoratore autonomo o freelance troppo oneroso, rifiutando quindi la copertura sanitaria e costringendo il malcapitato a rivolgersi alle costosissime compagnie assicurative di diritto privato (l’Allianz su tutte). Questo perché, per un banalissimo calcolo costo benefici, il lavoro dipendente risulta meno stressante ed usurante e quindi meno costoso dal punto di vista della cura, rispetto al lavoro autonomo, al contrario magari di ciò che si potrebbe intuire. Questo incrocio tra profilazione algoritmica attraverso smartphone, costo della polizza assicurativa sanitaria “su misura” e governo dello stile di vita, è l’altra gamba del processo di digitalizzazione della salute. E se per adesso in Germania questa forma di controllo “salutista” del device sull’individuo resta ancora limitato a scelte volontarie dell’individuo per accedere a forme più o meno vantaggiose di polizza, per intravedere cosa potrebbe aspettarci in futuro basta pensare a cosa succede nella smart city più smart del pianeta: Singapore. La città stato asiatica è da anni esibita a livello planetario come il prototipo per eccellenza di efficienza digitale applicato alla società. E questo modello viene riproposto spesso nel dibattito pubblico berlinese e tedesco in moltissime conferenze sul tema “smart city”. Conferenze che vengono finanziate e promosse quasi tutte dal progetto “A smart life” con i fondi comunitari del programma Horizon 2020; programma che vede la RFT come primo paese per richieste e progetti e quindi contributi versati. Horizon 2020, che riguarda l’innovazione e il potenziamento tecnologico, con i suoi 80 miliardi di euro, sta svolgendo in Germania la funzione di presentare e proporre come compatibile e necessaria una sorta di algocrazia, in tutti i campi della società, sanità compresa. E come dicevamo, l’orizzonte, il modello di gestione della sanità in una visione tecnoentusiasta, è quasi sempre Singapore (il Social Credit System della Repubblica Popolare Cinese sarebbe un paragone meno felice sebbene comunque coerente). Nella città stato asiatica da diversi anni i cittadini sono governati da politiche basate sull’enorme mole di dati che essi stessi giornalmente producono. Compresi quelli dei social network su cui il governo è molto attivo e che sono costantemente monitorati attraverso la sentiment analysis. Dati dagli oggetti, dati dalla rete, dati dai cittadini. Ed è grazie a questi dati che i comportamenti dei cittadini, i reati, i desideri vengono rilevati, anticipati e spesso orientati anche rispetto ai consumi, agli stili di vita, alla formazione, al lavoro. Ogni cittadino ha una storia digitale molto dettagliata. Anche rispetto alla propria salute e ai costi che questa potrebbe comportare. Anche il sistema sanitario di Singapore è di tipo assicurativo come quello tedesco e quello statunitense. L’algocrazia della “smart city” offre la possibilità alle compagnie assicurative di decidere se coprire dal punto di vista delle cure mediche o meno un paziente sulla base delle sue abitudini individuali costantemente monitorate, utilizzando i dati che il cittadino stesso condivide per accedere ad altri servizi pubblici. Il meccanismo non è quello di un Big brother imposto da un dispotico governo autoritario ma di una cessione progressiva di informazioni in cambio di servizi pubblici. L’esito finale tuttavia è identico e infatti sia il SCS cinese che il modello Singapore oggi risultano difficilmente distinguibili nella sostanza. Quindi, per quanto possa sembrare paradossale o accidentale, e vale a Singapore ma diventa sempre più evidente in Germania, l’utilizzo del device individuale per la gestione della salute non sarebbe possibile senza la cessione, volontaria e progressiva, di informazioni personali, anche sensibili come quelle sulla salute, in cambio di una convenienza economica in un sistema sanitario contributivo e assicurativo. E questo sarebbe a sua volta quasi impossibile senza, da una parte, una solida e acritica retorica tecnoentusiasta e, dall’altro, la collaborazione sul piano tecnologico e infrastrutturale delle grandi compagnie della Silicon Valley e dei loro prodotti.

Tornando a Berlino infatti, l’intero complesso processo di automazione dello Charitè è per esempio stato cofinanziato dal Ministero Federale per la Ricerca ma anche dalle fondazioni per la ricerca scientifica di grandi aziende private nazionali, leader mondiali nella meccanica (BMW, Daimler, Porsche, Bosch) ma anche, e questa collaborazione rimane poco definita, da un altro colosso della Silicon Valley: Facebook, leader mondiale degli algoritmi e della profilazione digitale.

L’unione di governance ordoliberale (i sistemi sanitari statunitense e inglese risultano molto più eterogenei e complessi da dirigere di quello tedesco), interessi del settore privato e domanda di cura della società tedesca, hanno quindi reso possibile l’avverarsi quasi totale, e persino in anticipo, della profezia di Vinod Koshla sul futuro dei servizi sanitari nei paesi più ricchi.

A titolo esemplificativo e per comprendere le dimensioni e gli elementi qualitativi del processo così rapido da essere difficilmente fotografabile, basterà qui citare gli studi più recenti in materia. Secondo uno studio del 2017 della compagnia di consulenza finanziaria di Amburgo, la Roland Berger, il 90 per cento degli ospedali di tutta la Germania ha già da tempo avviato un processo di digitalizzazione del lavoro in corsia (di contro un’indagine tra i lavoratori del settore condotta dal prestigioso Max Plank Institute riporta come solo il 20 % di medici e infermieri trova efficaci i miglioramenti portati dalla cosiddetta “telemedicina” e “robotizzazione delle mansioni infermieristiche”). Inoltre all’Istituto Sperimentale Transnazionale di Neurotecnologie di Friburgo è da tempo avviato un programma di ricerca che, utilizzando l’interfaccia uomo macchina e l’intelligenza artificiale insieme ad algoritmi di autoapprendimento, mette in relazione pazienti paralizzati con servizi di cura forniti da macchine e robot. Secondo i responsabili del progetto, i cui risultati definitivi sono attesi per la fine del 2018, l’obiettivo è quello di sostituire completamente la figura degli infermieri per i pazienti allettati che potranno direttamente comunicare con robot e sistemi automatici presenti nelle stanze e nelle corsie della quasi totalità degli ospedali tedeschi, già entro il 2020. Se questi esempi non dovessero però bastare a rendere la dimensione della trasformazione in atto basterà fare un nome che ormai è conosciuto in tutte le sale operatorie tedesche ed austriache: Da Vinci. Da Vinci è un robot-chirurgo in grado di sostituire in tutto e per tutto il chirurgo in carne ed ossa, lavorare per ore, risolvere problemi sul momento, non trema, non sente la tensione, interviene con il bisturi in modo standardizzato riducendo a zero qualunque fattore di errore umano. Dal 2011 a oggi sono arrivate ad oltre 700 le sale operatorie tedesche che lo utilizzano (e tra queste tutti i più importanti ospedali pubblici e d’eccellenza di Berlino e dell’RFT); è un progetto continuamente migliorato grazie ai fondi per la ricerca in materia che arrivano annualmente all’istituto dove è nato: la Fachhochschule Wiener Neustadt austriaca. Il chirurgo robot sta diventando così tanto usuale negli ospedali tedeschi da aver ridotto, secondo le statistiche dell’Agentuer fuer Arbeit, di oltre il 20 %, in appena 3 anni, le richieste di personale medico specializzato in medicina interna. Personale di cui il sistema sanitario tedesco era costantemente ed affannosamente alla ricerca.

A completare il quadro è bene qui ricordare come anche nella diagnosi, nell’elaborazione delle cartelle cliniche e nella comprensione della salute del paziente si svolge parte del lavoro di una clinica ospedaliera. E in un sistema in cui le informazioni sulla salute degli individui valgono letteralmente denaro come più volte sottolineato, la sicurezza dei dati ospedalieri diventa una sfida su cui compagnie di cybersicurezza internazionali (in particolare israeliane) offrono sempre più spesso servizi agli ospedali tedeschi. Tra il 2016 ed il 2017 il 70 % delle strutture ospedaliere in Germania ha subito il furto di dati sensibili dei pazienti curati. Per riuscire a ovviare a questo problema e per uniformare in modo coerente le informazioni cliniche dei pazienti sempre più spesso si registrano collaborazioni tra Krankenkasse, aziende private del digitale, istituti di ricerca e fondazioni aziendali sotto la supervisione, interessata, dell’Agenzia Federale per la Sicurezza Informatica di recentissima fondazione. L’Agenzia Federale per la Sicurezza Informatica è stata fondata nel 2012 con sede a Bonn ma riformata e potenziata recentemente proprio sull’onda dello scalpore destato dai casi di dati sanitari trafugati . Agenzia che risponde ancora oggi alla Bundesnachrichtendienst, vale a dire ai servizi di sicurezza “esterni” della Repubblica Federale Tedesca. Verrebbe da dire che il governo federale considera talmente centrale il controllo dei data e talmente strategico per la sicurezza nazionale il settore della salute da porre un’agenzia statale di intelligence al controllo di come questi vengono raccolti, gestiti, aggregati. Una prova del nove del peso che la digitalizzazione e l’automazione sanitaria hanno sul presente e il futuro della “locomotiva d’Europa”.

Tuttavia è ancora difficile da prevedere se il “modello tedesco” sarà riprodotto in giro per l’occidente. Sicuramente osservando ciò che accade nelle corsie degli ospedali berlinesi possiamo intuire i problemi cui potremmo andare incontro se la digitalizzazione e la robotizzazione in campo sanitario dovessero diventare un indirizzo generale, magari presentati come inevitabili conseguenze della modernità. Tra questi problemi che la sanità robotizzata tedesca ci pone il più macroscopico e omnicomprensivo è di natura filosofico-politico. Se infatti nel manifatturiero, per esempio, è tutto sommato persino auspicabile la totale robotizzazione del lavoro, possiamo dire che lo stesso valga in quelle professioni storicamente definite “etiche”, che nascono cioè al di fuori da una logica di mercato, in cui l’empatia ha sempre avuto la precedenza rispetto all’efficienza? E possiamo con certezza affermare che proprio l’efficienza, quando applicata alla medicina e alla cura, siano compatibili con l’esigenza di salvare la vita di una persona “costi quel che costi”? Possono sembrare quesiti provocatori ma sono senz’altro utili a inquadrare la questione. Provando a non essere tra i “tecnoentusiasti” e neanche tra gli “apocalittici”, possiamo rispondere che molto dipende innanzitutto da come viene definito un sistema sanitario. E’ più facile infatti che un sistema dove la sanità venga pensata come un servizio tra gli altri sul mercato dei servizi sia un sistema dove digitalizzazione e automazione possano essere votati alla massimizzazione dei profitti e quindi i medici, gli infermieri, gli operatori un costo; come costi eccessivi particolari interventi rispetto ad altri e, in prospettiva, costosa diventerebbe la cura stessa. E il caso statunitense è il più lampante tra questi sistemi.

Ma un sistema sanitario pubblico comunque votato al risparmio e all’efficienza potrebbe in modo identico utilizzare la digitalizzazione e la robotizzazione come strumenti di risparmio e quindi considerare ancora una volta care givers, alcune cure e servizi dei costi da tagliare. E nel caso di servizio pubblico la realtà dimostra come non dipenda dal fatto che il sistema sanitario sia di tipo contributivo e assicurativo come in Germania o universalistico come rimane, malgrado vari tentativi di riforme in senso austero e neoliberale, quello inglese. Sicuramente un sistema pubblico e universalistico, se si vuole evitare la tecnologia diventi un’arma contro care givers e care takers, è oggi condizione necessaria, ma sicuramente non è quella sufficiente. Del resto, come già scritto, nel settore sanitario i principali clienti dei “signori del silicio” e campioni del profitto digitale Google, Amazon, Apple, Facebook sono sistemi sanitari nazionali in buona parte pubblici e, meno spesso, universalistici. E, per chiarezza, è bene sottolineare come una possibile soluzione di garanzia della salute non riguardi neanche la proprietà dei dati come in altri campi dell’economia, giacché esistono, come in Germania, autorità nazionali (addirittura di intelligence) per tutelare i sistemi sanitari dalla proprietà delle informazioni. Quello che sembra emergere rispetto alla questione etica è quasi un problema strutturale. Questione che rimane intrinsecamente legata all’obiettivo di un sistema sanitario pubblico e universale oggi. Vale a dire al considerare la salute come un diritto inalienabile dell’individuo e, quindi, i lavori di cura come l’insieme delle attività umane svolte per garantire questo diritto. Passaggio conseguente quindi, ed è bene tenere sempre presente l’ordine di priorità del ragionamento, riguarda la tecnologia; solo se messa a disposizione di un’idea di salute e cura opposte a quelle del presente neo o ordoliberale gli strumenti offerti dal progresso digitale e tecnologico possono diventare utili e non dannosi per le persone. Proprio rispetto a ciò forse è utile citare Naomi Klein che, nei suoi ultimissimi lavori, durante tutto il 2017, ripete spesso: “la cura è un’idea così radicale”. Questa suggestione l’ha portata al congresso del National Nurses United, il più importante sindacato di infermieri statunitense. Dei 150.000 iscritti la quasi totalità sono donne afroamericane. Durante il congresso la segretaria del’NNU ha affermato: “Non possiamo semplicemente limitare la nostra cura e protezione del malato al suo capezzale. Dobbiamo rendere più ampia la nostra azione, perché vogliamo impedire alle persone di entrare negli ospedali. Vogliamo essere sostenitori dell’assistenza preventiva. Vogliamo essere sostenitori nel tenere le persone fuori dalle carceri, perché il denaro che è stato versato nel complesso carcerario per segregare e punire le persone avrebbe potuto andare all’assistenza sanitaria, a una buona istruzione “. E nel suo ultimo lavoro, “No is not enough”, proprio partendo dalle esperienze delle infermiere dell’NNU, Naomi Klein ha lanciato uno slogan: “diventiamo la maggioranza premurosa”. Sul ruolo della figura professionale delle infermiere la Klein afferma: “Penso che la ragione per cui gli infermieri si sono fatti avanti come pezzo importante nel movimento progressista in USA è perché incarnano un sistema di valori che è l’opposto di quello in cui il nostro sistema di valori basato sul profitto ci ha portato: un sistema che valorizza la cura, la compassione e la comunità. È molto difficile minare le intenzioni di un’infermiera. “. Questo richiamo alle figure coinvolte dalla trasformazione della sanità in USA rimanda esattamente ai casi richiamati in Germania: anche negli USA quindi sono proprio gli infermieri e le infermiere i più fermi oppositori del processo di digitalizzazione e robotizzazione e insieme al personale medico coloro che più e meglio muovono critiche alla “rivoluzione tecnologica” in atto.

In conclusione per evitare di finire in una distopia autoritaria in cui la nostra salute sia dipendente da calcoli costi benefici svolti da computer che danno ordini a robot senza empatia o libero arbitrio è bene individuare il modello di sistema sanitario che più tutela il diritto alla salute. Partendo da lì è bene reimpostare un ordine del discorso inverso a quello dei guru della Silicon Valley muovendosi dal diritto alla salute alla valorizzazione della cura. E per farlo è proprio partendo dalle resistenze dei care givers che possiamo segnalare l’urgenza di questo dibattito per far capire quanto vitale sia la questione. Quanto centrale quindi oggi sia il conflitto tra attività di cura e capitalismo quanto appaia come una linea che segni un’incompatibilità sistemica, irriducibile tra il capitalismo e l’umanità, esattamente come appare drammatica la linea che segna il conflitto tra il capitalismo e l’ambiente. Del resto Nancy Fraser identifica nella “crisi di cura” la cartina di tornasole della “crisi del capitalismo”. Questo perché il “lavoro di cura” non è un lavoro che il capitale può assorbire e monetizzare completamente e allo stesso tempo senza di esso la componente umana del capitalismo si atrofizzerebbe.

Alla luce di queste considerazioni, la profezia di Vinod Koshla risuona ora più minacciosa di come poteva apparire. Urgente è impedire si autoavveri come spesso si autoavverono le profezie dei guru della Silicon Valley. Pare essere l’unico auspicio per rimanere in salute in un futuro iperconnesso e digitalizzato.

On the bay

2.10

Berkeley e Oakland, California

E dopo il disagio del nord californiano dirigendoci a sud siamo arrivati nella baia, più precisamente nella città dell’Università, del ’68, del movimento contro la guerra in Vietnam e nella città delle Black Panthers e degli scioperi dei portuali più radicali del ‘900 americano.
Le due città sono una accanto all’altra nella baia di San Francisco e guardano la città del Golden Gate a distanza di qualche altissimo ponte sull’Oceano. Non si capisce dove una inizi e l’altra finisca quasi a segnalare quella saldatura tra le lotte studentesche, pacifiste e antirazziste che animarono l’area e travolsero il mondo nel secolo scorso.

Intanto una prima evidente percezione ci dice che la prima etnia qui non sono i black o i bianchi o gli ispanici come ci saremmo aspettati ma gli asiatici, i cinesi in particolare. Soprattutto a Berkeley a loro, spesso giovanissimi studenti neoarrivati da fuori città più che diretti discendenti degli emigrati che giunsero nel XIX secolo da Hong Kong e Taiwan, si aggiungono indiani, coreani, filippini e pakistani. Già questo un po’ stranisce chi, come noi, arriva dal biondissimo e bianchissimo nord della West Coast.

Berkeley è una cittadina culturalmente molto viva, molto pulita, nel prato d’avanti all’Università dove prima gli hippie fumavano le canne ora non si può fumare neanche una sigaretta; ci sono molte librerie e tutto sommato ci è parsa vivibile e graziosa; abbastanza pacificata, ma tutto sommato pacificata bene con sé stessa (anche se rispetto al proprio mito diremmo che la definizione “Repubblica Popolare di Berkeley” ci sia parsa un po’ eccessiva).

Invece quanto è bella Oakland!

Cercavamo le tracce delle Black Panthers e per casualità ci siamo imbattuti in un museo bellissimo: l’Oakland Museum of California. Un museo con spazi pubblici aperti e attraversato dalle comunità. Un museo che su tre piani (arti, storia e scienze naturali) compone il patchwork complesso di tutte le singolarità, le comunità, i punti di vista che creano la Storia della California. Un’impostazione dal basso e a più voci, mai didascalica o accademica. Considerando che i dormitori di Berkeley sono fatti da Starbucks e il Museo invece è finanziato dalle diverse comunità, dagli abbonamenti dei cittadini che passano le domeniche nei suoi spazi aperti (giardini, fontane), cogliamo subito una differenza con gli spazi educativi fin qui visti. È un museo-piazza-giardino che sostiene le cause politiche dei nativi e delle comunità. Un luogo che rappresenta benissimo questo splendido angolo di Baia. Uno spazio non “privatizzato” (cosa rara negli USA) che dialoga con la città e in qualche modo la rappresenta e dalla città è abitato.
Le tracce delle Pantere Nere che nacquero per difendere le comunità dai poliziotti razzisti arrivati negli anni 50 dagli Stati del Sud le abbiamo trovate ad Oakland e sono tracce di un potere popolare che parla di sé in modo aperto e inclusivo, con un attenzione ossessiva alle soggettività più deboli e fragili ma con un enorme afflato libertario per le scelte individuali.
E questo ci fa guardare con ottimismo persino ai movimenti sociali europei.

#allthepowertothepeople
#nojusticenopeace
#fuckthepolice

P.s. a Oakland c è una vivace Chinatown dove pensiamo di aver mangiato i migliori Dim Sum fuori dalla Cina.

P.p.s. Al museo c era una mostra stupenda in cui 100 uomini neri parlavano di sé, interrogandosi in modo orizzontale, del razzismo in America, delle proprie difficoltà, debolezze, idee, decostruendo sé stessi e dicendoci tantissimo sull’oggi non solo qui; si chiamava “Question Bridge – Black Males” la consigliamo a chiunque passi da Oakland.

3.10

Palo Alto, California

Googplex a Palo Alto ovvero Mordor

A Palo Alto hanno sede circa 40 multinazionali dell’High-Tec.
È la Valle del Silicio.
Noi abbiamo avuto la possibilità, a dire il vero casuale, di vedere il cuore della valle, la sede del sito internet più visitato al mondo: Google.
Se Zuckerberg e Fb li conosciamo, nessuno sa chi sia mr.Google eppure la sua azienda è la più importante al mondo (del resto il megadirettore galattico della Coca Cola lo conoscete? E quello della Nike? E di MacDonald?).

Il complesso Google ci ha lasciati tramortiti. Sorge al centro di una palude maleodorante (probabilmente il posto più brutto della Baia). All’interno non sono ammessi visitatori a parte i “guests” dei Googlers (impiegati di Google, ma fa più figo chiamarsi Googlers; hanno il badge e la bicicletta con i colori aziendali, giovanissimi molti dei quali maschi e asiatici, che vivono in questa galera senza sbarre che chiamano “college” ma che è un’azienda).

La sicurezza del posto viene mantenuta da istrioniche figure assolutamente non ostili o soldatesche (un vecchietto arzillo, una ragazza sorridente ecc) che anche se hanno il badge “Security” ti si avvicinano chiedendoti se possono aiutarti e poi intortandoti con due cazzate ti accompagnano fuori dall’area riservata. Non deve percepirsi alcuna forzatura, alcuna violenza, devi sentirti libero di andartene lontano e da qualche altra parte e di non scattare foto. Del resto lo slogan aziendale è un inquietante exusatio no petita: “don’t be evil”.

Sulla collina del Googplex ci sono prati curatissimi intorno a tre palazzi vetrati. È vietato fumare e probabilmente anche avere relazioni umane giacché, come al liceo, entrambe le cose vengono fatti nei, pochissimi, segretissimi e videosorvegliati, bagni. Al centro delle tre strutture una piazzetta piena di sedie e panche ma senza tavolini; i tre plessi sono uno per la formazione, uno il cuore aziendale e uno per gli alloggi di questi monaci ingegneri. Non esistono spazi concavi o zone d’ombra e ovunque ci sono telecamere HD e antenne. La natura è tanto curata da sembrare artificiale, insomma non natura, e puoi girare ore senza trovare neanche un banalissimo bar.

L’organizzazione dello spazio è simile a quella che avevamo visto nel posto di lavoro di una nostra compagna europarlamentare, Eleonora Forenza, praticamente un panopticum semicircolare tutto di vetro, tutti possono guardare tutto. E come nel Parlamento di Bruxelles agli ingressi di ogni ambiente c’è il detergente per le mani (non sia mai toccarsi possa generare malattie) e regna un silenzio ed una pace terrificante.

In questo paradiso artificiale di Ossessivi/Compulsivi che ci pare così criptoautoritario quanto sorridente, arrivano i trucks con il cibo, persino il bus con il barbiere, nessun dipendente deve percepire lo scorrere della giornata e deve avere tutto a portata di mano; i dipendenti la mattina fanno palestra, nuotano in una specie di piscina (una microvasca di 3 metri di raggio dove sei fissato e muovi braccia e gambe come se nuotassi davvero ma senza la gioia del movimento).
Tutto è ordinato e persino gli appartamenti dove si affacciano gli ingegneri ci sembrano delle graziose ma inquietanti colombaie con le altalene dove siedono cn i PC sulle gambe come trespoli da gabbia dorata.

Lungo i percorsi ci sono strane sculture che sembrano Vele (per navigare in Internet) ma a mano a mano che esploriamo e osserviamo, diventano sempre più simili alle pinne degli squali che affollano la Baia di San Francisco.

E infine, a completare l’inquietante ambiente di questa istituzione totale del data profiling, al centro dello spazio principale, appare lo scheletro di un Tirannosaurus Rex… probabilmente un capitalista del millennio passato… un trofeo… che è così straniante in quel contesto asettico da apparire ancora più violento e terribile.
Per sfuggire all’occhio di Mr.Google abbiamo lasciato Mordor, aiutati da Google Maps, su Google Auto, su Android ecc….ecc…

#signoridelsilicio
#mordor
#DOC
#epensarechecomeingegnerepotevofinirecosi
#bowlingatgoogleplex

p.s.
poco fuori l’università di Berkeley siamo stati fermati da dei poliziotti che ci hanno chiesto “siete homeless?” “No, turisti in viaggio” “ah ok”, questo per far capire come l’abito non faccia il monaco ma a volte un cardigan è meglio di una felpa nera.

4.10

San Francisco, California

Ode a San Francisco.

Lo sappiamo,
lo sapevamo,
lo sapevate: probabilmente è la città più vivibile degli States ed è molto bella, con angoli addirittura di una bellezza commovente, ma ci ha sorpreso per le sue poche contraddizioni, la cui presenza negli USA è un topos sociale, e anche per l’aria così tanto rilassata, aperta, solare.
Persino nelle zone più difficili era meno America dell’America che abbiamo visto fino a qui.

Possibile che quell’opera ingegneristica grandiosa al punto da diventare paesaggio naturale, che si chiama Golden Gate, indichi sul serio, e finalmente, un punto della California dorato?

Il “cancello d’oro” che dal Pacifico spalanca una baia bellissima nasconde una città non gigantesca che sembra, come Berkley, in pace con sé stessa.
Eppure…
eppure…
… la verità è che questa pace è costata tanto a San Francisco e la sua storia è la storia di ghetti che esondavano dai limiti imposti dal potente di turno (che era il perdente del ciclo precedente) e schiavi che rompevano le catene e conquistavano il proprio presente. San Francisco è, come la nostra città di provenienza, Berlino, così bella perché è una città dove gli sconfitti, gli esuli hanno affermato il proprio diritto a vivere come credevano e in pace e relazione reciproca.
I primi furono i nativi, sfruttati dagli spagnoli, che rovesciarono il tavolo aiutando i cercatori d’oro della metà dell’800, che a loro volta sfruttarono i cinesi (al punto da ghettizzarli) che affermarono il loro diritto ad un’esistenza degna all’inizio del ‘900 e ora sono la prima etnia, con il cuore pulsante nella più grande e bella Chinatown d’Occidente.
Così come pure i soldati dell’US Army che, durante la Seconda Guerra Mondiale, se tacciati di omosessualità erano confinati a San Francisco, lontano dai commilitoni a San Diego. Proprio da loro nacque una comunità, l’ennesima qui, che con la battaglia di Harvey Milk, anni dopo, affermò il proprio diritto a vivere come credeva.
E tra queste epopee di conquista di diritti (civili o sociali? differenza così incomprensibile negli States) altre storiche comunità in relazione tra loro compongono un patchwork straordinariamente umano e unico tra i murales dei rapper e le lanterne rosse. E altre nuove storie e sfide e conquiste sociali intravediamo alla Women’s Building di Mission o tra le vie nere di Fillmore con i cartelli di Black Lives Matters.

Poi, però guardando lì al centro della Baia forse l’abbiamo trovato lo scrigno/ghetto residuo, irriformabile anche se ora vuoto, e lo visiteremo l’indomani mattina con gita in barca. Cupa, piccola e isolata da tutta la città questo scoglio tra gli squali: the Rock. Circondato dal mare e dalla baia il carcere dei carceri: Alcatraz. Visibile da tutti i punti della baia e lontana da tutti i punti, un monito grottesco che ricorda a tutte e tutti il prezzo della gioia nella storia di San Francisco.

#goldengate
#goingtosanfrancisco
#sunnyplace

P.s. San Francisco è anche un posto dove si mangia straordinariamente bene e abbiamo assistito a una romantica richiesta di matrimonio per caso con tanto di anello, proprio come quelle dei film!

5.10

Alcatraz, San Francisco Bay, California

Finis Terrae – Alcatraz (1934-1963): fabbrica della repressione e logistica della detenzione (il lavoro NON rende liberi).

Il Ranger all’ingresso: “First time in USA?”
Noi, all’unisono:”Yes”
Lui rilancia:”First time in Alcatraz?”
Noi, di nuovo in coro: “Yes”
Lui a quel punto la butta li, ammiccante: “First time in a prison?”
“…..”
“……”
Silenzio imbarazzato, rotto da Shendi: “Yes,
…..
…..
as a tourist”.
Il Ranger ride, noi anche, anche se un vagamente imbarazzati.

Alcatraz guarda la baia, la baia guarda Alcatraz.
Tutto il mondo doveva osservare la sorte che attendeva chi andava più in là del limite consentito. Tutta Alcatraz doveva sentire i festeggiamenti di San Francisco la notte di Capodanno o guardare la downtown brulicante di vita dalle grate delle poche finestre. Una minaccia e una tortura allo stesso tempo a seconda di dove ci si trovava nella baia.

“Alcatraz era come il capolinea” o meglio il detto all’ingresso diceva: “se violi la legge vai in prigione, se violi la legge della prigione vai ad Alcatraz”.
E infatti questa prigione simbolo era destinata per quei criminali sociopatici che non si volevano arrendersi al disciplinamento del carcere (non ai più efferati giacché ad Alcatraz non c’è il braccio della morte che c’è invece nella vicina San Quentin).

I nomi dei corridoi interni sono Broadway (dove passavi appena arrivato nudo tra file di celle), Michigan Avenue, Times Square (corridoio con unico orologio del carcere). Ma se pensate ai neon e al fasto della East Coast guardando lo squallore delle celle minuscole, capireste l’ironia sadica della toponomastica.

Le sigarette venivano razionate ma date a tutti, anche non fumatori (questo alimentava l’uso delle sigarette come denaro nel mercato nero interno). Le carte da gioco erano assolutamente vietate mentre come premio era permesso avere delle pedine da domino (che però venivano usate come carte francesi per giocare a bridge per chi aveva l’ora d’aria; a volte si giocava ad un solitario chiamato “autobridge” che i detenuti avevano inventato; le autorità lasciavano correre perché “chi pensa al gioco non pensa all’evasione”).

Le regole erano severe e venivano lette allo sbarco sullo scoglio. La più tremenda e chiara era la regola 5 “Hai diritto a cibo, vestito, coperte e cure mediche. Tutto ciò che in più ti sarà concesso sarà un privilegio”. Per chi violava queste regole c’era il freddo e l’oscuro “braccio D” di isolamento 24 ore su 24 (ufficialmente chiamato “di cura”) o addirittura le celle senza acqua e luce dell’area chiamata “The Hole”, dove molti perdevano il senno.

Non esiste prigione al mondo più famosa per la durezza di questa e c’è ampia filmografia a riguardo malgrado sia rimasta in attività appena per 29 anni (1934-63 tra la crisi economica e il Vietnam). Fu chiusa quando il Governo degli Stati Uniti si rese conto che mantenere qui un detenuto definito “incorreggibile” costava più che mantenerlo nel più costoso albergo di New York.

Dopo la chiusura, per mantenerne vivo il monito, l’hanno resa un Parco Nazionale (e consigliamo vivamente la visita a tutte e tutti).

Ma pochi anni dopo la chiusura del carcere, un gruppo di indiani d’America, rappresentanti di tutte le tribù sterminate, cacciate, distrutte in nome della corsa all’oro, occuparono “the Rock”. Si diedero una propria legge e presero in ostaggio il simbolo del confine, la frontiera della frontiera tanto cara a quelli che per tre secoli li avevano cacciati dalle loro terre. Resistettero un anno ai tentativi del Governo Federale di tornare in possesso della prigione/simbolo dismessa. Proposero loro di acquistarla allo stesso prezzo con cui, peccato originale d’America, i loro discendenti vendettero ai primi coloni Manhattan: qualche metro di stoffa rossa e perline di scarso valore.
Un anno dopo, nel 69, il governo mandò la guardia nazionale a sgomberarli.
Negli anni del Vietnam evidentemente per il governo americano essere deriso dallo humour dei nativi indiani, sempre seri e dismessi, era davvero troppo.

L’ultimo disperato pezzo di Golden State

29.09

Arcada, California

Dopo miglia di tornanti mozzafiato a strapiombo su basse scogliere che diventano muri altissimi sull’oceano, le spiagge si fanno sempre più larghe e gli alberi sempre più fitti.

E senza che nessuno di noi due abbia capito come, siamo diventati improvvisamente minuscoli. A bocca aperta dalla macchina ci siamo guardati intorno e abbiamo capito di essere arrivati in una foresta di sequoie millenarie: la Giant Avenue al confine nord della California.
Gigantesche testimonianze millenarie di un mondo preistorico, una selva di colonne monumentali. La luce del sole viene filtrata dalle sequoie fino alla strada e mentre siamo in auto non riusciamo neanche a capire dove gli alberi finiscano, non ne possiamo vedere la cima (alcune sono alte 70-80 metri).
Siamo frastornati e guidiamo molto lentamente per non perderci neanche un secondo di quella foresta che ci regala una sensazione di confusione, ma anche di protezione; siamo circondati da giganti, così giganti da cambiare l’ordine di grandezza che solitamente diamo non solo agli alberi ma anche alla natura.
Il percorso che attraversa la foresta lo attraversiamo in religioso silenzio, sgomenti e l’intero paesaggio è costantemente sfocato da una foschia spessissima che si muove rapida tra i rami, l’asfalto e la luce fioca del sole.
All’improvviso la foresta finisce.

Di nuovo scogliera e Oceano.
Poi dune.
E poi dopo, una curva, ancora foresta.
Seguita da altre scogliere e da altre dune.
E ancora. Foreste e scogliere.

Poi, quando iniziavamo persino ad essere assuefatti da una natura così soverchiante, prendiamo un’ultima curva sull’highway e tutto cambia: intorno a noi, all’improvviso, vigneti coltivati, autogrill notturni, pick up con musica latina a tutto volume, iniziano a riempirsi le strade di esseri umani a cui non eravamo abituati.
La macchina inchioda all’improvviso.

Pensiamo ci sia un incidente. Dopo qualche minuto scendiamo per provare a guardare oltre la colonna di auto ferme.

C’è una foca che fa blocco stradale. Una foca, saltata dalla laguna che costeggiavamo è lì, al centro della strada.

Welcome Back in California!

#cali
#foreste
#naturagigante
#umanità

30.09

Eureka, California

“Vincent: Sai come lo chiamano un quarto di libbra con formaggio a Parigi?
Jules: Un quarto di libbra con formaggio.
Vincent: Hanno il sistema metrico, non sanno cosa cazzo sia un quarto di libbra.
Jules: E come lo chiamano?
Vincent: Lo chiamano Royal con fromage.
Jules: Royal con fromage.
Vincent: Ehehe già.
Jules: E come lo chiamano il big mac?
Vincent: eh il Big mac è il big mac. Lo chiamano Le big mac.
Jules: Le big mac? E come lo chiamano un Whooper?
Vincent: Non sò non sono stato al Burger king. Sai cosa ci mettono sulle patatine, in Olanda, al posto del ketchup?…la maionese.
Jules: Che schifo!
Vincent: Gliel’ho visto fare amico. Cazzo! Le affogano in quella merda gialla!”

A proposito di piccole differenze tra il vecchio e il nuovo mondo.
Ogni volta che facciamo la spesa, compriamo da fumare, facciamo benzina, mangiamo da Burger King o entriamo in una Grocery qui in USA notiamo una differenza tra il prezzo che leggiamo sullo scaffale e quello che paghiamo.
La ovvia ragione è che i prezzi segnati sono quelli alla vendita. Cioè quelli decisi tra la “domanda e l’offerta” e la volontà del venditore. Insomma dal mercato.
Il surplus che paghiamo in più è la tassa statale sulla vendita (la nostra IVA). Per esempio in Montana e Oregon i prezzi scritti e pagati sono uguali, mentre a Seattle o Los Angeles cambiano anche di molto (se una cosa costa 1.99 $ e la paghi 2.20 $ la percezione, istintiva, è di aver subito un truffa e aver pagato il doppio).

Questo meccanismo ripetuto ogni giorno, tutto il giorno ti dà la sensazione, ipotetica, che il mercato sia qualcosa di “naturale” una relazione tra liberi individui (se mi truffi io, cowboy, ti sparo o, se ti dice bene, vado all’altro negozio accanto); lo Stato e le tasse invece sono dei ladri che succhiano il denaro per non si capisce farci cosa.
È un trucco percettivo che riproduce inflazione, non è prevista alcuna sensibilità diretta o indiretta redistributiva; le tasse, lo Stato sono qualcosa di innaturale mentre il mercato qualcosa di equo. Un ennesimo rovesciamento dei paradigmi europei. In questa banalità c’è il dogma dell’inflazione USA che traina la prima economia mondiale.
E, senza velleità da economisti, sorridiamo pensando ai complottisti protofascisti che anni fa cianciavano di signoraggio e di sovranismo parlando della Fed e della moneta nazionale, gente utile a produrre un immaginario nazionalista da piccole patrie in Europa.

#piccoledifferenze
#psicogeografiche
#detournamentdaconsumatore

P.s.
Ci siamo fermati ad Eureka, nord California, città isolata a 400 km da San Francisco che pare, secondo Wikipedia, abbia ispirato la Paperopoli di WaltDisney e la vicenda dei cercatori d’oro alla Zio Paperone… città fondata per la fortissima emigrazione che in due singoli anni dell’800 interessò l intera contea; dovettero massacrare un’intera e pacifica popolazione di nativi nel 1860 per qualche pepita d’oro, giacché già negli anni ’20 del ‘900 la città cadde in disgrazia. Come spesso ci è capitato di sentire nel nostro giro del West, i luoghi dove l’avidità del cercatore d’oro si unisce al massacro dei nativi hanno una strana atmosfera di disagio e cupezza, quasi un karma negativo; proprio per questo appena possibile siamo partiti verso sud.

1.10

Contea di Napa, California

Il Nord della California non è la periferia della ricca Bay di San Francisco dal punto di vista storico, economico o geografico.
Eppure, forse perché la prossima tappa del nostro itinerario è proprio la valle dei signori del silicio a noi piace interpretarla così.
E non è una bella periferia.

Potremmo dire che è il risveglio da incubo dal sogno americano.

La zona con il più alto tasso di omicidi per abitante degli Stati Uniti è un groviglio di campagne, autostrade grigie, benzinai, fast food e schiere di pickup.
Per molti anni è stata la meta, l’ultima possibile, di generazioni di ragazzi di tutto il mondo che venivano qui come lavoratori stagionali per guadagnare facilmente dalla raccolta agricola ben pagata, li chiamano “trimmigrant”.
Ora il mercato è cambiato (anche per la legalizzazione della marijuana del novembre scorso), di lavoro ce n’è poco, i controlli alle frontiere sono meno permissivi e le paghe sono mediamente più basse.
Di questi cercatori di fortuna contemporanei negli anni qualcuno si è fermato in questo lato desolato d’America con il suo brandello di sogno americano e futuro da costruire.
Ma in uno stato come la California costruito sull’illusione (dell’oro, della celebrità, del petrolio, del guadagno facile o di una indefinita fortuna), l’ultimo brandello possibile rimasto da conquistare ha dentro più delusione che altro.
E così qui regna un silenzio dettato da analfabetismo relazionale diffuso, rotto solo dal roboante motore dei pick-up dai vetri oscurati; qui vediamo eserciti di persone cui la Meth ha esaltato le nevrosi aggirarsi senza denti tra Burger King e Macdonalds dove cassieri obesi e scorbutici ti guardano storto e ti danno junk food in modo svogliato.
In questa zona i fast food sono come le sale di attesa delle stazioni dei treni in Europa. I posti dove si raccoglie la frustrazione e la disillusione dell’umanità che non sa dove altro andare.

E saremo vintage ma a noi aspettare un treno in partenza ci risulta meno disumano che aspettare un Big Mac.

#klondikedisperato
#trimmigrant
#individualita

P.s. Dopo miglia e miglia di America iniziamo a creare una nostra personale scala di valori dei fast food che incrociamo e in cui mangiamo (anche perché se c’è un elemento ricorrente sono proprio questi non luoghi rassicuranti con le loro insegne stilizzate e sempre uguali). All’inizio del viaggio ci sarebbe sembrata una bestemmia alla nostra cultura gastronomica ma poi ci rendiamo conto che sono un’ancora di salvezza per chi viaggia on the road e non è questione di cibo ma c’è una differenza. Il peggiore per cibo, ambiente è nato proprio in California, a Copertino vicino Los Angeles: Macdonald. Le poche volte che disperati ci siamo entrati ci siamo amaramente pentiti e ne siamo sempre usciti con una sensazione di profondissimo disagio. Poi c’è Subway, con i suoi costosissimi e immangiabili panini che ti ricordano immediatamente il pessimo cibo londinese. I due “non luoghi” che ci hanno salvato la vita sono Taco Bell, dove con meno di 10 dollari puoi ingozzarti di cibo messicano, che almeno ha un sapore, e Starbukcs tappa fissa per provare a fare colazione prima di ripartire. Menzione d’onore a Domino’s Pizza con la sua pizza gigante e pesantissima, una rideclinazione ipercalorica e iperformaggiosa della pizza italiana, la cena ideale se si dorme in un Motel 6 sull’autostrada.