Il bruno tramonto di Angela Merkel.

A una settimana dalle elezioni europee in Assia, a Kassel, la polizia ha trovato il corpo senza vita di Walter Luebcke, presidente distrettuale. L’uomo è stato ucciso in casa sua con un colpo di pistola alla testa. Il politico cristiano democratico era uno dei personaggi più riconosciuti a livello federale per le sue posizioni di apertura verso i migranti e di antirazzismo cristiano. Posizioni che già dal 2015 lo avevano costretto a vivere sotto scorta per le minacce subite da parte di estremisti di destra.

Mentre però le indagini vanno avanti la società tedesca dopo il terremoto elettorale si ritrova improvvisamente sotto shock.

Purtroppo l’omicidio di Luebcke è il più recente e drammatico di una serie di fatti che già da tempo accadono in Germania, proprio mentre il mondo della politica si prepara, fortemente indebolito, ad un passaggio di fase epocale.

La cancelliera Angela Merkel ha infatti preannunciato che al termine di questo mandato, dopo 15 anni di leadership, si ritirerà dalla vita politica. Questa decisione sta provocando, ovviamente, moltissime tensioni in un ceto politico che appare totalmente incapace di affrontare la nuova stagione. La Cancelliera, da sempre figura anomala nel conservatorismo tedesco, con la sua proverbiale resilienza, nel corso del più lungo mandato dai tempi di Adenauer, ha eliminato tutti i suoi concorrenti politici, interni alla CDU ma anche esterni, pensiamo ai Socialdemocratici. Così facendo però ha precluso ogni possibilità di rinnovamento nella governance tedesca. La nuova generazione ordoliberale non sembra infatti essere assolutamente all’altezza della pesante eredità e la CDU inizia a preoccuparsi del calo di consenso e credibilità verso una società sempre più complessa e dinamica. Tutto questo da una parte è nascosto ancora una volta del carisma della Cancelliera, tutto sommato ancora in carica, e dall’altra dalla catastrofica crisi, quasi una tragedia teatrale, che colpisce l’altro storico partito di governo, l’SPD, ormai terza (o quarta) forza politica del paese.

Eppure a guardare l’orizzonte post 2020 non possiamo non si può nascondere angoscia e più di qualche dubbio. Questo perché durante il suo lungo mandato la Merkel ha affrontato una serie di questioni normalizzando costantemente il conflitto ed evitando di sciogliere i nodi più contraddittori e problematici che le si presentavano di anno in anno. Questa scelta se ha pagato nell’immediato ma oggi rischia di diventare un’eredità insostenibile per una ceto politico evidentemente non all’altezza della sfida. La crisi dei disoccupati, quella del debito, la debolezza della domanda interna, la crisi ambientale, la fragilità del sistema bancario, la posizione geopolitica schiacciata nella polarizzazione USA-Cina, l’afflusso dei migranti comunitari e dei rifugiati, sono solo alcune delle questioni rinviate e mai risolte dall’”estremismo di centro” della Cancelliera. Se a queste aggiungiamo tensioni sociali come l’aumento della disuguaglianza sociale, una sorta di zonizzazione territoriale, elettorale ed economica (pensiamo alle differenze tra Berlino, Laend ex DDR e Laend dell’ovest) e un’Unione Europea sempre più disunita, diventa chiara la pericolosità della bomba ad orologeria innescata nel cuore della prima economia e paese più popoloso del continente.

Ma è proprio il terrore per il caos e l’ignoto del dopo Merkel che sta producendo nella macchina kafkiana di poteri federali, agenzie di sottogoverno, organizzazioni parastatali e gruppi di interesse, reazioni nervose e preoccupanti scricchiolii. Più volte per esempio nel Bundestag si sta forzando in senso centralista la Costituzione tedesca che separa nettamente i diversi “Amt” (Autorità) dello Stato, a sua volta fondato su un federalismo spinto. A questi tentativi di accentrare verso il Bundestag compiti dei Laend però fanno resistenza proprio le specificità locali, sempre più diverse tra loro da molti punti di vista, non ultimo da quello elettorale. I corridoi della governance vivono così di schizofrenia asfittica in cui si moltiplicano proposte legislative, protagonismi locali, vuoti di potere, torsioni autoritarie e tensioni sociali. E, in questa sorta di Repubblica di Weimar a bassa intensità, ovviamente si affacciano anche segnali inquietanti che riguardano un rinnovato protagonismo dell’estrema destra, per decenni marginalizzata, isolata e sorvegliata. Inceppatasi temporaneamente la macchine del consenso di Alternative fuer Deutschland, almeno a Ovest, alcuni settori ordoliberali stanno assumendo uno strano atteggiamento di sottovalutazione verso gravi connivenze tra apparati di sicurezza dello Stato e gruppi neonazisti che inevitabilmente richiamano alla memoria il passato più cupo dei tedeschi e dell’Europa. Ormai a cadenza quotidiana i giornali riportano scandali ed episodi che legano razzisti, antisemiti, islamofobi, omofobi a settori di polizia, dei servizi, delle forze armate. E su questi fenomeni pericolosamente l’ultimo governo Merkel sta decidendo di non decidere. Un errore grave che potrebbe rivelarsi anche un azzardo fatale.

Per comprendere al meglio la portata dei fenomeni è bene mettere in fila fatti di cronaca, rapporti, gli scandali, almeno i principali, che riguardano gli apparati statali e l’area dell’estremismo di destra, dal partito xenofobo Alternative fuer Deutschland fino ai gruppi clandestini e terroristi neonazisti, eredi della famigerata organizzazione NSU. In questo quadro si inserisce il drammatico omicidio di inizio giugno del politico cristiano e antirazzista Walter Luebcke.

Eins, Zwei, Polizei…

L’inizio di questa ricostruzione può essere fissato intorno alla fine del 2017, quando l’ex presentatore dell’emittente ZDF e zelota evangelico Peter Hahne dichiarò candidamente in un talk show in prima serata: “Tutti i poliziotti di Berlino votano Alternative Fuer Deutschland”.

Questa dichiarazione mise sul chi va là diversi giornalisti e attivisti e accese i riflettori su una realtà ignorata dai più. Da quella dichiarazione si mossero le prime inchieste e da queste, comprensibilmente, scoppiarono i primi scandali.

Pochi giorni dopo l’uscita televisiva di Hahne per esempio, in Turingia, qualcuno notò che, alle elezioni regionali, 5 candidati su 38 di Afd erano ex ufficiali di polizia. E il capolista Hoecke più volte in campagna elettorale aveva confessato pubblicamente di sognare una “frangia frustrata proveniente dagli apparati di sicurezza dello Stato pronta ad ammutinarsi contro i superiori”. La palla di neve iniziò così rapidamente a farsi valanga e dalla Turingia si allargò a tutta la Repubblica Federale Tedesca.

Da tre anni ormai, sempre più spesso si riportano episodi di racial profiling, di indagini motivate da pregiudizio razziale, religioso o antisemita, condotte arbitrariamente violente contro militanti di sinistra e non solo, insabbiamenti e mancanza di misure disciplinare contro diversi poliziotti legati ad ambienti neonazisti. Recentemente persino il docente dell’Accademia di Polizia di Amburgo, Rafael Behr, in un’intervista allo Spiegel, ha dovuto ammettere che le reclute in polizia sono di anno in anno sempre più vicine a visioni del mondo razziste e autoritarie.

A dire la verità, in Germania i problemi di razzismo delle polizie dei Laend erano già emersi negli anni precedenti, spesso ignorati come fatti di cronaca episodici e marginali. Su tutti basti evocare le connivenze tra servizi segreti, polizie dei Land orientali e gli omicidi della “banda del Kebab”, meglio nota, appunto, come NSU (Nationalsozialistische Untergruend cioè Clandestinità Nazionalsocialista). Oppure basti citare anche la morte, ancora senza giustizia, di un rifugiato, Oury Jalloh, trovato legato e carbonizzato in una cella della stazione di polizia a Dessau. O ancora l’omicidio con un arma da fuoco in dotazione alle forze dell’ordine del giovanissimo Burak Bektas, a Neukoelln, quartiere multietnico di Berlino, e i depistaggi successivi operati dalla polizei berlinese e dai media conservatori. E se i segnali c’erano tutti, ma spesso venivano sottovalutati, dopo il 2017 l’attenzione dei media ha alzato il sipario su una realtà spaventosa e molto più sistemica, ormai appunto quotidiana.

Innanzitutto è bene qui richiamare il recente episodio che si richiama proprio a quella Nationalsozialistischer Untergrund che, grazie alla complicità di apparati statali deviati, ha seminato per anni morti e feriti su tutto il territorio federale. In Assia, la ricca regione di Francoforte sul Meno, esattamente quella di Luebcke, pochi mesi fa proprio l’avvocata di alcune delle vittime dell’NSU, Seda Basay Yildiz e sua figlia hanno iniziato a ricevere diverse minacce di morte anonime. In realtà non proprio anonime, giacché erano firmate con un inquietante: “Saluti, NSU 2.0”. Quando la vicenda si è fatta insostenibile sono partite le denunce e le indagini rapidamente hanno portato alla scoperta di una cellula di estremisti, formata da almeno cinque poliziotti che avevano utilizzato le informazioni giudiziarie per arrivare all’attivista e legale e alla sua famiglia. A maggio scorso uno dei cinque poliziotti coinvolti nello scandalo è morto in incidente stradale e secondo gli inquirenti non sarebbe da escludere l’ipotesi di suicidio. Sempre nella stessa regione, e ancora nel 2018, a Kirtorf, un’altra indagine interna alla polizia ha scoperto a casa di altri 5 agenti una collezione di stemmi nazisti, vietati per legge in Germania, insieme ad un arsenale di armi non dichiarate oltre che un archivio con diversi documenti che collegavano i poliziotti ad un famigerato e numeroso gruppo armato di estrema destra: i “Reichsbuerger” (“Cittadini del Reich”). Questo movimento clandestino spesso implicato nel commercio di armi è stato spesso accostato ad alcuni esponenti di Alternative fuer Deutschland e, secondo le ultime notizie, conta quasi 19.000 membri. Attualmente, in Assia, ci sono almeno 17 agenti di polizia indagati per estremismo di destra e sospesi dal servizio (altri 14 sono tornati però in servizio poiché le prove a loro carica non sono state valutati come sufficienti per giustificare una sanzione disciplinare o un processo penale).

Ovviamente la questione non riguarda solo l’Assia. Spostandoci di alcuni kilometri, in un altro ricco Laend occidentale, la Baviera, feudo elettorale della CSU del Ministro degli Interni Seehofer, hanno fatto notizia i video che riprendevano diversi agenti fare saluti nazisti o i loro messaggi xenofobi e neonazisti in chat di gruppo tra colleghi. Anche in questo caso ciò che ha fatto partire le indagini è stato però un episodio drammatico: la morte sospetta di un giovane rifugiato somalo, nel febbraio 2018, quando questi era in custodia in una caserma di polizia. La vicenda ha subito attirato l’attenzione dei media sulla polizia bavarese e, ancora una volta, ha dischiuso un vaso di Pandora. Si è per esempio scoperto dell’esisteva di una cellula di circa 40 tra ufficiali e agenti delle squadre speciali di intervento bavaresi (l’USK, Unterstuetzkommando) responsabili della pianificazione e dell’esecuzione di attacchi razzisti o antisemiti (in Germania sono circa un migliaio i reati senza colpevole di questo tipo) ma anche di violenze contro i colleghi che volevano denunciare e contatti con una galassia eversiva di gruppi neonazisti (tra cui la famigerata Blood and Honour in seguito a queste indagini arrestata quasi in ogni suo componente). Inoltre proprio l’USK bavarese anni prima era finita al centro di reportage scottanti su torture contro i migranti e abusi, minacce e violenze private contro la scena ultras, ovviamente di sinistra. Ma episodi di aggressioni xenofobe e arresti arbitrari fatti dalla polizia bavarese mentre inneggiava al terzo Reich si sono registrati ripetutamente, sempre nel 2018, a Rosenheim o ad Augusta o a Ulm e in altre località minori della Baviera. “Inspiegabilmente” però solo in rarissimi casi gli agenti sono stati sospesi dai loro incarichi, malgrado i reati penali che venivano loro contestati. Questa impunità “di corpo” da parte delle Commissioni disciplinari dei diversi Laend come l’anomalia di alcune leggi di polizia di alcuni Laend che permettono, anche se condannati per reati violenti, di continuare a svolgere il proprio mestiere di poliziotti è stato un argomento più volte dibattuto.

E se i casi in Assia e Baviera hanno fatto parlare delle solite “mele marce” è la Sassonia, il Laend dove le connessioni tra servizi segreti, polizie ed estrema destra appaiono sistemiche e possono rendere chiara la dimensione del fenomeno. L’ex Laend della Germania Est, dove alle ultime europee AfD ha stravinto con oltre il 30 per cento dei consensi, l’anno scorso è stato teatro, a Chemnitz, di violenti pogrom xenofobi oltre che di marce notturne e armate di migliaia di esponenti dell’estrema destra. La regione di Dresda e Lipsia è una delle più povere della Repubblica Federale. Essendo poi la Sassonia stata la base e rifugio proprio dell’NSU che lì trovava anche appoggi e una solida rete di copertura, i servizi segreti tedeschi hanno una notevole infrastruttura di spionaggio per monitorare la galassia neonazista e, proprio nell’ultimo anno, sono trapelate infatti intercettazioni preoccupanti, risalenti già al 2015. Le intercettazioni dell’intelligence hanno reso noto un solido legame tra Alexander Kurth, pluri condannato neonazista e militante dell’NPD, i Legida (la versione di Lipsia dei noti comitati di cittadini xenofobi Pegida nati a Dresda) e alcuni agenti di polizia della città sassone. In queste intercettazioni ciò che colpisce è, oltre la condivisione di informazioni sensibili sui militanti antifascisti e una sfacciata complicità, l’uso di un vocabolario che rimanda al codice comunicativo di Matteo Salvini, in Italia. Si parlava di “zecche rosse”, di “buonismo”, “sostituzione etnica” o “invasione”. Uno dei poliziotti intercettati era inoltre proprio il responsabile della formazione delle reclute sassoni e, nel 2018, era stato denunciato da un giovane collega che ha diffuso gli screen shot dei messaggi che venivano inviati alle reclute. I messaggi erano tutti a sfondo razzista, nazionalista e antisemita con richiami diretti al Terzo Reich.

Un altro agente monitorato già dal 2015, si è reso protagonista nell’agosto 2018, a pochi giorni dai fatti di Chemnitz, di un altro episodio degno di nota, questa volta a Dresda. Nella capitale sassone, durante la visita della cancelliera Merkel, aveva fornito informazioni riservate sulla visita di Stato ai manifestanti di Pegida e della scena neonazista che volevano colpire la Cancelliera. Lo stesso agente era tra quelli che aveva, da infiltrato mesi prima, dato informazioni agli estremisti su “possibili obiettivi” sensibili e aveva consigliato ai colleghi un fermo “intimidatorio” verso alcuni giornalisti “ficcanaso” che indagavano sui loro legami. I giornalisti in questione erano infatti riusciti a identificare tra i manifestanti dei Pegida diversi agenti di polizia fuori servizio rendendo evidente all’opinione pubblica tedesca e alla politica dell’RFT l’assoluta continuità tra la Polizia Sassone e gruppi e partiti “anticostituzionali”. Questi fatti, che sono comunque una minima parte di quelli avvenuti in questi anni, insieme ai fatti di Chemnitz e al curriculum ambiguo delle forze di sicurezza sassoni sulla vicenda NSU, forniscono una fotografia alla luce del giorno di qualcosa che potrebbe potenzialmente correre sottotraccia anche in altri Laend. Infatti, sebbene le polizie in Germania siano organizzate su base regionale e rispondano ai Ministri degli Interni del proprio Laend rendendo ogni collaborazione tra diversi corpi sempre dipendente da rappresentanti politici eletti alle elezioni locali, dalla Sassonia si è scoperta una ragnatela fittissima di legami e ramificazioni proprio verso altri Laend. Uno dei casi più eclatanti, a tal proposito, riguardò proprio il leader dei Pegida, Lutz Bachman. A poche ore dall’attentato al mercato di Natale 2016 a Berlino, in Breitscheldplatz, il discusso leader xenofobo twittò: “Secondo fonti interne della polizia di Berlino l’assassino è un musulmano tunisino, troviamolo”. Per giorni i comandi della polizia hanno ufficialmente escluso di conoscere l’identità dell’assassino in ogni conferenza stampa ufficiale locale, nazionale e internazionale. Ma Lutz Bachmann sembrò parlare proprio di Amis Amri, tunisino appunto; l’inquietante dettaglio che venne fuori da lì a poco fu che le informazioni cui faceva riferimento l’esponente dei Pegida erano top secret e a disposizione di pochissimi agenti delle forze speciali berlinesi. E proprio grazie a quel tweet avventato si scoprirono le connessioni tra la squadra della polizia berlinese che monitorava la grande comunità musulmana della capitale e i gruppi di estrema destra sassoni che dell’islamofobia avevano fatto primo elemento identitario.

Migranti, rifugiati, comunità musulmane ed ebraiche e anche giornalisti gli obiettivi di questa alleanza tra squadracce naziste e Polizei organizzate in un sottobosco oscuro che rimanda continuamente al terrorismo dell’NSU. Ma ovviamente anche gli attivisti e i partiti di sinistra e antifascisti sono sempre più spesso bersaglio della “sacra alleanza reazionaria”. E questo ben prima del drammatico omicidio di Luebcke. Alcuni esempi tra tutti dimostrano come le vittime in questo caso siano anche soggetti politici persino distanti per cultura politica dal politico CDU. Nel primo, del dicembre 2017, 42 attivisti berlinesi ricevettero lettere anonime di minacce a casa. Erano esponenti dell’area degli squat della capitale, nella storica zona di Rigaer strasse. Gli antagonisti, che avevano resistito l’anno prima a uno sgombero manu militari ad opera della polizei ( tentativo poi giudicato illegittimo da un Tribunale), decisero di mostrare durante una conferenza stampa le missive ricevute. Nelle lettere si faceva riferimento a informazioni private e dati personali sensibili preannunciando che sarebbero state consegnate a gruppi identitari e neonazisti per produrre ritorsioni e rappresaglie contro la campagna di diffamazione che la Rigaer Strasse aveva fatto contro gli agenti che avevano provato a sgomberare gli squat in modo violento. A seguito di inchieste giornalistiche e indagini, come qualcuno aveva sospettato da subito, si scoprì che le lettere erano state inviate tutte dalla quartier generale della polizia berlinese, a Tempelhof, in particolare proprio dall’ufficio deputato a monitorare i gruppi eversivi di destra.

Il secondo episodio, dello stesso anno, ancora nella capitale, nel quartiere multiculturale di Neukoelln ebbe inizio con diversi attacchi alle case e alle auto di politici locali della Linke. Gli attacchi furono collegati dai movimenti antifascisti subito alla scarcerazione di un neonazista pluri pregiudicato, membro della sezione locale di Afd. La polizia che indagava sugli attacchi, malgrado tutte le evidenze, negò ossessivamente qualunque connessione, parlando di criminalità comune, “probabilmente turca o libanese”. Solo recentemente, in un dossier dei servizi segreti, si è scoperto che lo stesso neonazista indicato dai collettivi antifascisti di Neukoelln come possibile responsabile, aveva riorganizzato una cellula di “Nationalistische Autonomen” che si riuniva in una birreria nella periferia sud del quartiere per pianificare azioni violente. La riorganizzazione era stata resa possibile dalla connivenza proprio dello stesso ufficiale della Polizei responsabile delle indagini sugli attacchi, fotografato e intercettato persino mentre partecipava ai meeting del gruppo. Il caso quando è stato riportato dai giornali è stato schermato da un perentorio, ma imbarazzato, “no comment” anche se è oggi al centro di interrogazioni nel senato di Berlino. Ma non solo la scena autonoma o i partiti della capitale sono il target di questa complicità. Lo scandalo più recente infatti riguarda le rivelazioni fatte, a maggio 2019, dallo Zeit sulla Polizei del Laend del Meclerburgo-Vorperania Occidentale. Nel Laend si tiene dal 1997 uno dei festival techno autorganizzati più importanti d’Europa: il Fusion. Il Festival è organizzato da collettivi, associazioni, gruppi della scena della sinistra libertaria tedesca e si svolge all’interno di un’ex base sovietica. Oltre all’immaginario che evoca, il Fusion è anche un luogo di incontro di tutta la sinistra antagonista della Repubblica Federale, che durante il suo svolgimento si autofinanzia e promuove dibattiti ed eventi di approfondimento, attirando persone da tutta Europa (circa 80.000 ogni anno). Nel marzo 2019, a pochi mesi dall’inizio del festival, il Ministro degli Interni del Laend (della destra della CDU) del Meclerburgo-Vorpomerania Occidentale, per imprecisate ragioni di “sicurezza”, ha provato a imporre agli organizzatori la presenza della polizia durante i giorni di festa all’interno della sede del festival o il divieto di svolgimento. La notizia ha creato molto dibattito e ha polarizzato l’opinione pubblica su quella che da subito è parsa un’immotivata e arbitraria provocazione. Mentre però l’opinione pubblica discuteva quasi in astratto della contraddizione tra “sicurezza” e “libertà d’espressione”, sono emersi i documenti interni della polizia sul Fusion. In un dossier redatto mesi prima si pianificavano interventi eccezionali da parte delle forze di sicurezza, addirittura prevedendo l’uso, vietato dalla costituzione, di reparti dell’esercito. In questi documenti la ragione di un piano eccezionale di polizia era di “prevenire possibili conflitti”, pur se non si sono mai verificati incidenti sin dalla prima edizione. Nel documento si parlava di circa 1000 agenti in antisommossa e circa un centinaio di poliziotti in borghese da infiltrare all’interno del Festival. E si richiedeva la disponibilità di mezzi pesanti e idranti anti-riot. I “piani di sicurezza” per il Fusion così si sono mostrati per quello che erano: un’aggressione finalizzata a produrre un escalation che avrebbe terminato l’esperienza arrivando al divieto di svolgimento per possibili future edizioni. Questi documenti portavano la firma di un ufficiale, docente della Scuola di Polizia del Laend. Questo ufficiale è un noto esponente di Alternative fuer Deutschland e in passato è stato condannato e sospeso per reati di violenza aggravata durante l’esercizio delle sue funzioni. L’autore del dossier aveva inoltre fornito nomi, cognomi, domicilio di residenza degli organizzatori a gruppi di Afd e neonazisti locali (con un lungo curriculum di pogrom e omicidi). Subito dopo lo scandalo sollevato dal Zeit e il polverone che ne è nato, i comandi di polizia (che è anche un importante bacino elettorale per Alternative fuer Deutschland) hanno fatto marcia indietro e hanno frettolosamente dichiarato in una nota ufficiale che “viste le risposte in termini di sicurezza degli organizzatori una nostra presenza sul terreno non è più necessaria”. Quest’ultimo episodio, di poche settimane fa, mostra quanto sia variegato ed ampio sia il ventaglio di connessioni tra neonazisti e polizia che possono essere agite. Non solo singoli ma anche organizzazioni complesse e realtà affermate nel mainstream. Come persino, ed è episodio di qualche mese fa, contro ONG famose per gli interventi di salvataggio nel Mediterraneo come la Sea Watch. Ad una festa di autofinanziamento in un Club della capitale, il Mensch Meier, dopo una provocazione all’ingresso contro la security fatta da esponenti di destra è seguito, ad appena cinque minuti, un maxi intervento di circa cento agenti della Polizia doganale (l’unica che poteva senza mandato del giudice fare irruzione in un Club). Nel blitz sono stati feriti in modo serio diversi partecipanti alla festa e ancora oggi la Polizia Federale (che risponde a differenza dei casi precedenti, al governo centrale) non ha ritenuto di fornire spiegazioni malgrado sia stata avviata un’indagine interna, l’ennesima.

I fatti citati sono solo alcuni, pochissimi in realtà tra i molti che ormai rimbalzano sui media tedeschi da ovest a est, da sud a nord senza risparmiare la capitale, Berlino. Sempre più difficile sta diventando per le autorità di pubblica sicurezza negare il sospetto di una sistemica connivenza o quanto meno di un’affinità ideologica tra agenti e neonazisti.

In un paese in cui il quadro politico è in rapida e instabile trasformazione e che ha visto un aumento costante dei crimini motivati da odio razziale o imputabili al suprematismo bianco, il Governo federale sembra minimizzare i fatti più gravi e ignorare tutti gli appelli fatti anche dal mondo della cultura e del giornalismo. Nonostante la dimensione del fenomeno, infatti, il Ministro degli Interni Seehofer, esponente di una destra bavarese spesso accusata di strizzare l’occhio proprio proprio ad Alternative fuer Deutschland, continua, sempre più a fatica, a fare del pericoloso benaltrismo e a parlare di “emergenze sicurezza” legate a frange “dell’estremismo islamico” o al pericolo della scena antagonista e anticapitalista o rimandando tutto a un conflitto di competenze tra governo centrale e Ministri degli Interni dei Laend.

Ma se le Polizei effettivamente non rispondono a Seehofer e alla Cancelliera Merkel esistono altre due istituzioni, questa volte federali, investite in egual misura da scandali sui rapporti con ambienti neonazisti. Sono due istituzioni in cui la mancanza di controllo e intervento della governo di Grosse Koalition appare persino grottesca nella sua goffa evidenza. Queste due istituzioni sono l’esercito, la Bundeswehr, e i servizi di intelligence interna, Bundesamt fuer Verfassungschutz (l’organo di controllo che dovrebbe sorvegliare proprio su tutti i movimenti neonazisti ed eversivi in quanto anticostituzionali).

Gott mit uns!”

Il primo caso, ancora avvolto da omissis e ambiguità, sebbene particolarmente grave, è per esempio salito agli onori della cronaca nella primavera del 2018, grazie a due coraggiose inchieste del Taz e di Focus.de. Questi due media riportarono un’indagine interna al Ministero Federale della Difesa su un’associazione clandestina interna chiamata “Uniter”. L’associazione, persino regolarmente registrata, era composta da oltre duecento ufficiali e soldati dell’elite dell’esercito (il famigerato Kommando Spezialkraeft). Uniter però non era una tranquilla associazione corporativa dei militari, ma una struttura che si poneva come obiettivo la “destabilizzazione dell’ordine costituito”. Questa sorta di “Gladio teutonica” pare si preparasse a una specie di golpe, chiamato “Tag X” (“Giorno X”), e si serviva di “case sicure” come deposito di armi non registrate e comunicava con chat crittografate. La struttura di Uniter su base territoriale (divisa in nord, sud, est e ovest) ha reso però più difficile e farraginoso il lavoro di indagine della Corte Federale. All’inizio dell’inchiesta, sotto la pressione della magistratura e dei media, le relazioni con i gruppi di estrema destra erano state smentite dalla stessa imbarazzata ministra, sempre CDU, Ursula von der Leyen, che ne aveva però, proprio lei mesi prima, denunciato allarmata l’esistenza. L’indagine federale, malgrado lo stato confusionale sulla vicenda della Ministra, è partita comunque; è partita dal laend del Baden Wuettenberg e, servendosi di infiltrati e intercettazioni, ha riconnesso i fili persino con alcuni ufficiali che erano stati “momentaneamente” prestati ai contestatissimi servizi di sicurezza del G20 di Amburgo. Col passare dei mesi tra il 2017 e il 2018, lo scandalo ha assunto però dimensioni difficilmente gestibili da parte dello stato maggiore della Bundeswher e del Ministero con interi battaglioni e caserme coinvolte, liste di prescrizione di politici, attivisti e giornalisti da colpire e schedati, campi di addestramento paralleli, nostalgie della seconda guerra mondiale e, dettaglio ancora più preoccupante, concrete pianificazioni di attentati politici e antisemiti. In una serie di depistaggi e ambigui comunicati ufficiali, l’inchiesta prosegue ancora oggi sebbene schermata da “ragioni strategiche di sicurezza nazionale”. I membri dell’associazione poi, una volta venuti allo scoperto (ad oggi contro di loro non sono state prese misure disciplinari di alcun tipo) hanno minimizzato il tutto come se si fosse trattato di un fraintendimento rispetto a “un gioco di ruolo innocuo”, a una bocciofila o un’associazione di categoria. Per le autorità del Ministero la mancanza di connessioni dimostrabili e dirette con gli ambienti dell’estrema destra rende ancora oggi difficile confermare la veridicità degli intenti dell’associazione militare. Contro questa posizione insopportabilmente ambigua del Governo si è più volte però schierata la Linke e la Fondazione culturale Antonius Amadeus, impegnata contro razzismo, antisemitismo e neofascismo. Questo anche perché secondo un’inchiesta parallela della magistratura, un membro dell’organizzazione stava per rendere meno innocuo il “gioco di ruolo”. Il tenente “Franco A.”, era riuscito a procurarsi documenti come rifugiato siriano nel 2017 e al momento del suo arresto, nel 2017, stava pianificando (ed era quasi in fase esecutiva) l’omicidio proprio di alcuni esponenti della Linke e della presidentessa dell’Antonius Amadeus Stiftung, sotto la “falsa bandiera” del terrorismo islamico. Insieme a lui alla vigilia dell’attentato furono fermati e accusati altri due commilitoni, uno dei quali membro della sezione locale di Alternative fuer Deutschland. Dall’arresto di Franco A. si è riusciti a ricostruire in controluce la rete Uniter, allargandola anche a Svizzera ed Austria ma tutti gli ufficiali interessati hanno negato ogni collegamento col sergente e i suoi commilitoni. Alcuni giornalisti che si sono occupati della vicenda fanno notare come nelle perquisizioni, nelle indagini, negli arresti legati a Uniter e soprattutto all’episodio del tenente Franco A. siano state utilizzate esclusivamente le forze di Polizia dell’Assia e della Baviera, già in questo articolo indicate tra quelle più legate all’estrema destra. Una scelta quantomeno poco appropriata da parte del Governo SPD-CDU. Del resto in questo momento evidentemente i due partiti popolari in piena crisi interna non vogliono mettersi contro l’esercito proprio mentre si spinge verso una sua dimensione sovranazionale e comunitaria a tutela degli interessi geopolitici, dell’UE, e quindi della Germania.

Qualcosa al di fuori della legalità…

Ma se gli scandali nella Bundeswehr e nelle diverse polizie dei Laend non dovessero bastare a mostrare plasticamente l’opa lanciata dall’eversione bruna sugli apparati di sicurezza tedeschi, proprio nell’agosto 2018 un terremoto ha travolto i vertici del Bundesamt fuer Verfassungschuft, l’autorità in Difesa della Costituzione. Quest’ultimo episodio, che ha addirittura fatto temere per la sopravvivenza del governo di Grosse Koalition, è probabilmente quello che più di tutti riesce a rendere il contesto politico di irresponsabile inedia in cui la CDU e la CSU, oltre che l’insipiente SPD, stanno affrontando un fenomeno la cui dimensione si allarga a macchia d’olio.

Dopo le inchieste sull’NSU del 2012, che evidenziarono le mancanze nella condotta dei servizi segreti e gravi omissioni nelle indugini sul gruppo terroristico, Angela Merkel decise di cambiare i vertici dell’intelligence, screditata agli occhi dell’opinione pubblica. Con un vero e proprio blitz di nomine fu posto alla guida della onnipotente Agenzia Federale in Difesa della Costituzione, proprio l’avvocato che aveva guidato la commissione di inchiesta sui rapporti tra l’Agenzia e l’NSU: Hans Georg Maassen, esponente dell’anima più reazionaria dei cristiano democratici. Dal 2012 al 2018 Maassen ha diretto l’agenzia, riformandone la linea di comando ma anche usando la propria posizione di visibilità per smarcarsi dalla Cancelliera Merkel, assumendo pubblicamente posizioni via via sempre più controverse (per esempio non ha mai fatto mistero dei suoi rapporti con l’NSA d’oltreoceano ed è stato protagonista di uno scambio di accuse con Snowden che insinuava fosse addirittura un agente dell’FSB russo). Ma malgrado le sue affermazioni contestate, per quella dottrina di governo dell’estremismo di centro merkeliano, Maassen aveva sempre mantenuto saldamente il proprio ruolo. Almeno fino all’agosto del 2018, quando tutto il mondo e l’opinione pubblica tedesca si svegliarono sconvolti dalle immagini dei pogrom e dalle violenze xenofobe di migliaia di naziskin a Chemnitz, in Sassonia. In quell’occasione la Cancelliera, con un altro dei suoi blitz, dette il ben servito alla destra del suo partito che si muoveva dietro le provocazioni di Maassen. La Cancelliera sfruttò al meglio l’eccesso di sicurezza dell’avvocato che lo trasformò rapidamente in un problema politico per l’intero governo. All’indomani dei primi pogrom nella città sassone, infatti, in un’intervista alla Bild , Maaßen forse per troppa fiducia nelle sue provocazioni, mise in dubbio l’esistenza stessa di prove credibili per tali “cacce”, c’erano decine di filmati su YouTube, e dichiarò candidamente che l’intelligence da lui guidata, non aveva registrato alcun episodio di violenza. Maaßen nella stessa intervista negò di fornire qualunque motivazione a questa sconvolgente posizione. In un momento in cui l’intera società tedesca si aspettava risposte dal Bundesamt fuer Verfassunschutz sulle immagini da Chemnitz e con AfD che cresceva nei sondaggi, le dichiarazioni del numero uno dell’agenzia, scatenarono la tempesta perfetta. Innanzitutto perché minavano la veridicità dei media da anni impegnati in inchieste e ricerche, spesso inascoltate dalla politica, e in secondo luogo perché negavano una realtà oggettiva che tutto il mondo aveva potuto osservare, dimostrando quanto Maassen, se non esattamete interessato, quanto meno non fosse all’altezza del ruolo. Dopo queste dichiarazioni in una interrogazione al Bundestag tutti i partiti, tranne l’AFD, ne chiesero immediatamente la rimozione. La cancelliera Merkel appoggiò la richiesta, ottenendo il doppio risultato di dare un capro espiatorio all’opinione pubblica e liquidare la destra del suo partito (chiudendo, almeno temporaneamente, così la porta a qualunque fascinazione di alleanze persino locali della CDU con Alternative fuer Deutschland). Un disperato tentativo di recupero dell’esponente conservatore fu fatto da lì a poco dal Ministro Seehofer, che di Maassen condivideva il background reazionario; con il più classico dei “promoveatur ut moveatur” il leader bavarese nominò il contestato avvocato come Segretario di Stato agli Interni (con la beffa di assegnarli la funzione di controllo proprio sui servizi di intelligence). Sfortunatamente per entrambi subito dopo la nomina venero alla luce i rapporti che già nel 2015 Maassen intratteneva con esponenti di primo piano dell’Afd. In questi colloqui “riservati”, proseguiti fino a pochi mesi dai fatti di Chemnitz, l’avvocato della CDU dava consigli ai populisti su come eludere proprio i controlli dell’agenzia da lui presieduta. Dopo la fuga di notizie, in una sorta di delirio paranoide, l’ormai ex capo dei Servizi iniziò a teorizzare di essere stato vittima di un complotto della “sinistra radicale infiltrata nel governo della Merkel”. Persino per Seehofer era diventato ormai indifendibile e il Ministro dovette rimuoverlo dall’incarico mandandolo in prepensionamento. Prepensionamento che Maassen sta passando tenendo conferenze in giro per l’Europa in cui denuncia come “morbide” le politiche sull’immigrazione e sulle frontiere dell’UE e rilancia la minaccia del terrorismo islamico, della difesa delle radici cristiane europee come priorità dei servizi di sicurezza degli Stati.

Con lo scandalo che ha coinvolto il governo della vicina Austria nel mese di maggio 2019 sono emerse altre ambiguità sui servizi tedeschi dell’era Maassen. Già il New York Times e lo Spiegel, prima dello scandalo di Ibiza sull’estrema destra dell’SVO austriaco, avevano denunciato come i servizi austriaci fossero stati infiltrati dalla destra filo russa diventando un pericolo per l’intera Unione Europea. Dopo lo scandalo e le dimissioni del Cancelliere Kurz tuttavia sempre lo Spiegel ha reso pubblico come due alti funzionari dei servizi tedeschi Rudolf Adam (che attualmente è un docente all’Università di Monaco di Baviera) e l’ex presidente dell’agenzia August Hanning siano diventati paladini della base del partito di estrema destra grazie a interviste in cui avanzavano dubbi sullo scandalo con allusioni antisemite.

Questi ultimi episodi non fanno che mostrare come il problema sia più profondo e non sia legato solo all’ex presidente defenestrato dopo Chemnitz. Dalle dimissioni di Maassen, nell’autunno 2018, i servizi di sicurezza interni sono nei fatti commissariati in attesa di nominare una figura politica di garanzia, cosa che però sembra particolarmente difficile da trovare dato l’ennesimo vuoto di potere che il blitz della Cancelliera ha prodotto.

Questo vuoto di potere nell’agenzia che deve vigilare sull’eversione e sugli altri corpi dello Stato è anche un possibile fattore di agibilità per le inquietanti collaborazioni che abbiamo fin qui raccontato.

Er ist wieder da (?)

Tutte queste vicende accompagnano l’avvicinarsi della fine dell’era Merkel ma soprattutto parlano della mancanza di governo sugli apparati dello Stato da parte di ciò che rimane della CDU-CSU e dell’SPD. Dalla periferia, dai livelli locali, partendo dalle polizie dei Laend, dalle accademie di addestramento, dai sotto ufficiali dell’esercito, l’anima xenofoba tedesca, in piena rivalsa da “grandeur” geopolitica, scala le gerarchie e costruisce relazioni. Una scalata che sembra addirittura indipendente ormai da Alternative fuer Deutschland e dalle sue alterne fortune elettorali. Un’ascesa politica che si richiama alle parole d’ordine e ai simboli del Terzo Reich e sembra servirsi come “manovalanza” innanzitutto di gruppi e attivisti neonazisti da sempre relegati ai margini della società. A giorni alterni ormai sempre più giornalisti, intellettuali, thinktank si interrogano lo spettacolo sul tema offerto dal Governo sia motivato da una sorta di rifiuto ossessivo di prendere atto della situazione, che interroga alle fondamenta il potere e la storia dei gruppi dirigenti della RFT, o da inadeguatezza politica o, addirittura, da ambigua e interessata connivenza. Del resto figura politicamente simbolica di questo è proprio il Ministro degli Interni che dopo aver flirtato con la “pancia” xenofoba dell’elettorato tedesco e lanciato una sfida alla Markel, all’indomani della sconfitta elettorale in Baviera, si è praticamente eclissato e ripete ossessivamente che la minaccia alla sicurezza siano l’immigrazione, l’islam, gli hacker russi e l’estrema sinistra (recentemente ha provato, con scarso successo, a bandire come “organizzazione eversiva” il legal team di movimento “Rote Hilfe”). L’impressione condivisa però è che la realtà sia ormai troppo manifesta per essere nascosta e allo stesso tempo nessun politico di Grosse Koalition riesce ad affrontarla.

E’ in questo quadro che si inserisce l’omicidio dell’esponente della “sinistra” democratica e antirazzista della CDU Walter Luebcke (amministratore locale preso spesso nel mirino da Pegida quasi come Mimmo Lucano dalla destra al governo in Italia). E sempre qui si inserisce l’ascesa elettorale e non solo localizzata nell’ex Germania Est dell’estrema destra con i suoi piani eversivi, le liste di proscrizione, gli attacchi e i pogrom.

Tuttavia l’impressione è anche che l’opinione pubblica tedesca sia meno irresponsabile dei partiti al governo. Innanzitutto pochi mesi fa quasi a preannunciare il trionfo elettorale dei Verdi, per la prima volta i temi legati a immigrazione e sicurezza non erano in cima alle priorità dell’elettorato, sostituite dalle questioni ambientali e climatiche. In secondo luogo i media stanno sempre più dando spazio a inchieste, anche molto coraggiose visto il livello di violenza, proprio sull’agibilità di cui gode l’estrema destra tra gli apparati di sicurezza e in alcuni territori. Un’ultima ragione ha a che fare con la forza di organizzazione e di alleanza tra movimenti, migranti, chiese protestanti, disoccupati, donne, giovani. Un’inedita saldatura politica e sociale in un quadro di violentissima polarizzazione tra visioni di mondo opposte e inconciliabili.

Queste soggettività sono sempre più presenti nel dibattito mainstream dell’era tardo merkeliana e appaiono ai più come i portatori vivi delle contraddizioni mai risolte negli scorsi 15 anni. Su di loro la storica responsabilità di fronteggiare questa pericolosa e mostruosa alleanza di “eversione e sicurezza” Schmittiana. Non è detto però che la farsa cui la Storia è condannata a ripetersi non sia drammatica come i recenti fatti di sangue dimostrano. Esserne consapevoli è fondamentale affinché questa volta l’anima autoritaria e reazionaria tedesca sia respinta all’inferno, per rimanerci una volta per tutte.

Deportazione 2.0: dall’American First al Cloud First

All’alba del suo mandato, Donald Trump aveva contro di sé gran parte degli imprenditori della Silicon Valley. La valle del silicio californiana voleva candidare la propria visione liberal e democratica come alternativa politica al sistema valoriale incarnato dal nuovo presidente, in particolare in opposizione alla retorica anti migranti. Erano i tempi lontani dei discorsi di Zuckerberg contro l’hate speech e delle prese di posizioni contro le deportazioni e i visti negati da parte dei CEO di Apple e Netflix. Erano anche i tempi in cui il fondatore di Uber, Travis Kalanick, veniva isolato dal “giro” per una sua dichiarazione, subito ritrattata, vagamente simile ad un “lasciamolo lavorare” verso l’inquilino della Casa Bianca.

Da allora però sono passati tre anni. Molto è cambiato nei rapporti tra le aziende di Palo Alto e San Francisco, le multimiliardarie imprese dell’hi-tech, dei data, dell’e-commerce, e il governo statunitense. Le più importanti tra queste imprese ora hanno addirittura un ruolo chiave nel complesso carcerario di massa statunitense e nelle politiche di detenzione e deportazione dei migranti volute da Donald Trump. Molte compagnie della Valley, senza troppa pubblicità, negli scorsi anni, hanno chiuso accordi a nove zeri per collaborare con agenzie federali e dipartimenti governativi e questo sembra aver polverizzato la loro velleità di promuovere una visione di mondo alternativa alla destra sovranista.

“Pecunia non olet” dirà il cinico di turno; se non fosse che gli strumenti e le tecnologie che alcune compagnie stanno mettendo a disposizione del governo gettano inquietanti ombre sul futuro di privacy, libertà e diritti di tutti i cittadini negli Stati Uniti.

Poche settimane fa la rete di attivisti, ONG e movimenti abolizionisti Worth Rises è riuscita a pubblicare il prezioso report: “The Prison Industrial Complex: Mapping Private Sector Players”. Il report è la più completa fotografia del legame tra l’economia statunitense e le politiche di incarcerazione e deportazione di massa. Dopo decenni di ricerca finalmente si comprende la portata di quello che Angela Davis chiama industrial prison complex. Il report spiega come sulla pelle di 2 milioni e mezzo di carcerati (il 25 % della popolazione carceraria mondiale) si regge un’economia di decine e decine di miliardi di dollari. Un’economia che coinvolge aziende di servizi, dell’edilizia, società finanziarie, ditte di comunicazioni, di forniture, compagnie assicurative, industrie farmaceutiche, colossi del management e agenzie di lavoro interinale oltre, ovviamente, le multinazionali hi-tech.

 

 

Su tutte Microsoft, Amazon e Palantir negli ultimi anni hanno visto aumentare i propri profitti direttamente grazie alle politiche securitarie di Donald Trump. Questo perché dal 2017 in poi proprio queste corporation hanno iniziato a fornire servizi per la schedatura, la detenzione e la deportazione dei migranti e, tra le tante voci del DHS (Dipartimento di Sicurezza Interna, il nostro Ministero degli Interni), proprio la gestione dei migranti irregolari è la voce di spesa che più è lievitata sotto la presidenza attuale.

Bisogna però fare dei distinguo. La Microsoft del “filantropo” e secondo uomo più ricco al mondo Bill Gates, per esempio, agisce a livello statale e non federale; infatti offre, per 228 milioni di dollari annui, allo Stato della California servizi cloud ma soprattutto strumenti di intelligenza artificiale utili alle politiche di “valutazione del rischio”. Cosa si intende per “valutazione del rischio”? Dall’agosto 2018 per essere rilasciati sotto cauzione nel laboratorio distopico del golden state si è sottoposti a un’analisi che valuta il livello di pericolosità sociale, sulla base dei precedenti penali, ma anche delle abitudini di vita, dei luoghi di provenienza… che decide sulla base di questo l’eventuale rilascio su cauzione.

E tuttavia, gli aspetti più inquietanti delle relazioni tra politiche di Trump e corporation riguardano le disumane politiche migratorie sul livello federale. Da gennaio 2018, il presidente ha annunciato la politica di “tolleranza zero” contro l’immigrazione irregolare negli Stati Uniti. A questo annuncio è seguita una ridefinizione dei sistemi di controllo sui migranti che ha aperto le porte a business miliardari.

Dal 2017 le due agenzie federali che si occupano di immigrazione – la CBP (Customs and Borders Protection), cioè la Polizia di Frontiera, e la ICE (Immigration and Customs Enforcement) – hanno visto un aumento del loro budget complessivo circa del 33%. L’ICE è la vera scommessa della presidenza che ne ha aumentato esponenzialmente i fondi, prima piuttosto risibili, fino alla cifra record di 3,3 miliardi di dollari l’anno. L’ICE è l’agenzia che si occupa di “dare la caccia” ai migranti irregolari, non nelle zone di confine dove opera la polizia di frontiera, ma su tutto il territorio americano. L’ICE si occupa di schedare i migranti, rinchiuderli nei centri di detenzione e quindi deportarli. I fondi destinati alla sempre più potente ICE finiscono per il 71% dei casi (e il 98 % dei casi in cui il migrante è un minore) nelle tasche di imprese private.

Tra queste spiccano innanzitutto il gruppo Geo (proprietà di JP Morgan e BNP Paribas) e Core Civic per i servizi, le forniture, i trasporti dei migranti e la gestione dei centri di detenzione. I due gruppi hanno finanziato cospicuamente le recenti campagne elettorali dei candidati repubblicani che abbracciano la linea anti-immigrazione del presidente. Dal 2016 a oggi, a Wall Street questi due gruppi, i cui profitti provengono per il 41% da contratti con il governo federale, hanno visto lievitare il valore delle proprie azioni. Il tutto grazie alle politiche che hanno prodotto, solo nel 2018, 44.000 bambini separati dai propri genitori e detenuti nei centri familiari gestiti proprio da queste due società.

Le corporation che hanno vinto gli appalti più remunerativi, dopo Geo e Core Civic, sono Amazon e Palantir. La società di Seattle e quella di Palo Alto detengono quasi il monopolio per i servizi di schedatura, riconoscimento facciale e biometrico e gestione dati dell’ICE su tutto il territorio statunitense: un business miliardario e in rapida crescita.

 

 

Un altro report indipendente dell’autunno 2018 “Who is beyond ICE?”, chiarisce come il settore del digitale stia diventando sempre più importante per l’ICE e per Trump, e lascia intravedere come le tecnologie utilizzate possano mettere in pericolo la libertà di tutti i cittadini una volta implementate e potenziate sui migranti.

Nel report si legge: «Le comunità di immigrati si trovano ora ad affrontare livelli di sorveglianza senza precedenti, di detenzione ed espulsione per volontà del presidente Trump, del procuratore generale Jeff Sessions, del DHS (Dipartimento di Sicurezza Interna), e della sua sub-agenzia ICE. L’innovazione e le nuove infrastrutture tecnologiche rendono possibile tutto questo, consentendo l’applicazione di leggi sempre più severe sull’immigrazione; si affidano alla polizia enormi banche dati, programmi informatici, consulenze tecniche, analisi di una grande mole di dati e storage basati su cloud. (…). L’obiettivo del governo è quello di trovare, deportare o detenere gli immigrati. L’applicazione della legge sull’immigrazione e la detenzione è ora un grande affare per la Silicon Valley; ICE, DHS e molte altre istituzioni spendono miliardi di dollari dei contribuenti per procurarsi e mantenere questi nuovi sistemi. Attualmente, circa il 10% del budget di 44 miliardi di dollari del DHS è dedicato alla gestione dei dati. Una manciata di grandi aziende, come Amazon Web Services e Palantir, hanno costruito una “sistema di porte girevoli” per sviluppare e consolidare il ruolo della Silicon Valley nel processo di incarcerazione di massa e nel regime di espulsione. Senza controllo, queste aziende tecnologiche continueranno ad aumentare l’offerta del governo per lo sviluppo di sistemi che mirano e puniscono in massa coloro che ritengono “indesiderabili”».

Il rapporto, quindi, definisce di circa 4,5 miliardi di dollari questo giro di affari, una cifra simile a quella che Trump chiedeva al Congresso per completare il muro di confine con il Messico, per il quel si è prodotto lo shut down delle attività federali. L’impressione è che, mentre il mondo osservava il balletto tra le istituzioni americane, una soluzione più sofisticata del muro riceveva supporto economico mettendo d’accordo Presidente e Congresso.

Andando nel dettaglio il rapporto studia le due aziende che fanno profitti su incarcerazione e deportazioni di migranti. La prima, Palantir, è una società di servizi digitali fondata nel 2004 dal valore di 20 miliardi di dollari. Nel suo board figurano consiglieri d’amministrazione di Facebook, Paypal, Tesla e persino il capo redattore dell’Economist, e il fermo oppositore di Trump, Alex Karp. La società nasce proprio per fornire piattaforme digitali alla pubblica amministrazione e si avvale di consulenze di collaboratori delle precedenti amministrazioni. La società sta sviluppando il software di gestione dei casi di immigrazione irregolare con una tecnologia che consente agli agenti di setacciare database regionali, locali, statali e federali in tutto il paese, scandagliare profili dei migranti, dei loro amici e familiari sulla base di informazioni private e pubbliche, utilizzare tali profili per sorvegliare, tracciare e infine deportare i migranti.

Secondo il rapporto, i loro servizi tecnici hanno portato ad un’accelerazione pericolosa della tecnologia di sorveglianza da parte della polizia e dei pubblici ministeri attraverso un’infrastruttura che alimenta anche pratiche discriminatorie che prendono di mira le persone di colore. Palantir ha permesso un aumento del data mining e dell’accumulo di dati da una miriade di fonti, tra cui bollette, servizi bancari, dati aziendali e di proprietà, informazioni sui fornitori di servizi sanitari, registrazioni di telefoni cellulari in diretta, database biometrici e account di social media.

Oltre a Palantir però a lucrare sulle politiche razziste del governo statunitense c’è soprattutto

Amazon. La società di Seattle è passata da piattaforma leader dello shopping online al più grande broker di spazio di archiviazione cloud del pianeta, attraverso Amazon Web Services. AWS è lo spazio cloud principale in cui vivono questi sistemi di condivisione dei dati utili alle polizie e ai governi. AWS è l’appaltatore chiave nelle politiche del Dipartimento di Sicurezza Interna (compresa l’FBI) e complessivamente gestisce un portafoglio di tecnologia informatica (IT) pari 6,8 miliardi di dollari in servizi cloud (recentemente ha vinto anche l’appalto per i servizi cloud del Pentagono).

 

Amazon, ora la compagnia più ricca del pianeta, ha più autorizzazioni federali rispetto a qualsiasi altra società tecnologica: 204 autorizzazioni, rispetto a 150 di Microsoft, 31 di Salesforce e 27 di Google. Ha inoltre fatto largo uso di queste autorizzazioni, fornendo informazioni come database per il DHS (Department of Homeland Security) con i sistemi di gestione dell’immigrazione, con i dati biometrici per 230 milioni di identità uniche – per lo più impronte digitali, oltre a 36,5 milioni di firme e 2,8 milioni di scanner delle iridi. Il cloud Amazon svolge un ruolo fondamentale nel sistema di controllo dell’immigrazione del DHS. Ma il passaggio centrale del governo federale verso i servizi cloud è stato il risultato del cosiddetto cloud industrial complex: un partenariato pubblico-privato tra lobbisti dell’industria, dirigenti tecnologici, legislatori federali chiave e dirigenti tecnologici trasformati in funzionari governativi.

La DHS è emersa come un potenziale scrigno per i fornitori di cloud della Silicon Valley già alla fine del 2010, quando l’allora alto funzionario federale Vivek Kundra lanciò la politica Cloud First. Questa ha incoraggiato la contrattazione privata di 20 miliardi di dollari in servizi cloud attraverso il governo federale e ha proiettato il DHS, la sicurezza interna in particolare quindi, come il più grande cliente per l’acquisizione di servizi, con oltre $ 2,4 miliardi iniziali. La politica Cloud First del governo federale è stata un passo importante nella costruzione di quella che è diventato un “sistema di porte girevoli” per i fornitori di servizi cloud ai più alti livelli di governo. I membri del Congresso coinvolti nel partenariato pubblico-privato che hanno contribuito a codificare l’investimento federale nell’acquisizione dei servizi IT hanno ricevuto a testa oltre 250.000 dollari di contributi da Amazon e altre società tecnologiche che hanno poi ottenuto questi contratti di cloud computing. Si legge, sempre nel prezioso report, che entro i prossimi due anni, l’intero portafoglio IT di DHS, ricco di dati identificativi personali, vivrà nel cloud di Amazon. Il DHS ha inoltre già concesso contratti cloud multimilionari ad Adobe, Amazon, IBM, Oracle, Salesforce, Zoom e altre società della Silicon Valley. Probabilmente però la società di Bezos continuerà ad essere il principale fornitore, il che significa che sarà custode finale dei dati che consentiranno ulteriori detenzioni e deportazioni.

Così se dal report di Worth Rises si comprende la vastità dell’economia del controllo sociale, in questo secondo dossier, focalizzandosi sulle politiche contro i migranti, diventa evidente l’intreccio tra tecnologie invasive di controllo, potere finanziario e interessi politici tra tutti i principali attori del mercato digitale e il governo statunitense. Il timore condiviso dagli attivisti che hanno redatto entrambi gli studi però non si limita alla fotografia del presente. Più volte si ribadisce la preoccupazione che lo sviluppo di queste connessioni tra corporation hi-tech e governo oggi avvenga sulla popolazione migrante, dietro la retorica American First di Donald Trump, e un domani possa allargarsi a quelle comunità da decenni rinchiuse nelle carceri statunitensi. In altre parole l’impressione è che l’infrastruttura tecnologica possa diventare una tecnica di controllo dei poveri, delle marginalità, delle minoranze, e delle comunità storicamente discriminate. Viene da chiedersi se l’orizzonte a cui si tenda anche nel “paese delle libertà” non sia simile al Social Ranking System cinese spesso descritto come l’incarnazione contemporanea del Grande Fratello orwelliano. Se questo rimane per ora solo un futuro incubo distopico, il presente disvela pienamente sia l’ipocrisia dei liberal californiani, degli innovatori social, dei profeti della sharing economy, sia le retoriche xenofobe di Trump, così lontane a parole ma a braccetto nel fare profitti su detenzione, repressione e deportazione.

Abbiamo davvero bisogno delle carceri?

Ruth Wilson Gilmore potrebbe farti cambiare opinione.

In oltre tre decenni di battaglie per l’abolizione delle prigioni l’attivista e studiosa ha aiutato a cambiare il modo in cui le persone guardano alla giustizia criminale.

Di Rachel Kushner sul New York Times del 17/04/2019
articolo originale:


Ecco un aneddoto che a Ruth Wilson Gilmore piace racconatare su quando ha partecipato a una conferenza sulla giustizia ambientale a Fresno nel 2003. Persone provenienti da tutta la Central Valley della California si erano riunite per parlare dei gravi rischi ambientali affrontati dalle loro comunità, soprattutto a seguito di decenni di agricoltura industriale, condizioni che non sono a oggi migliorate (la qualità dell’aria nella Central Valley è la peggiore della nazione, e un milione dei suoi abitanti beve un’acqua corrente più tossica persino rispetto all’acqua di Flint). Alla conferenza c’era una “tribuna per i giovani”, in cui i bambini potevano parlare delle loro preoccupazioni e poi decidere in gruppo ciò che era più importante da fare in nome della giustizia ambientale. Gilmore, una famosa professoressa di geografia (all’epoca presso l’Università della California, Berkeley; ora al CUNY Graduate Center di Manhattan) e influente rappresentante del movimento abolizionista contro il carcere, era ospite relatrice e stava preparando il suo discorso quando qualcuno le disse che i bambini volevano parlare con lei. Andò quindi nella stanza in cui erano riuniti. I bambini erano principalmente latinoamericani, molti dei quali erano figli e figlie di agricoltori o di altri lavoratori nel settore agricolo. Avevano un’età variabile, ma la maggior parte erano alunni delle scuole medie: abbastanza grandi per avere opinioni solide e sfidare gli adulti. Erano accigliati verso di lei, con le spalle alzate e le braccia incrociate. Non conosceva quei ragazzi, ma capiva che le erano ostili.

“Cosa sta succedendo?” chiese.

“Abbiamo sentito che sei un abolizionista del carcere”, disse un ragazzo. “Vuoi chiudere le prigioni?”.

Gilmore rispose che sì, lei voleva chiudere le prigioni.

Ma perché” le chiesero. E prima che lei potesse rispondere, un altro ragazzo disse: “Cosa ne pensi allora delle persone che fanno qualcosa di molto grave?”. Altri continuarono le domande. “Che ne dici delle persone che fanno del male ad altre persone?” “E di chi uccide qualcun altro?”.

Che provenissero da piccoli insediamenti agricoli o da quartieri popolari intorno a Fresno e Bakersfield, fu subito evidente per Gilmore, che questi bambini, comprendendo immediatamente la durezza del mondo, non sarebbero stati facili da convincere.

“Vengo da dove vieni anche tu” disse.”Ma che ne pensi di questo: invece di chiedere se qualcuno deve essere rinchiuso o liberato, perché non si pensa mai alle cause e a risolvere innanzitutto quei problemi che si ripetono, creando i comportamenti che producono il problema?” Stava in altre parole chiedendo loro perché come società scegliamo la via della crudeltà e della vendetta.

Mentre parlava, percepiva scetticismo da parte dei bambini, quasi fosse una nuova insegnante che era venuta per sostenere qualche argomento fasullo convincerli fosse per il loro bene. Ma Gilmore proseguì, determinata. Disse loro che in Spagna, nazione con un bassissimo tasso di omicidi, il tempo medio da scontare in carcere per omicidio era di sette anni.

“Che cosa? Sette anni! “I ragazzi erano così increduli riguardo a una condanna a sette anni per omicidio che si rilassarono un po ‘. Pareva lasciarli più perplessi questa notizie ora che le idee di Gilmore.

Gilmore disse loro che nell’improbabile caso in cui qualcuno, in Spagna, pensasse di risolvere un problema uccidendo un’altra persona, la risposta sarebbe stata che la persona perdeva sette anni della sua vita a pensare a quello che aveva fatto e a capire come vivere la sua vita di nuovo in libertà. “Ciò che questa politica mi comunica”, disse, “è che dove la vita ha un valore, la vita vale“. Vale a dire, ha continuato, che in Spagna si è deciso che proprio perché la vita è importante non si può essere punitivi e violenti annientando la vita di chi ferisce altre persone. “E a sua volta questo ricorda a tutte le persone che cercano di risolvere i loro problemi quotidiani, che comportarsi in modo violento e che annientare una vita non è mai una soluzione”.

I bambini non tradirono verso Gilmore alcuna emozione tranne un atteggiamento dubbioso che si leggeva negli sguardi. Lei continuava a parlare, convinta delle proprie argomentazioni, e raccontò loro molti anni di riflessioni come attivista e studiosa, ma i bambini erano un pubblico troppo duro. Dissero alla fine a Gilmore che avrebbero riflettuto a quello che lei aveva detto e l’avevano salutata. Quando lasciò la stanza, si sentì completamente sconfitta.

Alla fine della giornata, i ragazzi fecero la loro presentazione alla conferenza generale, annunciando, con stupore di Gilmore, che nel loro laboratorio erano giunti alla conclusione che c’erano tre rischi ambientali che avevano condizionato la loro vita in modo più pressante mentre crescevano nella la Central Valley. Quei rischi erano i pesticidi, la polizia e le prigioni.

“Ero seduta ad ascoltare i bambini e mi si fermò il cuore”, mi disse Gilmore. “Perché? L’abolizionismo è volutamente omni comprensivo; riguarda cioè la totalità delle relazioni uomo-ambiente. Quindi, quando ho dato ai ragazzi un esempio da un altro luogo, temevo che avrebbero potuto concludere che qualcuno, altrove, era semplicemente migliore o più buono delle persone nella South San Joaquin Valley – in altre parole, avrebbero potuto valutare che ciò che accadeva altrove era irrilevante per le loro vite. Ma a giudicare dalla loro presentazione, i ragazzi hanno sollevato un punto superiore a ciò che avevo cercato di condividere: dove la vita è preziosa, la vita è preziosa. Si sono chiesti: ‘Perché sentiamo ogni giorno che la vita qui non è preziosa?’ Nel tentativo di rispondere, hanno identificato ciò che li rende vulnerabili “.

L’abolizione della prigione, come posizione di movimento, sembra provocatoria e massimalista, ma ciò che è concretamente richiede una comprensione più sottile. Per Gilmore, che è attiva nel movimento da oltre 30 anni, è sia un obiettivo a lungo termine che un programma politico pratico, che richiede investimenti pubblici in posti di lavoro, istruzione, alloggio, assistenza sanitaria – tutti gli elementi necessari per una vita produttiva e senza violenza. L’abolizione significa non solo la chiusura delle carceri, ma la presenza, invece, di sistemi vitali di sostegno che oggi mancano a molte comunità. Invece di chiedere come, in un futuro senza carcere, ci occuperemo dei cosiddetti “violenti”, gli abolizionisti chiedono di risolvere le disuguaglianze e garantire alle persone le risorse di cui hanno bisogno molto prima dell’ipotetico momento in cui, come dice Gilmore, “fanno casino”.

“Ogni epoca ha le sue speranze”, scrisse William Morris nel 1885, “spera di guardare verso qualcosa che va oltre la vita della stessa epoca, le speranze che cercano di penetrare nel futuro”. Morris era un proto-abolizionista: nel suo romanzo utopico “Notizie da nessuna parte”, non ci sono prigioni, e questa è considerata una condizione ovvia e necessaria per una società felice.

Nell’epoca di Morris, la prigione era relativamente una novità come la forma più diffusa di punizione. In Inghilterra, storicamente, le persone venivano incarcerate solo per poco tempo, prima di essere trascinate fuori e frustate per strada. Come racconta Angela Davis nel suo libro del 2003, “Le prigioni sono obsolete?”, mentre la prima common law inglese considerava il reato di futile tradimento punibile con l’essere bruciato vivo, nel 1790 questa punizione fu riformata a morte per impiccagione. Sulla scia dell’Illuminismo, i riformatori europei si sono progressivamente allontanati dalle punizioni corporali tout court; la gente sarebbe andata in prigione per un certo periodo di tempo, piuttosto che aspettare che fosse inflitta una punizione. Il movimento penitenziario sia in Inghilterra che negli Stati Uniti all’inizio del XIX secolo fu motivato in parte dalla richiesta di ulteriori pene umane. Prigione era la riforma.

Se il carcere, nella sua origine filosofica, era inteso come un’alternativa umana alle percosse o alla tortura o alla morte, si è trasformato in una caratteristica fissa della vita moderna, di certo non rinomata, nemmeno dalle parte dei suoi sostenitori e amministratori, per la sua umanità. Negli Stati Uniti, ora abbiamo più di due milioni di carcerati, la maggior parte neri o mulatti, praticamente tutti provenienti da comunità povere. Le carceri non solo hanno violato i diritti umani e fallito nella riabilitazione; non è nemmeno più dimostrabile che le carceri scoraggino il crimine o aumentano la sicurezza pubblica.

Dopo un boom di incarcerazioni iniziato negli Stati Uniti intorno al 1980 e solo di recente iniziato a stabilizzarsi, una riforma è diventata politicamente popolare. Ma gli abolizionisti sostengono che molte riforme hanno fatto poco più che rafforzare il sistema. In ogni stato in cui la pena di morte è stata abolita, per esempio, è stata sostituita dalla condanna della “vita senza parole” – da molte persone considerata una condanna a morte con altri mezzi più lenti. Un altro prodotto di buone intenzioni: campagne per riformare la condanna indeterminata, con conseguente programmi a “tre colpi e sei fuori” e sentenze minime obbligatorie, che sostituiscono una crudeltà con un’altra. Nel complesso, le riforme non hanno ridotto significativamente i numeri di incarcerazione e nessuna recente legislazione di riforma ha anche solo aspirato a farlo.

Ad esempio, la prima riforma carceraria federale in quasi 10 anni, il First Step Act bipartisan, che il presidente Trump ha firmato in legge alla fine dello scorso anno, comporterà la liberazione di appena 7.000 dei 2,3 milioni di persone attualmente bloccati quando entrerà in vigore. La legislazione federale riguarda infatti solo le prigioni federali, che detengono meno del 10% della popolazione carceraria della nazione, e tra queste, il First Step Act si applica solo a un sottogruppo limitato. Come mi disse Gilmore, notando un entusiasmo pubblico fuori misura dopo l’approvazione del Senato, “Ci sono persone che si comportano come se l’origine e la cura fossero federali. Tanti non sono consapevoli di come il Paese sia organizzato giuridicamente e che negli Stati Uniti esistono almeno 52 diversi giurisdizioni penali e sistemi legali “.

Questo non vuol dire che Gilmore e altri abolizionisti siano contrari a tutte le riforme. “È ovvio che il sistema non scomparirà dall’oggi al domani”, mi ha detto Gilmore. “Nessun abolizionista pensa che sarà così”. Ma lei trova First Step, come molte riforme statali simili, non solo poca cosa ma esclusive, cioè per come sono scritte in grado di rendere ancora più difficile per alcuni ottenere la grazia. Quelli condannati per la maggior parte dei reati di livello superiore, ad esempio, non sono idonei per accumulare “creditii”, una nuova categoria creata sotto First Step. “Molti di questi rimedi proposti finiscono per non limitare il sistema. Considerano il sistema come qualcosa che può essere risolto rimuovendo e sostituendo alcuni elementi. “Per Gilmore, i dibattiti su quali persone lasciare in prigione accettano la prigione come un dato di fatto. Per lei, questo non è solo un errore morale ma pratico, se l’obiettivo è di porre fine alla incarcerazione di massa. Invece di cercare di sistemare il sistema carcerario, lei si concentra sul lavoro politico per ridurne la portata e l’impronta interrompendo la costruzione di nuove carceri e chiudendo carceri, una struttura alla volta, con un’accurata organizzazione di base e richieste che i finanziamenti statali ne traggano beneficio, piuttosto che punire comunità vulnerabili.

“Ciò che amo dell’abolizionismo”, mi ha detto lo studioso e scrittore forense James Forman Jr., “usando un mio modo di pensare – quando mi identifico come un abolizionista, questo è quello che ho in mente: l’idea che immagini un mondo senza prigioni, e conseguentemente lavori per cercare di costruire quel mondo”. Forman arrivò tardi, disse, al pensiero abolizionista. Era in tour per il suo libro del 2017 vincitore del premio Pulitzer, “Locking Up Our Own”, che documenta la storia della carcerazione di massa e i ruoli involontari che i leader politici neri interpretarono, quando una donna gli chiedeva perché non usava la parola “Abolizione” nelle sue argomentazioni, che, a suo parere, suonavano molto abolizioniste. La domanda ha portato Forman a interrogarsi seriamente sul concetto. “Mi sento in un movimento che vuole porre fine alla carcerazione di massa per sostituirla con un sistema che ricostruisce e protegge effettivamente le comunità ma che non potrà mai farcela senza gli abolizionisti. Perché le persone faranno compromessi e sacrifici e perderanno l’orizzonte strategico. Cominceranno a pensare che di aver ottenuto grandi vittorie, seppure in realtà queste siano insignificanti. E quindi, per me, l’abolizione è essenziale”.

La campagna Smart Justice di ACLU, la più grande nella storia dell’organizzazione, è stata avviata con l’obiettivo di ridurre la popolazione carceraria del 50% attraverso iniziative locali, statali e federali per riformare cauzione, accusa, condanna, libertà condizionale e rientro.”L’incarcerazione non funziona”, ha detto il direttore della campagna ACLU Udi Ofer. L’ACLU, mi ha detto, vuole “sconfiggere il sistema carcerario e reinvestire nelle comunità”. Nella nostra conversazione, mi sono ritrovato a chiedermi se Ofer e l’ACLU fossero stati influenzati dal pensiero abolizionista e da Gilmore. Ofer sembrava addirittura citare il mantra di Gilmore secondo cui “le prigioni sono soluzioni omnicomprensive ai problemi sociali”. Interrogato, Ofer mi disse: “Non c’è dubbio. Ha dato un contributo straordinario, anche solo per aiutare a fare una conversazione su quale sia veramente il nostro compito”.

Sugli obiettivi di ACLU, Gilmore è al tempo stesso piena di speranza e prudenza. “Non vedo l’ora di vedere come rivedono il loro approccio dall’escludente First Step Act”, mi ha detto, “e di vedere se saranno premiate le loro ambizioni, lavorando in più giurisdizioni”. Nell’ultimo decennio, le popolazioni carcerarie si sono ridotte a livello nazionale solo del 7%, e secondo il Vera Institute of Justice, il 40% di questa riduzione può essere attribuito alla sola California, che nel 2011 è stata costretta dalla Corte suprema di risolvere il sovraffollamento. Ofer ha ammesso che la sfida più grande è smettere di selezionare chi riceve benefit e grazia in base a una divisione tra reati violenti e nonviolenti.”Per porre veramente fine alla carcerazione di massa in America, dobbiamo trasformare il modo in cui il sistema giudiziario risponde a tutti i reati” mi disse Ofer. “Politicamente, questa è una conversazione complessa. Ma moralmente, è chiaro quale deve essere la direzione: smantellare il sistema”.

I critici si chiedono se le carceri stesse fossero le migliori soluzioni ai problemi sociali sin dalla nascita del sistema penitenziario. Nel 1902, il famoso avvocato Clarence Darrow disse agli uomini detenuti nel carcere di Cook County a Chicago: “Non dovrebbero esserci prigioni. Non realizzano ciò che pretendono di ottenere”. Verso la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, un movimento abolizionista aveva guadagnato un consenso vasto, snche tra studiosi, politici (anche quelli centristi), legislatori e leader religiosi negli Stati Uniti. In Scandinavia, un movimento per l’abolizione della prigione ha portato, se non allo sradicamento delle prigioni, a un passaggio a “prigioni aperte” che sottolineano il reinserimento delle persone nella società e hanno portato a tassi di recidività molto bassi. Dopo la rivolta del 1971 presso l’Attica Correctional Facility fuori Buffalo, New York, con la conseguente morte di 43 persone, negli Stati Uniti c’è stato un crescente sentimento che vedeva come urgenti e necessari cambiamenti drastici. Nel 1976, un ministro del carcere dei quaccheri di nome Fay Honey Knopp e un gruppo di attivisti pubblicarono il libretto “Invece che la prigione: un manuale per abolizionisti”, che delineava tre obiettivi principali: stabilire una moratoria su tutti i nuovi edifici carcerari, decarcerare quelli esistenti ed “esorcizzare”, cioè allontanarsi dalla criminalizzazione e dall’uso della carcerazione di tutto. Il percorso che gli abolizionisti chiedevano per raggiungere questi obiettivi sembrava sorprendentemente simile agli obiettivi originali (sebbene alla fine falliti) della Grande Società e alla “guerra al crimine” di Lyndon B. Johnson nella metà degli anni ’60: generare milioni di nuovi posti di lavoro, combattere la discriminazione sul lavoro, potenziare le scuole, ampliare la rete di sicurezza sociale e costruire nuove abitazioni.

Verso la fine degli anni ’90, quando le prigioni e le popolazioni carcerarie si espansero significativamente, emerse un nuovo appello per cercare di impedire agli Stati di costruire più prigioni, in particolare in California ; appello mosso da, tra gli altri, da Gilmore e Angela Davis, con la formazione di gruppi come il “Progetto di moratoria delle prigioni in California”, che Gilmore ha contribuito a fondare. Nel 1998, Davis e Gilmore, insieme ad un gruppo di persone nella Bay Area, fondarono la Critical Resistance, un’organizzazione nazionale anti-carceraria che fece dell’abolizione il suo principio centrale, un obiettivo che molti considerarono utopistico e ingenuo. Cinque anni dopo, i “Californiani Uniti per un bilancio responsabile” (CURB), di cui Gilmore è un membro del consiglio, si opposero alla costruzione di nuove carceri. La CURB è rapidamente salita alla ribalta per le sue campagne di successo, che, alla fine, hanno fermato la realizzazione di oltre 140000 nuovi posti in carceri (in uno stato dove 200.000 sono le persone attualmente detenute nelle prigioni). Di recente, la CURB è riuscita a fermare la costruzione di un enorme nuovo carcere femminile nella contea di Los Angeles, in coordinamento con diversi gruppi locali.

Ognuna delle molte campagne su cui Gilmore ha lavorato nel corso degli anni è stata costruita da una diversa coalizione di persone che avrebbero potuto essere influenzate negativamente nella loro vita da un nuovo carcere o prigione. La sua strategia non era semplicemente quella di combattere direttamente le prigioni e sperare che altri si unissero, ma piuttosto di cercare gruppi già mobilitati. Sia che si tratti di ambientalisti che potrebbero vedere una nuova prigione come danno alla biodiversità, o membri della comunità locale che si preoccupino dell’impatto di un carcere sulle falde acquifere o delle promesse non realizzate sull’occupazione locale, “qualunque cosa sia già lì, in termini di persone organizzate, va solo coordinata”, mi ha detto Gilmore. “Devi parlare con le persone e vedere quello che vogliono”. Nel 2004, ad esempio, c’era una misura sul voto della contea di Los Angeles per assumere 5000 nuovi agenti di polizia e vice sceriffi e per iniziare ad espandere la prigione della città. Gilmore ha contribuito a organizzare una campagna a South Central e East Los Angeles, incontrando e parlando con le persone, facendole fare richieste e esprimere i loro bisogni. I bisogni dei residenti del quartiere coincidevano con le esigenze dei dipartimenti della polizia e dello sceriffo della contea di Los Angeles? Volevano più poliziotti nelle loro comunità? La risposta era no. La misura fallì. “È stato un duro lavoro – organizzare, organizzare e organizzare – ma abbiamo vinto. Li abbiamo respinti.

Quando lo stato ha voluto costruire quelle che chiamava le nuove prigioni “sensibili al genere”, gli abolizionisti si sono organizzati con persone nelle carceri femminili della California. L’organizzazione Justice Now ha diffuso una petizione che ha fatto firmare 3.300 detenuti, per protestare contro le nuove strutture destinate a ospitarli. Un elenco dei firmatari incarcerati – una lista lunga 25 piedi – è stata presentato al Campidoglio dello Stato, tra sussulti imbarazzati udibili nella sottocommissione per il bilancio del Senato sulle carceri. La proposta della Commissione per le strategie reattive sulle politiche di genere dello stato è stata sconfitta. “Non è che tutti quelli che sono stati organizzati in queste campagne fossero essi stessi abolizionisti”, mi disse Gilmore, “ma invece gli abolizionisti si sono impegnati in un certo tipo di organizzazione che ha messo a sistema tutti i diversi tipi di persone, in tutti i diversi tipi di situazioni.

Quando Gilmore iniziò gli studi alla Rutgers University, nel 1994, all’età di 43 anni, era un’attivista esperta che aveva beneficiato di una vasta istruzione informale con studiosi come Cedric Robinson, Barbara Smith e Mike Davis, l’autore di “City of Quartz, “che rese popolare il termine” complesso industriale-carcerario “. Inizialmente Gilmore pensava di perseguire un dottorato di ricerca in pianificazione alla Rutgers, che sembrava il più vicino a ciò che voleva fare: analizzare i problemi sociali in relazione al mondo che abbiamo costruito. Poi incontrò il lavoro del geografo marxista Neil Smith e rapidamente decise di spedire la sua domanda al dipartimento di geografia. La geografia, ha scoperto, le ha permesso di esaminare le connessioni urbano-rurali e di pensare ampiamente a come la vita è organizzata in sistemi concorrenti e cooperanti.

Gilmore ha conseguito il suo dottorato in quattro anni e fu assunta l’anno successivo come professore associato a Berkeley. Voleva chiamare il primo corso che dava “Geologia carceraria”. Il capo del dipartimento non approvò la scelta: “Non puoi chiamarlo ‘Race and Crime’?” Chiese. Lei rispose che il suo corso non riguardava la razza e il crimine. Mantenne il suo punto di vista e da allora ha sviluppato il concetto di geografia carceraria, un ramo di studi più o meno che si era inventata da sola, che esamina le complesse interrelazioni tra paesaggio, risorse naturali, economia politica, infrastrutture e polizia, carcere, ingabbiamento e controllo delle popolazioni. Negli anni successivi, Gilmore ha plasmato il pensiero di molti geografi, così come generazioni di studenti laureati e attivisti.

Ho visto la sua capacità di situare il problema della prigione in un panorama politico ed economico molto più ampio quando Davis e Gilmore si impegnarono in una conversazione moderata da Beth Richie, professoressa di studi afroamericani all’Università dell’Illinois a Chicago. In una grande chiesa in città, loro tre – intellettuali nere, radicali, femministi – sedute su enormi sedie ornate da vescovi. L’evento, organizzato dalla Critical Resistance, era affollato dagli organizzatori di South Side, i più giovani dei quali erano stati invitati sul palco a offrire omaggi ad Angela Davis, la persona più famosa nella stanza. C’erano tutte vibrazioni positive, e poi Davis si rivolse a Gilmore e sollevò il tema delle prigioni private. Il tono nella stanza divenne teso.

Ormai è diventato quasi opinione comune pensare che le prigioni private siano il “vero” problema con l’incarcerazione di massa. Ma chiunque sia seriamente coinvolto nell’argomento sa che non è così. Perfino uno sguardo superficiale ai numeri lo dimostra: il novantadue percento delle persone rinchiuse nelle carceri americane sono detenute in strutture pubbliche, finanziate con fondi pubblici, e il 99 percento di quelle in carcere si trova in carceri pubbliche. Ogni prigione privata potrebbe chiudere domani, e non una singola persona andrebbe a casa. Ma l’idea che le prigioni private siano le colpevoli, e che il profitto è la ragione dietro tutte le prigioni, hanno una presa salda sull’immaginazione popolare. Per inciso, non sono solo i liberal a focalizzare la loro indignazione sulle prigioni private, come fa notare Gilmore, lo fanno anche le agenzie di polizia e i sindacati di polizia.

Davis riconosceva l ‘”errore”, come da lei ha affermato, nel film “13th” di Ava DuVernay, nell’inviare un messaggio secondo cui la lotta principale dovrebbe essere contro le prigioni private. Ma, disse a Gilmore, ha visto l’enfasi popolare sulla privatizzazione come utile nel dimostrare i modi in cui le carceri fanno parte del sistema capitalista globale.

Gilmore rispose alla sua compagna di lunga data che le prigioni private non stanno realmente producendo l’incarcerazione di massa. “Sono parassiti su di essa. Che non le rende buone. Il che non le rende colpevoli per le cose di cui sono colpevoli. Sono parassiti”. E poi ha iniziato un sermone sulla differenza tra il motivo del profitto per un’azienda e come le istituzioni pubbliche sono finanziate e gestite. Nella sua scioltezza su questi argomenti, si aprì una certa distanza tra le due donne. Se il carisma di Davis poteva essere descritto come un’eloquenza imperturbabile, quello di Gilmore derivava da un’analisi feroce e precisa, un’intolleranza alle leggerezze, ed è stato Gilmore ad attirare l’attenzione della stanza.

Le agenzie governative non fanno profitti, hanno invece bisogno di entrate. Le agenzie statali devono competere per queste entrate, ha spiegato Gilmore. Sotto l’austerity, la funzione socio-assistenziale si è restretta; le agenzie che ricevono i soldi sono la polizia, i vigili del fuoco e i centri correzionali. Così altre agenzie iniziano a copiare ciò che fa la polizia: il dipartimento dell’educazione, ad esempio, apprende che può ricevere denaro per i metal detector molto più facilmente di quanto possa fare per altri tipi di potenziamenti. E le prigioni possono accedere a fondi che tradizionalmente sono destinati altrove – per esempio, il denaro va alle prigioni della contea e alle prigioni statali per “servizi di salute mentale” piuttosto che in generale per la salute pubblica. “Se segui i soldi, non devi trovare la compagnia che fa profitti,” mi spiegò più tardi Gilmore. “Puoi trovare tutte le persone che dipendono dalle retribuzioni erogate dal Dipartimento delle correzioni. Il gruppo di lobby più potente in California sono le guardie. È un commercio unico, con un datore di lavoro, e non potrebbe essere più facile per loro organizzarsi. Possono eleggere tutti, dal procuratore distrettuale al governatore. Hanno dato a Gray Davis un paio di milioni di dollari e lui ha dato loro una prigione”.

La funzione esplicita della prigione è separare le persone dalla società e questo costa denaro. Quindici miliardi e mezzo di dollari del budget proposto per il prossimo anno andranno agli istituti di correzione, e il 40% di questi andrà solo ai salari del personale, esclusi i sussidi e le generose pensioni. Questo è un impiego sovvenzionato dallo stato, non un’impresa di profitto.

Tra il 1982 e il 2000, la California costruì 23 nuove prigioni e, secondo Gilmore, aumentò la popolazione carceraria dello stato del 500%. Se gli studiosi carcerari tendono a concentrarsi su un aspetto piuttosto che un altro delle tendenze della carcerazione, Gilmore fornisce le spiegazioni più strutturalmente esaustive, usando la California come caso di studio. Nel suo libro del 2007, “Golden Gulag”, attinge alla sua vasta conoscenza dell’economia politica e della geografia per mettere insieme un ritratto di significativi cambiamenti storici e la spinta a intraprendere ciò che, come hanno definito due analisti dello stato californiani, è “il più grande progetto di realizzazione di una prigione nella storia del mondo”. “Le carceri erano una risposta alla crescente criminalità? Come scrive Gilmore, “Il tasso di criminalità è salito; altre volte il tasso di criminalità è sceso; ma siamo andati giù noi; abbiamo solo represso”. Questa volatilità, e come i tassi di criminalità siano misurati, sono stati oggetto di pesanti discussioni, ma se questo è un ordine non causale cosa sta succedendo? Gilmore delinea quattro categorie di “eccedenze” per spiegare il boom della costruzione carceraria. C’era “terra in eccedenza”, perché gli agricoltori non avevano abbastanza acqua per irrigare i raccolti, e la stagnazione economica significava che la terra non aveva più valore. Quando il governo californiano ha affrontato anni magri, è stata unita in quella che lei definisce “capacità statale di surplus” – come agenzie governative che avevano perso il loro mandato politico di utilizzare finanziamenti e competenze per benefici sociali (come scuole, case e ospedali). Sulla scia di questa austerity, gli investitori specializzati in finanza pubblica si sono trovati senza mercato per progetti come scuole e abitazioni e invece hanno usato questo “capitale in eccesso” per creare un mercato di obbligazioni carcerarie. E infine, c’era “forza lavoro in eccesso”, derivante da una popolazione di persone che aveva vissuto processi di deindustrializzazione o che viveva in povere aree rurali ed era stata esclusa dai nuovi processi economici, esattamente la medesima popolazione che poi andrà a comporre a livello nazionale la popolazione carceraria.

Le carceri non sono il risultato di un desiderio da parte di persone “cattive”, dice la Gilmore, di rinchiudere i poveri e le persone di colore. “Lo stato non si è svegliato una mattina e ha detto:” Siamo cattivi con i neri “. Dovevano succedere tutte queste altre cose che lo hanno reso così. Non doveva per forza andare così. “La sua narrativa coinvolge un’ampia gamma di attori e fatti, alcuni diretti, alcuni indiretti, alcuni coordinati, molti altri no: ad esempio, agricoltori che hanno affittato o venduto terreni allo stato per la costruzione di prigioni; il potentissimo sindacato degli ufficiali correttivi, i responsabili delle politiche statali, i governi delle città, i cicli di siccità, la crisi economica e gli enormi centri urbani deindustrializzati; e le vite e le sorti dei discendenti di coloro che migrarono nel sud della California per lavori di fabbrica durante la seconda guerra mondiale e dopo. Il suo punto fondamentale è che la prigione non era inevitabile – non per gli individui e non per la California. Ma più prigioni sono state costruite dallo stato, più conveniente è stato per lo stato riempirle, nonostante il calo dei tassi di criminalità.

“Golden Gulag” ha avuto un ruolo fondamentale tra i colleghi accademici di Gilmore e la rete di attivisti, e anche più ampiamente – Jay-Z lo ha elogiato nella rivista Time– ma alcune sezioni del libro possono essere un po’ ostiche dal punto di vista tecnico. Persino la Gilmore sospetta che i più attenti censori non si siano seduti a leggerlo tutto. “La situazione – le cause, gli effetti – sono complicati”, mi ha detto, “e la gente vuole qualcosa che sia facile”. Eppure quando Gilmore interagisce con le persone, siano esse individuali o con un pubblico, è diretta e comprensibile. Ha un contegno caloroso ed effusivo ed è pronta a ridere con le persone e cercare un feeling con loro. Lei parla chiaramente e tuttavia si rifiuta di semplificare eccessivamente. Fa riflettere la gente sulle interconnessioni tra strutture più grandi che portano alla creazione di prigioni e anche interconnessioni tra gruppi di persone che potrebbero lavorare insieme per resistere alla costruzione di prigioni – come attivisti ambientali e sindacati degli insegnanti.

È in questo modo che ha organizzato nel 1999 sia grandi agricoltori che contadini (“in termini capitalistici, antagonisti naturali”, come mi ha fatto notare) per fermare una proposta di prigione nella contea di Tulare e persuadere con successo l’associazione dei dipendenti statali della California ( CSEA) – quindi un’unione di oltre 80.000 membri – per sostenere una campagna per opporsi a una nuova prigione a Delano. “Le guardie non potevano credere che questi impiegati del servizio pubblico sarebbero andati contro altri impiegati del servizio pubblico”, mi ha detto. “Anche noi siamo rimasti sorpresi.” CSEA arrivò alla comprensione, come ricorda Gilmore, che una guardia è un impiegato statale che deve avere una prigione per avere un lavoro, mentre fabbri, segretari, bidelli e così via non hanno bisogno di lavorare in carcere, ma potrebbero doverlo fare, se il sindacato delle guardie avesse tutte le risorse.

Nonostante una causa avviata da una coalizione di gruppi legali e per i diritti umani, a cui si è aggiunta la resistenza critica e le preoccupazioni ambientali sollevate da un senatore dello stato, alla fine il carcere di Delano si è aperto nel 2005, ma secondo Gilmore ci sono voluti molti più anni di quanto erano previsti senza la campagna abolizionista. “Arrivò al punto in cui a Sacramento stavano dicendo: ‘Lascia che costruiamo questo e non costruiremo più altro’. È così che ci hanno parlato, perché si sono stancati di noi.’Lascia che lo facciamo, questo sarà il nostro ultimo.’ Prima del taglio del nastro, il segretario delle correzioni disse: “Questa è probabilmente l’ultima prigione che apriremo in questo stato”. Non ha detto “perché gli abolizionisti si sono messi sulla nostra strada” o “gli abolizionisti hanno organizzato tutte queste persone che hanno intralciato il nostro cammino”, ma era una verità lì evidente”.

“Per capire Ruthie, devi capire da dove viene, com’era la sua famiglia “, mi ha detto Mike Davis. Gilmore è nata nel 1950 ed è cresciuta a New Haven, Connecticut, con tre fratelli in una famiglia che lei definisce “decisamente afro-sassone”, citando il termine con cui uno dei suoi mentori, il teorico politico Cedric Robinson, descriveva il famiglia di W.E.B. Du Bois. “La determinazione puritana era una nostra caratteristica”, mi disse. “Non potevo fallire, perché tutto quello che facevo era per i neri.” La famiglia di Gilmore frequentò quella che allora era la Chiesa congregazionale di Dixwell Avenue, che fu coinvolta nel movimento per i diritti civili in modo importante.”C’era un ethos nella mia piccola chiesa”, ha detto.”Tutti avevano bisogno di imparare il più possibile.” Avevano lezioni di storia nera alla scuola domenicale, dove eravamo incoraggiati a farci e fare domande.”Se raccontavi un problema, la regola era che dovevi essere in grado di spiegare come lo avevi conosciuto.”

Da bambina, Gilmore voleva segretamente essere una predicatrice.La domenica, nel banco, si immaginava sul pulpito sotto le vesti del predicatore.”Il che è strano perché riuscivo a malapena ad aprire la bocca con gli estranei. Quindi, come avrei potuto immaginare di rimproverare o incoraggiare le masse, non lo so. “

Il padre di Gilmore, Courtland Seymour Wilson, produttore di strumenti e armi per la Winchester, ha svolto un ruolo centrale nell’organizzare i macchinisti della sua azienda. L’unica volta nella sua infanzia che i bianchi vennero a casa fu per le riunioni sul lavoro. Si sedeva sulle scale e ascoltava gli uomini, che fumavano e litigavano fino a tarda notte. Mentre se ne andavano, sbirciava attraverso una finestra per guardarli uscire. “C’era sempre un’auto fuori finché la gente non era uscita. Andava via quando gli altri se ne andavano. “Quando venne a sapere dei Pinkerton, che spiavano i minatori, Gilmore realizzò che gli uomini che parcheggiavano fuori dalla sua casa erano spie della compagnia, l’equivalente dei Pinkerton.

Il padre di Gilmore aveva ereditato una tradizione di organizzatore sul posto di lavoro da suo padre, un custode a Yale che aiutò a creare il primo sindacato degli operai dell’università. Alla fine anche il padre di Gilmore a lavorare a Yale, dove lottò per cancellare la segregazione razziale dalla facoltà di medicina. “Era senza dubbio il leader della lotta per i diritti civili a New Haven”, mi ha detto Davis.

Nonostante il padre di Gilmore non avesse studiato all’università, era intellettualmente preparato e incoraggiava Gilmore, che mostrava molte buone inclinazioni alla carriera accademica. Nel 1960, una scuola privata locale decise di non praticare più la segregazione prima di essere legalmente costretta, e mandò lettere a rispettate chiese nere chiedendo ragazze che potessero essere “appropriate”. Gilmore provò l’esame di ammissione alla scuola, che era lo stesso test dato alle ragazze bianche e lo passò. “E ‘stato un esame facile, come per l’amor di [imprecazione], che ne è stato di tutto?” Gilmore era la prima scuola e, per la maggior parte del tempo, era la sola studentessa nera, e una delle poche provenienti dalla classe operaia. Era infelice, ma ha imparato molto.

Nel 1968, si è iscritta allo Swarthmore College, dove è stata coinvolta nella attività politica nel campus. Era l’anno delle occupazioni. Lei e un gruppo di altri studenti neri, tra cui la sorella minore di Angela Davis, Fania, volevano convincere l’amministrazione ad immatricolare altri studenti neri, e Davis, durante una visita a Swarthmore, diede consigli agli studenti. “Mi è sembrata così straordinariamente matura e ben informata”, ha detto Gilmore. “Avevo 19 anni, e lei ne aveva 24. Aveva lo stile dell’Alabama, parlava lentamente e deliberatamente, indossava una minigonna.” Davis disse loro: “Scopri cosa vuoi, e continua in quella direzione. Poni le questioni. “

A gennaio, Gilmore, Fania e una manciata di altri studenti neri assunsero responsabilità sulle ammissioni. Gilmore invitò i suoi genitori a scendere da New Haven e offrire una formazione e una guida politica. Fu deciso che Gilmore e suo padre, in rappresentanza del gruppo, si sarebbero avvicinati al preside di Swarthmore, Courtney Smith. Quando lo trovarono, Gilmore, che era cresciuto con modi formali, disse: “Preside Smith, vorrei presentarla a mio padre.” Smith voltò le spalle e si allontanò. Gilmore ne fu indignata, ma suo padre fu tranquillo.”Mio padre sapeva come tenere gli occhi sull’obiettivo. In cosa consisteva? Per certo non riguardava assolutaennte questo episodio. “

I genitori di Gilmore poi andarono via e l’occupazione continuò. Otto giorni dopo l’occupazione, Smith ebbe un infarto a 52 anni e morì sulla sua scrivania. Gli studenti bianchi diffusero la voce che Gilmore e il suo gruppo erano nell’ufficio del preside, e che urlavano contro di lui guardandolo morire (in realtà, non erano neanche lontanamente vicini al suo ufficio), e c’erano voci di minacce e di vendetta.

A quel tempo, Swarthmore, proprio come Yale, aveva un gran numero di impiegati neri che eseguivano i lavori necessari, anche se meno visibili, nell’area del campus, e queste persone, si scoprì, osservavano questi eventi da lontano.”Decisero di salvarci”, mi ha detto Gilmore. “Le auto sono entrate nel vialetto circolare, e questi uomini neri sono scesi e si sono fermati a guardarci, alle finestre. Siamo andati via con loro. Mi è sembrato tutto magico. Fu ontologia che si concretizzava, che rendeva possibile che il popolo salisse su queste auto e aspettasse silenziosamente di salvarci e noi consapevoli di essere messi in salvo”.

Gli uomini li portarono in una casa per la notte. Il mattino dopo, alcune persone uscirono per le provviste e tornarono con del cibo e una copia del giornale di quel mattino. Sul giornale c’era una foto del cugino di Gilmore, John Huggins. Aveva servito in Vietnam e si era radicalizzato al suo ritorno, diventando un membro fondatore della sezione della California meridionale delle Pantere nere. Lui e un’altra pantera, Bunchy Carter, erano stati assassinati quel giorno nel campus dell’UCLA da un gruppo politico rivale.

L’omicidio di suo cugino fu personalmente devastante, anche se era solo un sintomo della politica del tempo (come in seguito è venuto alla luce, l’FBI si era infiltrato in queste organizzazioni, al fine di creare le divisioni che molto probabilmente hanno contribuito a questi incontri fatali). Gilmore lasciò Swarthmore e tornò a casa. Più tardi, quell’anno, si iscrisse a Yale e si dedicò completamente ai suoi studi.

“Ogni anno ho avuto un insegnante che era veramente buono con me, interessato a ciò che pensavo e scrivevo”, ha detto. Uno di questi era George Steiner. Un altro è stato il critico cinematografico e drammatico Stanley Kauffmann. Gilmore si laureò in recitazione prima di vagabondare in tutto il paese. Finì nel sud della California, dove incontrò suo marito, Craig Gilmore, e si imbarcò in progetti comuni fin dal 1976.

Gilmore ha capito che ci sono certe narrazioni a cui le persone si aggrappano che non solo sono false, ma che consentono di assumere posizioni politiche mirate a riforme marginali o fuorvianti piuttosto che fondamentali e significative. Gilmore ha smontato queste narrazioni: per esempio che un numero significativo di persone è in carcere per condanne per droga e reati nonviolenti; che la prigione è una continuazione modificata della schiavitù, e, per estensione, che la maggior parte dei carcerati è nera; e, come pure si discuteva a Chicago, il motivo del profitto aziendale è il motore principale della carcerazione di massa.

Per Gilmore, e per un numero crescente di studiosi e attivisti, l’idea che le prigioni siano piene di criminali nonviolenti è particolarmente problematica. Meno di una persona su cinque a livello nazionale è in prigione per reati di droga, ma questa percezione prolifera sulla scia della stragrande popolarità di “New Jim Crow” di Michelle Alexander, che si concentra sugli effetti devastanti della guerra alla droga sulle comunità, casi che vengono principalmente gestiti dal (relativamente piccolo) sistema carcerario federale. È facile provare indignazione per le leggi draconiane che puniscono i criminali non violenti, e per i pregiudizi razziali, ognuno dei quali ha argomentazioni avvincenti e persuasive. Ma la realtà è che la maggioranza delle persone nelle prigioni statali e federali è stata giudicata colpevole di reati violenti, che possono includere qualsiasi cosa, dal possesso di una pistola all’omicidio. Questa realtà statistica può essere scomoda per alcune persone, ma invece di affrontarla, molti si concentrano sul “relativamente innocente”, come li chiama Gilmore, i tossicodipendenti o i falsi accusati – non importa che possano rappresentare solo una piccola percentuale di quelli in prigione. Quando ho chiesto proprio a Michelle Alexander rispetto a questo, ha risposto: “Penso che l’incapacità di alcuni accademici come me di rispondere direttamente alla questione della violenza nel nostro lavoro abbia creato una situazione in cui sembra quasi che stiamo approvando l’incarcerazione di massa per la gente violenta. Quelli tra noi che sono impegnati a porre fine al sistema di criminalizzazione di massa devono iniziare a parlare di più della violenza. Non solo il danno che provoca, ma cheil fatto che costruire più gabbie non lo risolverà mai “.

Ma negli Stati Uniti, è difficile per le persone parlare di prigione senza pensare che ci sia una parte della popolazione carceraria che deve restarci. “Quando le persone cercano la linea della relativa innocenza”, mi disse Gilmore, “per mostrare quanto sia triste che i “relativamente innocenti” vengano sottoposti alla violenza organizzata dallo stato come se fossero criminali, a loro manca qualcosa che è evidente. Che non è così difficile da vedere. Potrebbero chiedersi se esistano persone che sono state criminalizzate da sottoporre alle forze della violenza organizzata di stato. Potrebbero quindi chiedere se abbiamo bisogno di questa violenza organizzata di stato”.

Un altro falso mito ampiamente diffuso a cui fa riferimento Gilmore è che i carcerati siano in maggioranza neri. Non solo è uno stereotipo falso e dannoso per creare un legame automatico tra la comunità nera e la prigione, sostiene. Ma anche non fa riconoscere la demografia razziale e il modo in cui cambia da uno stato all’altro o nel tempo, e quindi impedisce di comprendere pienamente la portata e la crisi della detenzione di massa. In termini di demografia razziale, i neri sono la popolazione più colpita dall’incarcerazione di massa – circa il 33% di quelli in carcere sono neri, mentre solo il 12% della popolazione degli Stati Uniti appartiene alla comunità afroamericana – ma i latini costituiscono il 23% della popolazione carceraria e bianchi il 30 percento, secondo il Bureau of Justice Statistics. Gilmore ha sentito dire che le leggi sulle droghe cambieranno perché l’epidemia di oppioidi fa male ai bianchi rurali, un mito che la fa impazzire. “La gente dice:” Dio sa che non imprigioneranno i bianchi “, mi ha detto, “Ed è come se non ci fossero già bianchi chiusi sotto chiave.

Una volta che credi che le carceri sono prevalentemente per i neri, è anche più facile credere che le prigioni siano un complotto per rischiavizzare le persone di colore. Una narrazione, e Gilmore lo riconosce, che comunque offre due verità fondamentali: che le lotte e le sofferenze delle persone di colore sono centrali nella storia della detenzione di massa, e che le prigioni sono come la schiavitù, una catastrofe per i diritti umani. Ma la prigione come versione moderna delle leggi Jim Crow serve soprattutto a permettere alle persone di preoccuparsi di una popolazione che altrimenti potrebbero ignorare.”I colpevoli sono considerati degni di essere ignorati, eppure l’incarcerazione di massa è così diffusa che le persone stanno cercando di trovare un modo per prendersi cura di coloro che sono criminali .Quindi, per prendersi cura di loro, devono entrare in una categoria in cui diventino degni di preoccupazione. E la categoria è quella della “schiavitù”. “

Una persona che alla fine ruba qualcosa o aggredisce qualcuno va in prigione, dove non gli viene offerta nessuna formazione professionale, nessun risarcimento per i suoi traumi e problemi, nessuna riabilitazione.”La realtà della prigione e della sofferenza nera è tanto straziante quanto il ricordo del lavoro degli schiavi”, dice Gilmore. “Perché abbiamo bisogno di questo equivoco per vederne l’orrore?” Gli schiavi furono obbligati a lavorare per ottenere profitti dai proprietari delle piantagioni. Il business della schiavitù era cotone, zucchero e riso. La prigione, osserva Gilmore, è un’istituzione governativa. Non è un business e non funziona con l’obiettivo del profitto. Questo dettaglio può sembrare tecnico, ma la distinzione è importante, perché non si può resistere alle prigioni argomentando contro la schiavitù se le carceri non riproducono schiavitù. L’attivista e ricercatore James Kilgore, lui stesso incarcerato, ha detto: “Il problema schiacciante per le persone all’interno della prigione non è che il loro lavoro sia sopra ogni cosa sfruttato; è che vengono “immagazzinati” con pochissime cose da fare e non ricevono alcun tipo di programma o risorsa che consenta loro di avere successo una volta che escono di prigione “.

Il National Law Occupation Project stima che circa 70 milioni di persone abbiano un precedenti o abbiano subito arresti o condanne, il che rende spesso difficile l’assunzione dopo aver scontato la pena. Molti finiscono nell’economia informale, che ha assorbito una grande percentuale di lavoro negli ultimi 20 anni. “Giardiniere, assistenza sanitaria a domicilio basta che lo chiami”, mi disse Gilmore. “Queste persone hanno un posto nell’economia, ma non hanno alcun controllo su di essa.” Ha continuato: “Il punto chiave è che qui si parla di circa la metà della forza lavoro, e non dobbiamo pensare solo all’enormità del problema, ma al enormità delle possibilità e delle soluzioni richieste! Il fatto che così tante persone possano trarre beneficio dall’essere organizzati in reti solide, potrebbe fare emergere specifiche richieste e vertenze, nei confronti dei loro datori di lavoro o sulle comunità in cui vivono. Sulle scuole dove vanno i loro bambini.

“Abolizione”, come parola, ha comunque un’eco intenzionale del movimento per abolire la schiavitù. “Questo processo politico richiederà generazioni e non sarò viva per vedere tutti i cambiamenti”, mi ha detto l’attivista Mariame Kaba. “Allo stesso modo so che i nostri antenati, che erano schiavi, non avrebbero potuto immaginare di vivere una vita come la mia.”

E come mi hanno detto Kaba, Davis, Richie e Gilmore, sebbene non interrogate su questo, in termini quasi identici, non è un fortuito caso che il movimento di abolizione del carcere è portato avanti da donne nere. Davis e Richie usarono entrambe il termine “femminismo abolizionista”. “Storicamente, le femministe nere hanno avuto visioni per cambiare la struttura della società in modi che potrebbero avvantaggiare non solo le donne nere ma tutte e tutti”, dice Angela Davis. Ha anche parlato di Du Bois e delle lezioni tratte dalla sua concezione di ciò che era necessario: non solo una mancanza di schiavitù ma una nuova società, completamente trasformata. “Penso che il fatto che così tante persone ora si definiscano abolizioniste del carcere”, mi ha detto Michelle Alexander, “è una testimonianza anche del fatto che sia stata fatta un’enorme quantità di lavoro, negli ambienti accademici e nei circoli di base. Tuttavia, se dici solo “abolizione del carcere” alla CNN, avrai un sacco di gente che scuote la testa. Ma Ruthie è sempre stata molto chiara che l’abolizione del carcere non riguarda solo la chiusura delle carceri. È una teoria del cambiamento.”

Quando Gilmore incontra un pubblico ostile all’abolizione del carcere, un pubblico che crede ingenuamente che quelli in prigione sono lì perché fumavano erba, e vuole spiegare chi è veramente rinchiuso, le cose terribili che ha fatto, dice loro che ha avuto una persona cara uccisa e non è lì per parlare di persone che fumano erba. Ma come lei ha dovuto riconoscere: “Una parte dell’intera storia che non si può negare è che le persone sono stanche; stanche di fare del male ma anche stanche di soffrire e infine sono stanche dell’ansia”. Mi descrisse conversazioni che aveva avuto con persone che erano contente che il loro marito o padre violento era stato rimosso da casa loro e non lo avrebbero in alcun modo mai più rivisto. Del suo stesso incontro personale con l’omicidio è più filosofica nell’approccio, sebbene la perdita le appaia ancora crudele.

“Ho avuto questo cuore a cuore con mia zia, la madre del mio cugino assassinato, John. In superficie, stavamo parlando di qualcos’altro, ma stavamo parlando davvero di lui. Ho detto: “Perdona e dimentica”. E lei rispose: “Perdona, ma non dimenticare mai”. Aveva ragione proprio perché sono le condizioni in cui si verificano le atrocità che devono cambiare, in modo che non possano ripetersi “.

Per Gilmore, “non dimenticare mai” significa che non risolvi un problema con la violenza di stato o con la violenza personale. Invece, cambi le condizioni in cui prevale la violenza. Tra i liberali circola una sorta di idea quasi cristiana sull’empatia, l’idea che dobbiamo trovare un modo per preoccuparci delle persone che hanno fatto male. Per Gilmore questa idea è poco convincente. Quando incontrò i bambini a Fresno che l’hanno interrogata sull’abolizione del carcere, non ha chiesto loro di entrare in empatia con le persone che avrebbero potuto ferirli. Chiese invece a loro perché, come individui, e come società, crediamo che il modo per risolvere un problema sia “eliminarlo”.

Stava chiedendo se la punizione è logica e se funziona.

Lasciò semplicemente ai bambini la possibilità di trovare il loro modo di rispondere.

Complotto! Caos, magia e musica house…

Chiunque può essere considerato un pazzo se non riesci a capire le sue ragioni

(R. Shea e R. A. Wilson,The Illuminatus!)

Il Kopyright Liberation Front o, in altri casi, i Kings of Low Frequency fu il nome di una coppia di Djs e produttori indipendenti inglesi che, nella loro bulimica creatività, riuscirono a distruggere e ricostruire generi musicali, immaginari e suoni a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Nel Regno Unito, in particolare, tra il 1991 e il 1994 si esaurì la spinta propulsiva di una rivoluzione pluritrentennale che aveva regalato al mondo il punk, la techno, l’acid house, le controculture, la radicalità nelle scelte di vita, le sostanze, il rifiuto dell’asfittico ordine valoriale diviso tra austero lavorismo e avido cinismo. Ed esattamente lungo l’intero processo di eruzione creativa, dalle prime avvisaglie di esplosione fino alle ultime scosse d’assestamento, nascono, si affermano e muoiono i KLF.

Nel 1994 il duo formato da Jimmy Cauty e Bill Drummond raggiunse le vette più alte del mainstream musicale e, contro ogni ragionevole aspettativa, si sciolse. Comunicarono la scelta irreversibile con un gesto all’altezza dell’inquietudine onirica che animava i loro video: navigarono fino all’isola di Jura e in una notte piovosa in un capanno abbandonato, dettero fuoco a un milione di sterline. Appena pochi mesi prima di questo falò, dall’altra parte dell’oceano, Kurt Cobain con una fucilata in faccia mise fine alla sua vita e alla carica rabbiosa del Grunge. Due eventi che possono essere letti come gli ultimi ed estremi atti di chi apparteneva a un movimento che aveva sfidato l’ordine costituito e si rifiutava di accettare il passaggio di fase che quell’ordine vedeva “senza alternative”. Chi uscì di scena quell’anno, chiuse dietro di sé la porta di un’epoca.

La vittoria sarà di coloro che avranno saputo provocare il disordine senza amarlo.

(Internazionale situazionista)

Il rogo del milione di sterline dei KLF destò scandalo e indignazione nel mainstream inglese. A dire la verità, qualche mese prima avevano già sconvolto il mondo dello spettacolo. Erano sulla cresta dell’onda, le loro basi erano campionate da Pet Shop Boys e dai Depeche Mode, erano stati premiati con i prestigiosi Brit Award. E proprio alla cerimonia di premiazione si presentarono con una band “grindcore” concludendo la sconcertante esibizione con suoni di mitragliatrici e l’annuncio: «I KLF hanno lasciato l’industria discografica».

Per molti fu l’ennesimo gesto puerile di una coppia di provocatori che sputava addosso all’industria discografica che li aveva resi famosi: «due stronzi che vogliono farsi pubblicità». Per altri fu una geniale performance che denunciava l’arbitrario valore del denaro. Ma tutte queste analisi ovviamente erano in qualche modo le rassicurazioni che fan e addetti ai lavori si raccontavano. Come epilogo alla loro vicenda artistica gli ormai ex KLF ritirarono dal mercato tutti i loro lavori, anche ricomprando i dischi in circolazione, per poi distruggerli. In questo modo si autocondannarono volontariamente a una sorta di damnatio memoriae.

Da allora, ogni volta che qualcuno ha chiesto le ragioni del rogo ai diretti interessati, questi hanno sempre candidamente affermato: «Non siamo del tutto sicuri di aver capito perché l’abbiamo fatto. Non sappiamo esattamente cosa volessimo fare né che senso avesse. Alcuni giorni pensi di fare una cosa e la fai. Senza motivo». E a chi insisteva, gli ex KLF ribadivano: «L’unica cosa che sappiamo è che non abbiamo neanche per un attimo pensato fosse sbagliato».

Gli iniziatori dei rave party hanno in altre parole sempre ammesso di essere quasi stati spinti a compiere un “rito” da una forza superiore alle loro volontà ma innegabilmente giusta. Ma questa spiegazione non ha mai avuto credito. Nell’industria musicale post ‘94 infatti ammettere che fosse anche solo possibile senza alcun fine bruciare una fortuna e sparire, rinunciando a fama e denaro, avrebbe fatto crollare l’intera morale dominante. Dare per vero ciò che dicevano i KLF, adepti tra le altre cose di una sorta di pseudoreligione del Caos, avrebbe gettato nell’anarchia quell’insieme di ambizioni disperate e avide rigidità che il mercato aveva lentamente imposto a una generazione di ribelli. Probabilmente fu proprio per questo che da lì a poco sui KLF, sul rogo di un milione di sterline e sulla ragione di quel rito, a illazioni e tesi di complotto poco tempo dopo subentrò un omertoso silenzio.

L’LSD è stato un’esperienza incredibile. Non lo raccomanderei a tutti. Ma per me.. be’, è come se mi avesse fatto introiettare l’idea che la realtà non è qualcosa di fisso. Che ciò che vediamo ogni giorno è una delle possibili realtà, una valida realtà, ma che ce ne sono altre: prospettive diverse in cui altre cose hanno comunque un senso. Tale realizzazione ebbe un effetto profondo su di me.

(Alan Moore)

Ma senza capire i KLF non si può capire come in poco tempo un genere che mischiava disco music e funk e si ballava solo in alcuni locali di Chicago arrivò in Inghilterra, dove si mescolò a tutto ciò che era stato prodotto negli ultimi decenni e produsse il consumo consapevole di sostanze, l’MDMA su tutte, i rave party e un’infinità di generi, tecniche e sottogeneri in costante conflitto tra l’underground e il mainstream, tra l’indipendenza e la sussunzione. Proprio per questo, ad anni di distanza, nel 2013, un autore televisivo e storico culturale, John Higgs, ha finalmente deciso di prendere sul serio le risposte degli ex KLF per scrivere la loro biografia dal titolo: Complotto! Caos, magia e musica house, tradotta in italiano da NOT nel 2018.

Higgs è partito semplicemente dall’accettare la verità dei KLF, ha concesso al duo l’«incapacità di intendere e volere (almeno completamente)» ciò che stessero facendo. Ha scritto così un testo prezioso ed eclettico in grado di offrire una panoramica complessiva e dettagliata degli immaginari e dei contesti che spinsero i KLF a essere i KLF dall’inizio della loro carriera fino al falò di banconote. Un lavoro di speleologia dei segni e dei codici che ci porta indietro di decenni, una ricerca storica e culturale che intreccia le storie di personaggi, musicisti, attori, fumettisti, attivisti che animarono quell’humus creativo che, ricevendo le prime stimolazioni dall’underground statunitense, travolse come un’inondazione improvvisa le città inglesi a fine anni ’70.

Per spiegare ciò che apparentemente non ha senso, sembra dirci Higgs, bisogna intrecciare i fili più improbabili, sfidare i meccanismi tipici della schizofrenia paranoide e trovare collegamenti che chiunque, razionalmente, giudicherebbe quantomeno forzati. La verità è che, nel suo libro, Higgs dimostra come la lunga sequenza di eventi casuali, incontri e idee possano fornire un racconto più verosimile della semplicistica (e illogica) spiegazione fornita dall’industria discografica. E allora nel libro si lega l’opera di Robert Anton Wilson Illuminatus! con il discordianesimo, l’omicidio Kennedy, Hans Arp, Julian Cope, Alan Moore, il Doctor Who, la dea Eris, Guy Debord, Carl Jung, John Fitzgerald Kennedy, gli ABBA e il numero 23 fino al rogo del milione di sterline.

Il risultato letterario è qualcosa di più di una biografia musicale.

È un’esperienza psicogeografica che restituisce le contraddizioni di un mondo sotterraneo che creò la house per irridere la pop music e unirla alla cultura dei rave. La vicenda dei KLF raccontata da Higgs è un libro carico di informazioni e biografie bislacche che si nutre di una sorta di situazionismo istintivo e allucinatorio tra la magia del Caos e le TAZ. E ogni volta, quasi come i KLF, l’autore sembra giocare con la tenuta della razionalità del lettore. Appena si pensa di aver afferrato qualcosa, un indizio, un segno, questo si disvela come uno scherzo “possibile”; un’ennesima burla per mettere alla prova la buona fede e l’amor proprio della società, dell’ordine economico, del lettore. Così si rincorrono tra le pagine lunghe sequenze di invenzioni, mind fucking, beffe improvvisate come anonimi messaggi lanciati su riviste e giornali a caso che parlano di ordini misteriosi e grandi complotti. Beffe che scossero le sicurezze dell’uomo comune quasi lasciando nel suo inconscio echi inquietanti quando lo spettacolo finì in un eterno presente senza arte, bellezza ed emozione.

Complotto! Caos, magia e musica house è un’opera house che irride il britpop restituendo a pieno la logica irrazionale del nostro immaginario odierno.

Higgs con questa biografia ha offerto un tributo filologicamente coerente all’arte di un mondo che chiuse i conti con la propria esistenza nel 1994. E l’impressione al termine della lettura è che l’autore si faccia carico di indicare qui e lì la soluzione per sfuggire alle pulsioni mortifere dell’ordine costituito: non decodificare mai l’arte, non farsi carico delle contraddizioni che creano spaesamento e inseguire, fino alle logiche conseguenze nel “mental rabbit hole”, i propri sensi, a volte, se necessario, mischiando fisica quantistica e una sorta di “lucido” e allegorico pensiero magico.

6/5, una cartolina dalla distopia di un presente che è già passato

E al loro Dio goloso, non credere mai”

Fabrizio De Andrè

Nel lontano 1845 Karl Marx si misurò con il pensiero dell’influente filosofo Ludwig Feuerbach su Dio e sulla religione.

Proprio nella prima tesi di questa riflessione leggiamo che “il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che l’oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto o di intuizione; ma non come attività umana sensibile, come attività pratica, non soggettivamente”. Marx inizia, quindi, la sua riflessione con un capovolgimento del punto di vista; un cambiamento percettivo indispensabile per approdare al suo “materialismo scientifico”. Questa nuova visione della realtà diventa così, nelle sue tesi, condizione necessaria per desacralizzare il sensibile e per farla finalmente finita con Dio e con l’idealismo religioso.

Oggi, dopo un secolo e mezzo da quella riflessione, un nuovo“Dio”, distante e intellegibile, sembra plasmare la realtà: il Capitale finanziario. Proprio questa divinità, come anche l’innovazione tecnologica correlata, è stata interpretata con i medesimi limiti che Marx imputava al materialismo di Feuerbach. Un materialismo che, ed è bene ribadirlo, esattamente come quello di Feuerbach, ha comunque avuto l’indiscutibile merito di opporsi all’”oppio dei popoli”, cioè a un’ irenica ed entusiasta visione dei mercati finanziari globali.

Questa premessa serve a spiegare quale possa essere un’auspicabile funzione militante del testo recensito in questo articolo. L’utilità scientificamente politica del libro analizzato è proprio quella di uno strumento per compiere proprio quel rovesciamento percettivo marxiano, per comprendere, cioè, cosa ha prodotto la religione di Wall Street e per togliere al Capitale finanziario la sua insopportabile e anacronistica aurea di sacralità.

Cliente – Quant’è?

Commesso – Un dollaro e cinquanta.

Cliente – Ok, lo prendo.

Commesso – Sono un dollaro e cinquantuno.

Cliente – Uhm… avevate detto un dollaro e cinquanta.

Commesso – Era prima di sapere che avreste preso.

Cliente – Non potete fare così!

Commesso – E’ il mio negozio…

Cliente – Ma ne devo acquistare un centinaio!

Commesso – Un centinaio? Allora son un dollaro e cinquantadue!

Cliente – Mi state truffando…

Commesso – E’ la domanda e l’offerta, amico. Lo prendi o no?

Cosa successe a New York l’11 settembre del 2001?

Invece cosa accadde, ancora a New York ma qualche anno dopo, il 15 settembre del 2008?

Tanti, quasi tutti, sapranno rispondere alla prima domanda; molti meno, quasi nessuno, alla seconda.

Eppure la nostra quotidianità è stata travolta in modo più diretto dalla seconda data piuttosto che dalla prima. Proprio quel giorno infatti, e nel giro di pochissime ore, si verificò qualcosa i cui effetti avrebbero cambiato irreversibilmente tutte le economie del pianeta.

Quella domenica, poco prima dell’una del mattino, il colosso bancario Lehman Brothers Inc. dichiarò la bancarotta.

Da quell’annuncio di fallimento, asciutto e drammatico insieme, si aprì una nuova fase storica; dalle ore 13 di quel 15 settembre di 11 anni fa siamo entrati nel secolo delle “crisi infinite”. Il collasso del quinto gruppo bancario statunitense, a dirla tutta, fu un evento poco spettacolare, e ancor meno “spettacolarizzato” dell’attentato al WTC. Ciò non toglie che si sia rivelato sicuramente non meno traumatico. Da quel giorno l’economia mondiale non sarebbe più stata la stessa.

All’epoca forse qualcuno, magari qualche inguaribile ottimista, pensò che l’avidità dei banchieri e degli speculatori avesse avuto il ben servito e che la finanza fosse stata finalmente domata. Solo vane illusioni. Purtroppo non è andata così come si poteva pensare.

A soli dieci anni da quel tonfo, infatti, il mercato dei titoli finanziari ha già superato il PIL di tutte le nazione del pianeta messe insieme, mentre il debito complessivo è cresciuto di circa 315 volte; solo il mercato speculativo dei titoli derivati corrisponde oggi a 2,2 milioni di miliardi di euro, vale a dire circa 33 volte la ricchezza reale globale, e le 8 persone più ricche del pianeta hanno la medesima ricchezza di 3,5 miliardi di esseri umani.

Ma come è successo?

Qualcosa non deve aver funzionato. Ci deve essere stato un trucco.

Come è stato possibile che in così poco tempo non solo non si sia cambiato il mercato finanziario, ma addirittura questo abbia moltiplicato la propria situazione di instabilità, speculazione e volatilità? E cosa ha prodotto qqindi quel “cigno nero”, quando in mezza giornata si perse una cifra che poteva, per esempio, ripagare quattro volte il debito pubblico italiano? E’ cambiato qualcosa da allora sui lucidi parquet delle Borse in giro per il globo? Cosa ha significato quel crollo lungo la retta temporale che si muove dalla fondazione di Wall Street, nel lontano 8 marzo 1817, a oggi?

Più sono le leggi, più sono i ladri”

Lao Tse

La risposta a queste ed altre domande può essere letta in “6/5” di Alexandre Laumonier, edito da Not nel 2018, che è una lunga inchiesta in forma di romanzo, con il merito innanzitutto di provare a creare una “storia” della finanza e dei mercati.

La “Storia”, come sappiamo, è la disciplina cui solitamente è affidato il compito di produrre una narrazione per lo più sistematica e coerente degli eventi del nostro passato. Un esercizio spesso faticoso e che si serve dell’osservazione, delle testimonianze, dello studio delle fonti o degli episodi. Ma la Storia, anche questa è cosa nota, ha bisogno di tempi umani per leggere, capire, costruire nessi e correlazioni e, infine, confrontarsi col presente. Ed esattamente questo è il primo, enorme problema con il capitalismo finanziario: la sua velocità.

L’evolversi del “denaro che produce denaro” segue infatti una parabola temporale che, oltre ad essere relativamente recente, è segnata da un’accelerazione disumana. Tutto cambia da un mese ad un altro, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra, da un secondo all’altro, in un modo sempre più compresso; alla fine i processi così diventano invisibili all’occhio umano, e in greco antico ἱστορία, historìa, significa proprio “ispezione visiva”; figuriamoci se ciò che si fa fatica a inseguire con l’occhia possa essere compreso, storicizzato e, quindi, spiegato.

Probabilmente ben consapevole di ciò, l’autore di 6/5 pone delle date precise al termine di ognuna delle due parti in cui si divide 6/5. E’ l’ammissione di un limite percettivo e un atto di onestà necessario, ma anche, e soprattutto, la proposta del metodo storiografico cui rigorosamente il libro resta fedele. Riconoscendo, infatti, l’assoluta relatività della narrazione al tempo in cui viene scritto il libro, l’unico modo per costruire una Storia della finanza non può che essere, conseguentemente, quello di raccontare le storie, concretissime, degli uomini e dei luoghi fisici della finanza, anch’essi concretissimi.

Questa scelta si rivela un utile modo per ancorarsi alla materialità di uno spazio-tempo umano e alle innovazioni tecnologiche che questo ha prodotto. L’autore poi usa un ulteriore dispositivo retorico molto efficace nell’economia del libro: tutto è raccontato dal punto di vista soggettivo di un algoritmo. L’intero racconto è reso da un software, dalla sua intelligenza, dai suoi giudizi, dalla sua memoria e dalla sua visione. Una macchina che racconta gli esseri umani.

Grazie innanzitutto a queste scelte dello scrittore che le quasi 300 pagine del libro risultano incredibilmente scorrevoli e l’impressione è quella di leggere un romanzo, magari un thriller, sicuramente non un saggio sul “trading finanziario ad alta frequenza”.

Quest’ultima definizione, forse, farà pensare ad un’avanzata o sperimentale forma di e-commerce o a un argomento pionieristico e di “nicchia”, quel genere di cose che emozionano solo nerd occhialuti o docenti di economia in prepensionamento.

Non è così, ovviamente.

Il “trading finanziario ad alta frequenza” (acr. HFT) è semplicemente la definizione corretta del funzionamento dei mercati globali oggi. Non un argomento così marginale e secondario quindi.

E se gli utili delle grandi banche e dei fondi di investimento speculativi suonano osceni, è bene sapere che ciò che li governa è proprio l’HFT. In altre parole, gli scambi che decidono della vita e della morte di intere economie, dei mercati immobiliari, delle riforme economiche nazionali, dei piani industriali, del mercato del lavoro e quindi delle emigrazioni e così via, vengono in altre parole oggi previsti, studiati, decisi e agiti da algoritmi.

Ma cos’è in definitiva un algoritmo?

Un algoritmo è semplicemente una sequenza di comandi tradotta in un linguaggio comprensibile per un computer. Quelli usati dalla finanza, come ci racconta Laoumunier, sono i più costosi, segreti ed avanzati tra gli algoritmi esistenti; svolgono calcoli seguendo le regole della scienza quantistica e non più quelle dell’algebra che si studia nelle Facoltà di Economia. In 6/5 scopriamo che gli indici delle borse di tutto il mondo sono ormai solo ciò che viene graficamente restituito a valle del loro lavoro per i nostri occhi umani. Pagina dopo pagina si scopre così che esistono algoritmi “genetici” (che sviluppano sé stessi seguendo diverse linee evolutive in contemporanea, come avviene nella genetica), di “autoapprendimento” (che sono in grado di migliorare le proprie performance analizzando grandi quantità di dati alla velocità di nanosecondi) o “evolutivi” (che hanno “euristicamente” l’obiettivo di evolvere le possibili soluzioni ai problemi via via loro posti).

Tutto ciò che concerne le nostre economie è in definitiva stato delegato agli algoritmi in un silenzio assenso quasi irresponsabile nella sua insipienza.

Così, mentre gli umani si accapigliano per i bilanci nazionali o mentre i governi oscillano su cifre di pochi miliardi, in una frazione di secondo alcuni algoritmi, di proprietà di banche e fondi finanziari, bruciano o creano dal nulla decine e decine di miliardi di dollari, in una lotta che ormai risponde esclusivamente ad una logica propria, imperscrutabile persino ai medesimi programmatori.

Una logica che sicuramente avrà una sua razionalità ma ormai il Capitale finanziario si è spinto così oltre nel processo di delega della decisione alla macchina che nessun essere umano può dire di comprenderla realmente. E allora 6/5 cita una serie di eventi, noti a pochissimi, che bene spiegano il secondo titolo del libro: “la rivolta delle macchine”. Ancora oggi né i geni che lavorano per Apple né i dottorati di ricerca della Toyota riescono a spiegarsi pienamente il comportamento di ciò che loro stessi hanno creato. Così la dimensione umana del lettore inesperto come del più geniale degli informatici appare unica, comune di fronte alle macchine e alle domande inquietanti cui nessuno ha ancora dato una risposta: perché la Borsa di New York ha sospeso le negoziazioni senza preavviso l’8 luglio 2015? Perché alcuni veicoli Toyota in un limitato periodo del 2016 iniziavano ad accelerare incontrollabilmente andando contro la volontà dei loro piloti? Perché la programmazione all’interno degli aerei che volano usando software Apple si sono comportato in modo anomalo sorprendendo persino i programmatori (oltre che gli spaventati piloti si suppone). Nessuno, non gli avvocati, i dottori, i contabili o i responsabili delle politiche aziendali, nessun essere umano in definitiva coglie pienamente le regole che disciplinano dei dispositivi che governano le nostre vite ma che sempre più spesso si mostrano incomprensibili, imprevedibili e misteriosi.

Proprio nel cuore di questa “guerriglia” tra algoritmi, come la definisce lui stesso, che Laomunier ci conduce. E, a mano a mano che la lettura procede, il tempo si fa sempre più compresso e le cifre in ballo sempre più gigantesche.

Tutto questo, girata l’ultima pagina, ed è forse il merito più grande dell’autore che non cede mai ad una fascinazione tecnofila, apparirà come un gigante dai piedi di argilla.

Questa argilla, manco a dirlo, ha a che fare proprio con gli esseri umani e con le loro capacità di autodeterminarsi dalla finanza, prima ancora che dalle macchine che questa governano.

Venderei i miei figli prima di vendere i miei dati. E i miei figli non sono in vendita”

Un trader anonimo citato in 6/5

Per riconsegnare all’”umano” ciò che l’umano ha creato, l’autore ci mostra concretamente la trasformazione che il “trading finanziario ad alta frequenza” ha prodotto, per esempio, in un luogo fisico, tra le colonne in stile neoclassico del tempio del capitalismo contemporaneo, la borsa di New York. In questo modo si scopre con stupore che se oggi le attiviste e gli attivisti di Occupy Wall Street riuscissero a raggiungere il loro simbolico obiettivo, forse rimarrebbero delusi giacché sicuramente non troverebbero folle di broker che corrono e strillano come in “Una poltrona per due” o in “The wolf of Wall Street” ad aspettarli. La borsa di New York, il santuario cui guardano ancora reverenti gli apostoli del liberismo, è ormai desolatamente silenziosa e vuota. Un museo di un’epoca passata e poco più.

Questo detournament concretissimo ed evocativo insieme è, in estrema sintesi, il tema centrale e lo “stile” di 6/5.

Wall Street, ci spiega pazientemente Laumunier, in pochissimi anni si è spostata qualche miglio più in là, a Mahwah, nel New Jersey, e ormai occupa un magazzino di svariati metri quadrati, con pochissimi esseri umani a lavorarci. Nel magazzino ci sono decine e decine di migliaia di server su cui operano indisturbati i nuovi signori del mercato, proprio“loro”, gli algoritmi finanziari del trading ad alta frequenza. Solo per l’impianto di raffreddamento della “vera” Wall Street occorre l’energia elettrica necessaria ad alimentare quotidianamente 100.000 appartamenti. Per questo oggi la finanza è il comparto economico che più di tutti consuma energia in USA. Ve lo sareste aspettato? Il global warming negli Stati Uniti di Trump ha come principali responsabili i colossi della finanza e non la lobby dell’industria pesante.

Questa rivelazione è solo una delle decine cui si può accedere attraverso la miniera di informazioni sconvolgenti in 6/5. Una serie di dati inconfutabili con cui il lettore si trova a fare i conti in un crescendo di paradossi, che nel loro essere banalmente reali, trasmettono alla fine del libro un impellente desiderio di diffusione del sapere e un profondo senso di inquietudine.

Un’urgenza divulgativa che ha imposto all’autore medesimo un obiettivo letterario quasi proibitivo: rendere appassionante e comprensibile a tutte e tutti qualcosa che generalmente viene presentato come noioso e magari celato dietro la cortina di fumo di complicate formule tra la matematica e il voodoo. Un obiettivo letterario incredibilmente ambizioso che, a modesto parere di chi scrive, è stato pienamente raggiunto. Se infatti, come diceva Einstein, “non hai veramente capito qualcosa fino a quando non sei in grado di spiegarlo a tua nonna”, è proprio la sensazione di “aver capito” la prova del 9 della chiarezza e dell’accessibilità del racconto di Laumunier. In 6/5, effettivamente, non ci sono mai formule matematiche né termini tecnici informatici. E se questa banale rassicurazione non dovesse essere sufficiente per restituire a pieno la comprensibilità del testo, lo stile narrativo aiuta l’accesso del lettore a un mondo di cui, magari, ignorava persino l’esistenza. Questo stile funziona a partire dal già citato punto di vista narrante. Proprio il fatto che tutto sia raccontato da un algoritmo, dal nome evocativo di Sniper, cioè in prima persona, permette una linearità nella storia, anzi nella Storia, davvero vitale e dinamica. Così inoltre viene garantita la giusta distanza dai fatti, fondamentale in ogni sforzo storiografico; una distanza che rende verosimile l’ipotesi di un algoritmo parlante proprio perché coerente con lo stile di scrittura con cui Sniper racconta una realtà tutto sommato a lui stesso distante: una realtà dove si svolgono le vite degli umani che hanno creato il suo mondo. Ed, esattamente come ci si aspetterebbe da un algoritmo, il racconto è freddo e lascia tutta la sua potenza evocativa alla cruda realtà, alle informazioni messe in relazione, ai luoghi di cui parla. Emergono così le biografie di studenti scanzonati, hacker libertari, broker avidi, banditi comuni, pionieri in doppiopetto, matematici che giocano a Las Vegas; un intreccio di esistenze in cui il desiderio di aumentare i profitti viene sempre connesso alla ricerca tecnologica, per comprimere lo spazio e piegare il tempo fino ai limiti conosciuti.

Questa corsa all’oro per via telematica non si è mai, in oltre duecento anni, anche solo lontanamente interrogata sulle ricadute che produceva sul mondo, sulle vite degli esseri umani, sulla natura. Ricadute che dopo la lettura diventano più nitide e acquistano carattere sconcertante, tracciando i confini del nostro mondo ormai legato e compresso tra sensori, sistemi di controllo e l’ottimizzazione sempre più autoritaria dei flussi di capitali, merci e forza lavoro. Un mondo, questo nostro presente disegnato da un algoritmo, in cui ogni informazione è un’arma che gli algoritmi finanziari possono usare nella loro guerriglia alla velocità della luce. E ogni informazione diventa a sua volta utile a prevedere ciò che riguarda ogni esistenza umana che può, esattamente come il famoso battito d’ali della farfalla nella teoria del caos, produrre conseguenze economiche di carattere globale. Per questo l’informazione diventa istantaneamente potere e controllo, per anticipare il futuro e metterlo a valore, riducendo il margine di errore possibile nel mercato finanziario.

L’intelligenza di un individuo si misura dalla quantità di incertezze che è in grado di sopportare”

Immanuel Kant

Proprio dalla lettura del libro, anche per gestire al meglio possibile la sensazione crescente di claustrofobia da tecnofinanza, emergono piano piano delle linee di fuga da un futuro, molto prossimo, peggiore di quello dei celebri romanzi di Philip Dick. Linee di fuga mai nominate direttamente dall’algoritmo Sniper; sta al lettore immaginarle. Si possono intravedere in controluce, tra le righe, attraverso le questioni e i problemi lasciati aperti e che si ripropongono in modo ridondante lungo gli 11 (6+5) capitoli. Sono, tra le altre, le questioni legate alle informazioni, alla natura, al sapere, al controllo sull’economia, per esempio; e sono le questioni che vengono più volte riprese come i limiti, gli ostacoli, che nel corso di due secoli di storia il capitale finanziario ha dovuto trascendere per poter riprendere la sua avida corsa; un superamento realizzato sempre con il prezioso aiuto della tecnologia. E ogni volta che ciò è avvenuto, a ogni ripartenza si è prodotta un’accelerazione nell’accumulazione dei profitti e un restringimento degli attori in campo, via via sempre più tendente al monopolio.

Da questo punto di vista fa quasi tenerezza la parabola esistenziale di due figure umane, spesso richiamate nel libro, sacrificate nel corso dei decenni sull’altare della finanza: i broker, rampanti maschi wasp, fiduciosi adepti e sacerdoti dello stesso Dio Mercato che li ha infine divorati, e gli studenti d’eccellenza delle più prestigiose Università di Economia americane che l’autore chiama, laconicamente, “completi su misura”. Le loro tristi storie sono simili a quelle di tanti lavoratori mandati in prepensionamento dai processi di automazione industriale. Il dettaglio, storicamente rilevante, sta nel fatto che questo processo è avvenuto con decenni di anticipo rispetto a tutti gli altri settori economici. Così, mentre tutti guardavano ai nuovi robot delle fabbriche del Quandong che sostituivano migliaia di operai parlando di “futuro”, quella stessa automazione era solo la ricaduta di una trasformazione avvenuta a monte, in un passato prossimo, nella finanza americana, nel silenzio dei più, e in un mondo opaco, schermato da formule incomprensibili e tecnicismi senza senso.

In 6/5 questo sacrificio agito dalla finanza alle spese dei suoi primi e più fedeli “sacerdoti” viene reso in tutto il suo cinismo spietato ed è impossibile non cogliere la violenza fredda dell’etica che ha creato gli algoritmi; quell’etica che a sua volta anima queste nuove divinità macchiniche. Una fredda, inappellabile ed “elegante” cattiveria che muove la sequenza di scelte che compiono in nanosecondi con i loro nomi evocativi Knight Capital, Sonar, Oasis, Dagger, Razor, Scouter, Tex, Float, Ninja, Ladder. Una morale crudele alla fine dei conti, che giustifica pienamente chi guarda ai mercati parlando già da qualche anno di “finazismo”.

Il caso è Dio che passeggia in incognito”

Albert Einstein

6/5 in definitiva è un libro necessario. Un testo che, sebbene non riesca a colmare il ritardo di conoscenze tra noi e la finanza, sicuramente riesce a restituire la precisa dimensione di questo ritardo, spiegando i nessi tra le macchine e la volontà, tutta umana, che le ha generate e programmate.

Come tutte le opere di livello anche questa però ci consegna molti dubbi e pochissime certezze, quasi invocando una discussione militante e scientifica che sia il più larga possibile.

6/5 ci interroga indirettamente su come, noi, come esseri umani innanzitutto, possiamo organizzare la vita, ormai espulsa dalla velocità di un capitalismo sempre più solipsistico. Laumonier, che è innanzitutto un antropologo, attraverso le parole dell’algoritmo Sniper, ci impone il continuo confronto con una cartolina inviataci da un presente in cui il Capitale, proprio lì dove raggiunge la sua forma più appropriata e massimizza i profitti, è già né più né meno che un “sistema automatico di macchine”, come prevedeva Marx oltre un secolo fa.

6/5 è quindi un testo la cui lettura è vivamente consigliata a tutte e tutti coloro che oggi si interrogano sul “che fare” di fronte al realismo capitalista della finanza, dei bilanci, dei debiti e dei conti, ma anche, e ancor di più, a tutte e tutti le/i “tecnoentusiasti”, spesso influenzate/i dall’idea che un algoritmo, una macchina possa essere la più contemporanea incarnazione della divinità.

Un racconto indispensabile per assumere, di nuovo e ancora, una prospettiva materialista, umana quindi, per ricominciare finalmente a pensare a come nello spazio della natura che abitiamo, possiamo riempire il nostro tempo, così inesorabilmente sempre più lontano e dilatato da quello delle macchine, cioè del Capitale.

P.S.

Dall’inizio della lettura di questo articolo, stando al testo di Laumonier, scritto nel 2014, cioè “ere geologiche” fa, gli algoritmi della sola “Wall Street” potrebbero aver bruciato, o guadagnato, circa 400 miliardi di euro, vale a dire quasi 10 lunghi anni di manovra finanziaria italiana o quasi 80 anni di “reddito di cittadinanza” per milioni di persone. Se fosse denaro pubblico e “concreto” l’enorme “debito pubblico italiano” potrebbe essere ripagato in appena mezz’ora.

Socialismo è barbarie!

L’immaginario che sembra muovere la governance europea oggi rimanda continuamente alle radici del capitalismo: all’accumulazione originaria e alla fine del Medioevo. I riferimenti più o meno espliciti a un’epoca fatta di imperatori, feudatari, re, barbari, streghe, nomadi, eremiti, superstizioni, monasteri accademici, eresie e fervori etnico religiosi puntellano il presente della borghesia del vecchio continente. L’opinione pubblica del vecchio continente ricorda il corpo sociale demente raccontato da Bifo. Un corpo che ha la testa completamente asservita ai social network. Una testa che per reagire rapidamente agli stimoli percettivi scava il fondo del proprio inconscio. E se l’immaginario del governo europeo ambisce a cavalieri templari, imperatori e cavalieri, il suo incognito collettivo assomiglia all’inquietante “Giudizio universale” dipinto da Bosch. Provare a esplorare questo inconscio può essere una forzatura storica, un gioco narrativo ma anche un esercizio per ritrovare la parte di sé che minaccia l’ordine discorsivo reazionario e per intravedere possibili varchi per l’evasione.

 

Un nuovo ordine feudale per l’Europa

«Se un sistema reagisce troppo lentamente ne consegue che arrivano altri, con altre organizzazioni, ad esempio il Format Shangai. È un colpo di avvertimento che ci dovrebbe mettere in guardia, a noi occidentali che fronteggiamo una frammentazione, sulla necessità di riformare le organizzazioni in modo tale che esse riflettano i reali rapporti di forza. Dobbiamo accettare i rapporti di forza» (Angela Merkel a Davos il 23 Gennaio 2019)

Lo scorso 22 Gennaio, a pochi mesi dalle elezioni europee, Angela Merkel e Emmanuel Macron hanno firmato il Trattato di Aquisgrana. L’accordo definisce il modello di Europa che hanno in mente le governance dei due paesi. Un’Europa dipendente economicamente, militarmente e politicamente da una sorta di super-stato, già immaginato da De Gaulle ed Adenauer nel 1963.

Gli “euroscettici” pare ci siano rimasti male e, di fronte a una firma che archivia de facto l’UE, hanno iniziato a difendere le istituzioni dell’Unione che volevano fare a pezzi fino al giorno prima.

Se molto si è scritto e scriverà su questo trattato, colpisce la scelta del luogo del patto: Aquisgrana. La città di confine è stata, nel corso dei secoli, il luogo dove si sono firmati 5 diversi trattati di pace per porre fine a 5 diverse guerre. Solo in un caso Aquisgrana ha segnato la nascita di una nuova istituzione politica: nell’800 dopo Cristo, quando vi fu incoronato Carlo Magno e nacque l’Impero Carolingio; vale a dire lo sfortunato impero che voleva rievocare i fasti del millenario impero romano ma durò appena 67 anni. L’impero nacque dalla fusione del regno dei franchi e da quello dei longobardi e alcuni dei suoi atti ufficiali sono scritti nelle forme arcaiche del francese e del tedesco. Nella storia europea ebbe comunque un ruolo fondamentale; fu il passaggio dalle macerie lasciate dall’impero di Roma agli stati e alle nazioni europee contemporanee. L’organizzazione del potere dell’Impero nato ad Aquisgrana discendeva gerarchicamente dall’imperatore verso i grandi feudatari e poi giù giù fino ai valvassini locali, in uno schema che dal centro andava verso la periferia. I flussi economici e le ricchezze, le tasse, le decime erano garantiti da un’istituzione millenaria e “super partes”: la Chiesa. Un’istituzione austera, riservata e riconosciuta moralmente che dava un senso di “giustizia” all’ingiustizia. Sotto questa gerarchia del potere c’era chi, con il proprio lavoro, produceva concretamente la ricchezza: i servi della gleba.

Ciò che mise in crisi in modo irreversibile questo sfortunato Impero furono le “seconde invasioni barbariche”. Come raccontano Deleuze e Guattari in Millepiani, la invasioni barbariche travolsero l’impero attaccando i flussi di denaro che lo reggevano. La fame di futuro dei popoli nomadi fu più forte di un ordine che voleva riecheggiare i fasti del passato. Furono le invasioni barbariche che ridisegnarono le rotte del mondo, i flussi di denaro e i moti sociali nel cuore dell’Europa di 13 secoli fa.

Non una storia gloriosa quindi quella nata ad Aquisgrana. Un’unione posticcia in cui i signori e le chiese locali diventavano sempre più potenti a discapito di un potere centrale logorato da migrazioni, rivolte e scorrribande piratesche.

Alla fine di questa infelice unione, nell’867, lì dove c’era un Impero rimanevano le nuove istituzioni fondate dai barbari che erano diventati stanziali affianco a ciò che ricordava l’ordine appena tramontato: la nazione francese, la selva di principati, contee, marche, monasteri, villaggi tedeschi e del nord Italia.

A questo punto non si capisce se per i governi di Francia e Germania scegliere Aquisgrana sia stato più un atto di ybris o di accanimento contro la storia. In entrambi i casi la suggestione che ci suggerisce la scelta è molto potente ed evocativa.

Raccogliendo infatti il guanto di sfida della Merkel e Macron, senza mai prendersi sul serio, proviamo a giocare con il parallelismo che genera la scelta di Aquisgrana. Un richiamo storico che può essere utile a produrre ulteriori suggestioni, partendo da un’analisi del presente europeo così complicata da realizzare con schemi e parole più oggettivi ed usuali.

Un gioco di parallelismi e nulla più, raccontare una storia per leggere una parte del presente.

Servitù o nomadismo dentro i confini dell’impero.

Molte sue idee sono buone, alcune ottime. È per colpa dell’invasione degli immigrati se poi sono sfociate nella violenza.” (l’eurodeputato della Lega Nord, Mario Borghezio, da Bruxelles, commentando il processo a Brevik per la strage di Utoya)

Come già detto la ricchezza dell’impero carolingio era basata sul lavoro della servitù della gleba. Nella definizione marxiana questa classe aveva tre caratteristiche peculiari: l’appartenenza di classe per via ereditaria, la totale espoliazione di ricchezze e proprietà immobili ed il legame coatto ed indissolubile alla terra che doveva lavorare.

Nell’Europa odierna l’appartenenza per via ereditaria ad una classe sembrerebbe una bestemmia ma non lo è. Oggi in gran parte dei paesi europei la mobilità sociale è ferma, chi nasce ricco diventerà sempre più ricco, chi nasce povero rimarrà povero. Decenni di tagli e austerità hanno privatizzato e massimizzato i profitti ma anche ristretto l’accesso al welfare. E’ il modello di welfare bismarkiano, che attraverso l’UE, si è imposto in tutte le nazioni del continente. In più la ricchezza si basa sulla rendita, sull’eredità e sui patrimoni e questo non fa che riprodurre in modo quasi dinastico l’appartenenza di classe.

Per quanto riguarda la condizione di espropriazione e povertà, questa è condizione diffusa e non c’è un solo paese in Unione Europea dove il numero di poveri sia diminuito malgrado l’aumento del PIL. In Europa, cioè nell’area più ricca del pianeta, ci sono più poveri che cinque anni fa, e questi sono più poveri di cinque anni fa.

Povertà ereditata ed espropriazione sono condizioni comuni agli autoctoni come ai migranti, ai precari che si muovono per il continente come ai disoccupati o working poors stanziali.

Ed è’ proprio la stanzialità che crea una differenza e ci fa individuare chi sono i servi della gleba contemporanei. Oggi come ieri sono coloro che producono la ricchezza e sono incatenati ai mezzi di produzione e al feudo, a un “popolo” o a una nazione, o a una famiglia, a un ambiente domestico, a un preciso ruolo sociale di genere. Su questi vincoli, che diventano via via più autoritari, i vassalli sopra di loro accumulano potere politico e ricchezza economica. La natura reazionaria e autoritaria di questi vincoli di potere porta conseguentemente consenso ai “vassalli” con le posizioni più reazionarie e autoritarie.

Il “gruppo di Visegrad” non è un’eccezionalità politica quindi, né il prodotto di oscuri fondi di Putin o dei deliri di Steve Bannon. I suoi governi hanno semplicemente compreso prima e meglio di altri la natura reale dei rapporti violenti europei. E visto che siamo a una rilettura storica magari bisogna ricordare che il “Patto di Visegrad” fu firmato nel 1991, allo scioglimento dell’Unione Sovietica non di certo l’altro ieri. Questo “patto” non è solo il sinonimo di una precisa linea di governo cui guardano, tra i tanti, il RN della Le Pen o la Lega Nord e Fratelli di Italia. Il “patto di Visegrad” rimanda all’originale accordo, siglato nel 1335 tra Giovanni I di Boemia, Carlo I di Ungheria e Casimiro III di Polonia che volevano acquisire potere politico rispetto a Vienna, centro culturale ed economico europeo. L’ingresso dei “paesi di Visegrad” nell’Unione Europea fu volontà ferma della Gran Bretagna a guida conservatrice. La stessa Gran Bretagna dei Tories oggi si allontana dall’Europa con la Brexit. I conservatori anglosassoni non hanno in fondo mai creduto ad un’Europa unita e democratica. I paesi di Visegrad, con l’Ungheria di Orban in testa, sono oggi sotto processo politico da parte dell’UE per aver violato i suoi principi etici fondamentali. D’altro canto però l’”asse” di Aquisgrana del 2019, probabilmente, con questi paesi potenzierà le già importanti collaborazioni industriali ed economiche aggirando l’Unione e i suoi diktat, persino troppo democratici rispetto alle necessità dell’economia franco-tedesca.

Su queste relazioni politiche future a questo punto andrebbe ricordato che le seconde invasioni barbariche che distrussero l’impero di Aquisgrana secoli fa, videro protagonisti Normanni, Ungari, Slavi e Saraceni. Per ironia della storia gli ungheresi discendono dagli Ungari, i polacchi, i cechi e gli slovacchi dagli Slavi e gli inglesi della Brexit dai Normanni. I paesi di Visegrad e l’Inghilterra quindi discendono da quei nomadi che diventando stanziali formarono le loro istituzioni alternative all’Impero di Aquisgrana. I rapporti tra questi e il blocco franco germanico è stato sempre segnato da flussi di denaro e accordi commerciali tra entità distinte e mai da unioni politiche e di comune “visione” europea come tra Francia e Germania (sebbene parliamo di unioni per via bellica tranne appunto nell’800 dopo Cristo). Questa digressione nella storia medioevale è utile più che altro per avere gli strumenti di lettura di alcune retoriche nazionaliste ed euroscettiche. A Cracovia, per esempio, si è recentemente inaugurata una gigantesca statua di Re Casimiro (detto “il restauratore”) lì dove per decenni c’era una statua di Stalin; a Varsavia lo scorso 11 novembre per la festa nazionale, decine di migliaia di “patrioti” hanno radunato i fascisti di tutta Europa con discorso dai toni “neo medioevali” del premier Morawiecki. Il premier polacco del Partito Diritto e Giustizia prima di scoprirsi la reincarnazione di un sovrano medioevale, nella sua vita precedente, era un economista prestigioso formato dall’istituzione europea più neo feudale di tutte: la BundesBank! Orban e la sua Ungheria rivendicano ossessivamente il proprio ruolo di barriera contro le invasioni musulmane. E’ un richiamo costante al medioevo che risulta funzionale allo sfruttamento di una forza lavoro che se non legata al feudo, al popolo e alla nazione non garantirebbe ricchezze a loro stessi, ai capitalisti nazionali.

Questo immaginario vagamente “vintage” dopo le campagne xenofobe, omofobe e antisemite ha posato i suoi occhi sul corpo delle donne da vincolare volente o nolente all’attività riproduttiva, alla famiglia tradizionale e alle mura domestiche. Sotto questa luce potrebbero essere interpretate le legislazioni misogine che questi governi hanno prodotto: le leggi in “difesa della famiglia tradizionale”, la promozione dell’idea della donna relegata esclusivamente al ruolo di madre e moglie, la negazione di ogni forma di vita che rompa l’idea di ordine “naturale”. Non è cosa nota ma il partito Fidesdz di Orban nell’Europarlamento per 58 votazioni ha votato contro il suo gruppo parlamentare (il PPE). La maggior parte delle volte non è stato, come sarebbe legittimo pensare, su questioni legate a confini e migrazioni, ma su aspetti che miglioravano la condizione di vita delle donne, l’accesso al mercato del lavoro e la riduzione del gap salariale, la tutela della partecipazione femminile alla vita pubblica e la difesa dalla violenza di genere. Note inoltre sono le politiche per ridurre o eliminare la libertà di scelta femminile sull’aborto in Polonia; meno noto è che dopo le proteste oceaniche che hanno costretto il governo a fare marcia indietro dalla messa a bando de facto dell’interruzione di gravidanza, il partito di governo Diritto e Libertà ha cambiato strategia. Per provare a rompere lungo le linee di classe l’unità di genere ha deciso di elargire alle donne più povere 120 euro di contributo per ogni figlio e ha promosso una campagna di delegittimazione violenta contro le femministe polacche rappresentate come “streghe” contemporanee ed elitarie borghesi. Campagna che ha avuto il suo culmine lo scorso novembre col grave pestaggio compiuto dai “patrioti” contro 14 femministe a Varsavia. Per completare il quadro di Visegrad andrebbero citate la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca con i loro disonorevoli primati europei in termini di violenza di genere e femminicidi cui i rispettivi governi, più volte invitati a legiferare in materia, hanno risposto con leggi sulla “violenza comune” che non riguardavano “questioni delicate e private”.

Dopo la creazione di un’identità etnica medioevale intorno a quell’atteggiamento che Habermas definì di Welfare Chauvinism e dopo i tentativi di eliminare le conquiste di genere del novecento, i governi delle marche di confine di Visegrad, i loro rampanti vassalli hanno però finalmente iniziato a gettare la maschera e trasformare la “classe lavoratrice bianca, razzista, eterosessuale e nazionalista” nei nuovi servi della gleba. Ed i partiti identitari, nazionalisti e reazionari, che a Visegrad si richiamano, hanno, dove al governo, fatto lo stesso. Nell’Ungheria di Orban si impongono così 400 ore obbligatorie di lavoro in più all’anno, pagabili con calma, dopo appena 3 anni; in Austria con Kurz la giornata lavorativa viene portata a 12 ore e la settimana a 60 ore, ovviamente straordinari esclusi. De Wever/Francken in Belgio approva l’innalzamento dell’età della pensione in Belgio a 67 anni e aumento dell’ IVA e di diverse accise al consumo. In Polonia poi da una parte si accolgono migranti ucraini visti come parte di una medesima epopea storica ma dall’altro si mantengono distinte le condizioni salariali sulla base della cittadinanza; così nei magazzini della logistica polacca e nei tanti centri Amazon i lavoratori e le lavoratrici più sfruttati e sottopagati sono migranti ucraini. Scelte politiche e misure sul mercato del lavoro introdotte per sostenere economie che crescono moltissimo perché satelliti dipendenti dell’industria e dell’economia della “democratica, multiculturale e liberale” Germania. E se le economie crescono e le condizioni dei lavoratori peggiorano, la ricchezza rimane nelle mani dei signori locali. I paladini della sovranità vogliono in altre parole solo diventare sovrani. Così la base del rossobrunismo, l’interpretazione in chiave razzista di un passaggio di Marx sull’”esercito di riserva del capitale”, è inizialmente suonata alla classe “operainazista” una semplice e persino coerente formula che spiegava la realtà di depauperimento per poi apparire, una volta diventata servitù della gleba, un utile grimaldello retorico per costringerla a mettersi da sola le catene ai polsi.

Usando questo schema la situazione più anomala tra i governi “sovranisti” è quella italiana. L’Italia oggi vive una condizione politica talmente peculiare ed è talmente importante economicamente e politicamente da essere, a ragion veduta, affiancata agli USA di Trump, agli UK della Brexit e al Brasile di Bolsonaro nell’analisi del “ciclo reazionario” mondiale. Tuttavia anche nella penisola la “feudalizzazione” della fabbrica sociale segue lo schema indicato per i paesi economicamente legati alla Germania.

Per leggere al meglio il divenire “servi della gleba” della forza lavoro italiana è tuttavia bene scindere le due forze populiste che governano: Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Questa differenza politica si è manifestata plasticamente alle ultime elezioni con il M5s primo partito al Sud e la Lega primo partito al Nord. Economicamente l’Italia è un paese che per ragioni storiche è molto diverso tra Nord e Sud (come diverse sono la Germania dell’Ovest e la Germania dell’Est). La Lega di Salvini è riuscita, e questa è la prima novità della fase politica italiana, a conquistare le regioni del centro Italia dove, esattamente come per i paesi del patto di Varsavia, il crollo dei governi di centro sinistra eredi del più importante partito comunista europeo, ha lasciato intere comunità orfane di fronte ai cambiamenti economici degli ultimi anni. Salvini, attraverso la retorica xenofoba e tutto l’armamentario comune ai paesi di Visegrad, ha aumentato il suo consenso. Dal punto di vista dell’immaginario identitario neo medioevale, però, la Lega Nord aveva già anticipato i paesi dell’est Europa nella creazione di una società interclassista già all’indomani della caduta del muro di Berlino. La “rude razza operaia” del Nord Italia era stata già trasformata in “rude razza padana” dall’immaginario di Pontida, dall’acqua del Po, dal rimando ad Alberto da Giussano. Per diventare “partito nazionale” e giocare da pari sullo scacchiere europeo e per allargare i confini del feudo, Salvini ha dovuto richiamarsi ad un’identità nazionale. Sfortunatamente per lui l’identità nazionale italiana è fatto storicamente più recente di quelle del XIII secolo cui si richiamano i paesi su citati; l’italianità, il nazionalismo italiano, è idea imposta retoricamente tra la prima e la seconda guerra mondiale, nel periodo fascista. Non potendo tuttavia esibire in modo manifesto i simboli del ventennio, Salvini mette insieme la base ideologica del nazionalismo italiano con il brodo culturale di fake news e cultura del complotto da cui attingono anche i 5 stelle; il leader leghista utilizza simboli che rimandano al ventennio e quello che l’Istat ha definito “sovranismo psicologico”, ridefinendo il concetto di nazione italiana (caro, a onor del vero, storicamente più alla borghesia del Nord che ai cittadini del Sud). Questa egemonia culturale leghista si basa su un uso efficace dei media aiutata, in modo inconsapevole, da quella parte di opinione pubblica che nomina esplicitamente l’idea a cui Salvini non può, per ovvi motivi Costituzionali, richiamarsi direttamente: l’Italia fascista. Tuttavia non essendo Orban, padrone indiscusso della piccola Ungheria, al governo da svariati anni che ha cambiato la Costituzione a proprio comodo, a volte il Ministro degli Interni italiano riesce a produrre un cambiamento del senso comune reazionario altre volte si scontra con gli altri poteri dello Stato. Lungo questo piano inclinato il Nord e, soprattutto e, in modo più simile all’est Europa, le province del Centro Italia, si trasformano in contee per il feudo leghista. Da questo schema sembrano espulsi i capitalisti del Nord Italia, vale a dire la storica base elettorale della Lega (la Lombardia è ancora oggi una delle più ricche zone d’Europa). I capitalisti settentrionali non hanno un immediato ritorno dalle turbolenze sui mercati di questa cavalcata egemonica salviniana. Ma è solo apparenza. Da una parte infatti, come Ministro degli Interni, Salvini colpisce il diritto a manifestare dei lavoratori del centro nord Italia logistico e garantisce investimenti e grandi opere e posizione atlantista nel Mondo, d’altra parte, per i padroncini lombardi e veneti (che nel frattempo godranno i benefici fiscali di un federalismo ad hoc), la forza lavoro da sfruttare arriverà in un secondo momento, è solo questione di tempo. Ecco quindi il ruolo del Movimento 5 Stelle che, con la proposta di Reddito di Cittadinanza, ha costruito il suo consenso nel Sud Italia, zona che l’ultimo rapporto Svimez definisce la più povera d’Europa. Le critiche fatte alla misura di workfare sono note ma rispetto alla forza lavoro per le attività del Nord Italia la misura appare come una sorta di gestione dei flussi migratori Sud-Nord. Questi flussi di forza lavoro da sempre segnano i rapporti economici italiani e nella storia industriale del paese produssero il passaggio dal fordismo al post fordismo. Esattamente come per i paesi di Visegrad del resto se si “chiudono i porti” per mantenere i livelli produttivi del secondo esportatore europeo c’è bisogno di forza lavoro. Le migrazioni hanno spopolato il sud in modo irreversibile e diverse previsioni parlano di “disastro demografico” nel Mezzogiorno. Con il reddito di cittadinanza dei 5 Stelle, entro 18 mesi chi ancora vive, in condizioni di povertà, al Sud Italia sarà costretto a lavorare per le aziende del Nord e Centro Italia a un salario bassissimo, incatenato dal workfare automatizzato in un primo momento accolto come misura di giustizia sociale. La coazione al consumo nazionale (che è cosa diversa dallo stimolo ai consumi interni) sarà una breve fiammata del primo anno e mezzo per far ripartire le imprese del Nord che quindi beneficeranno anche del reddito dei lavoratori del Sud costretti ad accettare proposte di lavoro a centinaia di kilometri da casa. Questo processo aumenterà, insieme al “nuovo” federalismo, il divario tra i due feudi e se uno sarà dentro l’impero carolingio, l’altro diventerà solo terra cuscinetto con le migrazioni del sud del Mediterraneo. Un’area cuscinetto per difendere l’Impero dalle invasioni dei saraceni. Una zona con un’economia in tutto simile a quella del nord Africa; una terra da cui passano gasdotti, puntellata di trivelle e pale eoliche, in cui seppellire rifiuti e scaricare le scorie industriali; una terra abitata solo da anziani e controllata da ras locali con un governo militare del territorio delegato allo Stato dove può, alla criminalità dove polizia e carabinieri non possono arrivare. Dal punto di vista soggettivo la condizione della forza lavoro del Sud Italia rischia di essere molto più simile a quella degli schiavi che a quella dei servi della gleba giacché la loro forza lavoro sarà scambiata tra Stato e Impresa senza un legame ai mezzi di produzione o alla terra ma anche senza possibilità di ribellarsi.

Per non leggere nessun automatismo da “destino già scritto” di questi scenari è bene far notare che i paesi dove questo processo sembra più avanzato sono quelli che vedono una maggiore debolezza politica delle forze di sinistra, perché magari sepolte sotto le macerie del muro di Berlino, o una compiacente acquiescenza dei sindacati, le cui burocrazie si sono trasformate in qualcosa di simile alle corporazioni medioevali.

Come invertire questo processo? Come cambiare i rapporti di forza?

Togliere potere ai partiti reazionari etnocentrici passa dal sottrarre al loro controllo l’attività riproduttiva umana: la genitorialità, la scelta sessuale, le relazioni, la libertà di desiderare. Senza riproduzione non ci può essere lo sfruttamento della produzione. Inevitabilmente qui si chiama in causa l’emersione politica dei corpi irriducibili al divenire di nuovo schiavi. Per questo la differenza tra diritti civili e diritti sociali è un ulteriore inganno retorico usato dagli agenti di questa nuova feudalizzazione europea.

Ecco perché diviene centrale lo sciopero femminile il prossimo 8 marzo. Ed ecco perché l’antifascismo è oggi innanzitutto rifiuto della violenza domestica e machista, del divieto di abortire, delle leggi che le impongono di rimanere rinchiuse tra le mura domestiche di una famiglia tradizionale. E’ l’ossessione per l’attività riproduttiva a muovere il programma politico dei feudatari nazionali. Mentre l’identità nazionale e la xenofobia sono condizioni utili allo sfruttamento della forza lavoro a seconda del quadro economico nazionale, il rigido controllo del corpo femminile, dell’attività di cura, della riproduzione sociale è la base su cui erigere la piramide dello sfruttamento. Così possiamo leggere come mai, nella regione che era la “più rossa” della Spagna appare all’improvviso, con un boom elettorale, un partito Neo Franchista pone come unica condizione per votare l’osceno governo conservatore l’abolizione della legge contro la violenza di genere. Per le formazioni reazionarie questa battaglia misogina e fondamentalista è la priorità assoluta. Ovviamente Vox non rinuncia all’armamentario identitario medioevale e con lo slogan “Fare di nuovo grande la Spagna” si richiama alla Spagna della Reconquista contro i mori e addirittura alla vittoria della flotta spagnola nella battaglia di Lepanto del 1571 (“che salvò la civiltà occidentale dalla barbarie” cit.). Ma al di là dell’immaginario è sulla guerra alle donne che gioca il tutto per tutto. Senza un ancoraggio materialista rischieremmo di leggere questo “nuovo” partito misogino solo in chiave di “opinionismo politico” come conseguente magari ai limiti e alle ambiguità del populismo di Podemos o come reazione alle istanze indipendentiste catalane o come naturale prodotto di un processo di defranchizzazione mai compiuto realmente in Spagna. E l’ancoraggio materialista si lega a doppio filo con l’elaborazione di genere. Un testo che riesce a rendere appieno le meccaniche di espoliazione e sfruttamento e la retorica neomedioevale è la contro narrazione storica della Federici in “Calibano e la Strega” intorno all’accumulazione originaria.

Sottrarre ai governi sovranisti le fondamenta della loro forza, cioè il controllo sulla vita della donna, è l’unico necessario e urgente passaggio per ogni processo di liberazione anche della neo servitù della gleba. E’ necessario farlo per far crollare il potere del leader, del signore locale, del feudatario, indebolendo così il patto di Aquisgrana.

Potremmo dire, da militanti e antifascisti, che l’antifascismo necessario, anzi urgente, oggi si muove su un piano non simmetrico a quello del fascismo, non rimanda ad un immaginario militare, machista e violentista o a una nuova resistenza. Richiama piuttosto allo sciopero dai dispositivi di controllo e imposizione, al disvelamento di un sistema di sfruttamento e alla costruzione di nuove istituzioni politiche; nuove istituzioni, fondate su nuove relazioni, come quelle che, secondo Deleuze e Guattari, nascono dalle invasioni barbariche. Ma su questo torneremo in seguito.

La Scienza infallibile per diritto divino

Speak the truth to the people/ Talk sense to the people/ Free them with reason/ Free them with honesty/ Free the people with Love and Courage/ and Care for their-Being” (Mari Evans, I Am a Black Woman, 1970)

Il paesaggio medioevale era costellato da monasteri. Erano luoghi lugubri e fortezze inespugnabili, dove eserciti di amanuensi tramandavano il sapere antico per i posteri. Istituzioni totali come quella descritta da Umberto Eco nel suo “Nel Nome della Rosa”. Le alte e inespugnabili mura dei monasteri servivano da rifugio dalla violenza diffusa ma erano, a loro volta, attraversate da dinamiche autoritarie, da una violenza strisciante, da una rigida verticalità dell’obbedienza e da vere e proprie forme di fanatismo autocratico. In questi luoghi veniva custodito anche l’oro che permetteva la riproduzione dell’ordine feudale e per questo i pirati del Nord li presero di mira alla fine del IX secolo.

In qualche modo, provando uno sforzo di immaginazione e continuando a giocare con la Storia, come si fa a non non pensare alla Chiesa e ai suoi austeri monasteri come la Scienza e le Università contemporanee. Del resto le Università neo liberali votate allo sfruttamento intensivo del General Intellect, blindate dal numero chiuso e dove la cooptazione riproduce sé stessa, non funzionano in modo diverso dal monastero benedettino di cui raccontava Eco. Ed esattamente come nel medioevo il sapere è piegato a giustificare un ordine ingiustificabile, la scienza oggi diventa tecnica e quindi tecnologia utile al Capitale almeno quanto il sapere umanistico viene retto solo da una riproduzione di conoscenza manieristica.

Come può sorprendere che, in un contesto in cui il general intellect è sequestrato in modo proprietario, il Presidente degli USA usi una nevicata eccezionale come argomentazione contro il riscaldamento globale? Come può sconvolgere che si diffondano argomenti antiscientifici, vecchie superstizioni in salsa postmoderna? Come è possibile non si legga il nesso causale tra la chiusura dell’accesso al sapere compiuta negli ultimi decenni e la messa in discussione del sapere stesso? E mentre il Sapere diventava proprietà di pochi dove erano Rettori, Docenti, Professori?

Mentre negli ultimi decenni la restaurazione neo liberale distruggeva i luoghi della formazione pochissimi hanno rivendicato la differenza tra scienza e dogma, difendendo l’autonomia della prima. Pochissimi sono intervenuti sulla didattica. Più spesso i movimenti hanno prodotto una battaglia, nobile ma di retroguardia, in difesa dei servizi alla formazione.

E quasi nessuno oggi fa notare che “Cogito ergo sum” non viene mai riportata per intero: “Dubito ergo cogito. Cogito ergo sum”. Nella massima cartesiana così esposta, infatti, è riassunto il metodo scientifico, il suo senso più profondo o almeno questo voleva essere il metodo che ha permesso di passare dalla conoscenza medioevale a quella moderna. E’ il dubbio, quindi, che interroga il sapere codificato e che muove il pensiero umano. Non si capisce, quindi, perché il dubbio possa essere diritto solo di alcuni, di pochi eletti per censo o curriculum accademico. All’indomani della crisi finanziaria del 2008 la Regina Elisabetta di Inghilterra interrogò il Gotha dell’accademia inglese semplicemente con un dubbio “Come è possibile che non avete previsto la crisi?”. L’Accademia dovette rispondere imbarazzata, scartabellando tra pubblicazioni e accenni al “rischio sistemico”, magari rispolverano Marx e i marxisti, banditi per ragioni ideologiche dalle Facoltà di Economia occidentali. Un dubbio mosso dall’alto ma assolutamente identico a quello di tante e tanti, considerati magari ignoranti, popolino, minus habentes, magari semplicemente perché di Regina di Inghilterra ce ne può essere solo una. Nessuno però all’epoca disse a Elisabetta II che non avendo un PhD in Economia non poteva sollevare la domanda. E questo atteggiamento iniquo è oggi parte della disciplina dell’obbedienza che anima l’Accademia come muoveva i monaci medioevali.

Nel saggio “The structure of scientific revolution” del 1962, il filosofo e storico della scienza Thomas Kuhn analizza il procedere del progresso scientifico come un alternarsi di due fasi. La prima è quella di “sviluppo per accumulazione” di fatti e teorie socialmente accettate. E’ la fase conservatrice, quella in cui la Scienza si chiude nelle istituzioni accademiche per dare una Gestalt alla società per come appare. La seconda fase, rivoluzionaria, è invece quella generata da “episodi” e “anomalie” che proprio attraverso il dubbio ribaltavano la lettura della realtà. Secondo Kuhn i dubbi hanno prodotto cambi di paradigmi e progressi in misura maggiore quando interrogavano, direttamente e in modo conflittuale, assunti e vecchi dati scientifici. Così, sfidando il Sapere istituito, la conoscenza superava l’esercizio di “puzzle solving” e cambiava le regole del gioco e la società intera. Purtroppo scienziati e docenti, spesso in età avanzata, oggi fanno quadrato di fronte a un metodo scientifico che procede per accumulazione nei limiti fissati dall’ordine neoliberale e dallo status quo.

Esemplare, in Italia, il dibattito sui vaccini e l’atteggiamento del professore in sessismo e classismo Burioni, che, come tanti cripto autoritari come lui, invertono l’ordine della citata massima cartesiana, partendo da una certezza: “io sono”; solo dopo questo assunto e dopo aver attaccato sui social network chiunque ponga dubbi, arriva l’“io penso” e, raramente, l’“io dubito”. L’ideologia sociale ed economica dei referenti politici di Burioni, pensiamo a Renzi, ha la medesima arroganza perché di fronte all’umano dubbio preferisce ribadire il dogma. Ed è la medesima arroganza di Moscovici e di tanti tecnocrati ordoliberali europei. Ma il dubbio, come diceva Cartesio, è umano e oggi la religione neoliberale non riesce più a spiegare sufficientemente la realtà. Del resto lì dove il debito si moltiplica malgrado i tagli, la povertà cresce malgrado le misure lacrime e sangue e il mondo peggiora malgrado la fiducia riposta nell’obiettività del sapere come non aspettarsi se non sfiducia di massa almeno qualche domanda? Proprio il dubbio forse dovrebbe animare i professori, i media, i divulgatori scientifici in questo presente europeo. Un po’ come Gugliemo da Baskerville.

Se la Scienza e il sapere non rispondono alle domande diventano religione. Ed il rischio è che questa venga difesa con la dittatura, con lo scherno, con la forza, con l’Inquisizione a reti unificate e con i roghi purificatori dove bruciare tutti coloro che appaiono eretici.

Con troppa leggerezza oggi si dice “la Scienza non è democratica”.

Questa idea è quella che avrebbe impedito ad Albert Einstein di cambiare la fisica fino ad allora conosciuta. O a Newton di farlo prima di lui. Entrambi questi giganti erano stati rifiutati e marginalizzati dall’Accademia e solo il riconoscimento delle loro intuizioni da parte di qualcuno fuori dall’Accademia ha permesso di conoscere la fisica come la conosciamo. E questa è la vicenda che riguarda più o meno tutti gli scienziati che ci hanno portato dove siamo. La Scienza non è democratica oggi perché il Sapere è diventato inaccessibile, proprietario e solipsistico. E perché è stato piegato per dimostrare lo status quo. Per dare sostanza ex post all’idea che “Non esiste alternativa” cara a Margaret Tatcher, profeta del neoliberismo. Il sapere di quelli come Burioni o è uno strumento per l’accumulazione capitalista o è utile per dare una motivazione razionale alla logica irrazionale del capitalismo stesso. Perché serve a dire che è giusto ciò che evidentemente è ingiusto. Che è equo ciò che è iniquo. In altre parole fa ciò che la Chiesa faceva prima della riforma luterana quando vendeva indulgenze e paradiso sottraendo ricchezza a chi si spezzava la schiena nei campi. Non fu in fondo Papa Leone III a incoronare l’imperatore Carlo Magno ad Aquisgrana? E non sono schiere di economisti, ingegneri, sociologi, politologi, esperti in comunicazione a incoronare il vertice di questa Impero contemporaneo? Un vizio ricorrente quello del buon senso accademico che già tra il XIX e il XX secolo aveva motivato e giustificato gli orrori occidentali che condussero al nazionalsocialismo tedesco.

La Scienza quindi è innanzitutto anti autoritaria, perché ontologicamente basata sul dubbio (e qualcosa ne sanno a riguardo anche Ipazia d’Alessandria, Giordano Bruno, Keplero e Galilei). L’unico sapere antidemocratico è quello che ha processato, bruciato sul rogo, ucciso proprio gli scienziati. E’ un sapere che non guarda più alla realtà perché si nutre di ciò che crede di essere e basta.

Se la Scienza è anti autoritaria evidentemente Burioni e soci parlano di altro quando la definiscono antidemocratica rinchiudendosi in formule e saperi schermati al popolo bue.

A monito loro potremmo ricordare che nei tarocchi di Marsiglia, che si richiamano all’immaginario del XIII secolo, c’è un Arcano Maggiore che ha subito un’evoluzione nel corso dei secoli: il Mago. Questo Arcano inizialmente era rappresentato come “il Bagatto”. Un truffatore che mescolando le carte e i numeri ingannava chi era spettatore della sua truffa. Da lì la carta divenne “l’Alchimista”, il profeta di una scienza oscura, che si nutriva di codici innominabili e ambigui, incomprensibili ai più. Infine divenne il Mago: una figura detentrice di un sapere ormai distaccato dal popolo, quasi religioso, capace di trasformare con le formule che appena pronunciava la realtà. Ma il Mago restava legato alla magia e all’illusionismo e la realtà restava realtà.

E’ bene che il sapere sia diffuso e che sia ciò che chi lo detiene ritiene Verità. E’ bene che risponda ai dubbi e che li assuma come metodo di ricerca per non trasformarsi prima in Alchimia e poi Magia.

Ma oviamente non è verosimile pensare che chi detiene il potere nei monasteri accademici rinunci al proprio ruolo sociale e alle proprie rendite di posizione. Per questo i lavoratori del cognitariato, i precari e le precarie espulse dall’Accademia o da questa sfruttate come amanuensi contemporanei, dovrebbero rovesciare l’ordine che li ha umiliati e diffondere sapere e dubbi. Per questo è bene che si rifiuti la proprietà intellettuale e ogni vezzo classista negli studi. Per questo chiunque oggi agisce dentro e fuori i monasteri deve porsi la missione divulgativa del sapere e non arroccarsi nelle proprie certezze. E se saranno chiamati eretici, e se guideranno rivolte come quelle di Muester o di Jan Hus, ben venga. Ciò che rimarrà servirà come fondamenta di un’Europa più giusta ed equa.

Proprio come la Scienza nella sua storia ha dimostrato, anche le più solide mura dei monasteri medioevali sono destinate a cadere sotto le invasioni barbariche e anche la più feroce autorità monastica non regge alla semplice solidarietà e alla curiosità dei poveri francescani, degli hussari ed altri eretici che si aggiravano dentro e fuori le sue istituzioni.

I confini della nuova Europa neocarolingia

Per chi ha paura, o si sente incompreso e infelice, il miglior rimedio è andar fuori all’aperto, in un luogo dove egli sia completamente solo, solo col cielo, la natura e Dio. Soltanto allora, infatti, soltanto allora si sente che tutto è come deve essere, e che Dio vuol vedere gli uomini felici nella semplice bellezza della natura. Finché ciò esiste, ed esisterà sempre, io so che in qualunque circostanza c’è un conforto per ogni dolore. E credo fermamente che ogni afflizione può essere molto lenita dalla natura.” (Anna Frank)

Sebbene fragili ed effimeri, i confini dell’Impero fondato da Carlo Magno erano comunque definiti geograficamente. In questo caso ovviamente i confini seguono altre definizioni. Agli albori della nascita degli stati nazione, nell’Alto Medioevo appunto, il confine era ciò che definiva la cittadinanza. Al di qua si era sotto l’autorità del feudatario, del principe, del re o dell’imperatore, al di là del confine si era straniero, nomade, barbaro appunto. Il cadere al di qua o al di là di un confine definiva il diritto di cittadinanza.

Tristemente a leggere le politiche al confine della Fortezza Europa o i requisiti per accedere ai welfare nazionali, non sembra sia cambiato molto dall’Alto Medioevo a oggi; tuttavia non è questa la definizione che può aiutarci a leggere le frontiere della governance dell’Europa che verrà.

Il confine reale, la differenza tra il dentro ed il fuori l’ordine carolingio, tra chi vive nell’impero e chi lo guarda dall’esterno, tra chi sottostà a un ordine feudale e chi quell’ordine vede con ostilità ha a che fare con un sentimento molto umano: la paura.

E’ questo sentimento che è il comune denominatore dell’homo democraticus, cittadino dell’Europa delineata da Macron e dalla Merkel ad Aquisgrana.

Lo scorso autunno a Berlino, durante una manifestazione antirazzista contro Alternative Fuer Deutschland, all’improvviso, un collettivo di videomakers proiettò sulla facciata di un palazzo uno slogan: “La paura è una gabbia”. Quella gabbia è la reale natura del piccolo impero franco-tedesco.

Spinoza dice che la paura nasce quando temiamo qualcosa che potrebbe verificarsi e creare tristezza, dolore, sofferenza. Ma, naturalmente, non siamo certi che ciò si verificherà realmente. Questa definizione ha come prima implicazione nella società contemporanea il rifiuto ossessivo del futuro. Oggi chiunque abbia cittadinanza nei confini dell’Europa carolingia vive un eterno presente mediatico. Magari un presente che si nutre di un passato fatto di luoghi comuni, elementare e didascalico. La politica stessa evita di disegnare un futuro auspicabile, o quanto meno possibile, preferendo inseguire le paure o dire tutto e il contrario di tutto nell’eterno presente su cui l’opinione pubblica europea può dire la propria sui social network.

Spinoza, inoltre, afferma che chiunque viva di beni effimeri moltiplica la propria paura e sviluppa una sorta di superstizione per giustificarsi, secondo una logica di per sé “illogica”. Ed ecco che così abbiamo chi crede a invasioni dall’Africa, a Soros che finanzia l’invasione, a una mente oscura che determina la sua vita, ai vaccini che causano l’autismo, alla criminalità diffusa e a ogni sorta di superstizione puntualmente smentita dai numeri e dalle statistiche. È dunque il timore la causa che genera, mantiene ed alimenta la superstizione.

Ma nell’eterno presente mediatico anche chi si oppone alle retoriche xenofobe e nazionaliste ha la sua superstizione passatista.

La paura del “fascismo che viene” continuamente evocata da “sinceri democratici e progressisti” è essa stessa una strategia di governo. Il fascismo c’è già. La minaccia del “fascismo che viene” è finta, è un arma spuntata, un dispositivo retorico che ha permesso a Macron di battere la Le Pen e che permette di accettare qualunque arretramento politico in nome di un bene superiore. Oggi che Macron approva in fretta e furia leggi in materia di sicurezza identiche a quelle del programma della Le Pen, quella minaccia risulta farsesca almeno quanto l’idea che l’ordoliberismo tedesco di Angela Merkel sia un baluardo del mondo libero. Possiamo tranquillamente dire, anzi, che l’Unione Europea dell’austerity, quella che produsse il golpe politico in Grecia nel 2015, disvelando la propria natura post democratica, ha potuto mantenere il proprio assetto politico economico solo grazie all’evocazione dello spettro del “populismo” e del rischio anni ’30. Per rendere al massimo la coppia democrazia liberale contro fascismi e nazionalismi, la governance europea non si è preoccupata di generare violenza, morte di massa, negazione dei diritti umani. Diremmo quasi che una volta mostrato il trucco su cui reggeva la menzogna della superiorità culturale della “democratica” borghesia europea non rimaneva che lo Stato d’Eccezione, la crisi permanente, la scelta di un nemico utile, scelto tra le sue medesime fila. Questa valutazione può essere resa in modo esemplare da ciò che accade oggi in Grecia. Una Grecia appena uscita dal piano di salvataggio impostagli dalla Troika, che si avvia a elezioni politiche e non solo a quelle europee. Alexis Tsipras, in svantaggio sul centro destra, non può perdere le elezioni e consegnare alla storia del suo paese la più tragica delle parabole politiche. E se i morti e le violenze contro i migranti nelle isole dell’Egeo non avevano prodotto la sensazione di assedio utile al potere, l’unica possibilità rimasta al premier greco è stata evocare lo spettro del fascismo. Con Alba Dorata di molto ridimensionata rispetto al passato, ha così scelto di soffiare sul nazionalismo con la questione della Macedonia. Una questione di non vitale importanza, che aspettava una soluzione da oltre venti anni. L’accordo con Skopjie ha prodotto manifestazioni reazionarie e dato fiato ai sentimenti razzisti e nazionalisti di una parte della borghesia greca. Adesso, il buon Alexis, grida al pericolo fascista e polarizza intorno a sé un nuovo consenso, facendo dimenticare la tragedia umanitaria dell’austerità.

Del resto se davvero una parte della borghesia europea fosse convinta che Matteo Salvini o Viktor Orban vogliano restaurare gli orrori del nazifascismo ci sarebbe da chiedersi come mai questa parte così progressista e democratica non tragga da questa valutazione le dovute conseguenze che dovrebbero, almeno storicamente, andare oltre un Tweet o un post su Facebook. D’altra parte però lo stesso si può dire nella semplificazione manichea imposta dal “like” anche di una certa ironia da meme. La pericolosità dello sdoaganare alcuni concetti sebbene per deriderli non è certo invenzione di Steve Bannon e dell’alt right americana. Già Marx agli albori della società industriale nel 1870, attaccava certa stampa borghese perché sulla base del proprio razzismo, divideva i lavoratori, anche se con ironia.

Nella società dell’opinione, del consenso, l’evocazione dell’orrore per leggere il presente chiamerà un orrore ancora peggiore il giorno dopo e il giorno dopo ancora, in una lenta e inesorabile rincorsa ad una profezia che si auto avvera. Il fatto che alcuni partiti politici usino questa paura per mantenere il proprio potere è solo cinica idiozia di chi pensa di poter evocare e scacciare i fantasmi a proprio piacimento. Purtroppo però non si possono rinchiudere i mali nel vaso di Pandora una volta aperto. E le aggressioni xenofobe, omofobe, antisemite ormai si contano a centinaia in tutta Europa.

Eppure tra i flussi di denaro e i dispositivi di controllo e sfruttamento dell’Europa franco-tedesca non esiste solo paura. Ritornando a Spinoza, secondo il filosofo l’unico modo per superare questo sentimento angosciante, e le superstizioni conseguenti, è attestarsi sulla certezza. E oggi il futuro di cui si è certi vince qualunque paura e spinge urgentemente all’attivazione. Parliamo in questo caso dei movimenti ambientalisti come quelli che provano a sabotare l’industria energetica carbonifera all Hambach Forst o le studentesse e gli studenti che da settimane stanno scioperando contro il Global Warming in tutto il Nord Europa. Questi sono i soggetti europei che guardano nell’abisso del futuro, perché per loro il futuro coincide con la vita. Movimenti che vivono spesso nel cuore delle contraddizioni del centro economico tedesco. Giovanissimi che in un momento di rifiuto del sapere e di solipsismo scientifico non hanno paura di leggere l’ultimo rapporto dell’ONU che dice chiaramente che siamo già in ritardo e dobbiamo cambiare completamente il nostro modello di produzione per evitare l’apocalisse. Ma per definizione il Capitale non accetta o sopporta limiti, neanche quelli per evitare la fine della vita umana. E come potrebbe accettarli del resto la fiorente industria tedesca e nordeuropea? Questo renderà nemici sempre più antagonisti i movimenti ambientalisti fatti da giovanissimi e l’ordine del capitalismo industriale neo carolingio. Dall’altro lato, i movimenti ambientalisti hanno contro di loro uomini, spesso maschi, a volte i loro stessi padri che, con la stessa follia di Goebbels spaventati dal domani, negano la distruzione ambientale, e privano i propri figli di un futuro possibile. Ma sempre più spesso la fame di futuro e vita di giovanissimi che si mobilitano per il pianeta ridefinisce l’ordine del discorso politico. A titolo esemplificativo basti qui pensare alla polarità rappresentata da Donald Trump che nega il riscaldamento globale a cui oggi si oppone la più giovane e radicale rappresentate al Congresso, Alexandra Ocasio Cortez che ha rimesso al centro del dibattito la questione di un nuovo “green new deal”, impensabile fino a qualche mese fa in USA.

Un processo di autonomia, un diventare nomadi, barbari, per poter vivere. Un bisogno radicale di uscire dai confini della paura e cambiare il mondo. E la contezza del futuro e l’attivazione dei più giovani per l’ambiente sembra più carica di buon senso di tutto l’esercito di governanti occidentali.

La paura oggi è in definitiva il materiale con cui sono costruiti i confini dell’ordine di Aquisgrana. E’ la paura che crea l’homo democraticus europeo, è l’avere o meno paura che riproduce un eterno presente in cui si muove l’opinione di chi ha cittadinanza europea.

Ma oltre la paura del futuro ci sono loro, la condanna a morte dell’impero posticcio di franchi e longobardi: i Barbari.

Il crollo della galassia centrale: le invasioni barbariche.

Ecco da un lato la segmentarietà rigida dell’Impero Romano, con il suo centro di risonanza e la sua periferia, il suo Stato, la sua pax millenaria, la sua geometria, i suoi accampamenti, il suo limes. E poi, all’orizzonte, una linea completamente diversa, quella dei nomadi che escono dalla steppa, che intraprendono una fuga attiva e fluente, portano ovunque la deterritorializzazione, lanciano flussi i cui quanta s’infiammano, trascinati da una macchina da guerra senza Stato. I barbari migranti si trovano fra gli uni e gli altri: vanno e vengono, passano e ripassano le frontiere, rubano o saccheggiano, ma anche si integrano e riterritorializzano.”

(Deleuze G. e Guattari F., Mille piani. Capitalismo e Schizofrenia, 2006)

Bisogna innanzitutto distinguere barbari da barbarie.

La barbarie spesso vive anche nei popoli che giudicano gli altri barbari. E su questo basti pensare a come lo stesso homo democraticus europeo per secoli ha giudicato sprezzante le barbarie fuori dai propri confini mentre esportava guerre, produceva armi di morte, colonizzava, depredava e sfruttava gli stessi paesi che disprezzava.

I barbari a cui facciamo riferimento sono una moltitudine nomade che si oppone alla staticità dell’impero. Si muove con la sua tribù costantemente alla ricerca di nuove terre. I barbari sono il soggetto che muove il flusso molecolare di nomadi deterritorializzati. che con la loro stessa forma di vita, fanno crollare interi imperi. Le invasioni barbariche mettono in moto processi di cambiamento profondo. Storicamente e, molto più concretamente, sono i flussi migratori così come definiti da dentro l’impero (basti pensare che non esiste il concetto di “barbaro” in inglese e tedesco, lingue che non discendono dal latino). Sono deterritorializzati come i proletari che per Marx si muovevano verso le città agli albori della rivoluzione industriale “rifiutando il cretinismo della vita rurale”. Come per l’Impero romano d’occidente, le migrazioni, le “invasioni” portarono alla fine anche dell’Impero Carolingio attaccato da nord, da sud e da est. Da nord i vichinghi razziavano monasteri e denaro custodito dalla Chiesa. A sud i saraceni compivano azioni di pirateria per poi riparare nelle loro città stato autogestite del nord Africa. Infine da est arrivarono intere popolazioni a cavallo che travolsero i fragili confini e i villaggi periferici, delegittimando il potere centrale che quei villaggi doveva difendere a patto della loro ubbidienza.

Ma chi sono, oggi, i barbari del presente che turbano i sonni dei governi europei e minacciano la grandeur francese e i “nuovi rapporti di forza da accettare” come li ha chiamati Angela Merkel a Davos?

Oggi come ieri sono i migranti. Il migrante è il barbaro per eccellenza del contemporaneo e non a caso la destra europea parla di “invasione” e prova a fermarli con la barbarie e la sospensione di ogni diritto umano. L’invasione barbarica dei migranti ha già cambiato profondamente lo stato di diritto europeo. Se il golpe finanziario greco del 2015 aveva svelato la reale essenza autoritaria dell’Unione Europea, l’invasione dei barbari dall’Africa ha dato la misura dell’ipocrisia dell’Europa liberale che è apparsa di nuovo quella del colonialismo, del nazifascismo, della guerra, dello schiavismo.

La paura dell’invasione ha cambiato i rapporti di forza tra governi, creando come dicevamo una cintura di paesi “marche” dell’Europa franco-tedesca, etnocentrici e autoritari e prodotto l’harakiri della governance conservatrice inglese con la Brexit. In Ungheria, Polonia e Italia il mandato al governo è via social network, sulla base di verità assolute e irrazionali; l’azione dei governi non risponde ad alcuna Costituzione se non a quella dei social e dei sondaggi in una forma di indeterminazione istituzionale in cui lo stato di diritto è di fatto sospeso.

Ecco lo scenario generato dall’isteria dell’arrivo dei barbari: morti di massa nelle isole greche, motovedette turche che sconfinano per sparare e uccidere , ONG cacciate dal Mediterraneo dall’Italia, navi della Marina Italiana che non sono autorizzate dal loro stesso governo a sbarcare, giudici che indagano le ONG con accuse che ignorano anche le nozioni elementari sulle malattie infettive, esponenti di partiti nei parlamenti accusati di organizzare pogrom ed atti di violenza, esponenti politici che accusano l’” ebreo cattivo” Soros di finanziare un piano Kalergi senza essere smentiti, deportazioni nascoste che violano i diritti umani e il Ministro degli Interni Italiano accusato di sequestro di persona che viene legittimato da un Parlamento che lo giudica non processabile perché ha agito nell’interesse pubblico.

E la retorica xenofoba sui migranti ha prodotto la fine, speriamo definitiva, della famiglia socialdemocratica in Europa o la crisi dei modelli scandinavi di democrazia e società tollerante. Ha cambiato irreversibilmente la politica estera verso i paesi dell’Africa e del Medio Oriente, facendo scomparire l’Alto Commissario alla Politica Estera, un tempo figura di spicco dell’UE, e facendo prevalere accordi bilaterali per tutelare aziende e interessi nazionali. E’ la democrazia dei social network, dell’homo paranoicus, del prevalere dell’opinione e dell’Io che rende tutti simili al “pazzo” Breivik e a Luca Traini.

Ma tra i barbari che muovendosi cambiano l’ordine della realtà, i rapporti di potere e le istituzioni, vanno citati sicuramente i Millenials che hanno prodotto la Brexit, il più grande danno economico alla Gran Bretagna da quando esiste. Centinaia di migliaia di europei che da marzo in caso di “no deal” potrebbero essere costretti di nuovo a farsi nomadi, a spostarsi, di terra in terra attraverso l’Europa cambiando il volto delle città e i sistemi di welfare.

E proprio mentre l’ordine neo carolingio prova a diventare ordine stabile per gestire l’instabilità del Capitale qualcosa accade nel cuore dell’Impero. Qualcosa che ci dice che il futuro non è scritto nel passato a cui i poteri del continente si aggrappano disperatamente. Se la Germania ordo liberale affronta gli scioperi ambientalisti degli studenti e le resistenze dei movimenti contro l’inquinamento, anche la Francia vive al proprio interno uno stravolgimento che parla a tutte e tutti noi.

La rivolta dei gillet gialli francesi spaventa l’imperatore e nessun media mainstream al di qua dei confini dell’impero riesce a decifrarla in modo efficace. E’ una rivolta che non guarda ad un passato da cui attingere simboli e immaginari. E’ un fatto nuovo che sembra scatenare in Macron le paure più incoffessabili e reazionarie. In Italia Di Maio, Repubblica, chi prova a parlare di fascisti, chi di una forza pagata Putin, nessuno sembra riuscire a comprendere la rivolta. Ma non era una protesta contro l’ accise sul carburante? Ma non hanno ottenuto ciò che chiedevano? Perché continuano, con un proprio tempo, scandito in atti, di settimana in settimana? Perché i giornali intervistano veri o presunti leader che vengono smentiti dai fatti del sabato successivo? Perché non hanno paura nonostante una persona morta, nonostante i quasi 100 mutilati, le centinaia di arrestati e schedati? Perché malgrado le vittorie concrete e le leggi repressive non sembrano preoccuparsi di ciò che Macron utilizza per difendere il proprio ordine sociale e politico? Semplice.

I gillet gialli francesi sono i servi della gleba che si sono fatti barbari.

Sono cioè coloro che hanno smesso di avere paura di ricevere qualche euro in meno a fine mese e hanno superato la preoccupazione di anni di galera, delle ferite e del dolore. L’hanno fatto alzandosi dalle loro vite spaventate, che passavano uguali e stanche e si sono sollevati, provando la gioia della corsa rivoluzionaria insieme agli altri, delle ore di confronto e di democrazia, la soddisfazione di avere qualcuno che ti ascolta, il piacere di scoprire qualcosa che si ignorava e la sorpresa che qualcuno ascolti ciò che hai da dire. Del resto l’amicizia era un valore fondamentale durante la Rivoluzione Francese di tre secoli fa. I gillet gialli insorgono ponendo, come avviene in Germania, una questione di giustizia sociale che riguarda la redistribuzione delle responsabilità della crisi ambientale, la condivisione equa del debito con la Natura. E come i barbari, si muovono razziando e colpendo un sistema di governo e un modello economico, quello della Repubblica Francese, figlia della medesima borghesia che ha generato il presente, tagliando la testa di un Re. Questi barbari rallentano ora la corsa, si danno istituzioni, assemblee in cui decidere e a quelle istituzioni e non a Macron o all’Assemblea parlamentare francese rispondono. Come saranno le campagne, le strade e le città di Francia non è nelle mani di altri se non delle istituzioni di questi barbari. E questa indeterminatezza rompe l’eterno presente imperiale.

Eccolo quindi l’Impero Carolingio del 2019 sconquassato dentro e fuori i suoi confini, nei suoi territori, abitato da tribù, attraversato da streghe, matti, viandanti, briganti e figure grottesche con alle spalle fumi che si alzano e fuochi di guerre metropolitane. L’Europa che verrà sarà quella dei quadri di Bosch; dal crollo dell’ordine esistente qualcosa emergerà. E nel vedere cosa crolla e cosa si intravede, anche se in modo balbettante, ciò che emergerà non potrà essere più ingiusto del passato. Sempre secondo Deleuze e Guattari il destino dei barbari è quello di fermarsi, di non essere più nomadi, di riterritorializzarsi e far nascere nuovi regni, nuovi imperi a loro volta pronti per essere invasi. Eppur tuttavia le istituzioni che nascono non sono mai uguali a quelle precedenti e spesso cambiano l’ordine etico e concettuale della nozione stessa di potere.

Correre nella steppa del presente dandole fuoco

Porto gli stessi cenci e mangio lo stesso cibo dei bovari e degli stallieri. Considero il popolo come un fanciullo e tratto i soldati come fossero miei fratelli. I miei progetti sempre concordano con la ragione. Quando faccio il bene, ho sempre cura degli uomini. Quando mi servo delle miriadi di miei soldati, mi pongo sempre alla loro testa. Mi sono trovato in cento battaglie e non ho mai pensato se c’era qualcuno dietro me.”  (Gengis Kahan in uno scritto taoista del 1219)

Le seconde invasioni barbariche dissolsero il sogno di Carlo Magno di un impero rigidamente organizzato in modo gerarchico, con un sistema di alfabetizzazione anch’esso gerarchico e un monopolio della violenza affidato a cavalieri fidati dal potere. La fine di quell’impero restituì nuovi stati e nuove entità locali. Si produsse anche un fenomeno architettonico importantissimo. L’Europa si riempì di castelli, il cosiddetto incastellamento. Questa definizione spaziale attraverso solide mura, in territori di campagna, dettata dalla paura, consentì ai proprietari di diventare “signori” territoriali sebbene in modo temporaneo e limitato. Piccoli signori in tanti piccolissimi castelli da difendere con le armi. Da una parte nacque così la signoria fondiaria e dall’altra la signoria vescovile prese il controllo delle città. La fuga dell’impero dalle città aveva lasciato ai detentori delle ricchezze secolari e alla loro autorità morale il potere su quelli che poi divennero i centri economici e politici moderni. Da questi centri urbani infatti si svilupparono il potere bancario così come lo conosciamo ancora.

Oggi il modello di governance del nuovo patto di Aquisgrana sembra metta insieme pezzi ed eredità proprio di questo passato comune tra Francia e Germania. Se la forza militare dei Franchi era nel IX sec. di gran lunga la prima in Europa, lo stesso si può dire sulla forza militare francese che preme per un esercito comune europeo. Dall’altra parte il sistema rigido e verticale di controllo dei processi di governance economica, di sfruttamento del lavoro e di relazione con i paesi del blocco di Visegrad come “marche” è la dote che l’economia ordoliberale tedesca porta all’accordo. Sarà un’Europa autoritaria, votata all’austerità economica, alla piena occupazione e al mantenimento di livelli bassi salari, difesa da un proprio esercito come polo alternativo a quello americano. Un’Europa che nasce senza le caratteristiche finanziarie del capitalismo anglosassone auto condannatosi alla marginalità con la Brexit. Un’Europa infine in cui le periferie sono solo frontiera e in cui i centri di ricchezza sono saldamente in mano a banche sorvegliate da una Banca Centrale Europea, probabilmente a guida ordoliberale. In questa configurazione l’Italia alla deriva sociale, economica e politica è un asset utile da colonizzare e razziare di ogni ricchezza strategica, un’Italia che ha un peso economico solo nelle regioni del Nord. Alla penisola rimarranno paesaggi desolati e selvaggi come quelli attraversati da Brancaleone da Norcia (e del resto, in anticipo sui tempi, da Fusaro ai sovranisti non si può negare parlino nello stesso modo del personaggio nato dal genio di Monicelli).

Ma pensare che il futuro sia nel passato significa cedere al pessimismo reazionario che governa il presente del continente. Il viaggio dentro le allucinazioni dei nuovi cavalieri Templari, come il norvegese Brevik, può essere utile per comprendere quali siano le soggettività portatrici del futuro ma guai a pensare di rivivere in un modello così slegato dalla concretezza storica del presente. Il futuro è ancora una pagina da scrivere ed è nelle mani di chi oggi non ne ha paura. Sempre saccheggiando Deleuze e Guattari, i nomadi che più riuscirono a non farsi riterritorializzare furono quelli che cambiarono più a lungo l’ordine delle cose esistenti. Per i due filosofi francesi il modello di nomade e barbaro, colui che ha cambiato con il suo movimento l’Europa e l’Asia, costruendo un impero che non aveva capitale né confini, è stato Gengis Kahn. Da lui quindi arriva ai barbari del presente il monito di essere ambiziosi guardando al futuro; solo se si rimarrà nomadi più delle altre tribù, infatti, si potranno travolgere regni e imperi cambiando radicalmente e irrimediabilmente l’ordine su cui questi reggono. Le istituzioni di un mondo più giusto saranno pensate, disegnate, cancellate, riscritte durante le cavalcate di villaggio in villaggio. Solo se le tribù di barbari che fanno tremare il governo franco-longobardo non si stancheranno del loro essere nomadi, o meglio finché tutte le idee di mondo di cui saranno portatori non si metteranno a sistema, le istituzioni che verranno potranno resistere a lungo.

Il compito è oggi duplice. Da una parte bisogna non smettere di essere nomadi, non cedere alla tentazione del “This must be the place”, di fermarsi e formare un nuovo ordine perfettamente coerente con sé stessi ma escludente con il fuori, destinato a cadere per mano di altri barbari. Non smettere di essere nomadi finché dell’impero non resterà nulla, muoversi cioè finché “non sarà necessario per tutt*”.

D’altro lato, urge cercare gli altri barbari al di qua e al là dei confini dell’Unione Europea, al di qua e al di là delle barriere di genere, razza e classe assumendo il punto di vista dell’altro da sé.

In antico germanico Freunde, amico, ha la stessa radice di Freieheit, libertà. Per i barbari che fecero cadere l’Impero Romano la libertà è un termine di relazione, un fatto di amicizia, curiosità e condivisione con l’altro. Non saranno tra i barbari alleanze politiche ma la condivisione di un’immagine della società futura e delle diverse forme di vita a costruire questa amicizia. Del resto le reti transnazionali, le aree politiche, le sensibilità di movimento oggi risultano deboli e marginali proprio perché non riescono a coinvolgere appieno la complessità delle tribù che si organizzano, attaccano, si aiutano, lottano, creano. L’unica prassi possibile, affidandosi al general intellect, è quella dell’incrocio casuale che allarga la tribù e si prende cura della diversità, ridandole cittadinanza mentre divora la steppa.

E nelle assemblee femministe, negli scioperi degli studenti, nella foresta millenaria di Hambach come tra i falò dei viali di Parigi si intravede una speranza. Si intravedono i fuochi dei bivacchi nomadi più che i roghi ordinati dal potere temporale e spirituale. Falò come quello di una scena di Train de Vie, film francese del 1998. Il film racconta l’epopea che, durante il nazismo, vive una comunità di ebrei che decide di scappare da una realtà minacciosa per spostarsi verso la Palestina; per farlo fingono una deportazione in treno. Così qualcuno indossa i panni dell SS qualcuno del marxista qualcuno ancora del matto. Durante il viaggio incontrano un treno di zingari che hanno avuto la medesima idea.

E’ quella la scena in cui i nomadi si incrociano e allargano le proprie tribù.

In quella scena i nomadi, ebrei e zingari, decidono di passare una serata lì intorno ad un falò. Una serata in cui si fa festa, si canta, si balla al ritmo di una musica meticcia. Un momento, un frammento in cui c’è l’idea di una società nuova e più giusta, dove si riscopre il valore rivoluzionario dell’amicizia. Un frammento spazio temporale, un comunismo immanente, in cui due tribù di barbari rovesciano l’ordine sociale nazista.

Questo ci toccherà vivere nell’Europa di Aquisgrana, non rinunciare a essere nomadi e valorizzare gli incontri, i momenti di gioia, di attacco, di amore, di ascolto e immaginazione.

Accogliere gli esuli, le streghe, gli eretici, i vagabondi, i barbari e diventare noi stessi esuli, streghe, eretici, vagabondi, barbari. Allargare all’infinito la tribù dei nomadi finché questa non sostituisca per intero l’impero. Proprio come fecero i mongoli di Gengis Kahn.

Mentre il vecchio mondo crollerà in piena demenza senile e deliri fobici noi, barbari, potremo gettarci alla conquista di un orizzonte sempre più nitido e sempre più comune.

Un orizzonte che è il futuro che desideriamo, tutte e tutti.

A noi qui e ora l’urgenza di diventare nomadi e attraversare questo Medioevo verso un nuovo e inedito futuro.

Who watches the watchmen?

 

Il monopolio della violenza a difesa del monopolio dei capitali.

“The minute they see me, fear me
I'm the epitome, a public enemy
used, abused without clues
I refused to blow a fuse
they even had it on the news
don't believe the hype” 

(Public Enemy – Don’t believe the hype)

Il presente europeo ed occidentale appare oggi egemonizzato da una dialettica politica,

tra conservatori e reazionari, che giustifica una progressiva torsione autoritaria del modello

neoliberale. Questa dialettica precipita nella materialità delle vite di ciascun* appellandosi più

o meno esplicitamente al “monopolio della forza” e a chi lo detiene: la polizia. In lingua tedesca,

la weberiana “Gewaltmonopol” è un’espressione la cui ambiguità coglie pienamente questo

processo politico; in tedesco Gewalt può essere tradotto con “Potere” ma anche con “Violenza”.

Una violenza che è potere e un potere che è violenza quindi, il cui monopolio si esercita

attraverso la delega sempre più importante in termini di agibilità, investimento economico

e produzione del discorso pubblico all’istituzione poliziesca. 

Un monopolio che accompagna una sempre più rapida monopolizzazione delle ricchezze

e un aumento della disuguaglianze sociali. Così, a mano a mano che la ricchezza ed

il potere politico si accumulano nelle mani di pochi, è quasi scontato che sia la polizia quella

a cui affidare il compito di tutelare che ciò avvenga in modo efficiente e senza disturbare

l’”ordine pubblico”. 

Un primo dato a supporto di questa tesi è, banalmente, l’osservazione della spesa pubblica

sugli apparati repressivi. Per rimanere al contesto europeo la spesa totale delle amministrazioni

pubbliche per l’"ordine pubblico e la sicurezza" si è attestata mediamente all'1,7% del PIL. 

All'interno di questa percentuale l'equivalente dello 0,9% è stato speso per "servizi di polizia",

che è quindi la voce principale (le altre sono lo 0,3% per i "tribunali", lo 0,2% per "servizi di

protezione antincendio", comprese tutte le operazioni di protezione civile, e i servizi carcerari).

In rapporto al PIL, Grecia e Croazia (entrambe l'1,4% del PIL) hanno speso l'importo più elevato

per i servizi di polizia seguiti da Cipro e Ungheria (entrambi all'1, 3% del PIL). 

Questo gruppo comprende anche le spese relative al funzionamento delle guardie costiere e

di frontiera. Malgrado l’austerity negli ultimi 10 anni questa voce di spesa è complessivamente

aumentata dello 0,6% sul PIL, vale a dire che è quasi raddoppiata dall’inizio della

“crisi economica”. Se però le percentuali non danno la misura dell’investimento in atto

sulla polizia, può aiutare paragonare questa voce di spesa con altre, magari quelle 

costantemente interessate da tagli. Nell’UE-28 la spesa in materia di “protezione ambientale”

è pari ad appena lo 0,7 % del PIL, comprendendo l’intero ciclo di smaltimento dei rifiuti,

la gestione delle acque reflue, la riduzione dell’inquinamento, la protezione del paesaggio

e delle biodiversità. Malgrado il “global warming” in Europa si spende sempre meno per

l’ambiente e quasi il doppio per la polizia. E grazie ai tagli dovuti all’”austerità” già dal 2018

si prevede che la polizia riceverà più finanziamenti dell’educazione e della formazione scolastica.

La spesa per l'istruzione pre-primaria e primaria rappresentano l'1,5% del PIL e quella per

l'istruzione secondaria l'1,9%, per l'istruzione terziaria infine lo 0,7% del PIL. Più soldi per la

polizia e meno per asili nido, scuola elementare e università, una scelta evidentemente politica,

considerando il calo di quasi tutti i reati in tutti i 28 paesi presi in considerazione.

Nel 2013 l’Unione Europea aveva prodotto uno studio per individuare quali fossero le possibili

misure legislative da intraprendere per ridurre gli abusi della polizia. Esattamente come per gli

 investimenti nazionali, tuttavia, anche le legislazioni nazionali sono andate nella direzione

opposta a quella individuata nello studio. 

Negli anni infatti si sono moltiplicati le denunce per violazioni del codice, per trattamenti disumani,

 per la limitazione della libertà di movimento, per utilizzo di pratiche di tortura. 

Sono drammaticamente aumentati anche i casi di morti e suicidi in custodia e in carcere. 

A questo si è aggiunto un aumento del potere di polizia come agente giudiziario (recente per

esempio è la riforma della polizia bavarese che prevede l’allungamento dei possibili tempi di

custodia per un sospettato a quasi una settimana). Molti paesi sono ancora inadempienti sui

numeri identificativi e sul reato di tortura e sono pochissimi i casi di poliziotti condannati per abusi.

Tuttavia è molto difficile raccogliere i dati perché non esiste un osservatorio europeo sugli abusi del

a polizia e questo fa apparire queste valutazioni persino ottimistiche. 

La “mancanza di interesse” al tema da parte della politica è sostenuta inoltre da un’azione corporativa

da parte dei sindacati di polizia ed è amplificata dall’azione mediatica che tende a difendere gli 

agenti anche di fronte a violazioni delle più basilari regole dello stato di diritto. 

Spesso proprio i giornali riconoscono alla polizia il ruolo di “stato d’eccezione” 

vivente perché esecutore rapido di una giustizia sommaria, quella cioè dei social network. 

Lo stato d’eccezione si è così reso pulviscolare e, col passare del tempo, si è incarnato 

in ogni singolo agente di polizia.

Dall’inizio della “crisi economica”, quindi, all’aumentare della disuguaglianza sociale

si è accompagnata una legislazione sempre più rigida ed autoritaria che ha riposto

il “monopolio della violenza legittima” nelle mani della polizia, nel quadro di una complessiva

crisi della democrazia rappresentativa. Questa torsione vive e si riproduce, come in una spirale,

tra narrazione mediatica da stato d’emergenza permanente, legislazioni sempre più giustizialiste

e, infine, maggiori fondi e libertà d’azione nelle regole di ingaggio delle diverse polizie.



L’ordine nelle colonie interne: da war fighters a crime fighters.

“They declared the war on drugs like a war on terror
But what it really did was let the police terrorize whoever
But mostly black boys, but they would call us "niggas"
And lay us on our belly, while they fingers on they triggers
They boots was on our head, they dogs was on our crotches”

(Killer Mike - Reagan)

Esiste un’altra tensione che accompagna quella precedentemente individuata e che aiuta a 

comprendere come “materialmente” la polizia agevoli l’autoritario presente neoliberale. 

E’ la tensione seguendo la quale le polizie si stanno trasformando in veri e propri “eserciti coloniali”

nei territori, nelle periferie e nelle città. Parliamo di “esercito” perché sono sempre più armate in 

modo non convenzionale e sempre più organizzate in modo militare e verticale; diciamo “coloniale”

perché, su mandato centrale, attaccano e reprimono tutto ciò che è diverso sul piano etnico,

culturale ed ideologico. 

All’indomani dell’uccisione di Michael Brown a Ferguson nel Missouri, i cittadini scesi in piazza

per protestare furono sottoposti ad una repressione in stile militare da parte di uno squadrone

di dipartimenti di polizia locale, equipaggiati come soldati d’assalto. Ciò spinse i residenti a

paragonare Ferguson all'occupazione militare israeliana della Palestina. Le scene distopiche di

unità paramilitari in tuta mimetica che sfrecciano per le strade della città puntando i fucili contro

residenti disarmati e che lanciano granate stordenti e gas lacrimogeni da dietro blindati,

richiamarono immediatamente l’occupazione israeliana che, ancora oggi, permette la

colonizzazione della West Bank. Paragone non solo simbolico giacché almeno due delle

quattro forze di polizia dispiegate a Ferguson avevano ricevuto addestramento sui riots urbani

dalle forze armate israeliane. 

Questa trasformazione “cop to soldier” è stata facilitata dal governo americano attraverso programmi

come il 1033 del Pentagono o il “programma di militarizzazione avanzata”. 

Il motto di quest’ultimo programma è abbastanza inequivocabile: "da warfighter a crimefighter";

è l’ultimo passaggio di un graduale processo di cambiamento della polizia attraverso la “guerra 

alla droga” e il “complesso carcerario” contro le comunità. Il disimpegno da scenari internazionali 

di guerra ha reso questa trasformazione ancora più rapida perché necessaria per non mandare in 

crisi la ricca industria bellica statunitense. In altre parole, si è importata nelle strade e nelle 

comunità la guerra che si era esportata nei decenni precedenti in tutto il mondo.

Un indirizzo sovrapponibile a quello che ha trasformato i reparti antisommossa della 

polizia italiana. Oggi chi viene assunto nella polizia in servizio nei reparti impegnati nelle strade, 

arriva dal percorso di formazione militare “di ferma breve” dell’Esercito. 

Vale a dire in gran parte sono poliziotti formati come un esercito, ma impiegati nelle città e non 

in scenari di guerra. L’Italia è il paese europeo col maggior numero di forze di polizia per cittadino 

(508 agenti ogni 100 mila persone, contro i 300 della Germania, i 354 della Francia e i 259 della 

Gran Bretagna) ma come se non bastasse annovera, insieme alla Spagna con la Guardia Civil, 

anche un corpo di polizia che fa parte dell’Esercito: i carabinieri. I Carabinieri sono un corpo 

militare, senza sindacati e organismi democratici di controllo, sempre più spesso è al centro di 

scandali, violenze e abusi; un esercito con funzioni di polizia che tutela sé stesso in modo 

corporativo. A questo corpo militare l’Italia infine continua ad affiancare l’Esercito vero e proprio 

per compiti di pattugliamento urbano (l’operazione “Strade Sicure”) come sperimentato nei 

decenni precedenti nelle strade di Napoli e delle periferie del sud per la “guerra alla mafia” e 

l’”emergenza criminalità”. E in modo del tutto affine la Spagna ha recentemente impiegato un 

altro corpo militare, la Guardia Civil, erede del franchismo, per reprimere i movimenti 

indipendentisti catalani. Guardia Civil molto più efficace allo scopo persino dei temibili Mossos 

d’Esquadra, che in quanto catalani risultavano troppo “simili” ai rivoltosi per il potere centrale. 

Il medesimo discorso si potrebbe fare rispetto all’utilizzo di “corpi d’elitè” nelle favelas e nelle aree 

più povere centro e sudamericane. Negli ultimi vent’anni i “corpi militari di polizia” 

(come il famigerato BOPE brasiliano) sono stati usati sempre più frequentemente; dall’omicidio 

ancora irrisolto di Marielle Franco alla sparizione di oltre 40 studenti in Messico, agli omicidi di 

ambientalisti e nativi in Argentina questi eserciti sono legati agli episodi più ambigui di una guerra 

portata dal centro del governo nazionale verso i margini della società. Per completare questo 

quadro è bene citare due esempi di nazioni che, sebbene abbiano per Costituzione una serie di 

contrappesi “democratici” al potere delle polizie, non confermano l’inerzia fin qui esposta: 

la Francia e la Germania. In Francia, dove le “colonie interne” sono le sterminate banlieues, 

la polizia continua la sua azione da “esercito coloniale” da decenni, quasi come una vendetta di 

quell’elité bianca cacciata dalle ex colonie d’oltremare. I casi di cronaca sono tantissimi, 

probabilmente un elenco secondo solo a quello statunitense, e proprio come la polizia USA 

quella francese oggi fa battaglie (sebbene “sindacali”) per ottenere migliori armamenti e nuove 

regole di ingaggio. La sindacalizzazione quindi non è l’antidoto alla militarizzazione come si 

pensava negli anni ‘60 e ‘70. Per esempio nel 2016 migliaia di poliziotti, alcuni dei quali 

incappucciati e con le armi di ordinanza bene in mostra, manifestarono per le strade di Parigi, 

scortati dai colleghi, per ottenere maggiori mezzi in difesa della “sicurezza dei cittadini” 

(tra le richieste avere in dotazione un fucile automatico in ogni mezzo). Le proteste approfittarono 

dello stato d’emergenza “anti-terrorismo” voluto da Hollande e da un clima di montante islamofobia

in un paese dove i musulmani sono oltre il 15 % (solo lo 0,7 % dei poliziotti si dichiara musulmano). 

Si scoprì in seguito che 7 poliziotti su 10 che avevano scioperato, avevano in tasca la tessera del

Sindacato Autonomo di Polizia, vicino al Front Nationale di Marine Le Pen. Un modello corporativo

che rende la catena di comando simile a quella militare e che si avvantaggia di un discorso 

pubblico egemonizzato da forze politiche affini, vale a dire l’estrema destra securitaria, 

nazionalista e razzista. E del resto basti pensare alle campagne politiche contro le famiglie di 

Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi fatte dal Sindacato Autonomo di Polizia in Italia per trovare 

similitudini transnazionali. Ma persino in Germania, che ha ordinamento federale e una 

Costituzione specificatamente creata per evitare torsioni autoritarie dello Stato, 

questa tendenza è diventata sempre più preoccupante. Se da una parte infatti le connivenze 

tra polizie e gruppi di estrema destra, persino terroristici, sono diventate uno scandalo 

internazionale, come in Sassonia durante i pogrom di Chemnitz, dall’altro passano inosservate 

le nuove regole di ingaggio della polizia. Nuove regole che, per esempio nella multietnica Berlino, 

impongono agli agenti di comunicare solo in tedesco. Inoltre negli ultimi dieci anni sempre più 

fondi sono stati destinati alla Bundespolizei, la polizia federale, che prima aveva compiti solo di 

frontiera e oggi viene impiegata addirittura per le manifestazioni nei diversi Laender. 

Insieme alla Bundespolizei sempre più frequente è l’utilizzo dello Spezialeinsatzkommando, 

di formazione militare e armamento pesante. Un’altra deroga alla Costituzione tedesca 

riguarda il diritto alla privacy; sempre maggiore è la collaborazione tra polizie regionali, 

agenzie di info-security private e l’esercito (che detiene i mezzi opportuni) per il controllo 

digitale dei cittadini per ordine pubblico e prevenzione. Dopo il G20 di Amburgo, infine, 

sempre più diffuso è stato il ricorso a una misura del Terzo Reich: la “Gefahrengebier”. 

Misura che da riguardare le “zone rosse” temporanee ma è stata estesa in modo permanente 

a parti di città e a linee di metropolitane o aree dello “spaccio”. In queste aree la polizia è 

autorizzata ad andare in deroga al diritto che riguarda identificazione, arresto, custodia dei 

sospettati. Persino in una nazione come la Germania, con una Costituzione scritta per togliere 

potere allo stato centrale e alla polizia, nelle zone grigie del diritto e, prima che la Corte 

Costituzionale si pronunci in merito, si produce una rapida trasformazione del diritto de facto. 

E anche in Germania questa trasformazione cammina sulle gambe di un esercito, reazionario, 

corporativo, coloniale: la polizia.



Abolire la polizia come condizione necessaria per un nuovo welfare.

“Apprendre, comprendre, entreprendre même si on a mal
se lever, progresser, lutter même quand on a mal,
même quand on a mal
entreprendre même si on a mal même si on a mal,
lutter même quand on a mal, même quand on a mal”

(Kery James - Amal)


I casi di abusi da parte della polizia, le legislazioni nazionali che tendono a tutelarne l’elemento 

corporativo, le legislazioni fortemente escludenti e punitive nei confronti di parti più deboli della 

società, la distruzione del welfare e i tagli a tutti gli strumenti che nella tradizione democratica 

vengono utilizzati per rinforzare lo stato di diritto, oggi segnano il presente normativo neoliberale. 

La violenza esercitata dalla polizia non viene controllata da un procedimento democratico e quindi 

non è più emanata da un “popolo sovrano” quanto da un “sovrano” o da una ristretta aristocrazia. 

La frequenza e la sistematicità con cui la polizia viola i diritti fondamentali conferma la tesi 

elaborata prima da Walter Benjamin e più recentemente attualizzata, in particolare da 

Giorgio Agamben, secondo cui la polizia tende a liberarsi del proprio status di semplice strumento 

per l'applicazione della volontà democratica non solo in occasioni specifiche, ma in maniera 

strutturale. Ogni agente di polizia è strutturalmente “stato di eccezione” in sé ed è attore di una

dittatura che esiste latentemente nella normalità quotidiana. Questo significa che oggi più che mai 

la polizia costituisce un rischio strutturale per la democrazia. Limitare il più possibile questo rischio 

è dunque nell'interesse della democrazia stessa, vale a dire “dei molti e non dei pochi”. 

Quello di cui c’è urgentemente bisogno è un'ampia discussione pubblica sulla violenza poliziesca 

in cui la critica alla polizia non sia più un tabù, ma diventi piuttosto un contributo essenziale alla 

realizzazione e al mantenimento di una vera democrazia. 

La repressione delle soggettività escluse e delle forme di vita criminalizzate oggi mina anche 

l’esistenza stessa dei movimenti di massa che in tutta Europa si oppongono a questo ordine 

del discorso politico reazionario. I movimenti femministi, per i diritti GLBT, le istanze antirazziste, 

i movimenti dei precari e delle precarie, per i diritti alla città, dei disoccupati e delle disoccupate 

hanno sempre più a che fare con l’azione della polizia nei cortei ma anche e soprattutto nelle 

strade, nella vita di tutti i giorni. La messa a critica in toto dell’”istituzione polizia”, oggi è, 

in un’ottica intersezionale, il punto programmatico comune di un’alleanza tra forme di vita 

a cui la governance bianca, eterosessuale, proprietaria e razzista ha dichiarato guerra. 

Eppure spesso il dibattito sulla polizia viene relegato a istanza libertaria o marginale e non 

sistemica. In parte questo è anche il prodotto dei processi di segregazione e differenziazione, 

anche tra subalternità, messi in campo dalla repressione. Esistono donne, omosessuali, trans, 

migranti, precari, poveri per le quali il doversi confrontare con la polizia è parte integrante della 

quotidianità. Queste persone vivono una quotidianità in cui l'intervento della polizia è solitamente 

fatto di attacchi e violenze arbitrarie. Sono vittime di controlli, perquisizioni, retate e arresti, 

vengono perseguitate e subiscono offese e violenza fisica quotidianamente. Vivono sui propri 

corpi una condizione in cui non c'è differenza tra diritto e violenza. E proprio da queste comunità 

provengono perciò anche le proposte più interessanti di alternative alla polizia. Il movimento 

statunitense Black Lives Matter è riuscito a rendere l'eliminazione della polizia una realistica, 

e urgente, proposta politica. Al posto della polizia, le attiviste e gli attivisti propongono un'estesa 

decriminalizzazione, dei team di intervento su base di quartiere e di comunità per risolvere conflitti 

locali, il miglioramento radicale dell'infrastruttura sociale e culturale, e soprattutto la 

democratizzazione radicale di tutti i rapporti nella democrazia. 

Un nuovo welfare contemporaneo, quindi, in grado di redistribuire le ricchezze rovesciando la 

tensione capitalistica al monopolio, partendo proprio dalla contestazione del “monopolio della 

violenza legittima”. Ma anche, e soprattutto, un nuovo modello di democrazia che si basi su 

nessi sociali e comunitari. Un modello immaginato e sperimentato, qui ed ora, a partire 

dall’autodifesa da un esercito armato coloniale: la polizia. 

Uno sforzo di immaginazione politica che è molto simile a quello da cui, a Oakland negli anni ‘60,

nacquero le Pantere Nere; non molti ricordano, per esempio, che le Black Panthers avevano 

tra le principali attività quelle delle colazioni per i bambini della comunità, la cura e l’istruzione 

per le persone più marginalizzate, l’istituzione di comitati cittadini; il tutto partendo dall’autodifesa 

dalla polizia bianca e razzista della baia di San Francisco. 

Quando riusciremo a poter decidere in maniera autodeterminata circa le condizioni della nostra vita, 

riusciremo anche a poter rinunciare progressivamente alla violenza come mezzo per la soluzione dei

 conflitti e quindi anche alla polizia come istituzione della violenza in quanto tale. 

Rendere questo orizzonte possibile è compito di tutte e tutti noi.