On the bay

2.10

Berkeley e Oakland, California

E dopo il disagio del nord californiano dirigendoci a sud siamo arrivati nella baia, più precisamente nella città dell’Università, del ’68, del movimento contro la guerra in Vietnam e nella città delle Black Panthers e degli scioperi dei portuali più radicali del ‘900 americano.
Le due città sono una accanto all’altra nella baia di San Francisco e guardano la città del Golden Gate a distanza di qualche altissimo ponte sull’Oceano. Non si capisce dove una inizi e l’altra finisca quasi a segnalare quella saldatura tra le lotte studentesche, pacifiste e antirazziste che animarono l’area e travolsero il mondo nel secolo scorso.

Intanto una prima evidente percezione ci dice che la prima etnia qui non sono i black o i bianchi o gli ispanici come ci saremmo aspettati ma gli asiatici, i cinesi in particolare. Soprattutto a Berkeley a loro, spesso giovanissimi studenti neoarrivati da fuori città più che diretti discendenti degli emigrati che giunsero nel XIX secolo da Hong Kong e Taiwan, si aggiungono indiani, coreani, filippini e pakistani. Già questo un po’ stranisce chi, come noi, arriva dal biondissimo e bianchissimo nord della West Coast.

Berkeley è una cittadina culturalmente molto viva, molto pulita, nel prato d’avanti all’Università dove prima gli hippie fumavano le canne ora non si può fumare neanche una sigaretta; ci sono molte librerie e tutto sommato ci è parsa vivibile e graziosa; abbastanza pacificata, ma tutto sommato pacificata bene con sé stessa (anche se rispetto al proprio mito diremmo che la definizione “Repubblica Popolare di Berkeley” ci sia parsa un po’ eccessiva).

Invece quanto è bella Oakland!

Cercavamo le tracce delle Black Panthers e per casualità ci siamo imbattuti in un museo bellissimo: l’Oakland Museum of California. Un museo con spazi pubblici aperti e attraversato dalle comunità. Un museo che su tre piani (arti, storia e scienze naturali) compone il patchwork complesso di tutte le singolarità, le comunità, i punti di vista che creano la Storia della California. Un’impostazione dal basso e a più voci, mai didascalica o accademica. Considerando che i dormitori di Berkeley sono fatti da Starbucks e il Museo invece è finanziato dalle diverse comunità, dagli abbonamenti dei cittadini che passano le domeniche nei suoi spazi aperti (giardini, fontane), cogliamo subito una differenza con gli spazi educativi fin qui visti. È un museo-piazza-giardino che sostiene le cause politiche dei nativi e delle comunità. Un luogo che rappresenta benissimo questo splendido angolo di Baia. Uno spazio non “privatizzato” (cosa rara negli USA) che dialoga con la città e in qualche modo la rappresenta e dalla città è abitato.
Le tracce delle Pantere Nere che nacquero per difendere le comunità dai poliziotti razzisti arrivati negli anni 50 dagli Stati del Sud le abbiamo trovate ad Oakland e sono tracce di un potere popolare che parla di sé in modo aperto e inclusivo, con un attenzione ossessiva alle soggettività più deboli e fragili ma con un enorme afflato libertario per le scelte individuali.
E questo ci fa guardare con ottimismo persino ai movimenti sociali europei.

#allthepowertothepeople
#nojusticenopeace
#fuckthepolice

P.s. a Oakland c è una vivace Chinatown dove pensiamo di aver mangiato i migliori Dim Sum fuori dalla Cina.

P.p.s. Al museo c era una mostra stupenda in cui 100 uomini neri parlavano di sé, interrogandosi in modo orizzontale, del razzismo in America, delle proprie difficoltà, debolezze, idee, decostruendo sé stessi e dicendoci tantissimo sull’oggi non solo qui; si chiamava “Question Bridge – Black Males” la consigliamo a chiunque passi da Oakland.

3.10

Palo Alto, California

Googplex a Palo Alto ovvero Mordor

A Palo Alto hanno sede circa 40 multinazionali dell’High-Tec.
È la Valle del Silicio.
Noi abbiamo avuto la possibilità, a dire il vero casuale, di vedere il cuore della valle, la sede del sito internet più visitato al mondo: Google.
Se Zuckerberg e Fb li conosciamo, nessuno sa chi sia mr.Google eppure la sua azienda è la più importante al mondo (del resto il megadirettore galattico della Coca Cola lo conoscete? E quello della Nike? E di MacDonald?).

Il complesso Google ci ha lasciati tramortiti. Sorge al centro di una palude maleodorante (probabilmente il posto più brutto della Baia). All’interno non sono ammessi visitatori a parte i “guests” dei Googlers (impiegati di Google, ma fa più figo chiamarsi Googlers; hanno il badge e la bicicletta con i colori aziendali, giovanissimi molti dei quali maschi e asiatici, che vivono in questa galera senza sbarre che chiamano “college” ma che è un’azienda).

La sicurezza del posto viene mantenuta da istrioniche figure assolutamente non ostili o soldatesche (un vecchietto arzillo, una ragazza sorridente ecc) che anche se hanno il badge “Security” ti si avvicinano chiedendoti se possono aiutarti e poi intortandoti con due cazzate ti accompagnano fuori dall’area riservata. Non deve percepirsi alcuna forzatura, alcuna violenza, devi sentirti libero di andartene lontano e da qualche altra parte e di non scattare foto. Del resto lo slogan aziendale è un inquietante exusatio no petita: “don’t be evil”.

Sulla collina del Googplex ci sono prati curatissimi intorno a tre palazzi vetrati. È vietato fumare e probabilmente anche avere relazioni umane giacché, come al liceo, entrambe le cose vengono fatti nei, pochissimi, segretissimi e videosorvegliati, bagni. Al centro delle tre strutture una piazzetta piena di sedie e panche ma senza tavolini; i tre plessi sono uno per la formazione, uno il cuore aziendale e uno per gli alloggi di questi monaci ingegneri. Non esistono spazi concavi o zone d’ombra e ovunque ci sono telecamere HD e antenne. La natura è tanto curata da sembrare artificiale, insomma non natura, e puoi girare ore senza trovare neanche un banalissimo bar.

L’organizzazione dello spazio è simile a quella che avevamo visto nel posto di lavoro di una nostra compagna europarlamentare, Eleonora Forenza, praticamente un panopticum semicircolare tutto di vetro, tutti possono guardare tutto. E come nel Parlamento di Bruxelles agli ingressi di ogni ambiente c’è il detergente per le mani (non sia mai toccarsi possa generare malattie) e regna un silenzio ed una pace terrificante.

In questo paradiso artificiale di Ossessivi/Compulsivi che ci pare così criptoautoritario quanto sorridente, arrivano i trucks con il cibo, persino il bus con il barbiere, nessun dipendente deve percepire lo scorrere della giornata e deve avere tutto a portata di mano; i dipendenti la mattina fanno palestra, nuotano in una specie di piscina (una microvasca di 3 metri di raggio dove sei fissato e muovi braccia e gambe come se nuotassi davvero ma senza la gioia del movimento).
Tutto è ordinato e persino gli appartamenti dove si affacciano gli ingegneri ci sembrano delle graziose ma inquietanti colombaie con le altalene dove siedono cn i PC sulle gambe come trespoli da gabbia dorata.

Lungo i percorsi ci sono strane sculture che sembrano Vele (per navigare in Internet) ma a mano a mano che esploriamo e osserviamo, diventano sempre più simili alle pinne degli squali che affollano la Baia di San Francisco.

E infine, a completare l’inquietante ambiente di questa istituzione totale del data profiling, al centro dello spazio principale, appare lo scheletro di un Tirannosaurus Rex… probabilmente un capitalista del millennio passato… un trofeo… che è così straniante in quel contesto asettico da apparire ancora più violento e terribile.
Per sfuggire all’occhio di Mr.Google abbiamo lasciato Mordor, aiutati da Google Maps, su Google Auto, su Android ecc….ecc…

#signoridelsilicio
#mordor
#DOC
#epensarechecomeingegnerepotevofinirecosi
#bowlingatgoogleplex

p.s.
poco fuori l’università di Berkeley siamo stati fermati da dei poliziotti che ci hanno chiesto “siete homeless?” “No, turisti in viaggio” “ah ok”, questo per far capire come l’abito non faccia il monaco ma a volte un cardigan è meglio di una felpa nera.

4.10

San Francisco, California

Ode a San Francisco.

Lo sappiamo,
lo sapevamo,
lo sapevate: probabilmente è la città più vivibile degli States ed è molto bella, con angoli addirittura di una bellezza commovente, ma ci ha sorpreso per le sue poche contraddizioni, la cui presenza negli USA è un topos sociale, e anche per l’aria così tanto rilassata, aperta, solare.
Persino nelle zone più difficili era meno America dell’America che abbiamo visto fino a qui.

Possibile che quell’opera ingegneristica grandiosa al punto da diventare paesaggio naturale, che si chiama Golden Gate, indichi sul serio, e finalmente, un punto della California dorato?

Il “cancello d’oro” che dal Pacifico spalanca una baia bellissima nasconde una città non gigantesca che sembra, come Berkley, in pace con sé stessa.
Eppure…
eppure…
… la verità è che questa pace è costata tanto a San Francisco e la sua storia è la storia di ghetti che esondavano dai limiti imposti dal potente di turno (che era il perdente del ciclo precedente) e schiavi che rompevano le catene e conquistavano il proprio presente. San Francisco è, come la nostra città di provenienza, Berlino, così bella perché è una città dove gli sconfitti, gli esuli hanno affermato il proprio diritto a vivere come credevano e in pace e relazione reciproca.
I primi furono i nativi, sfruttati dagli spagnoli, che rovesciarono il tavolo aiutando i cercatori d’oro della metà dell’800, che a loro volta sfruttarono i cinesi (al punto da ghettizzarli) che affermarono il loro diritto ad un’esistenza degna all’inizio del ‘900 e ora sono la prima etnia, con il cuore pulsante nella più grande e bella Chinatown d’Occidente.
Così come pure i soldati dell’US Army che, durante la Seconda Guerra Mondiale, se tacciati di omosessualità erano confinati a San Francisco, lontano dai commilitoni a San Diego. Proprio da loro nacque una comunità, l’ennesima qui, che con la battaglia di Harvey Milk, anni dopo, affermò il proprio diritto a vivere come credeva.
E tra queste epopee di conquista di diritti (civili o sociali? differenza così incomprensibile negli States) altre storiche comunità in relazione tra loro compongono un patchwork straordinariamente umano e unico tra i murales dei rapper e le lanterne rosse. E altre nuove storie e sfide e conquiste sociali intravediamo alla Women’s Building di Mission o tra le vie nere di Fillmore con i cartelli di Black Lives Matters.

Poi, però guardando lì al centro della Baia forse l’abbiamo trovato lo scrigno/ghetto residuo, irriformabile anche se ora vuoto, e lo visiteremo l’indomani mattina con gita in barca. Cupa, piccola e isolata da tutta la città questo scoglio tra gli squali: the Rock. Circondato dal mare e dalla baia il carcere dei carceri: Alcatraz. Visibile da tutti i punti della baia e lontana da tutti i punti, un monito grottesco che ricorda a tutte e tutti il prezzo della gioia nella storia di San Francisco.

#goldengate
#goingtosanfrancisco
#sunnyplace

P.s. San Francisco è anche un posto dove si mangia straordinariamente bene e abbiamo assistito a una romantica richiesta di matrimonio per caso con tanto di anello, proprio come quelle dei film!

5.10

Alcatraz, San Francisco Bay, California

Finis Terrae – Alcatraz (1934-1963): fabbrica della repressione e logistica della detenzione (il lavoro NON rende liberi).

Il Ranger all’ingresso: “First time in USA?”
Noi, all’unisono:”Yes”
Lui rilancia:”First time in Alcatraz?”
Noi, di nuovo in coro: “Yes”
Lui a quel punto la butta li, ammiccante: “First time in a prison?”
“…..”
“……”
Silenzio imbarazzato, rotto da Shendi: “Yes,
…..
…..
as a tourist”.
Il Ranger ride, noi anche, anche se un vagamente imbarazzati.

Alcatraz guarda la baia, la baia guarda Alcatraz.
Tutto il mondo doveva osservare la sorte che attendeva chi andava più in là del limite consentito. Tutta Alcatraz doveva sentire i festeggiamenti di San Francisco la notte di Capodanno o guardare la downtown brulicante di vita dalle grate delle poche finestre. Una minaccia e una tortura allo stesso tempo a seconda di dove ci si trovava nella baia.

“Alcatraz era come il capolinea” o meglio il detto all’ingresso diceva: “se violi la legge vai in prigione, se violi la legge della prigione vai ad Alcatraz”.
E infatti questa prigione simbolo era destinata per quei criminali sociopatici che non si volevano arrendersi al disciplinamento del carcere (non ai più efferati giacché ad Alcatraz non c’è il braccio della morte che c’è invece nella vicina San Quentin).

I nomi dei corridoi interni sono Broadway (dove passavi appena arrivato nudo tra file di celle), Michigan Avenue, Times Square (corridoio con unico orologio del carcere). Ma se pensate ai neon e al fasto della East Coast guardando lo squallore delle celle minuscole, capireste l’ironia sadica della toponomastica.

Le sigarette venivano razionate ma date a tutti, anche non fumatori (questo alimentava l’uso delle sigarette come denaro nel mercato nero interno). Le carte da gioco erano assolutamente vietate mentre come premio era permesso avere delle pedine da domino (che però venivano usate come carte francesi per giocare a bridge per chi aveva l’ora d’aria; a volte si giocava ad un solitario chiamato “autobridge” che i detenuti avevano inventato; le autorità lasciavano correre perché “chi pensa al gioco non pensa all’evasione”).

Le regole erano severe e venivano lette allo sbarco sullo scoglio. La più tremenda e chiara era la regola 5 “Hai diritto a cibo, vestito, coperte e cure mediche. Tutto ciò che in più ti sarà concesso sarà un privilegio”. Per chi violava queste regole c’era il freddo e l’oscuro “braccio D” di isolamento 24 ore su 24 (ufficialmente chiamato “di cura”) o addirittura le celle senza acqua e luce dell’area chiamata “The Hole”, dove molti perdevano il senno.

Non esiste prigione al mondo più famosa per la durezza di questa e c’è ampia filmografia a riguardo malgrado sia rimasta in attività appena per 29 anni (1934-63 tra la crisi economica e il Vietnam). Fu chiusa quando il Governo degli Stati Uniti si rese conto che mantenere qui un detenuto definito “incorreggibile” costava più che mantenerlo nel più costoso albergo di New York.

Dopo la chiusura, per mantenerne vivo il monito, l’hanno resa un Parco Nazionale (e consigliamo vivamente la visita a tutte e tutti).

Ma pochi anni dopo la chiusura del carcere, un gruppo di indiani d’America, rappresentanti di tutte le tribù sterminate, cacciate, distrutte in nome della corsa all’oro, occuparono “the Rock”. Si diedero una propria legge e presero in ostaggio il simbolo del confine, la frontiera della frontiera tanto cara a quelli che per tre secoli li avevano cacciati dalle loro terre. Resistettero un anno ai tentativi del Governo Federale di tornare in possesso della prigione/simbolo dismessa. Proposero loro di acquistarla allo stesso prezzo con cui, peccato originale d’America, i loro discendenti vendettero ai primi coloni Manhattan: qualche metro di stoffa rossa e perline di scarso valore.
Un anno dopo, nel 69, il governo mandò la guardia nazionale a sgomberarli.
Negli anni del Vietnam evidentemente per il governo americano essere deriso dallo humour dei nativi indiani, sempre seri e dismessi, era davvero troppo.

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L’ultimo disperato pezzo di Golden State

29.09

Arcada, California

Dopo miglia di tornanti mozzafiato a strapiombo su basse scogliere che diventano muri altissimi sull’oceano, le spiagge si fanno sempre più larghe e gli alberi sempre più fitti.

E senza che nessuno di noi due abbia capito come, siamo diventati improvvisamente minuscoli. A bocca aperta dalla macchina ci siamo guardati intorno e abbiamo capito di essere arrivati in una foresta di sequoie millenarie: la Giant Avenue al confine nord della California.
Gigantesche testimonianze millenarie di un mondo preistorico, una selva di colonne monumentali. La luce del sole viene filtrata dalle sequoie fino alla strada e mentre siamo in auto non riusciamo neanche a capire dove gli alberi finiscano, non ne possiamo vedere la cima (alcune sono alte 70-80 metri).
Siamo frastornati e guidiamo molto lentamente per non perderci neanche un secondo di quella foresta che ci regala una sensazione di confusione, ma anche di protezione; siamo circondati da giganti, così giganti da cambiare l’ordine di grandezza che solitamente diamo non solo agli alberi ma anche alla natura.
Il percorso che attraversa la foresta lo attraversiamo in religioso silenzio, sgomenti e l’intero paesaggio è costantemente sfocato da una foschia spessissima che si muove rapida tra i rami, l’asfalto e la luce fioca del sole.
All’improvviso la foresta finisce.

Di nuovo scogliera e Oceano.
Poi dune.
E poi dopo, una curva, ancora foresta.
Seguita da altre scogliere e da altre dune.
E ancora. Foreste e scogliere.

Poi, quando iniziavamo persino ad essere assuefatti da una natura così soverchiante, prendiamo un’ultima curva sull’highway e tutto cambia: intorno a noi, all’improvviso, vigneti coltivati, autogrill notturni, pick up con musica latina a tutto volume, iniziano a riempirsi le strade di esseri umani a cui non eravamo abituati.
La macchina inchioda all’improvviso.

Pensiamo ci sia un incidente. Dopo qualche minuto scendiamo per provare a guardare oltre la colonna di auto ferme.

C’è una foca che fa blocco stradale. Una foca, saltata dalla laguna che costeggiavamo è lì, al centro della strada.

Welcome Back in California!

#cali
#foreste
#naturagigante
#umanità

30.09

Eureka, California

“Vincent: Sai come lo chiamano un quarto di libbra con formaggio a Parigi?
Jules: Un quarto di libbra con formaggio.
Vincent: Hanno il sistema metrico, non sanno cosa cazzo sia un quarto di libbra.
Jules: E come lo chiamano?
Vincent: Lo chiamano Royal con fromage.
Jules: Royal con fromage.
Vincent: Ehehe già.
Jules: E come lo chiamano il big mac?
Vincent: eh il Big mac è il big mac. Lo chiamano Le big mac.
Jules: Le big mac? E come lo chiamano un Whooper?
Vincent: Non sò non sono stato al Burger king. Sai cosa ci mettono sulle patatine, in Olanda, al posto del ketchup?…la maionese.
Jules: Che schifo!
Vincent: Gliel’ho visto fare amico. Cazzo! Le affogano in quella merda gialla!”

A proposito di piccole differenze tra il vecchio e il nuovo mondo.
Ogni volta che facciamo la spesa, compriamo da fumare, facciamo benzina, mangiamo da Burger King o entriamo in una Grocery qui in USA notiamo una differenza tra il prezzo che leggiamo sullo scaffale e quello che paghiamo.
La ovvia ragione è che i prezzi segnati sono quelli alla vendita. Cioè quelli decisi tra la “domanda e l’offerta” e la volontà del venditore. Insomma dal mercato.
Il surplus che paghiamo in più è la tassa statale sulla vendita (la nostra IVA). Per esempio in Montana e Oregon i prezzi scritti e pagati sono uguali, mentre a Seattle o Los Angeles cambiano anche di molto (se una cosa costa 1.99 $ e la paghi 2.20 $ la percezione, istintiva, è di aver subito un truffa e aver pagato il doppio).

Questo meccanismo ripetuto ogni giorno, tutto il giorno ti dà la sensazione, ipotetica, che il mercato sia qualcosa di “naturale” una relazione tra liberi individui (se mi truffi io, cowboy, ti sparo o, se ti dice bene, vado all’altro negozio accanto); lo Stato e le tasse invece sono dei ladri che succhiano il denaro per non si capisce farci cosa.
È un trucco percettivo che riproduce inflazione, non è prevista alcuna sensibilità diretta o indiretta redistributiva; le tasse, lo Stato sono qualcosa di innaturale mentre il mercato qualcosa di equo. Un ennesimo rovesciamento dei paradigmi europei. In questa banalità c’è il dogma dell’inflazione USA che traina la prima economia mondiale.
E, senza velleità da economisti, sorridiamo pensando ai complottisti protofascisti che anni fa cianciavano di signoraggio e di sovranismo parlando della Fed e della moneta nazionale, gente utile a produrre un immaginario nazionalista da piccole patrie in Europa.

#piccoledifferenze
#psicogeografiche
#detournamentdaconsumatore

P.s.
Ci siamo fermati ad Eureka, nord California, città isolata a 400 km da San Francisco che pare, secondo Wikipedia, abbia ispirato la Paperopoli di WaltDisney e la vicenda dei cercatori d’oro alla Zio Paperone… città fondata per la fortissima emigrazione che in due singoli anni dell’800 interessò l intera contea; dovettero massacrare un’intera e pacifica popolazione di nativi nel 1860 per qualche pepita d’oro, giacché già negli anni ’20 del ‘900 la città cadde in disgrazia. Come spesso ci è capitato di sentire nel nostro giro del West, i luoghi dove l’avidità del cercatore d’oro si unisce al massacro dei nativi hanno una strana atmosfera di disagio e cupezza, quasi un karma negativo; proprio per questo appena possibile siamo partiti verso sud.

1.10

Contea di Napa, California

Il Nord della California non è la periferia della ricca Bay di San Francisco dal punto di vista storico, economico o geografico.
Eppure, forse perché la prossima tappa del nostro itinerario è proprio la valle dei signori del silicio a noi piace interpretarla così.
E non è una bella periferia.

Potremmo dire che è il risveglio da incubo dal sogno americano.

La zona con il più alto tasso di omicidi per abitante degli Stati Uniti è un groviglio di campagne, autostrade grigie, benzinai, fast food e schiere di pickup.
Per molti anni è stata la meta, l’ultima possibile, di generazioni di ragazzi di tutto il mondo che venivano qui come lavoratori stagionali per guadagnare facilmente dalla raccolta agricola ben pagata, li chiamano “trimmigrant”.
Ora il mercato è cambiato (anche per la legalizzazione della marijuana del novembre scorso), di lavoro ce n’è poco, i controlli alle frontiere sono meno permissivi e le paghe sono mediamente più basse.
Di questi cercatori di fortuna contemporanei negli anni qualcuno si è fermato in questo lato desolato d’America con il suo brandello di sogno americano e futuro da costruire.
Ma in uno stato come la California costruito sull’illusione (dell’oro, della celebrità, del petrolio, del guadagno facile o di una indefinita fortuna), l’ultimo brandello possibile rimasto da conquistare ha dentro più delusione che altro.
E così qui regna un silenzio dettato da analfabetismo relazionale diffuso, rotto solo dal roboante motore dei pick-up dai vetri oscurati; qui vediamo eserciti di persone cui la Meth ha esaltato le nevrosi aggirarsi senza denti tra Burger King e Macdonalds dove cassieri obesi e scorbutici ti guardano storto e ti danno junk food in modo svogliato.
In questa zona i fast food sono come le sale di attesa delle stazioni dei treni in Europa. I posti dove si raccoglie la frustrazione e la disillusione dell’umanità che non sa dove altro andare.

E saremo vintage ma a noi aspettare un treno in partenza ci risulta meno disumano che aspettare un Big Mac.

#klondikedisperato
#trimmigrant
#individualita

P.s. Dopo miglia e miglia di America iniziamo a creare una nostra personale scala di valori dei fast food che incrociamo e in cui mangiamo (anche perché se c’è un elemento ricorrente sono proprio questi non luoghi rassicuranti con le loro insegne stilizzate e sempre uguali). All’inizio del viaggio ci sarebbe sembrata una bestemmia alla nostra cultura gastronomica ma poi ci rendiamo conto che sono un’ancora di salvezza per chi viaggia on the road e non è questione di cibo ma c’è una differenza. Il peggiore per cibo, ambiente è nato proprio in California, a Copertino vicino Los Angeles: Macdonald. Le poche volte che disperati ci siamo entrati ci siamo amaramente pentiti e ne siamo sempre usciti con una sensazione di profondissimo disagio. Poi c’è Subway, con i suoi costosissimi e immangiabili panini che ti ricordano immediatamente il pessimo cibo londinese. I due “non luoghi” che ci hanno salvato la vita sono Taco Bell, dove con meno di 10 dollari puoi ingozzarti di cibo messicano, che almeno ha un sapore, e Starbukcs tappa fissa per provare a fare colazione prima di ripartire. Menzione d’onore a Domino’s Pizza con la sua pizza gigante e pesantissima, una rideclinazione ipercalorica e iperformaggiosa della pizza italiana, la cena ideale se si dorme in un Motel 6 sull’autostrada.

Kurt will be his revenge on Seattle

25.09

Ellensburg, Washington

E alla fine dopo interminabili miglia di boschi e paesaggi selvaggi (da queste parti scelse di ritirarsi nel suo anarco-primitivismo Unabomber) siamo arrivati nello stato del Washington (da non confondere con la capitale Washington D.C.). Al fine quindi la frontiera delle frontiere: il Pacific Northwest, lì dove il cowboy capisce che la terra non è infinita e oltre non si può andare. Lì dove i duri del West devono placare le proprie ambizioni e fare i conti con la limitatezza dell’essere umano. A dirla tutta gli autoctoni tendono a indicare come frontiera ultima l’Alaska quasi a rifiutare la condizione di fine della conquista del West che il loro Stato rappresenta.

Oltre a essere l’unica zona dell’Ovest convintamente democratica da oltre 30 anni ed essere la patria di Starbucks e ottime birrerie artigianali è anche uno dei pochi posti in USA dove si fa la raccolta differenziata. Un’altra anomalia che notiamo subito è che non c’è riferimento alcuno nella storia, nei motti, nei soprannomi a quella forma di economia estrattiva propria degli altri stati. Addirittura il soprannome è “The evergreen state”. Forse il confine invalicabile dell’Oceano più grande del mondo, dei ghiacciai ostili a Nord e la mancanza di una scelta economica estrattiva hanno segnato questa zona così progressista e convintamente ambientalista.

A ben vedere, però, nessuna frontiera è invalicabile davvero per il capitalismo statunitense e qui nasce infatti la Boing per la produzione dei noti aereoplani per superare il mare, qui anche la Microsoft di Bill Gates, qui anche (cioè non proprio qui ma nella vicina Portland) l’Intel e qui infine Amazon. Aziende che hanno ridefinito nell’epoca contemporanea proprio i concetti di spazio e tempo e quindi superato i confini, anche quelli naturali. Una sequenza di imprese che hanno segnato il nostro presente, la nostra quotidianità, tutte legate all’infrastrutturazione del capitalismo globale contemporaneo, tutte tecnologiche quanto meno pionieristiche.

Ma per noi, giovani dall’adolescenza infinita, il Washington è lo stato di Seattle. Lì dove, in un tempo che pare di ere geologiche fa, nel 1999 un’insurrezione ci ha reso quello che siamo.

#seattle99
#comeasyouare

26.09

Seattle, Washington

Ah Seattle…
Una piovosa colonia in un fiordo, fondata da “civilissimi” vichinghi svedesi, i cui biondissimi discendenti hanno voluto riprodurre la summa del Nord Europa (in camicione a quadri, cappello di lana e jeans). Ci trovate infatti coffee shop all’olandese, café alla francese, smoothies shop gluten free, costruzioni eco friendly (o addirittura “salmon friendly”), look berlinese, tolleranza scandinava, arredamento IKEA.
E poi un grande e più prosaico snodo portuale sul Pacifico.
Sarà mica per questo che ci ricorda Amburgo? O saranno le immagini degli scontri di piazza e del blocco nero che si sovrappongono negli anni tra il ’99 e il luglio 2017?

La principale città del “green state” esalta, come tutte le città del West, la singolarità; ma questa singolarità ha significato l’affermazione di un individualismo liberal, con lieve etica protestante in sottofondo, più che del machismo proprietario del West o della società dello spettacolo californiana.
Una città che vive la sofisticata palese ambiguità di avere una Statua di Lenin per strada ed essere la residenza dei due uomini più ricchi del pianeta.

Negli anni ’80 eri un nerd occhialuto che si distruggeva di caffeina a Starbucks e inventavi Microsoft e Amazon. Oppure rimanevi indietro, mentre la città correva sempre più veloce, oltre la frontiera del capitalismo fino ad allora noto. Rimanevi indietro magari perché eri un sensibile punk che rifiutava quel mondo automatizzato e ti facevi di eroina per resistere, scioperare, rallentando il più possibile, perché non c’è empatia in un algoritmo. E infatti qui nasce il grunge e qui si tolse la vita il profeta del genere: Kurt Cobain.

Queste due anime sono ancora evidenti in ogni singolo angolo di Seattle.
Così leggiamo la battaglia del 1999 quando la prima anima volle imporre alla seconda, nel vertice Ocse, il proprio predominio egemone in una “nuova millenaria era di libero scambio economico mondiale”.

E si passò dallo spaccare chitarra e amplificatore a spaccare vetrine.

“Load up on guns and bring your friends
It’s fun to lose and to pretend…”

 

P.s.
Noi dopo aver scoperto che qui (ma anche in Oregon) è legale il consumo ricreativo della Marijuana, abbiamo voluto testare questo prodotto “locale”. Siamo entrati in un negozio dove un professionalissimo addetto ci ha mostrato la “carta” e aiutato nella scelta più coerente con le nostre esigenze. Come tutto ciò che riguarda gli USA dalle porzioni di cibo, alle distanze anche in questo caso il prodotto in questione ci è risultato fuori misura per noi europei: se il massimo di THC della più potente erba di Amsterdam arriva ad un 15 % nominale qui si supera il 30 % effettivo: un’esperienza invalidante che ci ha fatto girare per ore senza meta per la città. Talmente tanto era fuori misura per noi l’erba in questione che alla fine del viaggio, a Los Angeles, l’abbiamo regalata a una comitiva di Hippie sulla spiaggia di Venice. La fame chimica che ci ha assalito violentemente ore dopo ci ha in compenso fatto scoprire i sapori straordinari della bellissima ed economicissima Little Saigon di Seattle.

 

 

 

27.09

Aberdeen, Washington

“…Vivere come volare
Ci si può riuscire soltanto poggiando su cose leggere
Del resto non si può ignorare
La voce che dice che oltre le stelle
C’è un posto migliore
Un giorno qualunque ti viene la voglia
Di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero
Che non sei soltanto una scatola vuota
O l’ultima ruota del carro più grande che c’è…”

Siamo stati ad Aberdeen, la città dei Nirvana.
Abbiamo capito quanto questa tranquilla cittadina, ad un’ora di auto da Seattle, rappresenti un paradigma contemporaneo, almeno quanto riproducibile sia il malessere di Kurt Cobain per molte e molti nostri coetanei, noi compresi ovviamente.

È isolata ma molto graziosa, completamente circondata da un bosco di pini e alla foce di un fiume sul Pacifico, con un piccolo porto. Una popolazione pari a quella di tante città di periferia, anche in Europa. Un villaggio di rustici e pragmatici boscaioli, legati alla natura e isolati da tutto e tutti; una cittadina rinchiusa nella propria comunità fatta di appartenenza a una routine quasi secolare. Un paese piccolo, di quelli con la gente che mormora. Un villaggio come quello rappresentato un secolo fa da Edgar Lee Masters nell’Antologia di Spoon River o rinchiuse nell’inquietante icona dei due campagnoli di American Gothic di Wood. Qualcosa di chiuso, noioso e crudele allo stesso tempo.
A soli 90 miglia di autostrada da Seattle. Una Seattle futuristica con quella voglia di mangiarsi il futuro high tech e quel suo tono sofisticato dell’ambientalismo alla Starbucks con annessa sussunzione continua e a velocità caffeinica di qualunque afflato libertario dell’individuo.

E sotto il ponte sullo Wishkah, ad Aberdeen, Washington, USA, 35 anni fa, un magrissimo e libertario adolescente era troppo sensibile e curioso per rimanere tra i suoi compaesani gretti e sempliciotti con i loro giudizi e i loro silenzi imbarazzati.
Ma era anche troppo poco cinico per rincorrere la Seattle in cui ogni battaglia politica e civile diventava buisness.
Quel ragazzo poi ha iniziato a cantare, urlando questo dolore, questa sua incapacità di essere al posto giusto in qualunque posto.
E la gente, provando il suo medesimo disagio, ne ha fatto un guru.
E più gridava la propria tristezza più la gente lo esaltava a divo.

Una triplice inadeguatezza a ciò che lo circondava: quella del suo paese, quella entusiasta della metropoli dove era arrivato e persino quella di chi ascoltava le sue canzoni.
Incomunicabilità al cubo.

Da cui sfuggire solo guardando un ponte squallido in un paradiso naturale, o addormentandosi un po’ alla volta, con l’eroina, con i sonniferi o con un fucile.

La triste storia di un 27 enne di Aberdeen, Washington, all’inizio degli anni ’90.

#pennyroyaltea
#asyouare
#asyouwere

P.s. la casa dove Kurt Cobain, a Seattle, si è sparato è abbandonata e barricata, è stata venduta anni fa. Ma ogni mattina arriva il Washington Post. Non potendo scattare foto abbiamo preso la copia odierna abbandonata lì davanti a mo’ di ricordo.

Into the Wild

22.09

Idaho Falls, Idaho

Immaginate uno stato grande quanto l’Italia.
Poi metteteci sopra gli abitanti della provincia di Bari.
Ecco a voi l’Idaho, piovoso, freddo, al confine con il Canada.
La seconda città più popolosa, se possiamo dire così, ha gli stessi abitanti di Ladispoli.

Il resto sono ranch, villette e distributori di benzina. Un cielo grigio che incombe su miglia di autostrada sempre dritta e deserta, praterie infinite e patate, patate e ancora patate.

Patate che vengono seminate, raccolte, confezionate e inviate in tutti gli USA dai prigionieri delle carceri di Stato. Un lavoro duro e in condizione di semi schiavitù tutelato dal XIII emendamento della Costituzione Americana, quello con cui Lincoln abolì la schiavitù per tutti tranne che per, appunto, chi sconta una pena in carcere. Questa clausola costituzionale nei fatti a un secolo e mezzo dalla guerra di secessione ha reintrodotto la schiavitù nella nazione che ha quasi 3 milioni di prigionieri e un quarto dell’intera popolazione carceraria mondiale (la “terra delle libertà”).

E lungo l’Highway dell’Idaho si palesa davanti ai nostri occhi la “madre” di tutte le attrazioni on the road americane: il Museo della PATATA! All’ingresso di questo bizzarro santuario al tubero nazionale è collocata un’enorme patata al burro e panna acida e dentro c’è tutto quello che c’è da sapere (non molto a dire la verità) sulle patate dell’Idaho. C’è anche la Pringles più grande del mondo, un miracolo dell’ingegneria prodotto dalla nota multinazionale nata proprio in Idaho.
Lo spopolato Idaho risultò, come il Nevada, un posto eccellente per testare nei primi anni ’50 l’energia atomica, ma questa volta a uso civile (la pragmatica toponomastica americana chiamò la cittadina abitata dagli scienziati e dalle loro famiglie Atomic City a poche miglia dalla neonata centrale, ora è un cumulo spettrale di rovine di lamiera abbandonate).

Potremmo dire che l’Idaho è famoso per non essere famoso.
Del resto il suo nome, che sembra foneticamente di origine indiana, non è altro che la truffa di un avventuriero che spacciò una parola da lui inventata come parola dei nativi per reclamare un territorio di risulta tra le colonie francesi e britanniche.

Nel girovagare nel vuoto tanto vuoto da stordire, ci chiediamo:

“Come pensa un abitante dell’Idaho?”.

“Quali sono le sue percezioni sul mondo, sulla vita, sulla natura?”.
Ma soprattutto: “Ma se fossimo nati qui come saremmo stati? Cosa avremmo fatto?”.
Siamo certi, da emigranti noi stessi, saremmo andati a cercare fortuna a Est, New York o Boston, o a West, Seattle o Los Angeles, alle brutte a Salt Lake City, ma dubitiamo saremmo rimasti nel nostro ranch a osservare la prateria, circondati da miglia e miglia di silenzio per tutta la vita.

E invece, quasi a smentire questo nostro semplice ragionamento scopriamo che l’Idaho anche lui saldamente bianco, cristiano e repubblicano, è uno degli Stati a più alta immigrazione degli USA. In qualche anno ha aumentato la sua popolazione del 10% (in realtà in valore assoluto parliamo degli abitanti di un sobborgo di Los Angeles ma in proporzione e visto lo scenario è sorprendente).
Ma come?
Ma perché qualcuno dovrebbe volersi trasferire qui?
Intanto, molto pragmaticamente, per l’aliquota fiscale al 6% e probabilmente per il tasso di criminalità bassissimo che attira molti pensionati o persone di mezza età.

Uno stato semi-disabitato e sconosciuto ai più, dove si dorme con la porta di casa aperta (e un paio di pistole sul comodino).

In più lo Stato dell’Idaho, che paga l’intera spesa pubblica per l’istruzione attraverso una lotteria simile al nostro Super Enalotto e fa “adottare” le autostrade su base volontaria, rimborsa a chi si trasferisce qui la differenza in tasse pagate negli altri Stati negli anni precedenti (e la differenza fiscale per esempio tra qui e la California è enorme, cioè tanti soldi da essere quasi una pensione aggiuntiva per chi decide di trasferirsi).

Ecco spiegato quindi il mistero.


Washington D.C. attua una politica di governo dei flussi migratori interni concedendo ai singoli stati autonomia politica e fiscale per fare questo. Cosa che riesce a riprodurre nel 2017 ancora e ancora all’infinito il mito dei pionieri, dei coloni oltre la frontiera, con tutto il loro armamentario di immaginario, musica e ideologia.


Insomma pionieri e cowboy alla conquista di un West in continua trasformazione da oltre un secolo, un trucco percettivo ma effettivamente molto efficace a giudicare dai fumosi bar con musica country e pistoleri lungo l’Highway, dove tra una partita a biliardo e ottimi Margarita si chiacchiera del più, ma soprattutto, del meno.

Tutto sommato, per noi, un posto ideale per salutare l’estate e sentire nell’aria pungente l’arrivo dell’autunno.

#ringoffire
#continentaledevide
#silenzi
#myownprivateidaho

Su come si viva da queste parti, in un surreale, grottesco e peculiare disagio ci siamo visti Slc punk su Salt Lake City e Napoleon Dynamite sull’Idaho, rendono abbastanza l’idea. Sull’Idaho ovviamente consigliamo l’imperdibile “My private Idaho”.

Approfittando del silenzio intorno a noi abbiamo riletto un po’ di storia americana apprendendo che fino a Roosevelt e a Keynes, cioè agli anni ’20 del secolo scorso, il partito di destra, razzista, segregazionista, liberale e liberista negli USA non era il Partito Repubblicano ma il Partito Democratico, persino legato al KKK in diversi Stati del Sud, proprio il partito del penultimo presidente Barack Obama.

23.09

Yellowstone National Park, Wyoming

Wyoming e Montana, un titanico deserto di natura e cieli oltre l’orizzonte.
L’orizzonte dei pionieri e della Tribù Piedi Neri.

Praterie verdi su un territorio grande quanto Francia e Germania insieme ma praticamente spopolato.

Appena al nord, i ghiacciai ed il confine con il Canada.

Montagne alte quanto le Alpi, foreste innevate di abeti che poi diradano verso praterie dove pascolano le mucche ignare del passaggio del tempo lungo i decenni.

In Montana fu brevettato per la prima volta il filo spinato; un’invenzione di successo che nel corso dei decenni successivi passerà dai ranch per bovini ai campi di lavoro, ai lager, ai centri di detenzione ai confini. Compreso il confine americano, il che tecnicamente rende gli Stati Uniti un enorme pronipote dei ranch per vacche del Montana.

Guardando i campi che inseguono altri campi, intuiamo quanto la mente dell’uomo non possa concepire spazi così aperti, liberi, infiniti. Perché delimitare con del filo spinato un posto illimitato e disabitato se no? Forse per dirsi proprietari di qualcosa è necessario vedere dei limiti, dei confini di questo qualcosa.

Un semplice dispositivo di autoriconoscimento del privato da parte dei cowboy e dei pionieri. Dispositivo completamente ignorato da chi ha abitato per secoli e secoli queste lande infinite.

Curiosamente scopriamo che il Wyoming vanta l’introduzione per primo del suffragio femminile anche se è uno stato fieramente conservatore (il falco repubblicano Dick Cheney viene da queste parti). Le donne votarono proprio qui per la prima volta nella storia dell’umanità nel 1869.

Come fu possibile ciò? Semplice, all’epoca non era uno Stato, ma una colonia britannica semi abbandonata e semi autogovernata, in altre parole in quegli anni a Londra non interessava granché chi e per cosa si votasse da queste parti.

Disinteresse miope giacché il precedente ovviamente ebbe eco tra le donne dall’altra parte dell’Atlantico e il resto è storia nota. “Nelle periferie dell’Impero il battito di ali di una farfalla, può generare un uragano che arriva nella capitale” si sarebbe detto un tempo.

Abbiamo continuato, anche un po’ annoiati, a guidare tra boschi di conifere e torrenti dall’acqua gelida; sempre in direzione Nord per arrivare finalmente, anche noi, ad un limite: il confine con il Canada.

#confini
#filispinati
#comune
#cowboyontheroad

Il motto del Montana (quello del filo spinato) è “Vivi e lascia vivere”, ma all’orizzonte non si capisce “chi” dovrebbe lasciar vivere chi, giacché non c’è nessuno.

24.09

Kallispell, Montana

Dallo “stato dell’oro” a quello “d’argento” poi quello “di rame”, poi “delle gemme” e ora nel Montana, il “treasure state”.
Il West si porta nei soprannomi di ogni stato un riferimento all’estrazione mineraria di ricchezza da una terra colonizzata da esploratori, recintata da cowboys, scavata da pionieri.
Natura sempre messa a valore economico immediato.

Tutto ciò che non può essere recintato, scavato o colonizzato rimane bellezza incontaminata. È il caso del Glacier National Park, al confine con il Canada, e del vulcanico Yellowstone (che ricordavamo per Yoghi e Bubu e lo sbirro/ranger/cagacazzi Smith).

Il Glacier è il parco dei ghiacciai.
Avete mai visto un ghiacciaio plurimillenario?La neve nel ghiacciaio non è bianca come quella delle Alpi, ma ha una strana luce celeste, a volte persino irridescente. Non comunica “inverno”, “letargo”, “morte”; ha qualcosa di vivo anche se spettrale (forse siamo influenzati dagli Estranei della serie Games Of Thrones).
Il paesaggio è mistico ed imponente, lascia davvero il cuore fermarsi per un attimo, stordito; la montagna così luminosa si staglia contro il cielo e i laghi cristallini con conifere verdi e profumate intorno ed ovunque.
Da questi scenari che ti ammutoliscono emergono cervi, buffali, orsi, alci, aquile.
Così.
Liberi.
Enormi quando si avvicinano ma microscopici nel paesaggio, proprio come noi.

Dei 150 ghiacciai presenti nel parco alla sua fondazione, ora ne rimangono appena 25 e probabilmente anche questi spariranno, a causa del riscaldamento globale, entro il 2030.

Entrare in apprensione per qualcosa come la Natura quando ti appare così gigantesca e onnipotente risultava evidentemente uno sforzo troppo intellettuale e indiretto per chi, all’ingresso del Glacier ha scritto, con vernice rossa e blu, “Make America Great Again”; oppure l’autore sottovalutava le politiche di Trump sul climate change. Chiudiamo gli occhi ed immaginiamo per un attimo il pioniere, colono o cowboy postmoderno quanto si stia fregando le mani a pensare quale tesoro promesso potrà estrarre dalla terra morta che spunterà quando non ci sarà più il millenario Old Glacier.
Rinunciare a tutta questa bellezza per condannare sé stessi e i propri figli a una vita nel buio di una miniera a spaccarsi la schiena, nella vana e disperata speranza di trovare il tesoro sotto il “treasure state” è la miope pericolosità coloniale.

#Makethenaturegreatagain

colonna sonora: In to the wild di Eddie Vedder

P.s.
Abbiamo superato il limite di velocità nel parco e il ranger Smith su un’astronave tutta sirene luminose ci ha fermato.

Il tono spiccio e perentorio con cui ti dicono:
“-spegni subito l’auto
-torna immediatamente dentro
-rimani in auto
-avete qualcosa di illegale in auto?”
Ti fa capire l’astio dell’orso Yoghi verso i rangers.

P.p.s.
Abbiamo visto un famiglia di quattro orsi spuntare all’improvviso a una manciata di metri da noi; la visione della madre, enorme, con relativa crisi di panico reciproca e precipitosa fuga conseguente ci ha fatto pensare, a onor del vero, ” bella la natura eh, ma forse per noi europei metropolitani così è davvero troppo”.

La religiona operosa della Meth

19.09

Page, Arizona

Ah l’Arizona… dal Nevada lungo un’autostrada senza curve, facendoci scompigliare i capelli dalla piacevole brezza calda del deserto, entriamo in questo stato appena dopo la diga di Hoover sul fiume Colorado. La diga è una meraviglia dell’ingegneria incastonata alle porte del Gran Canyon, portento miracoloso della natura che prosegue per 400 kilometri in direzione nord est. La diga fu realizzata come madre di tutti i lavori pubblici per applicare le teorie economiche di Keynes in risposta alla crisi del ’29 e produce energia elettrica sufficiente ad illuminare tutti i neon pacchiani di Las Vegas.
Da questo benvenuto paesaggistico, ci rendiamo conto quanto l’Arizona abbia uno scenario differente dal Nevada; nello stato di Sin City il deserto ha l’aria più ostile, la terra è più brulla e gialla e le strade sono essenziali, polverose e poco battute.

L’Arizona è la terra del Cactus Saguaro come quello disegnato sulle targhe delle macchine, che puntellano un deserto con tutte le sfumature esistenti dal giallo al rosso.

E’ la terra dei cowboys, come il senatore repubblicano McCain, che qui ha il suo feudo elettorale, un po’ come l’altro cowboy Bush ha il Texas; ma è anche la terra di Navajo dai lineamenti tristi, come la famiglia che gestisce l’anonimo Burger King sulla Highway in cui ci siamo fermati a scroccare il Wifi; la bimba avrà avuto cinque anni e alle 9 di sera era ancora lì ad annoiarsi costretta a guardare la TV mentre il fratello grande e la madre servivano Hamburger ad avventori non proprio amichevoli nel nulla autostradale.

L’Arizona è anche la patria dei confini nel deserto.

Confini che limitano porzioni di sabbia che segnano dove si può e dove non si può andare.

Se la frontiera con il Messico in California è quella urbanizzata e metafisica che abbiamo descritto e quella del Texas (che è la più lunga del paese) è segnata naturalmente dalle acque del Rio Grande, tra Arizona e New Mexico corre la frontiera meno sorvegliata, e quindi più violata, cioè quella che tormenta i sonni dei suprematisti bianchi americani.

Qualche mese fa Donald Trump ha deciso di dare la grazia al controverso 85enne sceriffo di confine Joe Arpaio che durante la sua, non proprio onorevole, carriera si era meritato diverse indagini dei federali per le maniere spicce che usava nei confronti degli immigrati che arrivano quotidianamente dal Messico. Un modo che il Presidente ha usato per ribadire che anche a lui piacciono i cowboy, non quelli amici della CIA ma quelli che picchiano i messicani.

Del resto a noi i Cowboy ci sono sempre stati antipatici, con il loro misto di pratico decisionismo, stupidità testosteronica e pericolosa ingenuità. Forse l’unica cosa che hanno di positivo sono i gusti culinari giacché proprio lungo le highway dell’Arizona abbiamo mangiato le migliori quesadillas e i migliori burritos dell’intero viaggio.


Scopriamo che l’Arizona è l’ultimo stato ad aver aderito agli USA (escludendo il lontano Alaska e le isole Hawaii) e fino all’inizio del ‘900 era una specie di enorme rettangolo senza padroni né leggi. Una terra di nessuno tra la Confederazione ed il Messico.

In realtà non era proprio di nessuno.

Se ne appropriò il Presidente Theodore Roosvelt che l’adorava perché veniva qui a passare le sue vacanze e a praticare la “caccia al puma”, con la possibilità di ritirarsi in riservatezza momentaneamente al di fuori del territorio americano, e avere qualcosa di molto simile ad una riserva privata a sua disposizione.

Ma quella riserva non era privata, era la terra degli Apache, dei Navajos e di altre tribù che l’abitavano da secoli, dalle parti dell’immenso e bellissimo Grand Canyon. Tribù che non avevano mai sentito il bisogno di recintare uno spazio per definire una proprietà. Che davano nomi umani alla natura e nomi naturali agli esseri umani.
Poi la storia è andata come si sa, e adesso loro vivono nelle riserve.

Che sono recintate col filo spinato.

Dei confini a loro volta.

Dentro questi recinti ci sono intere aree grandi come regioni europee dove non può entrare nessuno che non sia un nativo (ogni accesso è segnalato da cartelli con un lungo elenco di divieti di ingresso). I nativi oggi vivono rinchiusi senza acqua corrente. Abitano il deserto in roulotte, guadagnano qualche dollaro vendendo souvenir lungo l’autostrada ai turisti di passaggio. Addirittura nelle riserve c’è un fusorario diverso da quello del resto dell’Arizona (a sua volta diverso da quello del Nevada) e questo, insieme alla scarsa copertura internet, è sufficiente a mandare in tilt i nostri cellulari unendo anche un elemento di spaesamento temporale a quello causato dal paesaggio che passa dai finestrini.

Insomma l’Arizona è una terra recintata a sud lungo il confine con il Messico, in cui ci sono ettari ed ettari di altri recinti dietro i quali vivono i nativi. In mezzo cowboy che giocano a chi è il più duro e camerieri di diner autostradali strafatti di Crystal Meth.

Un po’ ci sentiamo in colpa ad ammettere che tutto sommato non abbiamo sentito quella scintilla di simpatia che prevedevamo verso i discendenti di Geronimo…

Sarà forse perché difendere ciò che rimane della propria libertà chiudendosi in una prigione a cielo aperto ci ricorda le paranoie razziste europee dalle quali siamo fuggiti già progettando il viaggio.

Tuttavia, attraversando il deserto dipinto, quando il fiato ci manca alla vista che si spalanca sul Grand Canyon e quando alziamo la testa ammirando il cielo di notte, con la via lattea e le stelle cadenti, capiamo perfettamente la tristezza dei lineamenti degli indiani d’America… quella natura così libera da non poter essere guardata attraverso i recinti non può non far rivivere ogni volta una storia dolorosa, un’ingiustizia subita talmente grande da diventare incomprensibile a decenni di distanza.

#sandcreek
#maledetticowboy
#recintisurecinti

20.09

Zion National Park e Salt Lake City, Utah

“…il verde brillante della prateria dimostrava in maniera lampante l’esistenza di Dio, del Dio che progetta la frontiera e costruisce la ferrovia …”

Agli albori del capitalismo industriale, nella prima metà del XIX secolo, a New York, cinque persone legate agli ambienti della massoneria inglese fondarono una religione: il mormonismo. Alla loro guida c’era una tale dalla biografia fumosa: Joseph Smith.

La professione di fede della nuova religione era presa da un’intervista di Smith ad una giornalista di Chicago. Il fondatore della setta ne era anche indiscusso profeta poiché aveva ricevuto, in seguito a visioni angeliche, delle tavole d’oro da lui stesso tradotte da una lingua antica (tutt’ora sconosciuta alla filologia), che Smith chiamava “egiziano riformato”.
Per il mormonismo Dio era precedentemente un uomo, in qualche modo diventato Dio, che viveva attualmente in un altro pianeta di nome Kolob. Gesù invece dopo essere risorto era venuto a predicare tra i nativi d’America, e proprio qui era collocata la terra promessa dei mormoni.
Insomma una rivisitazione esotica della fabula monoteista classica.
Ma il vero obiettivo di questo nuovo credo non era quello di brillare nel dibattito teologico bensì quello di costituire prima un gruppo di interesse e poi fondare addirittura uno stato teocratico.

Così, attraverso i decenni, in una successione di truffe, spostamenti e scismi, un gruppo maggioritario di mormoni fa quello che tutti coloro rimasti a bocca asciutta nella East Cost facevano all’epoca: dirigersi a West, la Terra Promessa.

I pellegrini raggiunsero così la zona montuosa abitata dai nativi che diventerà di lì a breve lo Utah.


La storia dei mormoni e il loro credo ci suscitano un certo stupore divertito: “Ma come, arriva uno, si inventa una storiella e convince gli altri a colonizzare un territorio e fondare uno stato?”. Poi dopo alcuni minuti di silenzio ci rendiamo conto che è all’incirca la storia di tutte le religioni. Quasi una costante nella storia dell’umanità.

Ma lo Utah ha qualcos’altro da dirci tra le sue montagne rossicce e gialle praterie.
I mormoni emigrati verso ovest in Utah e in California iniziarono a costruire la prima ferrovia che collegava le nuove terre di conquista.
Questo importante dettaglio logistico convinse gli Usa ad accettare lo Utah nella confederazione nel 1895 (in cambio i mormoni rinunciarono alla poligamia che garantiva ovviamente la moltiplicazione numerica dei fedeli).
Gli insediamenti umani dei mormoni produssero la spinta per l’infrastruttura logistica del West e tutt’ora le autostrade sono affollate di mastodontici TIR al posto dei placidi Buffalos.

La conversione di Smith ha avuto più successo di quella di Paolo Brosio a Medjugorie e oggi ci sono 15 milioni di mormoni nel mondo che eleggono dallo stato di Salt Lake City 4 deputati e due senatori (tutti compattamente repubblicani); i mormoni governano e vivono su questa terra promessa da cui, attendendo il giudizio universale, si possono continuare ad estrarre minerali preziosi.

Mentre ragionavamo sul ruolo del fervore religioso nella conquista del West e nel massacro dei nativi, guidando attraverso le alte rocce striate dal vento dello Zion National Park dallo stereo è partito, un po’ per caso, l’album di De Andrè “La buona Novella”.
Chissà come le sorti del mondo sarebbero state differenti se il testo religioso universale di riferimento fosse stato quell’album.

E così, volendoci riscoprire anche noi seguaci di qualcosa, abbiamo scelto come luogo della rivelazione quelle montagne rosse e come testo il Vangelo secondo De Andrè.

Dirigendoci a nord lungo lo Stato mormone abbiamo scoperto in un Chinese Buffet scrauso sulla Highway che ci sono cinesi mormoni e vengono in pellegrinaggio da Hong Kong (il più grande porto merci al mondo) qui in Utah, dove nacque la ferrovia e il trasporto delle merci estratte dalla Terra.
Materialisticamente capiamo che praticamente i mormoni sono i fedeli credenti nella logistica!

#lagentemormoNa
#spirituality
#slc

Luci e deserto

17.09

Skidoo, Death Valley, California

La valle della morte come monito naturale.

La Death Valley è una didascalica parabola della Natura sul lato avido e vorace del capitalismo estrattivista coloniale.
Nel 1849, mentre in Europa c’era un certo fermento politico e nascevano movimenti e conflitti sociali, un gruppo di sfigati nel Nuovo Mondo, cui il sogno americano non aveva sorriso nelle grandi pianure dello Utah o nel deserto del New Mexico, venne a sapere che l’anno prima era stato trovato dell’oro in California, alla frontiera allora ancora inesplorata del West.

Per quella vorace corsa all’oro già si erano spostati in appena 12 mesi 300.000 disperati in una singola piccola cittadina californiana, Fresno.
I nostri sfigati, per recuperare l’anno perduto rispetto ai primi cacciatori di fortuna, convinti di usare una scorciatoia, si incamminarono attraverso una valle poco a nord del normale sentiero con cui si andava nello Stato d’Oro.

“Cosa abbiamo da temere da rocce e deserto?” pensarono i furbi avventurieri ossessionati dalla svolta della vita.

Di lì a poco si persero in una mare arido di rocce e sabbia, finirono i rifornimenti e cominciarono a vagare moribondi tra cime ostili e avvallamenti profondi decine di metri sotto il livello del mare. Neanche un filo d’erba cresceva nel raggio di miglia. Distese di sale che da lontano beffardamente brillano come acqua, di cui però non c’è presenza se non nei crudeli miraggi.

Sopraggiunse la disperazione e la rabbia.
Molti morirono lungo il tragitto piegati dalla fame e dal caldo infernale.

La notte la valle passava da incubo torrido a deserto di gelo. Un freddo che entra nelle ossa cui i disperati pionieri si ripararono mangiando la carne delle bestie da soma e dei cavalli e bruciando i carri in legno per scaldarsi.

Qualcuno sopravvisse, imbattendosi dopo settimane in qualche sperduto insediamento umano di nativi americani.

Nessuno raggiunse le miniere d’oro.

Il sogno americano di nuovo svanito, l’ennesima terra promessa non mantenuta.

La Death Valley è il punto più caldo e basso della Terra.

E non era segnata sulle cartine dell’epoca perché nessuno aveva avuto possibilità o esigenza di segnarla.
I pochi che riuscirono ad uscirne arrivando in California si voltarono indietro colmi di sollievo e dissero “Addio valle della morte”.

Così, pare con l’alito tiepido dei sopravvissuti, fu battezzata l’area, che ha mantenuto la tradizione dei nomi evocativi e la sua beffarda e cinica toponomastica: Dante’s view, Devil’s Golf Course, Badwater, Furnace’s Creek ecc…


L’incredibile incapacità di autocritica da parte dei pionieri americani crediamo sia rimasta nel rapporto ottuso con i limiti naturali dei loro pronipoti contemporanei.

Ma non li aveva uccisi la Valle, né la Natura che è frontiera invalicabile da queste parti; ciò che li avevi decimati era stata solo la loro miope avidità.

Che di per sé non è altro che un prodotto dell’umana specie.

#deathvalley
#zabrieskiepoint
#speriamochenonfiniamolabenza
#chenonforiamo
#chequarimaniamo
#deathvalley49ers

Mentre fissavamo sempre più provati dal sole le colline che ricordavano in modo inquietante il paesaggio dell’horror “Le colline hanno gli occhi”, ci siamo persi.
In questa porzione del ricco Occidente, il cellulare non prende da nessuna parte e molte strade sono poco più di mulattiere.

Lungo le quali non passano macchine per ore e ore, a volte giorni.

Abbiamo quasi avuto una crisi di panico tenuta a bada solo dal terrore di forare una gomma.

In quel torrido e silenzioso deserto, per la nostra tenuta psicologica è stato vitale venire a sapere solo ore dopo e, finalmente usciti dalla Valle, che decine di morti si sono registrate a causa del caldo eccessivo dal 1849 a oggi, gli ultimi, manco a dirlo, una famiglia di turisti tedeschi nel 2009, i cui resti sono stati ritrovati solo mesi dopo.

18.09

Las Vegas, Nevada

Lo sapevate che è difficilissimo uscire da un casinò di Las Vegas?

È tutto studiato perché rimaniate lì dentro ancora e ancora e ancora. All’interno non ci sono orologi e la musica è ovunque; la luce soffusa ripara dall’accecante sole esterno come l’aria condizionata dal caldo soffocante del Las Vegas Boulevard; e ovviamente si può fumare ovunque (in California spesso è vietato fumare anche in aree all’aperto, in Nevada decisamente no proprio per questo).

Chiunque può rimanere a suo agio in questi giganteschi casinò un po’ come nel Medioevo si rimaneva in meditazione nelle fresche cattedrali romaniche dove ci si riparava dall’afa mediterranea. Un mistico conforto votato al gioco d’azzardo. E se infatti ogni religione ha la sua La Mecca, la “religione dello spettacolo” ha Las Vegas, che ha gli stessi pellegrini all’anno delle tre città sante monoteiste messe insieme.

Proprio nel deserto, nel nulla del Nevada, una Disneyland per adulti creata solo nel 1949. Immaginata e inventata da un immigrato tedesco che aprì il Flamingo in una contea che per sconfiggere la depressione, economica e non solo, aveva reso legale gioco d’azzardo e prostituzione e abolito qualunque licenza edilizia e commerciale.

La mascotte della città era un piccolo e simpatico fungo atomico, che celebrava l’effimera esistenza umana nella Sin City a poche miglia dall’area militare di test nucleari e in piena guerra fredda.

Una sorta di “Ricordati che puoi morire domani, intanto ti va un giro al tavolo del Black Jack?”.

Dagli anni ’50 Las Vegas però è cambiata, potremmo dire che è esplosa inseguendo sé stessa. Nella stessa strada alla megalomania della Sfinge con Piramide annessa del Luxor Hotel si è risposto con una Tour Eiffel e un Arc de Triomphe del Paris Casinò , cui hanno rilanciato con lo Skyline di New York in miniatura a cui hanno risposto i proprietari dei diversi Casinò con grattacieli dorati (su uno emerge a lettere gigantesche il nome dell’attuale Presidente degli Stati Uniti) e altre pacchianate. Tra queste particolarmente degne di menzione ci paiono un vulcano artificiale che ogni sera fa vivere il brivido della sua eruzione e un finto Lago Maggiore con spettacolo di fontane diverso ogni 30 minuti al Bellagio.

Tutto questo sulla medesima strada, che attraversiamo assediati da cartelloni pubblicitari di spettacoli, di concerti, di eventi di qualunque tipo, alternati da boutique e fast food.

Immaginate chi volete essere, qui potrete esserlo; immaginate cosa volete mangiare, qui potrete mangiarlo; immaginate una fotografia, un oggetto, una maglietta, qualunque merce, qui potrete acquistarla.

Negozi, hotel, casinò giganteschi, scenografie impressionanti comunque sproporzionati per la gente che ci passa dentro mai sufficiente a creare folla.
Per la strada ogni singolo individuo è un personaggio.

Obesi, tatuati, sfatti, barbe, baffi, ogni persona è una singolarità.

Chi può permetterselo sembra la sua star del cinema preferita, chi no risulta la caricatura sformata al botulino dei suoi desideri.

La verità è che Las Vegas è estrazione economica pura.

Nel senso che l’intera città è costruita per fare in modo che alla fine della tua giornata il proprio portafogli (o carta di credito che è persino peggio) sarà totalmente in rosso, qualunque sia la cifra di partenza.

Sulla cartina il Nevada è un enorme trapezio desertico attraversato da una decina di strade in tutto.

Ci sono solo due città con una popolazione sufficiente a definirsi tali: Rino a nord e Las Vegas appunto, a sud.

In mezzo tanti rettangoli sulla cartina quanti sono i siti dell’esercito, della CIA, dell’FBI: il sito per i test nucleari, quello per le armi chimiche, quello per le ricerche speciali persino un sito per gli esperimenti con il Napalm.

E’ abbastanza logico il perché uno stato così ostile geograficamente abbia dovuto fare di necessità virtù e legalizzare tutto ciò che era illegale per attirare un po’ di denaro oltre ad un po’ di gente. Forse, guardando Las Vegas abbiamo l’impressione che si siano un po’ fatti prendere la mano.

#sincity
#egoobeso
#succhiareilsangue

Alla fine, noi figli degli anni ’80 e della TV commerciale, non siamo insensibili al fascino kitch, libertario e decadente che ci circonda, e proprio per questo decidiamo di fare, come lo chiamano qui, un “Elvis”: alla modica cifra di 300 dollari ci siamo sposati con un atto ufficiale valido solo nello Stato del Nevada. Il reverendo che ci ha sposati era vestito dal King of The Rock e aveva i nostri nomi segnati sui palmi delle mani per non confonderci con la coppia sposata 15 minuti prima o quella che avrebbe sposato 15 minuti dopo. Malgrado tutto, dobbiamo riconoscergli si sia rivelato un professionista nel provare a dare enfasi e serietà ad un momento che per lui si ripete decine di volte al giorno in quella specie di giostra che è la sua Little Chapel of the West. E anche se così poco mistico anche noi, lo confessiamo, ci siamo emozionati nel convogliare a nozze nella “città del peccato”.

Il nostro primo giorno da sposati, in un diner poco al di là della Strip e dei Casinò, scopriamo l’esistenza di una leggenda metropolitana su Las Vegas, abbastanza distopica ed inquietante. Non l’abbiamo verificata direttamente ma pare essere cosa abbastanza risaputa ed accettata in Nevada. Gira voce che sotto la Strip, illuminata da casinò e cappelle per sposarsi, accampati nelle fogne della città che non dorme mai, vivano 30.000 persone. Questa “città sotto la città” è popolata da ludopati seriali che aspettano in modo messianico che la fortuna giri. Dalle fogne degli hotel e dei casinò raccolgono qualche soldo, qualche moneta che cade dalle slot machine e la puntano di nuovo sperando, ogni giorno, per settimane, il loro momento. Una forma di vita intrappolata dalla speranza, una realtà crudele quasi quanto difficile da concepire come reale.

E dopo questa aver scoperto questa ennesima grottesca, incredibile ed estrema realtà, cercando una delle mitiche Grocery dove in periferia si spaccia Marijuana sotto banco, imbocchiamo la Highway 40, in direzione Est verso un nuovo Stato, il terzo, nel nostro itinerario.

Dream of Californication

14.09

Hollywood Blv, Los Angeles

Abbiamo conosciuto un elettore di Donald Trump!
Che emozione, esistono anche qui, non solo nel Midwest o nei “Flyover States” (gli stati centrali negli USA, chiamati così perché non essendo particolarmente interessanti vengono solo sorvolati da chi va in aereo da costa a costa)!
All’inizio sembrava il classico simpatico ispanico tatuato mangiatore seriale di tacos.
E invece… in nessun posto come la California l’abito non fa il monaco!
Tassista di Uber, californiano da generazioni, addirittura da quando “Cali” era Messico (quindi tecnicamente messicano ma vaglielo a spiegare), stanco delle tasse, scontento di Obama che ha reso l’America “debole” agli occhi del mondo, che è stato eletto “solo perché nero” (“e ho molti amici neri che sono scontenti di Obama”), rimpiange Ronald Reagan come grande Presidente dello Stato e vuole trasferirsi in Utah dove, dice, non esistono tasse. Accusa i democratici di voler alzare le tasse ed essere corrotti “come nel comunismo”.
Politicamente si considera un indipendente che si informa, ma non sulla CNN che a suo dire non dà tutte le notizie; lui si informa molto di politica su siti e blog “indipendenti” perché “come quando compri una macchina, you know?”; ci ha spiegato che in Europa c’è un attacco terroristico al giorno, che in Inghilterra vige la Sharia (era proprio convinto di ciò) e che la Francia dopo l’11 Settembre non ha aiutato gli States e adesso ne paga le conseguenze.

Crediamo abbia confuso Barcellona in Spagna con Barcellona Pozzo di Gotto giacché era sicuro che ad Agosto ci fosse stato un attentato terroristico in Italia; ha anche confuso l’Austria con l’Australia ma vabbè, dettagli insignificanti di fronte al suo fervore civile.
Gli abbiamo messo 1 stella su 5 di feedback su Uber come piccola ripicca politica.

Scesi dal suo Taxi ci siamo aggirati per Hollywood Boulevard e lì abbiamo capito che non esiste praticamente alcuna differenza tra attori, attrici, matti, californiani, hipster e turisti asiatici in visibilio.

In quelle due miglia di strada che è la Walk of Fame, abbiamo capito che, se camminando per strada, non capisci chi è simpatico, chi arrabbiato sul serio e chi fa finta, chi si diverte, chi ride, chi piange davvero e chi recita, chi è fuori di testa e chi no, l’antipsichiatria ha vinto sul serio. Questa è Hollywood, un trionfo di singolarità umane, una sorta di maionese impazzita della società dello spettacolo.

Ci siamo avviati verso il parco urbano su in collina, il Griffith Observatory, giusto per rifiatare da tutta questa esplosione claustrofobica di voci, facce, relazioni e uscendo dalla città li abbiamo visti. Come nei film di Romero.
Erano lì.
I poveri.
Homeless che mangiano junk food, che dormono ai margini di palazzi abbandonati, che smascellano o sfogano la rabbia mandando in frantumi i vetri delle cabine del telefono o prendendo a calci cassette della posta.
Come ne “La strada” di Maccarthy e nelle canzoni di Springsteen.
Vivono esattamente nella no man’s land che c’è tra un sobborgo e un altro; essendo Los Angeles una città dove ci si sposta da un punto a un altro esclusivamente in auto, puoi vivere in città senza mai accorgerti di loro, che passano la loro esistenza negli interstizi e nelle congiunzione delle autostrade.

Ed ecco spiegato il mistero: il nostro tassista Uber criptofascista sarà anche stato un fiero autoctono californiano da Los Angeles ma semplicemente vedeva la città che vedono tutti o quasi gli abitanti, dai finestrini di un auto, senza mai fermarsi, da un punto ad un altro.
Se per un momento, per un guasto, per una ruota forata, scendesse dalla sua macchina e fosse costretto a fare due passi a piedi, scoprirebbe qualcosa che né la CNN né la Fox né i suoi amati blog complottisti gli diranno mai: America is weak again!

#trumpismi

15.09

Ingelwood, Los Angeles

Lui

-Ma come il mio passaporto è troppo rovinato e non lo accettate?
Elegante manager della compagnia di autonoleggio

-Yes sir, questa è la nostra politica aziendale. Lei

-Ma se andava bene alla polizia di frontiera, come è possibile non vada bene per affittare un’auto?

Il manager, rivolgendosi solo a lui

-No Sir, quello è lo Stato e ha le sue regole, questo è il Buisness e le regole sono le nostre regole aziendali.
Lui

-Ho capito, ho capito le vostre regole, vanno bene 400 dollari di cauzione?
Il manager, improvvisamente gentilissimo

-Yes sir, ecco le chiavi dell’auto.
Lui

-Vaffammokk a mamt e al sogno americano.

Quanto siamo provinciali noi europei a poter anche solo lontanamente pensare che le regole dello Stato siano a un livello superiore a quelle dell’impresa privata. In questo drammatico scambio sono condensati tutti o quasi i principi della Carta fondamentale americana: la legge dello Stato non è superiore ma affiancata, e su un livello collaterale, a quella della libera impresa privata.

Questa banale deduzione nelle nostre teste produce una rivoluzione copernicana che ci farà sempre ondeggiare, nel nostro viaggio, tra una libertà che è puro arbitrio e una libertà che è possibilità infinita.

Saliamo finalmente sulla macchina, quella che sarà la nostra fedele alleata, casa, compagna all’esplorazione del West: una Chevrolet Malibù nera, anche eccessiva per i nostri standard. Dopo il drammatico approccio con il cambio automatico che quasi ci fa schiantare al primo incrocio, dimenticandoci di avere il piede sinistro per la frizione, ci dirigiamo a Sud, costeggiando il Pacifico, lungo l’Orange Country in direzione San Diego; i Red Hot Chili Peppers dall’autoradio e il vento tiepido del tramonto californiano sul viso ci ubriacano di una strana sensazione di pace e felicità:

“First born unicorn Hard core soft porn
Dream of Californication
Dream of Californication”


Arriviamo nella nostra meta a tarda sera, meno male che su Airbnb abbiamo trovato la catapecchia di un certo Nicola di Pozzuoli, Napoli, laureato in architettura, emigrato a San Diego (sospettiamo in onore dell’omonimo noto calciatore e divinità partenopea degli anni 80) che campa affittando strani prefabbricati; per 27 dollari ci ha offerto un posto dall’estetica di un accampamento di terremotati ma con una Jacuzzi in mezzo al giardino! Le bolle, l’acqua calda, le luci soffuse in un finto giardino dalla moquette morbidissima in mezzo a lamiere colorate alla bene e meglio ci fanno sentire euforici e, finalmente, in vacanza, lontano da tutto e tutti.

#dreamon
#californication

16.09

San Diego, California

San Diego è città di frontiera.
Una ricca città di frontiera.
A sud confina con Tijuana, il Messico, le nuvole.
Da questo lato invece c’è una Little Italy snob e la contea più provinciale e Repubblicana della California.
Forse un tempo doveva essere un posto molto più originale, più vero, più vivo e disordinato, almeno così la immaginiamo girando per il centro. Poi però è diventata la sede della Flotta Militare Americana del Pacifico, orfana di Pearl Harbour, e questo l’ha resa la seconda città più grande dello stato continuamente attraversata e vissuta da militari in licenza; ufficiali e soldati che scendono dalle gigantesche portaerei attraccate per godersi qualche ora di libertà condizionata. Il fatto che la seconda città della California viva sotto la perenne spada di Damocle del “Big One”, l’apocalittico terremoto che dividerà la faglia di Sant’Andreas, aggiunge un tocco di effimero all’effimero.

Un tempo c’erano strip club e casinò, saloon e bordelli in bassi edifici di legno color pastello, dall’architettura neocoloniale, ma ora sono stati sostituiti da bar e disco club dove una gioventù allegra, bianca e palestrata passa le serate, in una Dowtown meno cupa di quella di Los Angeles.

Tutti ridono ad alta voce e ostentano una felicità che ha qualcosa di invadente, di ossessivo nei loro vestiti eccessivamente curati.
Usciti dal centro cittadino e, a soli quattro isolati dal pacchiano Gaslamp Quartier, percepiamo disorientati come l’ambiente urbano diventi sempre più buio e silenzioso; nel giro di pochi passi ci troviamo in un luogo diverso: una vera e propria città di tende igloo e carrelli della spesa. Una città abitata da figure scure con i volti segnati ma gli occhi così spenti che non ricordiamo nessuna faccia dopo appena qualche minuto.

Di nuovo in un film horror di Romero.

La 6th a San Diego è una frontiera tra ricchi e poveri.

Una frontiera nella città di frontiera.
Frontiere non formali, che non leggi nelle cartine, dei crudeli confini sostanziali; sempre e comunque plasticamente percettibili anche a noi turisti, anche solo per qualche ora.

Il fantasma di Tom Joad è l’unico spirito che scavalca muri e attraversa quartieri e isolati anche qui. Il confine invisibile tra la movida di San Diego e gli homeless a trecento metri di distanza, tra il rumore e il silenzio, tra la folla e le solitudini è così improvviso da creare spaesamento, quasi un giramento di testa che viene dallo stomaco, un fastidio profondo, un odio generico e nauseante.

La stessa violenta sensazione del muro con filo spinato che è a poche miglia a sud dal centro cittadino.

L’abbiamo visto, il muro con il Messico.

L’ossessione della nuova America “great again” versione 2017.

Da questo lato, una spiaggia desolata con cartelli minacciosi e qualche sacco dell’immondizia abbandonato da non si sa chi, ma buono per farci banchettare invadenti gabbiani, uniche presenze oltre noi.

Dall’altro lato, Tijuana.

Tra le fessure del muro/grata vediamo il Messico, famiglie sulla spiaggia con gli ombrelloni, sentiamo musica latina, percepiamo vita.

Di qui però, il nulla, il rumore delle onde e del vento e il verso stridulo dei gabbiani.

Alla fine, la frontiera.

Anche abbastanza squallida e desolata.

Un luogo senza retorica e sacralità.

C’è anche un monumento segnato sulla cartina, si chiama “International Friendship Monument”. Lo abbiamo cercato in lungo e largo per qualche foto, poi abbiamo capito che il monumento era il parcheggio con tre panchine di cemento dove avevamo lasciato la macchina a poche decine di metri dalla spiaggia.
La cosa che più ci colpisce è come il muro, una muraglia cinese di ferro arrugginito ostinata e ostile, non si fermi dove finisce la terra e prosegua per una ventina di metri anche nel mare, tuffandosi nell’Oceano per accertarsi che nessuno lo aggiri a nuoto (pretesa ovviamente del tutto velleitaria).

Costruire muri nel mare sfida la fisica, ma in questo caso soprattutto il buon senso. Risaliamo sulla nostra Chevry, frastornati e a disagio, lasciamo il confine alle nostre spalle e intravediamo, in un fossato sabbioso alla base del muro, la Jeep della polizia di frontiera americana con i vetri oscurati, non sapremo mai se c’è qualcuno davvero lì dentro, se è sveglio, se dorme, ci pare sia lì quasi come un totem, un muto deterrente a chi vuole provare a sfidare il sacro confine tra il Messico e il sogno americano.

Facciamo partire musica messicana dalla radio, proviamo a sintonizzarci con Radio Tijuana per illuderci per qualche minuto di quanto neanche la fredda barbarie arrugginita che ci accompagna verso est possa fermare la musica.

14.09

Hollywood Blv, Los Angeles

Abbiamo conosciuto un elettore di Donald Trump!
Che emozione, esistono anche qui, non solo nel Midwest o nei “Flyover States” (gli stati centrali negli USA, chiamati così perché non essendo particolarmente interessanti vengono solo sorvolati da chi va in aereo da costa a costa)!
All’inizio sembrava il classico simpatico ispanico tatuato mangiatore seriale di tacos.
E invece… in nessun posto come la California l’abito non fa il monaco!
Tassista di Uber, californiano da generazioni, addirittura da quando “Cali” era Messico (quindi tecnicamente messicano ma vaglielo a spiegare), stanco delle tasse, scontento di Obama che ha reso l’America “debole” agli occhi del mondo, che è stato eletto “solo perché nero” (“e ho molti amici neri che sono scontenti di Obama”), rimpiange Ronald Reagan come grande Presidente dello Stato e vuole trasferirsi in Utah dove, dice, non esistono tasse. Accusa i democratici di voler alzare le tasse ed essere corrotti “come nel comunismo”.
Politicamente si considera un indipendente che si informa, ma non sulla CNN che a suo dire non dà tutte le notizie; lui si informa molto di politica su siti e blog “indipendenti” perché “come quando compri una macchina, you know?”; ci ha spiegato che in Europa c’è un attacco terroristico al giorno, che in Inghilterra vige la Sharia (era proprio convinto di ciò) e che la Francia dopo l’11 Settembre non ha aiutato gli States e adesso ne paga le conseguenze.

Crediamo abbia confuso Barcellona in Spagna con Barcellona Pozzo di Gotto giacché era sicuro che ad Agosto ci fosse stato un attentato terroristico in Italia; ha anche confuso l’Austria con l’Australia ma vabbè, dettagli insignificanti di fronte al suo fervore civile.
Gli abbiamo messo 1 stella su 5 di feedback su Uber come piccola ripicca politica.

Scesi dal suo Taxi ci siamo aggirati per Hollywood Boulevard e lì abbiamo capito che non esiste praticamente alcuna differenza tra attori, attrici, matti, californiani, hipster e turisti asiatici in visibilio.

In quelle due miglia di strada che è la Walk of Fame, abbiamo capito che, se camminando per strada, non capisci chi è simpatico, chi arrabbiato sul serio e chi fa finta, chi si diverte, chi ride, chi piange davvero e chi recita, chi è fuori di testa e chi no, l’antipsichiatria ha vinto sul serio. Questa è Hollywood, un trionfo di singolarità umane, una sorta di maionese impazzita della società dello spettacolo.

Ci siamo avviati verso il parco urbano su in collina, il Griffith Observatory, giusto per rifiatare da tutta questa esplosione claustrofobica di voci, facce, relazioni e uscendo dalla città li abbiamo visti. Come nei film di Romero.
Erano lì.
I poveri.
Homeless che mangiano junk food, che dormono ai margini di palazzi abbandonati, che smascellano o sfogano la rabbia mandando in frantumi i vetri delle cabine del telefono o prendendo a calci cassette della posta.
Come ne “La strada” di Maccarthy e nelle canzoni di Springsteen.
Vivono esattamente nella no man’s land che c’è tra un sobborgo e un altro; essendo Los Angeles una città dove ci si sposta da un punto a un altro esclusivamente in auto, puoi vivere in città senza mai accorgerti di loro, che passano la loro esistenza negli interstizi e nelle congiunzione delle autostrade.

Ed ecco spiegato il mistero: il nostro tassista Uber criptofascista sarà anche stato un fiero autoctono californiano da Los Angeles ma semplicemente vedeva la città che vedono tutti o quasi gli abitanti, dai finestrini di un auto, senza mai fermarsi, da un punto ad un altro.
Se per un momento, per un guasto, per una ruota forata, scendesse dalla sua macchina e fosse costretto a fare due passi a piedi, scoprirebbe qualcosa che né la CNN né la Fox né i suoi amati blog complottisti gli diranno mai: America is weak again!

#trumpismi

15.09

Ingelwood, Los Angeles

Lui

-Ma come il mio passaporto è troppo rovinato e non lo accettate?
Elegante manager della compagnia di autonoleggio

-Yes sir, questa è la nostra politica aziendale. Lei

-Ma se andava bene alla polizia di frontiera, come è possibile non vada bene per affittare un’auto?

Il manager, rivolgendosi solo a lui

-No Sir, quello è lo Stato e ha le sue regole, questo è il Buisness e le regole sono le nostre regole aziendali.
Lui

-Ho capito, ho capito le vostre regole, vanno bene 400 dollari di cauzione?
Il manager, improvvisamente gentilissimo

-Yes sir, ecco le chiavi dell’auto.
Lui

-Vaffammokk a mamt e al sogno americano.

Quanto siamo provinciali noi europei a poter anche solo lontanamente pensare che le regole dello Stato siano a un livello superiore a quelle dell’impresa privata. In questo drammatico scambio sono condensati tutti o quasi i principi della Carta fondamentale americana: la legge dello Stato non è superiore ma affiancata, e su un livello collaterale, a quella della libera impresa privata.

Questa banale deduzione nelle nostre teste produce una rivoluzione copernicana che ci farà sempre ondeggiare, nel nostro viaggio, tra una libertà che è puro arbitrio e una libertà che è possibilità infinita.

Saliamo finalmente sulla macchina, quella che sarà la nostra fedele alleata, casa, compagna all’esplorazione del West: una Chevrolet Malibù nera, anche eccessiva per i nostri standard. Dopo il drammatico approccio con il cambio automatico che quasi ci fa schiantare al primo incrocio, dimenticandoci di avere il piede sinistro per la frizione, ci dirigiamo a Sud, costeggiando il Pacifico, lungo l’Orange Country in direzione San Diego; i Red Hot Chili Peppers dall’autoradio e il vento tiepido del tramonto californiano sul viso ci ubriacano di una strana sensazione di pace e felicità:

“First born unicorn Hard core soft porn
Dream of Californication
Dream of Californication”


Arriviamo nella nostra meta a tarda sera, meno male che su Airbnb abbiamo trovato la catapecchia di un certo Nicola di Pozzuoli, Napoli, laureato in architettura, emigrato a San Diego (sospettiamo in onore dell’omonimo noto calciatore e divinità partenopea degli anni 80) che campa affittando strani prefabbricati; per 27 dollari ci ha offerto un posto dall’estetica di un accampamento di terremotati ma con una Jacuzzi in mezzo al giardino! Le bolle, l’acqua calda, le luci soffuse in un finto giardino dalla moquette morbidissima in mezzo a lamiere colorate alla bene e meglio ci fanno sentire euforici e, finalmente, in vacanza, lontano da tutto e tutti.

#dreamon
#californication

16.09

San Diego, California

San Diego è città di frontiera.
Una ricca città di frontiera.
A sud confina con Tijuana, il Messico, le nuvole.
Da questo lato invece c’è una Little Italy snob e la contea più provinciale e Repubblicana della California.
Forse un tempo doveva essere un posto molto più originale, più vero, più vivo e disordinato, almeno così la immaginiamo girando per il centro. Poi però è diventata la sede della Flotta Militare Americana del Pacifico, orfana di Pearl Harbour, e questo l’ha resa la seconda città più grande dello stato continuamente attraversata e vissuta da militari in licenza; ufficiali e soldati che scendono dalle gigantesche portaerei attraccate per godersi qualche ora di libertà condizionata. Il fatto che la seconda città della California viva sotto la perenne spada di Damocle del “Big One”, l’apocalittico terremoto che dividerà la faglia di Sant’Andreas, aggiunge un tocco di effimero all’effimero.

Un tempo c’erano strip club e casinò, saloon e bordelli in bassi edifici di legno color pastello, dall’architettura neocoloniale, ma ora sono stati sostituiti da bar e disco club dove una gioventù allegra, bianca e palestrata passa le serate, in una Dowtown meno cupa di quella di Los Angeles.

Tutti ridono ad alta voce e ostentano una felicità che ha qualcosa di invadente, di ossessivo nei loro vestiti eccessivamente curati.
Usciti dal centro cittadino e, a soli quattro isolati dal pacchiano Gaslamp Quartier, percepiamo disorientati come l’ambiente urbano diventi sempre più buio e silenzioso; nel giro di pochi passi ci troviamo in un luogo diverso: una vera e propria città di tende igloo e carrelli della spesa. Una città abitata da figure scure con i volti segnati ma gli occhi così spenti che non ricordiamo nessuna faccia dopo appena qualche minuto.

Di nuovo in un film horror di Romero.

La 6th a San Diego è una frontiera tra ricchi e poveri.

Una frontiera nella città di frontiera.
Frontiere non formali, che non leggi nelle cartine, dei crudeli confini sostanziali; sempre e comunque plasticamente percettibili anche a noi turisti, anche solo per qualche ora.

Il fantasma di Tom Joad è l’unico spirito che scavalca muri e attraversa quartieri e isolati anche qui. Il confine invisibile tra la movida di San Diego e gli homeless a trecento metri di distanza, tra il rumore e il silenzio, tra la folla e le solitudini è così improvviso da creare spaesamento, quasi un giramento di testa che viene dallo stomaco, un fastidio profondo, un odio generico e nauseante.

La stessa violenta sensazione del muro con filo spinato che è a poche miglia a sud dal centro cittadino.

L’abbiamo visto, il muro con il Messico.

L’ossessione della nuova America “great again” versione 2017.

Da questo lato, una spiaggia desolata con cartelli minacciosi e qualche sacco dell’immondizia abbandonato da non si sa chi, ma buono per farci banchettare invadenti gabbiani, uniche presenze oltre noi.

Dall’altro lato, Tijuana.

Tra le fessure del muro/grata vediamo il Messico, famiglie sulla spiaggia con gli ombrelloni, sentiamo musica latina, percepiamo vita.

Di qui però, il nulla, il rumore delle onde e del vento e il verso stridulo dei gabbiani.

Alla fine, la frontiera.

Anche abbastanza squallida e desolata.

Un luogo senza retorica e sacralità.

C’è anche un monumento segnato sulla cartina, si chiama “International Friendship Monument”. Lo abbiamo cercato in lungo e largo per qualche foto, poi abbiamo capito che il monumento era il parcheggio con tre panchine di cemento dove avevamo lasciato la macchina a poche decine di metri dalla spiaggia.
La cosa che più ci colpisce è come il muro, una muraglia cinese di ferro arrugginito ostinata e ostile, non si fermi dove finisce la terra e prosegua per una ventina di metri anche nel mare, tuffandosi nell’Oceano per accertarsi che nessuno lo aggiri a nuoto (pretesa ovviamente del tutto velleitaria).

Costruire muri nel mare sfida la fisica, ma in questo caso soprattutto il buon senso. Risaliamo sulla nostra Chevry, frastornati e a disagio, lasciamo il confine alle nostre spalle e intravediamo, in un fossato sabbioso alla base del muro, la Jeep della polizia di frontiera americana con i vetri oscurati, non sapremo mai se c’è qualcuno davvero lì dentro, se è sveglio, se dorme, ci pare sia lì quasi come un totem, un muto deterrente a chi vuole provare a sfidare il sacro confine tra il Messico e il sogno americano.

Facciamo partire musica messicana dalla radio, proviamo a sintonizzarci con Radio Tijuana per illuderci per qualche minuto di quanto neanche la fredda barbarie arrugginita che ci accompagna verso est possa fermare la musica.

Deviamo in direzione nord, verso il posto più inospitale sulla faccia della Terra: la Valle della Morte.

Deviamo in direzione nord, verso il posto più inospitale sulla faccia della Terra: la Valle della Morte.